LA DESTRA DI COMODO
DA ALMIRANTE A FINI


Ha scritto Pino Romualdi, ultimo vice segretario del Partito Fascista Repubblicano, fondatore del M.S.I., che già nella primavera del 1946 cominciarono i contatti e le trattative fra i capi fascisti, ovviamente clandestini, ed i partiti antifascisti.
L’occasione fu l’imminente referendum istituzionale, l’oggetto lo scambio fra il voto per la Repubblica e l’amnistia generale per i reati politici.
Scrive Romualdi “criminali o no, traditori della Patria o no, nazifascisti o no, seppur non irreggimentati, noi eravamo in quel tempo una forza e per giunta molto importante: una formidabile massa di energie e di voti che sarebbe stato per tutti pericoloso ignorare.” (il Borghese, 6 giugno 1971).
Il 2 giugno 1946 il referendum istituzionale e per la costituente segnò la vittoria risicata (e dubbia) della Repubblica, il 22 giugno successivo Palmiro Togliatti, come guardasigilli, appose la sua firma all’amnistia generale per i reati politici, che permise “il ritorno alla libertà dei cinquantamila carcerati e, l’annullamento dei processi per le migliaia e migliaia di latitanti, e un sia parziale ritorno alla normalità per le loro disperse e disperate famiglie”.
Si compiace Romualdi:“è tutto sommato, se ricordiamo il lavoro, i contatti, i colloqui di quel tempo, e quel che sapemmo fare e dire all’una e all’altra parte delle parti in causa per convincerle della nostra pericolosità e nello stesso tempo della nostra forza determinante, dobbiamo dire che questa nostra forza la controllammo e la manovrammo bene. I contatti con i democristiani mi furono facilitati….”
Quei contatti sono stati il preludio anche della nascita legale, nel dicembre 1947, del Movimento Sociale Italiano, con la paternità esplicita di Pino Romualdi stesso, di Arturo Nichelini e di Giorgio Almirante e quella della D.C., di qui il profilo funzionale del partito, inizialmente mirato ad aggregare e governare i reduci della R.S.I., “si trattava semplicemente di non disperderli, di evitare che commettessero atti inconsulti”, e di contendere le lusinghe delle sinistre politiche e sindacali che puntavano sui loro risentimenti e rancori contro i preti, il re ed il capitale, traditori di Mussolini, per associarseli.
Questa funzionalità, nel drammatico contesto di un’Italia sconfitta e distrutta, in bilico fra l’occidente democratico e l’oriente bolscevico, di fronte ad una “scelta di civiltà”, degradò rapidamente in subalternità e asservimento organico alla D.C.
L’autore eccellente di questa linea fu Giorgio Almirante che costruì gli argini addetti a contenere e canalizzare il Partito: da un lato il nostalgismo e la retorica fascista, dall’altro, la velleitaria alternativa al sistema- posizione di comodo sia per la D. C, che poteva proporsi come “un partito di centro che guarda a sinistra”, senza rischiare a destra; sia per i socialcomunisti, che si vedevano riconosciuti e garantiti come unici e necessari interlocutori. La democrazia zoppa, come fu definita dai politologi.
La strada per i successivi “equilibri avanzati”, dalla collaborazione democristiana con i socialisti al consociativismo con i comunisti, era spianata.
Il M.S.I., cosiddetto “partito taxi”, veniva noleggiato alla bisogna, per l’elezione dei Presidenti della Repubblica, per il proscioglimento dei Ministri in stato d’accusa, per l’approvazione di trattati internazionali, per l’autofinanziamento del sistema partitocratrico e via dicendo.
Le corse rendevano bene al gruppo dirigente, ma non emancipavano dall’emarginazione, dalla discriminazione e dalla persecuzione morale e fisica i militanti chiamati a pagare pesanti tributi di aggressioni, processi e sangue - Soprattutto i giovani e i sindacalisti di base –
Un’esplicita conferma dell’ambiguità, per non dire doppiezza, della dirigenza missina leggiamo nella recente dichiarazione di Andreotti al Corriere della Sera di venerdì 29 aprile 2005 “ i colpi di stato però vigilavano non solo D.C. e P.C.I.; anche il M.S.I.- sono convinto che la notte dell’8 dicembre del 1970 fu Almirante a informare la polizia delle manovre di Borghese per evitare che il partito ne venisse coinvolto”, (Donato La Morte dovrebbe saperne qualcosa).
Anche per questo tutto il sistema si scatenò contro il tentativo di Democrazia Nazionale di “liberare” i voti di DESTRA dal dilemma dell’essere “utili con la D.C.” o “inutili” nel frigorifero almirantiano.
Con un coinvolgimento delle parti da manuale leninista s’imputò a Democrazia Nazionale di voler fare ciò che in realtà il M.S.I. faceva da sempre, l’ascaro del sistema.
Lo faceva così bene che Almirante trovò sostegno da Fanfani e Zaccagnini ad Andreotti, da Fisichella a Montanelli, da Rauti a Zanone.
E continuarono a farlo i suoi delfini, che gli succedettero in nome del Fascismo 2000, con tanto di marce sin sotto il balcone di palazzo Venezia, fra selve di saluti romani e invocazioni a Mussolini, (Esuli in Patria di Marco Tarchi).
Solo quando il crollo del muro di Berlino, le “picconate” di Cossiga, tangentopoli, la fine dell’arco costituzionale e “l’apertura di credito” di Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini, fra il primo e il secondo turno alle elezioni romane (1993) prospettarono una funzione nuova, il M.S.I. si dispose a bagnarsi nella novella piscina di Siloe a Fiuggi.
Dopo il bagno hanno cambiato l’abito, ma non l’abitudine, (l’abitudine all’ambiguità, all’ambivalenza, alla doppiezza).
Su tutto: su Mussolini, sulla R.S.I, su Gramsci, su Togliatti, su De Gaspari, sull’etica, sulla bioetica, su statalismo e liberismo, su struttura dello Stato e dell’economia.
Per ogni argomento c’è un indirizzo e il suo contrario. Troppe identità, nessuna identità. Nessuna identità, nessun ruolo autenticamente politico. Soltanto molteplici ruoli finalizzati alla carriera del capo.
Fino a quando?

DA SINTESI
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