Senza simbolo, senza falce e martello che cosa diventiamo? Analisi e prospettive per una Rifondazione Comunista che cambia profondamente.
da Liberazione del 13/02/2008
Quella che in questa fase si sta approfondendo dentro e fuori Rifondazione è una querelle che tocca in senso forte la politica, sia in quanto “linea politica” che in quanto fisionomia delle forze organizzate incaricate di esprimerla. Per questo capisco Walter De Cesaris quando dice che, se c’è un dissenso di merito, serve fino ad un certo punto recriminare sul metodo e che conviene andare subito al sodo.
Ma, come si sa, le controversie sul metodo sono sempre una spia delle dispute di merito: e a mio parere, nel presente caso, più che di una spia si tratta di un’assordante sirena d’allarme. Quindi, capisco ma non concordo: questa volta, è bene partire dal metodo ovvero dalla contestazione di una lesione alla vita democratica di Rifondazione comunista. E’ vero infatti che – prossimamente – Direzione e Comitato politico del partito si riuniranno e discuteranno. O per meglio dire: più che discutere e esprimersi su una scelta da compiere, dovranno ratificare o meno una scelta già ampiamente praticata, amplificata su organi di stampa e Tv, sostenuta in trattative di vertice con gli interlocutori della sinistra di alternativa, in sedi di partito e in ambito istituzionale. Com’è lontana la democrazia partecipativa! Su materie di estrema delicatezza, che attengono non semplicemente ad un’attitudine politica di fase ma al profilo strategico di Rifondazione comunista, a ridosso di una drammatica crisi di governo che rischia di mettere all’angolo per i prossimi anni a venire il Prc e la sinistra tutta, si è proceduto sin qui senza una decisione formale e impegnativa degli organismi dirigenti; ed essendo inoltre già dentro una congiuntura di forzata eccezionalità , con un congresso rinviato ed una consultazione degli iscritti superata dagli eventi.
Così, il gruppo dirigente ristretto ha condotto consultazioni tra le forze politiche, orientando in splendida libertà il proprio atteggiamento in una determinata direzione. Chi ha dato mandato, ad esempio, di costruire all’interno del condiviso percorso unitario un’asse ultraprivilegiato con Sinistra Democratica e sostenere i veti che essa pone sull’ipotesi di simbolo elettorale comune? Chi o cosa ha impedito di assumere un atteggiamento più risoluto o comunque tale da rendere la suddetta forza politica (peraltro, a tutt’oggi, elettoralmente virtuale) meno pretenziosa, riconducendo i suoi comportamenti alla sua reale ed attuale consistenza? Chi può credere che, nell’ambito di un’aggregazione cui è attribuibile oggi un 10 % di consenso elettorale, la forza politica virtualmente accreditata dello 0,9% possa dettare legge sui due partiti comunisti che, da soli, assommano l’8% dei suffragi? Beninteso, non è in questione la perfetta legittimità delle opinioni altrui, a maggior ragione se si tratta di opinioni professate da miei compagni di strada: se registro questi dati, è per sottolineare che evidentemente nel mio partito qualcuno ha già deciso. Già, ma esattamente, chi? Quale organo del partito? Come è stato rilevato da Ramon Mantovani, può un segretario definire addirittura “irreversibile” una scelta ancora da formalizzare negli organismi dirigenti? Ma qui siamo già a questioni che riguardano il merito.
Al di là del metodo, che significa infatti che la scelta della lista unica della sinistra e del relativo simbolo elettorale è “irreversibile” ? Se le parole hanno un senso, dobbiamo intendere che da qui in avanti, ad ogni scadenza elettorale, di qualsiasi livello si tratti – nazionale o locale – il Prc non sarà più presente in modo autonomo e col suo simbolo, che dunque la falce ed il martello con la scritta Partito comunista e Rifondazione spariranno dalle campagne elettorali, dalla promozione di programmi e candidati. Ritengo che una tale prospettiva renderebbe di fatto l’autonomia del Prc un guscio vuoto, una rimanenza del tutto estrinseca e in progressivo svuotamento di funzioni e potere reale. D’altra parte, ad accrescere le perplessità, sappiamo tutti che vi sono compagni della maggioranza del partito i quali, lungi dallo smentirlo, addirittura hanno auspicato un simile esito ed oggi non perdono occasione per provare ad imprimere una torsione ad hoc in tale direzione (vedi la proposta di una “costituente” della sinistra).
Non è ovviamente un caso che Mussi e Occhetto interpretino la cosiddetta “accelerazione” del percorso unitario come l’esplicita costituzione del “partito unico” della sinistra, una formazione nuova di zecca che finalmente consenta di abbandonare tra le anticaglie gli attuali partiti con i loro simboli. Proprio la perentorietà del loro veto sulla falce e martello conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, che la disputa sui simboli è - qui ed ora - una faccenda dirimente, tutt’altro che astratta o secondaria. Che in Europa e nel mondo esistano partiti comunisti o comunque con una chiara identità di classe i quali – per scelta o per necessità – mantengono simboli diversi dalla falce ed il martello, è cosa nota. Ma qui in Italia, attorno all’identità politica e al simbolo dei comunisti si sta giocando una partita pesante, una partita iniziata diciassette anni fa. Oggi, tale confronto ha come posta la trasformazione di Rifondazione comunista in una forza politica di generica sinistra radicale, in un contesto fortemente segnato dall’involuzione “americanizzante” del quadro politico e dalla connessa semplificazione coatta dell’assetto istituzionale e partitico. Un elemento qualificante dello scenario in questione è appunto la sparizione dei comunisti. Da questo punto di vista, Veltroni e Berlusconi giocano una partita simile: il primo ha a più riprese ribadito di non aver alcun “interesse al fallimento della Cosa rossa” (Il Messaggero, 12-12-07). Il secondo, nello specificare di voler una legge elettorale più vicina al Vassallum che al modello tedesco, precisa di avere “gli stessi interessi (del primo). Quando ho incontrato Veltroni gliel’ho detto: Guarda che io per voi sono il Messia che vi libererà dai comunisti. Come pure abbiamo gli stessi motivi per avversare la nascita di un nuovo centro” (La Stampa, 12-12-07).
Questione nominalistica e di retroguardia? Per carità, non diciamo sciocchezze. Siamo in un contesto segnato da una già gravissima crisi economico-sociale, peraltro destinata per i prossimi mesi ad inasprire ancor più i suoi effetti - una crisi tra le più drammatiche dalla metà del secolo scorso ad oggi. Emblematico in proposito un recente titolo de la Repubblica (del 10-2-08): L’impotenza dei Sette Grandi di fronte all’arrivo della recessione, seguito dalla citazione lapidaria del comunicato finale dei G7: “In tutte le nostre economie la crescita è destinata a rallentare, in conseguenza degli sviluppi economici e finanziari globali”. Questa è la realtà che si apprestano a governare Berlusconi o Veltroni (o forse: Berlusconi e Veltroni) In un simile contesto, è decisivo pervenire ad un quadro politico-istituzion ale complessivamente orientato alla “governabilità”, composto da forze “responsabili” , implicate in una cultura “di governo” e che sempre meno disturbino il manovratore. L’inclusione in tale prospettiva dei partiti comunisti oggi esistenti non sarebbe un risultato da poco.
Anche oggi la “questione comunista” si lega quindi indissolubilmente ad un'altra questione, che torna periodicamente a scuotere i nostri dibattiti e che, qualche tempo fa, un dirigente di lunga esperienza quale è Luigi Vinci descrisse come il problema posto da una peculiare tendenza al “moderatismo”, caratterizzante una parte della sinistra. Questo è il punto; e i fatti recenti parlano chiaro. Stiamo ai più significativi: a piazza del Popolo, a manifestare contro la presenza di Bush a Roma eravamo noi, non Sd; a contestare il protocollo su welfare e pensioni siamo stati noi, non Sd. A scendere in piazza il 20 ottobre dello scorso anno per incalzare il governo e provare a salvarlo da se stesso eravamo noi, non Sd. Dunque sempre e solo noi (accanto a Pdci, Fiom; e, nel caso del 20 ottobre, tanta, tanta gente con le bandiere rosse). Per quale recondita ragione, dunque, l’unità della sinistra di alternativa dovrebbe essere trainata da un rapporto privilegiato tra il Prc e Sd? C’è un’evidente divaricazione tra quel che è pubblicamente visibile e che forma la sensibilità diffusa delle compagne e dei compagni e, d’altro lato, ciò che avviene nelle “segrete stanze”, quelle che ospitano gli incontri al vertice.
Si tratta appunto di questioni squisitamente politiche. Di metodo e di merito.
Bruno Steri




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