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    Predefinito Ripensaremarx, intervista ad A. de Benoist

    OMNIA SUNT COMMUNIA




    INTERVISTA AD ALAIN DE BENOIST

    di G. Repaci
    Trad. di G.P.

    [N.d.T., In questa intervista vengono espressi punti di vista ovviamente molto distanti dai nostri, alcuni irrimediabilmente configgenti ed irriducibili ad una ricomposizione rispetto a ciò che noi pensiamo sia “Il Capitalismo Oggi”, per usare il titolo di un libro di Gianfranco La Grassa.
    Mi riferisco a tematiche a la page come la decrescita o alla preventiva avulsione dal dibattito di argomenti per noi, invece, determinanti come la politica di potenza (in funzione dell’indebolimento del monocentrismo americano), sacrificati sull’altare di uno pseudopacifismo senza se e senza ma che ripudia la violenza in quanto tale. Ma come abbiamo spiegato altrove c’è violenza e violenza.
    Ci dividono, inoltre, da De Benoist alcune affermazioni su Marx che esaltano categorie piuttosto discutibili come quella di reificazione o, peggio ancora, di alienazione (o di mutazione antropologica), sottoposte a forzature già dagli stessi marxisti negli anni passati.
    Più condivisibile resta invece l’affermazione di Althusser per cui Marx fu lo scopritore di un nuovo continente scientifico, quello della scienza dei modi di produzione sociali. Affermazione questa senz’altro vera ma che oggi non è più sufficiente al fine di disvelare appieno l’articolazione dei capitalismi (in senso spaziale ma anche nelle sfere un tempo definite come meramente “sovrastrutturali”).
    Tuttavia, non pretendiamo di avere noi la verità in tasca e quando la critica mantiene una certa coerenza, come nel caso di De Benoist, merita comunque di ricevere attenzione e di essere discussa.
    Al momento non possiamo che viaggiare divisi].
    G.P.

    1. Signor De Benoist, a suo parere, oggi in Europa ed in occidente in generale, viviamo in una democrazia?
    2. A suo parere è giusto connotare il periodo storico che viviamo come globalizazzione, o sarebbe più corretto parlare di americanizzazione del mondo?
    3. Recentemente la crisi dei subprime negli Stati Uniti ha causato un effetto a catena e le principali banche del mondo hanno registrato crolli vertiginosi. Quali cambiamenti geopolitici possono delinearsi con questa crisi?
    4. Lei è critico dell’occidentalismo e di ogni forma d'universalismo, mentre sostiene il politeismo relativistico, al contrario di filosofi come Preve, che sostengono una forma d'universalismo democratico. Potrebbe meglio spiegare le sue posizioni?
    5. È attualizzabile oggi in Europa una forma di democrazia diretta simile alla proposta degli anarchici di fine ottocento?
    6. Praticamente ogni partito politico europeo sostiene il sionismo, o in qualunque caso il diritto d’Israele ad esistere benché sia uno stato fondato su basi etnico-religiose. Come può essere spiegata dal suo punto di vista l’adesione di massa al sionismo in Europa e nell’occidente in generale?
    7. Quale è la sua opinione sul pensiero di Karl Marx, e sul neomarxismo di Lukacs, di Bloch o di Althusser?
    8. Lei è un sostenitore della decrescita e sostiene che ciò non significa ritornare al passato quanto pensare ad sistema economico che si equilibri con la natura. Tuttavia alcuni pensatori, tra i quali Professor La Grassa, sostengono che se l'Italia o l'Europa intraprendessero la decrescita sarebbero schiacciate militarmente degli USA ed economicamente della Cina. È possibile secondo lei conciliare geopolitica e decrescita?
    9. Qual è la sua opinione sul razzismo e la xenofobia?

    1)Tutto dipende ovviamente dal modo in cui si definisce la democrazia. I regimi di oggi nella maggior parte dei paesi occidentali sono democrazie parlamentari e liberali, cioè sistemi rappresentativi. Ma, sotto diversi aspetti, c'è una contraddizione di fondo tra la democrazia, il cui principio è l'uguaglianza politica dei cittadini, ed il liberalismo, che privilegia la libertà individuale e tende a mettere la sfera privata al di sopra dello spazio pubblico. La democrazia non è soltanto il regime politico dove la legittimità si basa sulla sovranità del popolo, è anche il regime che in maniera presuntiva dovrebbe mettere il popolo al potere, o almeno permettere al più grande numero dei suoi membri di partecipare agli affari pubblici. In tutta evidenza, non è il caso oggi, poiché vediamo un po' ovunque scavarsi un fossato tra il popolo e la nuova classe politico-mediatica. Carl Schmitt, fedele su questo punto all'opinione di Jean-Jacques Rousseau, riteneva che una democrazia è in egual misura meno democratica di quanto attribuisce importanza alla rappresentanza. In una democrazia rappresentativa, il popolo si disfa infatti della sua sovranità a profitto dei rappresentanti. Una vera democrazia è necessariamente una democrazia, non (soltanto) rappresentativa, ma partecipativa. Più che delle democrazie, i regimi politici occidentali attuali mi sembrano essere oligarchie finanziarie, sostenute da procedure gestionali e di “espertocrazie”.

    2) La globalizzazione, prima di tutto, va a vantaggio necessariamente delle potenze dominanti. Americanizzazione e globalizzazione non sono sinonimi, ma vanno oggi insieme: coloro che contestano la globalizzazione pur restando muti sull'americanizzazione farebbero meglio a tacere. Gli Stati Uniti sono oggi la principale base d’ancoraggio del sistema capitalista mondiale, sistema la cui portata va molto al di là della sola sfera economica, nella misura in cui la sua instaurazione su scala mondiale comporta un vero mutamento antropologico (la riduzione di qualsiasi valore al valore mercantile e l'impoverimento dell'immaginario simbolico che ne risulta). La globalizzazione, può definirsi come la trasformazione del pianeta in un mercato gigantesco. È ciò che ho chiamato il regno della forma-Capitale. Gli Stati Uniti sono loro stessi oggetto della forma-Capitale, ma ne sono anche il principale vettore ed i principali beneficiari. Non è dunque possibile denunciare la globalizzazione senza denunciare anche l’imperialismo americano.

    3) È ancora molto difficile sapere quali saranno le conseguenze della crisi di "subprimes". Si vede bene tuttavia che nell'epoca della globalizzazione, che è anche quella dell’autonomizzazione e della istantaneità dei trasferimenti finanziari, ogni crisi economica locale tende a propagarsi da un capo all'altro del mondo. Il capitalismo è conosciuto per la sua capacità di trionfare sulle sue crisi, ed anche di nutrirsi di esse. Non credo che questa capacità sia infinita. Il divorzio crescente dell'economia produttiva e dell'economia speculativa immateriale, la fuga in avanti del sistema del credito, l'approfondimento delle diseguaglianze economiche (tanto tra paesi che all'interno di ogni paese), l'incertezza sul futuro, tutto ciò fa sì che il sistema finanziario di oggi sia oggetto di una navigazione vista. La mia sensazione è che il sistema del denaro perirà con il denaro.

    4) Non credo che le mie posizioni a tale riguardo differiscano da quelle di Costanzo Preve. Non faccio l'errore, in particolare, di confondere l’universale con l’universalismo. L’universalismo politico mi sembra discutibile, poiché si basa sull'idea implicita che ciò che vale in un posto deve così necessariamente valere ovunque, senza considerazione dei contesti particolari. Occorrerebbe discutere nel dettaglio, ma ciò mi sembra essere un errore. L'universale non è per me l'opposto della singolarità. È al contrario a partire da una singolarità portata ad un certo grado d'eccellenza o d'intensità che si può raggiungere l'universale. Si potrebbe dire, ad esempio, che Dante è tanto più universale in quanto è prima di tutto italiano. Non dimentico neppure che la nozione d'umanità non è una nozione politica, e che inoltre nessuno appartiene all'umanità in modo immediato: apparteniamo all'umanità in maniera mediata, cioè con la mediazione di una cultura particolare. Le varie forme di universalismo politico mi sembrano essere semplici trasposizioni profane di credenze metafisiche o religiose.

    5) La democrazia diretta (o la democrazia partecipativa) mi sembra oggi completamente applicabile, a condizione non di cadere nell’angelico o aspettarci più di quello che ci può dare. Occorre qui concepire la globalizzazione come una dialettica: da un lato, omogeneizza ed unifica, dell'altro suscita, per reazione, frammentazioni nuove. L'epoca postmoderna è d'altra parte quella del deterioramento dello stato nazione e delle grandi istituzioni sospese ed astratte che avevano trionfato nell'epoca della modernità. Viviamo oggi in un mondo in cui le Comunità e le reti conoscono una rinnovata importanza. Lo sviluppo delle attività associative, l'emergenza lenta di un'economica più interdipendente, ridà un posto essenziale a tutto ciò che dipende dal localismo. È nelle piccole unità o Comunità locali che è più facile mettere in opera delle pratiche di democrazia diretta, cosa che permette allo stesso tempo di rimediare allo scollamento sociale ed alla scomparsa delle solidarietà organiche.

    6) Le persecuzioni antisemite intraprese dalla Germania nazista hanno conferito al popolo ebreo un credito morale evidente. Il problema è che questo credito non può essere illimitato. Il conformismo, il peso dei gruppi di pressione, conducono molti ad approvare per principio tutto ciò che fa lo Stato d’Israele. I difensori di quest'ultimo non esitano, per parte loro, a tentare di intimidire i loro avversari presentando ogni forma di antisionismo o tutte le critiche allo Stato di Israele come "antisemite", cosa che è ovviamente assurda. Per quanto riguarda il sionismo come tale, sono personalmente agnostico. Riconosco volentieri al popolo ebreo il diritto di costituirsi in Stato. Il problema comincia soltanto quando questo Stato si stabilisce in un posto già occupato da altri. Occorrerebbe anche chiedersi se uno Stato "etnico" è ancora concepibile nel mondo attuale. Aggiungo che secondo me, non è esagerato parlare di fallimento del progetto sionista, nella misura in cui quest'ultimo si prefiggeva come primo obiettivo di raccogliere gli ebrei in un luogo in cui sarebbero infine stati al sicuro, mentre è evidente che proprio in Israele sono oggi in stato d'insicurezza. Quanto al conflitto Israeliano-palestinese, non vedo per il momento alcuna possibilità ragionevole di soluzione.

    7) Marx non è stato soltanto uno dei primi ad esporre in modo convincente come il capitalismo organizza l'espropriazione dei produttori sul quale si fonda, è stato soprattutto colui che, in modo veramente brillante, ha capito che il sistema capitalista è un sistema antropologico più ancora che un sistema puramente economico. Le pagine insuperabili che ha dedicato al "feticismo della merce", dalle quali Georg Lukács ha potuto formulare nel 1923 il concetto di "reificazione" (Verdinglichung), illustrano perfettamente il modo in cui l'appropriazione della Terra con il capitale introduce una vera "cosificazione" delle relazioni sociali, dove l'uomo stesso non è soltanto sottoposto alla merce, ma si trasforma in merce. Questo dispositivo di aggiustamento enorme ricorda ciò che Heidegger ha scritto a proposito della Gestell, come sistema di fuga in avanti nell'illimitato. Accanto a ciò, Marx tende a sopra valorizzare la sola economia, cosa che porta ad attendere l’avvento di un'altra forma d'organizzazione economica, anziché mettere in dubbio l'economia stessa come valore (è un punto sul quale, attraverso Ricardo, resta dipendente della scuola classica). Egli vuole anche liberare il lavoro, dove sarebbe stato necessario prevedere di liberarsi dal lavoro stesso. Sviluppa una filosofia lineare della storia che è soltanto una trasposizione profana dello storicismo cristiano. Sottolinea giustamente la realtà delle lotte di classe, ma ha il torto di fare di esse il solo motore della storia umana. Ha molto ben capito che la borghesia, detentrice del capitale - ed alla quale riconosce di avere liquidato il sistema feudale perché vi vede in ciò un presupposto indispensabile per l’avvento di una società senza classi -, trova nell'accumulazione di questo capitale la fonte del suo potere e che le forze produttive si sviluppano nella scia della sua sovranità di classe. Ma ha avuto torto nel caratterizzare la borghesia soltanto come la classe detentrice dei mezzi di produzione, senza vedere che era anche e soprattutto portatrice di valori nuovi. Quanto a Lukács, Bloch ed Althusser, essi sono ovviamente fra i suoi interpreti più importanti.

    8) La potenza non passa soltanto per la crescita. Se, per non essere schiacciati militarmente dagli Stati Uniti o economicamente dalla Cina, occorre impegnarsi in una corsa senza fine verso sempre più armamenti e sempre più crescita, non penso che saremo mai vincenti. Vivremo soltanto in un mondo che diventerà ancora più intollerabile. La teoria della decrescita si fonda sulla presa in considerazione della nozione dei limiti, ed in particolare su questa constatazione che non si può avere una crescita materiale infinita in un mondo finito. Di fronte al capitalismo, l'obiettivo non è di ottenere migliori risultati rispetto ai concorrenti restando nello stesso sistema, ma al contrario di uscire da questo sistema. Piuttosto che rientrare nella rivalità mimetica, sono dunque favorevole ad una strategia di rottura. Essere "più forte" degli Stati Uniti, deve significare in primo luogo: essere capaci di opporre loro un altro modello di società e di civilizzazione.

    9) Ho pubblicato numerosi scritti contro il razzismo e contro la xenofobia. Detto ciò, esprimere sul razzismo un giudizio morale non mi interessa. Trovo più proficuo smontare i preconcetti e farne apparire gli errori intellettuali o teorici. Il razzismo è una forma di alter-fobia, cioè di rifiuto di ammettere, non soltanto l'altro, ma la nozione anche di diversità. Ci sono secondo me due forme di razzismo, molto diverse ma convergenti. La prima è quella del razzismo classico, brutale e discriminatorio, che mira a dividere, a predominare, o sradicare gli altri per la sola ragione che sono diversi. La seconda, più sottile, consiste nel non ammettere l’Altro fino a che non sia stato riportato allo “Stesso”. Dire che "gli uomini sono tutti gli stessi", che ci sono "soltanto uomini come gli altri", può sembrare generoso. È effettivamente soltanto un modo di mostrare che si è incapaci di comprendere e riconoscere la diversità. Il punto comune di questi due razzismi è l'allergia alla differenza.


    postato da: RIPENSAREMARX

    ARDITI NON GENDARMI

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
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    INTERVISTA AD ALAIN DE BENOIST

    di G. Repaci
    Trad. di G.P.

    [N.d.T., In questa intervista vengono espressi punti di vista ovviamente molto distanti dai nostri, alcuni irrimediabilmente configgenti ed irriducibili ad una ricomposizione rispetto a ciò che noi pensiamo sia “Il Capitalismo Oggi”, per usare il titolo di un libro di Gianfranco La Grassa.
    Mi riferisco a tematiche a la page come la decrescita o alla preventiva avulsione dal dibattito di argomenti per noi, invece, determinanti come la politica di potenza (in funzione dell’indebolimento del monocentrismo americano), sacrificati sull’altare di uno pseudopacifismo senza se e senza ma che ripudia la violenza in quanto tale. Ma come abbiamo spiegato altrove c’è violenza e violenza.
    Ci dividono, inoltre, da De Benoist alcune affermazioni su Marx che esaltano categorie piuttosto discutibili come quella di reificazione o, peggio ancora, di alienazione (o di mutazione antropologica), sottoposte a forzature già dagli stessi marxisti negli anni passati.
    Più condivisibile resta invece l’affermazione di Althusser per cui Marx fu lo scopritore di un nuovo continente scientifico, quello della scienza dei modi di produzione sociali. Affermazione questa senz’altro vera ma che oggi non è più sufficiente al fine di disvelare appieno l’articolazione dei capitalismi (in senso spaziale ma anche nelle sfere un tempo definite come meramente “sovrastrutturali”).
    Tuttavia, non pretendiamo di avere noi la verità in tasca e quando la critica mantiene una certa coerenza, come nel caso di De Benoist, merita comunque di ricevere attenzione e di essere discussa.
    Al momento non possiamo che viaggiare divisi].
    G.P.

    1. Signor De Benoist, a suo parere, oggi in Europa ed in occidente in generale, viviamo in una democrazia?
    2. A suo parere è giusto connotare il periodo storico che viviamo come globalizazzione, o sarebbe più corretto parlare di americanizzazione del mondo?
    3. Recentemente la crisi dei subprime negli Stati Uniti ha causato un effetto a catena e le principali banche del mondo hanno registrato crolli vertiginosi. Quali cambiamenti geopolitici possono delinearsi con questa crisi?
    4. Lei è critico dell’occidentalismo e di ogni forma d'universalismo, mentre sostiene il politeismo relativistico, al contrario di filosofi come Preve, che sostengono una forma d'universalismo democratico. Potrebbe meglio spiegare le sue posizioni?
    5. È attualizzabile oggi in Europa una forma di democrazia diretta simile alla proposta degli anarchici di fine ottocento?
    6. Praticamente ogni partito politico europeo sostiene il sionismo, o in qualunque caso il diritto d’Israele ad esistere benché sia uno stato fondato su basi etnico-religiose. Come può essere spiegata dal suo punto di vista l’adesione di massa al sionismo in Europa e nell’occidente in generale?
    7. Quale è la sua opinione sul pensiero di Karl Marx, e sul neomarxismo di Lukacs, di Bloch o di Althusser?
    8. Lei è un sostenitore della decrescita e sostiene che ciò non significa ritornare al passato quanto pensare ad sistema economico che si equilibri con la natura. Tuttavia alcuni pensatori, tra i quali Professor La Grassa, sostengono che se l'Italia o l'Europa intraprendessero la decrescita sarebbero schiacciate militarmente degli USA ed economicamente della Cina. È possibile secondo lei conciliare geopolitica e decrescita?
    9. Qual è la sua opinione sul razzismo e la xenofobia?

    1)Tutto dipende ovviamente dal modo in cui si definisce la democrazia. I regimi di oggi nella maggior parte dei paesi occidentali sono democrazie parlamentari e liberali, cioè sistemi rappresentativi. Ma, sotto diversi aspetti, c'è una contraddizione di fondo tra la democrazia, il cui principio è l'uguaglianza politica dei cittadini, ed il liberalismo, che privilegia la libertà individuale e tende a mettere la sfera privata al di sopra dello spazio pubblico. La democrazia non è soltanto il regime politico dove la legittimità si basa sulla sovranità del popolo, è anche il regime che in maniera presuntiva dovrebbe mettere il popolo al potere, o almeno permettere al più grande numero dei suoi membri di partecipare agli affari pubblici. In tutta evidenza, non è il caso oggi, poiché vediamo un po' ovunque scavarsi un fossato tra il popolo e la nuova classe politico-mediatica. Carl Schmitt, fedele su questo punto all'opinione di Jean-Jacques Rousseau, riteneva che una democrazia è in egual misura meno democratica di quanto attribuisce importanza alla rappresentanza. In una democrazia rappresentativa, il popolo si disfa infatti della sua sovranità a profitto dei rappresentanti. Una vera democrazia è necessariamente una democrazia, non (soltanto) rappresentativa, ma partecipativa. Più che delle democrazie, i regimi politici occidentali attuali mi sembrano essere oligarchie finanziarie, sostenute da procedure gestionali e di “espertocrazie”.

    2) La globalizzazione, prima di tutto, va a vantaggio necessariamente delle potenze dominanti. Americanizzazione e globalizzazione non sono sinonimi, ma vanno oggi insieme: coloro che contestano la globalizzazione pur restando muti sull'americanizzazione farebbero meglio a tacere. Gli Stati Uniti sono oggi la principale base d’ancoraggio del sistema capitalista mondiale, sistema la cui portata va molto al di là della sola sfera economica, nella misura in cui la sua instaurazione su scala mondiale comporta un vero mutamento antropologico (la riduzione di qualsiasi valore al valore mercantile e l'impoverimento dell'immaginario simbolico che ne risulta). La globalizzazione, può definirsi come la trasformazione del pianeta in un mercato gigantesco. È ciò che ho chiamato il regno della forma-Capitale. Gli Stati Uniti sono loro stessi oggetto della forma-Capitale, ma ne sono anche il principale vettore ed i principali beneficiari. Non è dunque possibile denunciare la globalizzazione senza denunciare anche l’imperialismo americano.

    3) È ancora molto difficile sapere quali saranno le conseguenze della crisi di "subprimes". Si vede bene tuttavia che nell'epoca della globalizzazione, che è anche quella dell’autonomizzazione e della istantaneità dei trasferimenti finanziari, ogni crisi economica locale tende a propagarsi da un capo all'altro del mondo. Il capitalismo è conosciuto per la sua capacità di trionfare sulle sue crisi, ed anche di nutrirsi di esse. Non credo che questa capacità sia infinita. Il divorzio crescente dell'economia produttiva e dell'economia speculativa immateriale, la fuga in avanti del sistema del credito, l'approfondimento delle diseguaglianze economiche (tanto tra paesi che all'interno di ogni paese), l'incertezza sul futuro, tutto ciò fa sì che il sistema finanziario di oggi sia oggetto di una navigazione vista. La mia sensazione è che il sistema del denaro perirà con il denaro.

    4) Non credo che le mie posizioni a tale riguardo differiscano da quelle di Costanzo Preve. Non faccio l'errore, in particolare, di confondere l’universale con l’universalismo. L’universalismo politico mi sembra discutibile, poiché si basa sull'idea implicita che ciò che vale in un posto deve così necessariamente valere ovunque, senza considerazione dei contesti particolari. Occorrerebbe discutere nel dettaglio, ma ciò mi sembra essere un errore. L'universale non è per me l'opposto della singolarità. È al contrario a partire da una singolarità portata ad un certo grado d'eccellenza o d'intensità che si può raggiungere l'universale. Si potrebbe dire, ad esempio, che Dante è tanto più universale in quanto è prima di tutto italiano. Non dimentico neppure che la nozione d'umanità non è una nozione politica, e che inoltre nessuno appartiene all'umanità in modo immediato: apparteniamo all'umanità in maniera mediata, cioè con la mediazione di una cultura particolare. Le varie forme di universalismo politico mi sembrano essere semplici trasposizioni profane di credenze metafisiche o religiose.

    5) La democrazia diretta (o la democrazia partecipativa) mi sembra oggi completamente applicabile, a condizione non di cadere nell’angelico o aspettarci più di quello che ci può dare. Occorre qui concepire la globalizzazione come una dialettica: da un lato, omogeneizza ed unifica, dell'altro suscita, per reazione, frammentazioni nuove. L'epoca postmoderna è d'altra parte quella del deterioramento dello stato nazione e delle grandi istituzioni sospese ed astratte che avevano trionfato nell'epoca della modernità. Viviamo oggi in un mondo in cui le Comunità e le reti conoscono una rinnovata importanza. Lo sviluppo delle attività associative, l'emergenza lenta di un'economica più interdipendente, ridà un posto essenziale a tutto ciò che dipende dal localismo. È nelle piccole unità o Comunità locali che è più facile mettere in opera delle pratiche di democrazia diretta, cosa che permette allo stesso tempo di rimediare allo scollamento sociale ed alla scomparsa delle solidarietà organiche.

    6) Le persecuzioni antisemite intraprese dalla Germania nazista hanno conferito al popolo ebreo un credito morale evidente. Il problema è che questo credito non può essere illimitato. Il conformismo, il peso dei gruppi di pressione, conducono molti ad approvare per principio tutto ciò che fa lo Stato d’Israele. I difensori di quest'ultimo non esitano, per parte loro, a tentare di intimidire i loro avversari presentando ogni forma di antisionismo o tutte le critiche allo Stato di Israele come "antisemite", cosa che è ovviamente assurda. Per quanto riguarda il sionismo come tale, sono personalmente agnostico. Riconosco volentieri al popolo ebreo il diritto di costituirsi in Stato. Il problema comincia soltanto quando questo Stato si stabilisce in un posto già occupato da altri. Occorrerebbe anche chiedersi se uno Stato "etnico" è ancora concepibile nel mondo attuale. Aggiungo che secondo me, non è esagerato parlare di fallimento del progetto sionista, nella misura in cui quest'ultimo si prefiggeva come primo obiettivo di raccogliere gli ebrei in un luogo in cui sarebbero infine stati al sicuro, mentre è evidente che proprio in Israele sono oggi in stato d'insicurezza. Quanto al conflitto Israeliano-palestinese, non vedo per il momento alcuna possibilità ragionevole di soluzione.

    7) Marx non è stato soltanto uno dei primi ad esporre in modo convincente come il capitalismo organizza l'espropriazione dei produttori sul quale si fonda, è stato soprattutto colui che, in modo veramente brillante, ha capito che il sistema capitalista è un sistema antropologico più ancora che un sistema puramente economico. Le pagine insuperabili che ha dedicato al "feticismo della merce", dalle quali Georg Lukács ha potuto formulare nel 1923 il concetto di "reificazione" (Verdinglichung), illustrano perfettamente il modo in cui l'appropriazione della Terra con il capitale introduce una vera "cosificazione" delle relazioni sociali, dove l'uomo stesso non è soltanto sottoposto alla merce, ma si trasforma in merce. Questo dispositivo di aggiustamento enorme ricorda ciò che Heidegger ha scritto a proposito della Gestell, come sistema di fuga in avanti nell'illimitato. Accanto a ciò, Marx tende a sopra valorizzare la sola economia, cosa che porta ad attendere l’avvento di un'altra forma d'organizzazione economica, anziché mettere in dubbio l'economia stessa come valore (è un punto sul quale, attraverso Ricardo, resta dipendente della scuola classica). Egli vuole anche liberare il lavoro, dove sarebbe stato necessario prevedere di liberarsi dal lavoro stesso. Sviluppa una filosofia lineare della storia che è soltanto una trasposizione profana dello storicismo cristiano. Sottolinea giustamente la realtà delle lotte di classe, ma ha il torto di fare di esse il solo motore della storia umana. Ha molto ben capito che la borghesia, detentrice del capitale - ed alla quale riconosce di avere liquidato il sistema feudale perché vi vede in ciò un presupposto indispensabile per l’avvento di una società senza classi -, trova nell'accumulazione di questo capitale la fonte del suo potere e che le forze produttive si sviluppano nella scia della sua sovranità di classe. Ma ha avuto torto nel caratterizzare la borghesia soltanto come la classe detentrice dei mezzi di produzione, senza vedere che era anche e soprattutto portatrice di valori nuovi. Quanto a Lukács, Bloch ed Althusser, essi sono ovviamente fra i suoi interpreti più importanti.

    8) La potenza non passa soltanto per la crescita. Se, per non essere schiacciati militarmente dagli Stati Uniti o economicamente dalla Cina, occorre impegnarsi in una corsa senza fine verso sempre più armamenti e sempre più crescita, non penso che saremo mai vincenti. Vivremo soltanto in un mondo che diventerà ancora più intollerabile. La teoria della decrescita si fonda sulla presa in considerazione della nozione dei limiti, ed in particolare su questa constatazione che non si può avere una crescita materiale infinita in un mondo finito. Di fronte al capitalismo, l'obiettivo non è di ottenere migliori risultati rispetto ai concorrenti restando nello stesso sistema, ma al contrario di uscire da questo sistema. Piuttosto che rientrare nella rivalità mimetica, sono dunque favorevole ad una strategia di rottura. Essere "più forte" degli Stati Uniti, deve significare in primo luogo: essere capaci di opporre loro un altro modello di società e di civilizzazione.

    9) Ho pubblicato numerosi scritti contro il razzismo e contro la xenofobia. Detto ciò, esprimere sul razzismo un giudizio morale non mi interessa. Trovo più proficuo smontare i preconcetti e farne apparire gli errori intellettuali o teorici. Il razzismo è una forma di alter-fobia, cioè di rifiuto di ammettere, non soltanto l'altro, ma la nozione anche di diversità. Ci sono secondo me due forme di razzismo, molto diverse ma convergenti. La prima è quella del razzismo classico, brutale e discriminatorio, che mira a dividere, a predominare, o sradicare gli altri per la sola ragione che sono diversi. La seconda, più sottile, consiste nel non ammettere l’Altro fino a che non sia stato riportato allo “Stesso”. Dire che "gli uomini sono tutti gli stessi", che ci sono "soltanto uomini come gli altri", può sembrare generoso. È effettivamente soltanto un modo di mostrare che si è incapaci di comprendere e riconoscere la diversità. Il punto comune di questi due razzismi è l'allergia alla differenza.


    postato da: RIPENSAREMARX

    ARDITI NON GENDARMI
    Interessante...
    commento giusto due punti:

    decrescita: ritengo che l'idea di fuoriuscire dal sentiero della crescita illimitata capitalistica non debba e non possa essere incompatibile con il realismo dell'autodifesa. Se una comunità si costituisce in termini diversi da quelli sociali capitalistici, essa dovrà in ogni caso difendere la propria esistenza. Per farlo, probabilmente dovrà dotarsi di armi di dissuasione. ciò non significa perseguire ugualmente l'obiettivo capitalistico della crescita illimitata ( che deve essere respinto) o del progresso materiale ( feticcio da abbattere ), ma significa semplicemente che il processo di sviluppo e costituzione comunitaria dovrà confrontarsi con la sua stessa possibilità di sopravvivenza. In tal senso ritengo che la geopolitica, come analisi dei rapporti di forza uniti all'analisi delle diversità nazionali e delle diverse concezioni del mondo espresse dalle potenzie esistenti, può essere compatibile con la decrescita.
    Il discorso è assai complesso, ma vale la pena approfondire.

    2- non sono per nulla d'accordo con De Benoist quando in qualche modo legittima filosoficamente l'esistenza di uno stato ebraico. Egli stesso si ricrede subito dopo chiedendosi se ha senso la formazione di stati etnici. Ebbene la mia risposta è che non ha senso la formazione di stati etnici tanto più quando essi sono a-territoriali. L'idea di riunire tutti gli ebrei del globo in uno stato, quand'anche integrati in altre nazioni politiche, quindi non ebrei, ma italiani, tedeschi, polacchi, statunitensi, argentini, russi etc etc etc , è un'idea folle e pericolosa.
    Ed è qusta la ragione per cui, pur ponendomi sempre da un punto di vista comunitarista ( nel senso greco) osteggio l'idea di creare stati etnici, fondati sulla diversità culturale. Il caso del sionismo, a mio avviso, è filosoficamente viziato al di là e ben prima della persecuzione palestinese ( che ovviamente è poi divenuto il problema principale).

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
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    commento giusto due punti:

    decrescita: ritengo che l'idea di fuoriuscire dal sentiero della crescita illimitata capitalistica non debba e non possa essere incompatibile con il realismo dell'autodifesa. Se una comunità si costituisce in termini diversi da quelli sociali capitalistici, essa dovrà in ogni caso difendere la propria esistenza. Per farlo, probabilmente dovrà dotarsi di armi di dissuasione. ciò non significa perseguire ugualmente l'obiettivo capitalistico della crescita illimitata ( che deve essere respinto) o del progresso materiale ( feticcio da abbattere ), ma significa semplicemente che il processo di sviluppo e costituzione comunitaria dovrà confrontarsi con la sua stessa possibilità di sopravvivenza. In tal senso ritengo che la geopolitica, come analisi dei rapporti di forza uniti all'analisi delle diversità nazionali e delle diverse concezioni del mondo espresse dalle potenzie esistenti, può essere compatibile con la decrescita.
    Il discorso è assai complesso, ma vale la pena approfondire.

    2- non sono per nulla d'accordo con De Benoist quando in qualche modo legittima filosoficamente l'esistenza di uno stato ebraico. Egli stesso si ricrede subito dopo chiedendosi se ha senso la formazione di stati etnici. Ebbene la mia risposta è che non ha senso la formazione di stati etnici tanto più quando essi sono a-territoriali. L'idea di riunire tutti gli ebrei del globo in uno stato, quand'anche integrati in altre nazioni politiche, quindi non ebrei, ma italiani, tedeschi, polacchi, statunitensi, argentini, russi etc etc etc , è un'idea folle e pericolosa.
    Ed è qusta la ragione per cui, pur ponendomi sempre da un punto di vista comunitarista ( nel senso greco) osteggio l'idea di creare stati etnici, fondati sulla diversità culturale. Il caso del sionismo, a mio avviso, è filosoficamente viziato al di là e ben prima della persecuzione palestinese ( che ovviamente è poi divenuto il problema principale).
    Sottoscrivo in toto, tranne l'uso della parola (abuata) geopolitica.

  4. #4
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    NON ESAGERIAMO IN ECLETTISMO (commento di GLG)

    È vero (fino ad un certo punto) che non si deve essere settari; è però deleterio diventare un contenitore di tutto e del contrario di tutto. Premetto che mi riservo di leggere con più attenzione De Benoist, ma già dalla prima scorsa lo vedo non solo divergente, addirittura antitetico. A questo punto, chiederei al più presto una riunione dei “bloggisti” per decidere non una precisa linea (non siamo un partito e non intendo minimamente assumere alcun ruolo di “indicatore” di quest’ultima), ma certo con chi abbiamo intenzione di interagire veramente e con chi polemizzare invece senza più esitazioni. Tesi come la decrescita, come un pacifismo senza ma e senza se, come un Marx semplicemente “umanistico”, non possono a mio avviso essere accettate. Ovviamente, è una opinione mia, ma ho imparato da una lunga lotta di idee che bisogna talvolta usare un certo “settarismo” – in specie quando si travalicano certi limiti per me insormontabili – altrimenti si scade nell’eclettismo e nel “ma-anchismo”. Comunque, non è male avere messo per questa volta un De Benoist; mi piacerebbe però che non diventasse un’abitudine (e non mi riferisco solo a tale autore; senz’altro bravissimo, ma in un contesto teorico e politico che è l’opposto di quello del blog con cui ho deciso due anni fa di collaborare). Ultimamente ho letto troppo cose che fanno proprio a pugni con quanto sostengo. Non vorrei trovarmi nella situazione di quando, nei primi anni ’90, il bravo Prestipino aveva preso la meritoria iniziativa di riunire a Roma redattori e scrittori di alcune riviste richiamantisi al marxismo. Avevo già allora molta voglia di ridiscutere Marx, ma ero invece sempre costretto a stare quasi dalla parte di gente come Pala contro altri (che non cito, per carità “cristiana”), perché non si poteva discutere di Marx, e della necessità di “andare oltre” il suo pensiero, con gente che nemmeno conosceva l’abc di Marx. Prima di discutere, è necessario conoscere ciò di cui si discute. Quindi, mi trovavo a diventare quasi “ortodosso” per disperazione nei confronti di personaggi, di cui non mettevo in dubbio l’intelligenza, ma che su Marx parlavano a vanvera. Non voglio tornare a quella situazione. Quindi, troviamoci a discutere seriamente del “da farsi”.
    glg



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  5. #5
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    SULL’INTERVISTA A DE BENOIST di F. D'Attanasio



    Non conosco bene De Benoist, mi è capitato spesso di leggere suoi articoli ma non ho letto mai approfonditamente un suo scritto che potesse minimamente raccogliere e sintetizzare i punti salienti del suo pensiero; quindi va da sé che le mie considerazioni a riguardo saranno alquanto approssimative. Chiaramente non riesco ad essere d’accordo con le tesi della decrescita che tanta fortuna stanno avendo presso diversi pensatori ma che si stanno diffondendo parecchio anche tra le persone comuni ed i movimenti antisistema. Il motivo fondamentalmente è questo: le tesi della decrescita poggiano su aspetti che secondo i sostenitori di esse sarebbero certezze oramai incontestabili, vale a dire i limiti prevalentemente di carattere naturale (scarsità delle risorse, aumento demografico, inquinamento ecc..) che costituirebbero praticamente una barriera contro la quale la società umana, con questo tipo di sviluppo, andrebbe a collidere con conseguenze disastrose. In questa certezza non mi sembra di scorgere niente di scientifico dato che il concetto di limite se non viene quantificato non ha nessuna rilevanza significativa; non riuscendo a quantificarlo non sappiamo né se effettivamente esista e né soprattutto, nel caso dovesse realmente esistere, quando (in termini temporali) potrà far sentire i suoi effetti. Inoltre si tende a ragionare, in questo ambito, come se le varie problematiche, quali appunto scarsità delle risorse, inquinamento ecc.. dovessero manifestare ognuno gli effetti più deleteri contemporaneamente, come se al fondo di tutto risiedesse una sorta di sincronismo, di sviluppo ineluttabile verso la catastrofe del pianeta. Così come personalmente mi rifiuto di pensare che in un modo o nell’altro il capitalismo dovrà trasformarsi in qualcosa di diverso e migliore (in termini di organizzazione sociale), allo stesso modo mi rifiuto di pensare che stiamo sicuramente sprofondando verso l’abisso. Marx spesso elogiava il modo di produzione capitalistico in quanto esso costituiva un ulteriore stadio dello sviluppo delle società umane, considerandolo una sorta di “anticamera” del socialismo e quindi del comunismo, alla base comunque di una forma di organizzazione sociale che aveva dissolto gli antichi legami feudali, liberando la maggior parte degli uomini dominati da veri e propri rapporti di dipendenza personale dai propri signori; la mia sensazione è che lo stesso Marx considerava i rapporti capitalistici in sé, complessivamente migliori di quelli dalle cui ceneri si erano prodotti, come se al fondo del divenire della realtà e concretezza delle relazioni sociali in cui gli uomini vivono, vigesse una sorta di logica immanente verso la totale liberazione degli uomini stessi da ogni forma di schiavitù, costrizione e bisogno. Ora sinceramente non mi sento di condividere affatto questa visione di Marx, non penso che i rapporti capitalistici siano migliori di quelli feudali, non penso affatto che complessivamente il capitalismo abbia portato gli uomini ad essere più felici ed a vivere più in armonia sia fra di loro che con il resto della natura, sicuramente uno degli aspetti che contraddistingue in maniera peculiare questa realtà sociale rispetto alle precedenti è l’enorme ed impetuoso sviluppo materiale, tecnologico e scientifico. Quindi non vedo nessun processo storico di sviluppo ineluttabile né in una direzione né nell’altra, certo rimane lo schifo che molti di noi, me compreso, provano ogni giorno di fronte alla sopraffazione e all’ingiustizia, ma non si può trasformare, trasponendo, questo nostro sentimento in una verità inscritta nelle dinamiche sociali, il tutto volto quasi ad una forma di auto-consolazione attraverso l’uso migliore (presunto) della ragione. Marx, c’è comunque da dire, riuscì a mettere da parte, a neutralizzare in parte questo atteggiamento elaborando una teoria che astraeva da ogni buon proposito umano, da ogni comunque giusta aspirazione umana, facendo uso di categorie astratte; tutto ciò gli permise sia di non abbandonarsi al catastrofismo evitando così di “predicare” diverse modalità e forme di sviluppo come assolutamente urgenti e sia di distaccarsi dai socialisti utopisti, prefigurando così un certo sviluppo del modo di produzione capitalistico che in sé, in virtù delle sue stesse contraddizioni, avrebbe prodotto le condizioni di possibilità (in termini economici e sociali) del suo superamento. Bisogna abbandonare un certo atteggiamento che è più da testimoni di Geova che da studiosi della società, avvicinarsi di più al metodo insegnatoci da Marx e ripreso comunque da tanti altri studiosi, e tengo a sottolineare metodo il che vuol dire che se anche questo può essere ancora considerato utile, non si può dire altrettanto dell’impianto teorico complessivo marxiano che da esso ne è scaturito, il quale alla luce degli avvenimenti storici possiamo dire debba essere rivisto in molte sue parti. Mi sembrano molto più convincenti le novità introdotte da La Grassa quando propone di spostare l’angolo di visuale dal conflitto capitale-lavoro al conflitto intercapitalistico, anch’io personalmente sono convinto che le lotte dei dominati siano assolutamente subordinate (e quindi non decisive a riguardo delle trasformazioni sociali più determinanti) a quelle tra le varie fazioni dei gruppi dominanti. Quindi diventa decisivo capire anche l’articolazione a livello internazionale dei vari poteri che confliggono per la supremazia, e non si può non vedere come la potenza americana seppure ancora predominante su scala mondiale inizia ad essere fortemente in affanno grazie alla decise politiche strategiche messe in atto da nazioni che hanno tutto l’intento di consolidare e rafforzare la loro appena iniziata fase di ascesa al ruolo di vere e proprie potenze non più marginali sullo scenario internazionale; questa la realtà sacrosanta, se vogliamo continuare a cianciare di comunismo o di altri modelli socio-economici da promuovere e contrapporre a quelli incarnati dagli USA, allora ci ritroveremo, sono sicuro, fra un futuro non molto lontano, a vivere in condizioni peggiori delle attuali con il pericolo che il popolo auspichi, magari alla fine appoggi pure, qualche forza politica che perseguirà obiettivi dai risvolti che potranno, per la stragrande maggioranza del popolo stesso, essere ancor più difficili e dolorosi.
    Altresì non vedo come si possa continuare a parlare di globalizzazione o, peggio ancora, di fine o forte ridimensionamento del ruolo degli stati; possibile che non si capisca che ciò può essere vero in Europa in quanto essa si ritrova classi politiche dirigenti completamente asservite agli USA, ma non è vero per esempio in Russia o Cina? In questi paesi è vero esattamente il contrario, è la sfera politica che pervade il tutto in maniera determinante e che svolge un ruolo affatto secondario rispetto alle istanze economiche e finanziarie, allora sarà forse il caso anche di iniziare a studiare queste formazioni sociali che hanno penso delle caratteristiche peculiari proprie che non si possono così facilmente accomunare a quelle americane, e che rispetto a queste non si pongono in maniera passiva e servile anzi portano avanti il proprio sviluppo in piena autonomia. E mi sembra assolutamente fuori luogo oltre che profondamente ingiusto, avere la pretesa di far capire a questi popoli che lentamente sembra stiano uscendo da uno stato di grande povertà e marginalità dal contesto internazionale, che quel modello di sviluppo che stanno intraprendendo e grazie al quale stanno raggiungendo risultati apprezzabili sotto diversi punti di vista, non è buono ma che porterà alla catastrofe planetaria; noi cosiddetti “occidentali” che beatamente viviamo dei frutti di questo modello già da diversi decenni, dovremmo scrollarci di dosso un po’ di ipocrisia ed egoismo e riconoscere il diritto ad altri di perseguire gli stessi obiettivi in termini di benessere materiale e tenore complessivo di vita.
    E su Marx, in relazione alla risposta numero 7 di Benoist, mi permetto di dire che trovo la sua una interpretazione alquanto originale: non so come e da quali scritti del pensatore di Treviri si possa dedurre la nozione di sistema capitalistico antropologico, questi parlava di feticismo in relazione ai rapporti sociali di produzione e non in generale, e comunque c’è da rilevare che a mio avviso non è certo questo il concetto centrale del suo pensiero, non è dalla teoria del feticismo che fa discendere direttamente le cause del dissolvimento del sistema dei rapporti sociali capitalistici; inoltre ciò che è merce in Marx non è l’uomo in toto ma la sua forza lavoro. Sulla questione del lavoro Marx auspicava la liberazione dal lavoro salariato e non certo liberare il lavoro in quanto esso doveva essere imbrigliato il più possibile in norme e leggi favorevoli alla classe operaia finché vigesse il regime capitalistico; chiaramente ben vengano sviluppi diversi a partire dal suo pensiero (che comunque chiunque può ritenere più o meno condivisibili) però non facciamogli dire cose che, a mio modesto avviso, non ha mai dette.

    21 Febbraio

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  6. #6
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    QUALCHE ALTRO NECESSARIO CHIARIMENTO

    di G. La Grassa
    Confesso che mi era sfuggito – ho letto il testo un po’ di corsa e già forse annoiato dalle pagine precedenti – la risposta n. 7 cui fa obiezioni sacrosante Franco. Se io conosco poco De Benoist, è certo che quest’ultimo sembra non aver mai letto direttamente Marx, ma solo attraverso alcuni scadenti filosofi (e anche qualche sociologo o economista ancor peggiore) che ne hanno trattato senza, a loro volta, averlo letto. C’è ancora qualcuno che vuol polemizzare con Althusser; magari però si leggesse questo autore! Comunque, è anche sufficiente un Lukàcs (al limite quello dell’Ontologia dell’essere sociale). Il concetto centrale in Marx è il modo di produzione in quanto struttura articolata di forze produttive e rapporti sociali di produzione. E poi c’è tutta la teoria del valore, che è una teoria dello sfruttamento, ma non nel senso dell’uso della frusta e di altre costrizioni forzate; è lo sfruttamento di uomini liberi di vendere come merce la propria forza lavoro. Chi non capisce tutta la tematica di Marx circa l’eguaglianza (formale) nel “regno dello scambio” mercantile (altro che la reificazione in base alla merce) e la disuguaglianza (reale) in ambito produttivo, non va a mio avviso preso sul serio; lo si lasci cianciare, giacché c’è libertà di farlo (ed è giusto che sia così, non vi è dubbio), ma non lo si prenda sul serio, dato che non ha mai studiato veramente Marx, non conosce proprio ciò di cui sta parlando. Ci sono tante interpretazioni possibili di Marx (come di qualsiasi autore), ma entro determinati limiti. Che cosa si direbbe se si affermasse che Spinoza è un dualista e ha solo apportato modifiche al dualismo cartesiano? Certuni trattano Marx come fosse un continuatore (“distratto”) della scuola classica; altri come se fosse un “hegeliano di sinistra” o qualcosa del genere. Basta discutere su posizioni ormai così tanto arretrate, sono un insulto all’intelligenza!
    Per il resto concordo pressoché al 100% con quanto scrive Franco, salvo su un punto che credo gli sia sfuggito; il capitalismo è migliore del feudalesimo, non scherziamo. Non c’è bisogno di aderire all’idea di una linea sempre ascendente nelle vicende umane, né ad alcuna forma di determinismo nel pensare lo sbocco dell’evoluzione sociale, che è certo aperta a molte possibilità. Inoltre, credo di essere un critico radicale dell’idea che lo sviluppo del capitalismo contenga in sé la necessità (o anche la semplice possibilità) di una società comunista o della transizione verso quest’ultima. Però, si sta meglio oggi che non nel feudalesimo; e pure rispetto a soltanto cent’anni fa.
    Citerò, per il suo umorismo, Woody Allen. Il secolo che gli piace di più è il ‘700; di questo ama tutto: la musica, l’arte in genere, il tipo di vita (quello delle corti, non credo quello dei “villani”), la stessa foggia di vestire e di coprirsi il capo con parrucche (ancora una volta, i poveracci sono fuori del discorso). Tuttavia, dice Allen, ad un certo punto ricorda che deve andare dal dentista; e allora…..l’intero ‘700 gli sfuma dalla testa ed è contento di essere qui ed ora. Siamo seri: se abbiamo la malinconia di negare, in ogni e qualsiasi modo, ogni forma di progresso, torniamo coerentemente indietro; spingiamoci in lande dove si possa vivere in modo realmente primitivo, quanto meno senza alcun bene prodotto negli ultimi 150 anni. Siamo onesti fino in fondo. Altrimenti, ammettiamo che il capitalismo è un livello di sviluppo dal quale, intanto, non vogliamo arretrare.
    Si “piange” perché non c’è stato progresso morale e civile, ma solo materiale. Sono d’accordo; ma non credo nel ritrovamento della morale e della civiltà tornando alla fame, alle pestilenze, all’assenza di medicinali (prodotti, sissignore, dalle multinazionali, quelle che spesso mettono in commercio prodotti pericolosi per la salute allo scopo di farci lauti profitti), alla chirurgia con coltellacci e sbronze di superalcolici come anestetico, alla scrittura con penna d’oca e inchiostro. No, voglio il benessere “materiale” odierno. Ci sono le multinazionali, c’è la “religione” del profitto. Sono da superare, non c’è dubbio; ma solo se posso stare almeno altrettanto bene. E’ un bene “materiale”? D’accordo, vediamo se si sarà capaci di costruire una società in cui ci sia anche quello morale e civile. E’ una speranza e non una certezza: di quelle certezze predicate dal marxismo e che anch’io, assieme a Franco, critico senza reticenze. Tuttavia, in attesa del possibile (non probabile, solo forse possibile), voglio vivere con le comodità dell’infame capitalismo; e se qualcuno intende togliermele, sono pronto ad ammazzarlo con le mie stesse mani. Così è più chiaro?
    Non nascondo il mio autentico odio per gli “attardati”, quelli che pretendono di farci stare al freddo, di ridurre la media della vita, di farci fare una bella dieta dimagrante, di spezzarci la schiena obbligandoci a zappare l’orto di casa e ad accenderci il fuoco dopo aver tagliato la legna, di ridurci a leggere le favole a torme di bambini davanti al caminetto, ecc. E’ inutile la loro assicurazione che non è questo il loro intendimento. Forse sono anche in buona fede, ma allora sono degli irresponsabili. D’altronde io sono più convinto della massima di Andreotti: a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca quasi sempre. No, io resto convinto che certi individui sono pagati profumatamente per diffondere certe ideologie d’accatto. So che sono i Soros, i Bill Gates, gli Al Gore, la Goldman Sachs, in genere il gruppo Bilderberg, a fornire – non direttamente, per carità; i capitalisti sono furbi, agiscono per vie traverse con molti intermediari, come quelli esistenti tra i pomodori coltivati e raccolti e i negozi in cui li vendono – un bell’alimento (finanziario) a certe tesi che rappresentano il loro “scudo protettivo”.
    Perché anche questo è il modo di avanzare dell’odierna società. Essa presenta un suo largo fronte di sviluppo. Tuttavia, quest’ultimo lascia indietro una certa quota di popolazione; inoltre attraversa momenti di grave crisi (policentrica), in cui il conflitto tra dominanti scassa la società e crea zone e momenti di possibile rottura. Allora, mentre la testuggine di dati gruppi capitalistici avanza e cerca di macinare i suoi nemici (altri gruppi dello stesso tipo), tutto attorno vengono create “cinture protettive”; e fra queste non ci sono solo le tesi apologetiche del capitalismo tout court, ma anche la sua “radicale” critica in quanto società incivile e immorale, dedita al denaro e non allo sviluppo spirituale, e via con tutte le cazzate degli “idealisti spinti”. L’importante – per i capitalisti – è che questi ultimi convincano le minoranze rimaste ancora indietro, dalle quali però, guarda un po’, verranno reclutati e “corrotti” sempre nuovi ideologi che poi entreranno tra le fila di chi appoggia apertamente dati gruppi capitalistici, mentre si creeranno nuove (piccole) schiere di “critici” (di tipo spiritualista) che riprenderanno a predicare l’antimodernismo per ripetere all’infinito lo stesso giochetto. Il lanciafiamme ci vuole per questa gente! Sono i peggiori di tutti; falsi moralisti, falsi ideologi della “rinascita spirituale” contro la “civiltà solo materiale” del capitalismo. Sono mentitori e cattivi; arroganti e presuntuosi. E sempre a farti la morale, brutti “figuri” pagati per impedire che la vera critica anticapitalistica – amante della vita e delle comodità della stessa, nemica dei disagi, della fatica veramente disumana, delle malattie e dei lavori che ti deturpano anche fisicamente – possa riprendere, pur senza le certezze d’antan, una sua nuova strada, che certamente deve andare molto oltre Marx, ma senza predicare una del tutto elitaria (e minoritaria per scelta) “nobiltà dello spirito” contro il “materialismo” di chi vuol vivere bene.
    Quindi, non ho intenzione di nascondere il mio odio per “questi signori”. Preferisco confrontarmi con gli ideologi aperti del capitalismo, quelli per certi versi senza maschera; apologeti, ma privi di falsi moralismi, di finzioni critiche. Diceva il grande Mao che c’è gente che “sventola la bandiera rossa per meglio affossarla”. Lasciamo stare adesso la bandiera rossa, non credo sia più l’epoca di sventolarla; non dico che non lo si dovrà fare mai più, semplicemente non mi sembra che oggi ce ne siano le condizioni. Tuttavia, ci sono quelli che sbandierano un finto anticapitalismo, mettendo lo “spirito” contro la “materia”; sono la nuova versione di quelli di cui parlava Mao. Per me sono i peggiori (non i più pericolosi, per carità). Sono per un verso minoritari quanto “noi”; ma hanno mille rivoli (non grandi) che vengono convogliati verso di loro in tema di pubblicità in internet, nell’editoria, nei giornali (arrivano anche a quelli maggiori, pur con parsimonia). I grandi capitalisti ci sanno fare, sanno sempre con chi hanno a che fare; e sanno che predicare lo “spirito” contro la “materia” è un buon investimento. Naturalmente non cadiamo nel trabocchetto, mettendoci adesso ad opporre la seconda al primo; è quello che si vorrebbe. Semplicemente, impariamo ad ignorare gli “spiritualisti”, gli “idealisti assoluti”; cerchiamo di confrontarci con i punti alti della sociologia e politologia dei gruppi dominanti, quelli apertamente apologetici ma che predicano lo sviluppo; solo che lo vogliono attraverso il mercato (e annessi e connessi). Questi i nostri punti critici di riferimento. Gli altri, ignoriamoli; bastano e avanzano gli organi del capitale ad aprire loro alcuni spazi, quelli che servono per ingannare i gonzi. Vogliamo far parte di questi gonzi? O vogliamo mandare a cagare gli imbonitori (con tutto il rispetto dovuto alla loro “alta intelligenza spirituale”)? Si risponda alla domanda. La mia è data!
    Un caro saluto a tutti da GLG
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  7. #7
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    Credo che l'abbiamo detto già dieci o cento volte: c'è qualcosa nel La Grassa e i suoi amici che viene dal vecchio movimento, proprio quello con cui dice sempre di voler rompere. Penso per esempio al discorso sul sviluppo, sulla potenza, e adesso anche sul benessere materiale. Penso anche alla minima per non dire inesistente attenzione rivolta alle questioni dell'alienazione, la reificazione, il feticismo della merce - cioè tutto il bagaglio teorico della corrente non marxista, ma bensi marxiana.

    Quando La Grassa dice che ci tiene al benessere materiale, è perché non prende in considerazione quel che presuppone questo benessere, cioè una produttività pazzesca, l'insicurezza, il salariato universale, tutto quello che rimanda alla qualità delle relazioni umane.
    A cosa serve la rivoluzione, se non a cambiare le relazioni sociali? Il materialismo sta qui, e non nella difesa del benessere.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Sottoscrivo in toto, tranne l'uso della parola (abuata) geopolitica.

    Mi spiegheresti cosa intendi per geopolitica,visto che sicuramente hai studiato la questione molto più di me nei suoi dettagli. Intendersi sulle parole è fondamentale.
    magari potresti scrivere un pezzetto sintetico per il sito..pensaci

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    Mi spiegheresti cosa intendi per geopolitica,visto che sicuramente hai studiato la questione molto più di me nei suoi dettagli. Intendersi sulle parole è fondamentale.
    magari potresti scrivere un pezzetto sintetico per il sito..pensaci
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