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Discussione: COMUNIONE SULLA MANO?

  1. #1
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    COMUNIONE SULLA MANO? ANCHE I MISTICI DICONO DI NO!

    "Una grande istituzione”

    Dopo aver pregato, il Salvatore inse*gnò. Le parole uscivano dalla sua bocca come la luce irraggiante dal fuoco; essa permeava gli Apostoli, a ecce*zione di Giuda. Presa poi la patena con i frammenti di pane, Gesù disse ai convitati: - Prendete e mangiate: questo è il mio Corpo, che sarà dato per voi! - Protese quindi la destra, come per benedire, men*tre così faceva, irradiava da Lui un abba*gliante splendore. Non solo erano lumino*se le sue parole, ma anche il pane posato sulla lingua degli Apostoli, il quale era tutto raggiante. Vidi inoltre gli stessi Apo*stoli radiosi di Luce, a eccezione di Giuda, che divenne tenebroso. Il Nazareno aveva posto il Pane prima sulla lingua di Pietro e poi su quella di Giovanni; quindi aveva fatto segno a Giuda di avvicinarsi. L'Iscariota era stato il ter*zo, al quale Gesù aveva presentato il Sa*cramento; poi gli aveva detto: - Fa' presto quanto vuoi fare! Aveva comunicato quindi gli altri Apo*stoli, che gli si erano avvicinati a due a due".

    (Dalle Rivelazioni della Beata Anna Caterina Emmerich, stimmatizzata agostiniana nata l'8 settembre 1774 e morta il 9 febbraio 1824, volume secondo, pagi*na 107, della Editrice Cantagalli di Siena).



    "In mezzo a continui patimenti, essa nella festa del Corpus Domini ebbe ric*chissime visioni circa la istituzione del santissimo Sacramento... Vidi un quadro dell'istituzione del SS. Sacramento. Il Signore sedeva al centro del lato lungo della tavola; alla sua dritta sedeva Giovanni, alla sua sinistra uno svelto e sottile apostolo, che molto a Giovanni assomigliavasi; presso di lui sedeva Pie*tro, che spesso sporgeva il capo per sopra il suo vicino. Sul principio vidi il Signore ancor per alcun tempo ammaestrare se*dendo. Quindi egli sorse in piedi e gli altri con lui; tutti lo guardavano silenziosi e con una certa curiosità, e stavano intenti a ciò che egli fosse per fare. Vidi allora come sollevasse in alto il piatto su cui posava il pane, e rivolgesse gli occhi al cielo, e quindi con un coltello d'osso percorrendo le linee che solcavano quel pane, lo spez*zasse in bocconi. Lo vidi poi muover la mano dritta sopra quei frammenti come benedicendoli. Mentre ei ciò fece, si diffu*se da lui uscendo un gran splendore, il pane risplendeva, egli stesso era luminoso e come nella luce disciolto, e cotesta luce si diffuse sopra tutti i presenti e sembrava che penetrasse in loro. E tutti divennero silenziosi e raccolti; il solo Giuda vidi oscuro e come se respingesse cotesta luce. Gesù sollevò pure in alto il calice e gli occhi, e lo benedisse allo stesso modo. Non posso trovare altra espressione adatta a rappresentare ciò che in lui succedesse durante cotesta santa cerimonia, fuor quel*la di dire ch'io vedevo e sentivo come egli si trasformasse. Poi il pane ed il calice divennero luce. Vidi che aveva deposto i frammenti sopra la superficie di un piatto, che assomigliavasi ad una patena, e che con la sua dritta distribuiva cotesti bocconi ponendoli in bocca a ciascuno..."

    (Vita della Beata Anna Caterina Emmerich, scritta dal P.C.E. Schmóger della Congregazione del SS. Redentore, volume II, pp. 413-414, Editrice Marietti, Torino 1871).

    "Dobbiamo ricevere la Comunione nel*le mani consacrate?

    L'anima di un sacerdote venne da me e mi disse di pregare per lui, perché doveva soffrire molto. Di più non poté dire; poi sparì. Un'altra anima del Purgatorio mi spiegò in seguito: "Egli deve soffrire mol*to, poiché ha seguito l'uso di distribuire la Comunione nelle mani dei fedeli e perché ha fatto rimuovere i banchi che servivano per ricevere la Comunione in ginocchio. Si potrebbe aiutarlo rimettendo i banchi al loro posto, là dove egli li fece togliere, ed esortando coloro che furono abituati da lui a ricevere la Comunione nelle mani a non farla più così". Parlai con il Decano del posto, che ebbe molta comprensione. Disse: "Non sono stato io ad introdurre l'uso della Comunio*ne in mano. Per quanto riguarda i banchi, posso tentare di soddisfare questo deside*rio, ma devo lasciare che decidano i sacer*doti del luogo". Parecchie volte venne l'anima di un altro sacerdote, lamentandosi che soffriva moltissimo, poiché aveva rimosso i banchi in chiesa, costringendo il popolo a riceve*re la Comunione in piedi. Da ciò si capisce che qualcosa qui non funziona. È vero: il Papa ha permesso di ricevere la Comunio*ne anche in piedi. Chi però desidera ingi*nocchiarsi, deve avere la possibilità di farlo. Così vuole il Papa, e noi possiamo pretendere ciò da ogni sacerdote. Se un sacerdote, o un vescovo, sapesse qual è la sua grande responsabilità nell'in*trodurre l'uso della comunione in mano, non lo farebbe certamente, e non lo per*metterebbe..."

    (Maria Simma, Le anime del Purgatorio mi hanno detto..., pp. 150-151, Editrice Dielle, Messina 1975).



    "Più volte querelossi grandemente il Signore con la sua serva del grave dolore che gli cagionavano in cuore le sco*stumatezze del Clero di allora. Egli, ram*mentando quelle singolarissime grazie con cui arricchir volle coloro, i quali si consa*cravano al suo santuario, le disse: "Vedi, mia figlia, io sono come colui, il quale partendo da questa vita, lascia agli amici suoi l'oggetto più prezioso dei suoi averi. Così ai miei ministri, che ho prescelti a preferenza degli Angeli e degli uomini, nel dividermi da questo mondo ho rimesso ciò che avevo di più caro e lasciato loro cinque doni: la fede è il primo, il secondo la consegna delle due chiavi del cielo e della terra, il terzo è la virtù di trasformare in un angelo un nemico di Dio, il quarto è il potere di consacrare il mio Corpo, ciò che a nessun Angelo è concesso, il quinto è il privilegio di poter toccare con le proprie mani la Carne mia purissima..."

    (Suor Maria Bernardina dell'Ordine del*le Cappuccine, Vita di S. Brigida di Sve*zia, pagina 280, Venezia 1890).



    "Nell'assunzione di questo Sacramento (l'Eucaristia) fu sempre costume nella Chiesa di Dio che i laici ricevessero la comunione dai Sacerdoti e i Sacerdoti celebranti invece comunicassero se stessi, costume che con ogni ragione deve rite*nersi come proveniente dalla Tradizione apostolica" (Concilio di Trento, Decreto sull'Eucaristia, sessione XIII D.-B. 881).

    p. Vittorio Luchetti
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

  2. #2
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    Predefinito Rif: COMUNIONE SULLA MANO?

    A PROPOSITO DELLA COMUNIONE SULLA MANO
    (6/96)



    Chi oserebbe contestare che la preparazione culturale, e quindi la consapevolezza e la capacità di giudizio degli uomini moderni è decisamente migliorata rispetto ai tempi bui dell'antichità? Non è questo che ci insegnano in ogni occasione? Ed allora, nessuno certo si stupirà se noi, forti di questa nostra migliore capacità di giudizio, consideriamo che perfino gli opuscoli diffusi nelle parrocchie a cura dell'autorità ecclesiastica siano pari a qualunque altro documento ufficiale della Chiesa, soprattutto quando in essi si fa riferimento esplicito alle disposizioni della CEI (3 dicembre 1989).
    È questo il caso di un opuscolo diffuso nelle parrocchie della Diocesi di Torino con il quale si spiega, in modo particolareggiato, come fare "a ricevere la Comunione sulla mano".
    Ovviamente, vi è anche un lungo pistolotto che ha la pretesa di fornire delle giustificazioni per questa novità che certo non tocca una verità di fede, ma che ha molto a che fare col sacrilegio. Ma, andiamo con ordine.

    Innanzi tutto, sul frontespizio, abbiamo ritrovato il testo, piú volte citato, di Cirillo di Gerusalemme. Per chi non lo sapesse, si tratta di un antico testo che unanimamente si riconosce non attribuibile a San Cirillo, bensí, con tutta probabilità, al vescovo pelagiano Giovanni. Ma, sulla questione rimandiamo ad un'altra parte di questo notiziario, ove viene riprodotto un articolo che chiarisce il problema a sufficienza.
    Veniamo adesso al pistolotto.

    Questa fede della Chiesa riguardo all'Eucaristia non cambia nei secoli. Ma, la manifestazione esterna di questa profonda fede, può cambiare in relazione ai tempi e alla cultura dei fedeli.
    Ci sembra proprio che qui stia scritto che una cosa è la fede della Chiesa e dei fedeli, altra cosa è la conduzione di vita che la Chiesa e i fedeli mantengono: la fede è qualcosa di "intellettuale" e di "concettuale" che mantiene un rapporto di dipendenza rispetto ai tempi e alle culture: cosí che sono la cultura e i tempi a dire alla fede come deve manifestarsi.
    Se non andiamo errati, una volta la Chiesa insegnava che era la fede a dover informare la cultura e i tempi, e non viceversa: tanto che ci si doveva sforzare di diventare dei buoni cristiani, cioè di vivere in conformità alla fede. Il che non significava altro che era la fede a far sí che una data cultura fosse quella e non altra e un certo tempo fosse quello e non altro: cultura della fede, tempo della fede.
    D'altronde, quando non è cosí, l'alternativa è qualcosa di contrario alla fede. Se per esempio la cultura e i tempi inducessero i fedeli a considerare piú idoneo l'uso delle motorette per spostarsi in chiesa, per cui si renderebbe necessaria la costruzione di nuove chiese ad hoc, come farebbe la gerarchia cattolica a dire che non è possibile dopo aver affermato che la "manifestazione della fede può cambiare in relazione alla cultura"?


    Ne è un esempio [dei cambiamenti in "relazione ai tempi e alla cultura dei fedeli"] il modo di ricevere la Comunione. Invece d'inginocchiarsi alla balàustra, come si faceva fino a pochi anni fa, oggi si va processionalmente all'altare e si riceve in piedi il pane eucaristico.
    Potenza della "comunicazione". Cioè come dire una bugia senza darlo a capire.
    Di grazia, quando mai non ci si inginocchia piú alla balaustra in forza dei tempi e della cultura? Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi! Ma se lo sanno tutti che questo nuovo modo di ricevere la Comunione è stato "imposto" dai soloni del modernismo clericale! Anzi, i fedeli, or sono parecchi anni (e non "pochi anni"), non riuscivano a comprenderne il perché. Oggi, dopo decenni di condizionamento palese e occulto, durante i quali i pulpiti (si fa per dire) hanno tuonato contro le resistenze superstiziose dei nostri padri, ci si viene a raccontare e ci si vorrebbe far credere che non ci si inginocchia piú perché cosí ha voluto la "cultura dei fedeli"!
    Ci vuole una bella faccia tosta!
    Si dice anche che oggi si va processionalmente all'altare.
    Attenti, cari amici ingenui che ancora credete nella buona fede di questi preti che sono diventati peggio dei fustigatori di Nostro Signore. Quando mai oggi si va "processionalmente all'altare"? Al massimo si va processionalmente (anche questo un termine ad effetto del tutto gratuito e di fatto improprio) fin dove sta il "tipo" o la "tipa" che distribuisce le Ostie. Perché allora scrivere cosí? Semplice, perché qualcuno sta già pensando di costruire una nuova "modificazione culturale", in base alla quale si può andare e venire dall'altare a proprio piacimento, magari per dire la Messa.
    Esagerazioni? Siamo noi che vediamo anche quello che non c'è? Attenti! Era proprio cosí che si diceva qualche decennio fa e guardate adesso come siamo ridotti!

    Per quasi mille anni i cristiani, durante la Messa, ricevevano la Comunione sulla mano e mettevano poi in bocca il pane consacrato.
    Era inevitabile il richiamo del "ritorno alle origini"; è questo un motivo che non manca mai nelle esposizioni dei modernisti: facciamo di nuovo come facevano i primi cristiani, ritorniamo alle usanze piú "semplici" di "un tempo", rigettiamo tutte le "sovrastrutture" sopraggiunte col tempo per volontà del potere clericale. Già Lutero parlava cosí, e poi gli atei, e oggi sono i modernisti che pensano e parlano in questo modo.
    Certo, noi siamo un po' ignoranti, non abbiamo studiato come i modernisti, non siamo dei liturgisti, ma nella nostra semplicità ci si consentirà di fare qualche piccola considerazione storica.
    Se ci si richiama alle forme liturgiche dei primi "mille anni", come mai allora non si parla anche di ripristinare il "velo" davanti all'altare, cosí da tornare a separare il celebrante dai fedeli, e da effettuare la consacrazione al coperto dagli sguardi di tutti? In Oriente è ancora in uso l'iconòstasi, come lo era un tempo anche in Occidente.
    È solo un esempio, se ne potrebbero fare tanti altri. Ma è utile ricordare certe cose, perché cosí è piú facile comprendere come i richiami all'antico vengano fatti solo a senso unico, ad uso e consumo della concezione modernista della fede e della dottrina cristiana.
    Dall'esempio da noi proposto si può facilmente comprendere come un ritorno all'antica forma dell'altare, e all'antica modalità della consacrazione, sconvolgerebbe i piani "innovativi" dei modernisti, che mirano solo all'abolizione dell'altare (che ormai chiamano "mensa"), in contrasto con i duemila anni di liturgia della Chiesa universale, d'Oriente e d'Occidente, ma, per contro, in perfetta rispondenza con le personali "vedute" di Lutero e compagni.
    Altro che "ritorno alle origini"!
    Per ciò che riguarda, poi, la veridicità di questi richiami "a come facevano i cristiani di un tempo", rimandiamo all'articolo sull'Archeologia liturgica, in altra parte del presente notiziario, cosí che si possa valutare appieno il valore "scientifico" di certe pretese.

    Da questa data (3.12.89) i fedeli sono liberi di scegliere personalmente tra il ricevere la Comunione sulla lingua o il ricerverla in mano.
    Potenza della libertà!
    Ci si chiede: in base a che cosa i fedeli sono liberi di scegliere questo o quel modo di ricevere la Comunione. Il testo non lo dice (come al solito!), ma par di capire che la scelta verrà fatta in base alla cultura del fedele. Ora, qualcuno ci dovrebbe spiegare in che cosa consista, praticamente e realmente, la cultura della lingua e la cultura della mano, e qual è la differenza tra le due culture.
    In realtà, non di queste facezie assurde si tratta, bensí della necessità di instaurare un processo di personalizzazione dei comportamenti liturgici, di modo che ognuno, alla fine, possa fare come gli pare, in questa come in altre occasioni.
    Esagerazioni? Noi che apparteniamo allo stuolo dei semplici fedeli siamo portati a pensare che vi debba essere un modo piú corretto e piú giusto di un altro per ricevere la Comunione, e, consapevoli della nostra limitatezza, chiediamo alla Chiesa quale sia questo modo piú giusto. E cosa ci risponde la Chiesa? Fate voi! Che bel modo di fare magistero!
    E allora? Allora me la sbrigo io. "Secondo me" è piú giusto cosí!
    E via, con l'esaltazione dell'individualità, con le divisioni e le diatribe, con le gare a chi è piú bravo. È cosí che fanno i Protestanti, che sono infatti spezzettati in miriadi di congrege, di chiesucole e di sette.

    Questa possibilità di ricevere la Comunione sulla mano può essere un'occasione per aumentare in tutti i fedeli la consapevolezza della loro dignità in quanto membri del Corpo mistico di Cristo…
    Parole magiche: "aumentare la consapevolezza". Come dire che ricevendo la Comunione sulla lingua è inevitabile che si perda un'occasione di consapevolezza.
    C'è proprio da chiedersi che razza di materia grigia alberghi in certi cervelli. Ma, di grazia, come si fa ad affermare insulsaggini del genere. O forse si è convinti che, in un prossimo futuro, per aumentare ulteriormente questa consapevolezza sarà magari opportuno portarsi a casa un "pezzo" del Santissimo Sacramento piuttosto che adorarlo in chiesa?
    E non ci si venga a dire che a tutto c'è un limite, perché prima si è partiti affermando che l'unica misura valida è l'insieme dei tempi e della cultura dei fedeli. Delle due l'una.

    D'altra parte la lingua non è piú santa delle mani: l'intera persona è santa, nessuna parte di essa è piú santa di un'altra.
    Questa perla posta a conclusione del pistolotto è la riprova che quando ci si incammina "a corpo libero" lungo una strada accidentata si finisce sempre per inciampare e cadere.
    A quando la Comunione in polvere aspirata con la cannuccia? O si vorrà forse un giorno impedire al santo naso di fare anch'esso la sua parte?
    Viene da chiedersi se cose del genere le scrivano proprio dei preti!

    Ciò che veramente importa è che la Comunione venga sempre ricevuta con grande fede, rispetto e impegno.
    Ed eccoci finalmente alla fine del pistolotto. Non importa assolutamente niente del modo in cui si riceve la Comunione, la cosa veramente importante è che la si riceva con "fede, rispetto e impegno".
    Bene per la fede, senza la quale ricevere la Comunione sarebbe veramente una vera e propria blasfemia e condurrebbe diritto diritto all'inferno (dove vanno a finire anche coloro che non ci credono); ma davvero la Comunione non si riceve con atteggiamento di adorazione?
    No, sembra proprio che l'estensore del pistolotto non ne sappia assolutamente niente. Per lui ciò che conta "veramente" e il rispetto e l'impegno. Cioè due di quelle categorie etiche buone per tutte le occasioni e delle quali oggigiorno si usa e si abusa talmente che non v'è niente di piú insignificante e di piú onnivalente del "rispetto" e dell'"impegno".
    Per quanto ci riguarda, facciamo solo notare che l'assunsione dell'Ostia consacrata è l'atto rituale per eccellenza della partecipazione umana alla Persona ed alla Volontà di Dio. Atto che solo in via secondaria implica la consapevolezza umana, poiché esso è principalmente un atto divino, da Dio predisposto, da Lui espressamente voluto per la nostra salvezza, e in cui è Lui il solo ad agire.
    Il credente è oggetto della volontà di Dio e docile strumento della Sua azione: è per questo che la Chiesa si è sempre preoccupata di esprimere nella maniera piú chiara e piú convincente, con i mezzi, con i gesti e con i comportamenti piú incisivi e coinvolgenti, che fra Dio e l'uomo vi è una distanza incommensurabile; che a fronte della infinità di Dio sta la infima piccolezza dell'uomo; che all'incontro della magnificenza della Sua Grazia unilaterale e gratuita va la miseria e la caducità dell'anima umana bisognosa del Suo Amore.
    Diceva l'Apostolo: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesú» (Filippesi, 2, 5); e S. S. Pio XII ricordava come da tutti i cristiani si esige di riprodurre in sé stessi: «…l'umile sottomissione dello spirito, cioé, l'adorazione, l'onore, la lode e il ringraziamento alla somma Maestà di Dio; richiede, inoltre, di riprodurre in sé stessi le condizioni della vittima; l'abnegazione di sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo esercizio della penitenza, il dolore e l'espiazione dei propri peccati. Esige, in una parola, la nostra mistica morte in Croce col Cristo, in modo da poter dire con Paolo: sono confitto con Cristo in Croce (Galati, 2, 19)» (Mediator Dei, parte seconda, II, § 2).

    Questo bisognerebbe re-insegnare ai fedeli, altro che i luoghi comuni del rispetto e dell'impegno, semmai questi ne deriveranno come automatica conseguenza di un sentire piú profondo, che non necessariamente (soprattutto per i piú) passa attraverso chissà quale consapevolezza intellettiva.
    Abbiamo bisogno di vivere la fede, nella maniera piú rispondente possibile, non ci serve affatto raziocinare su ogni momento del nostro rivolgerci a Dio. Ma soprattutto abbiamo bisogno di mezzi, di gesti e di comportamenti che ci aiutino a rivolgerci a Dio nella maniera piœ corretta, secondo la Sua Volontˆ, non secondo la nostra. Mezzi, gesti e comportamenti che ci "lascino il segno", dentro: nella mente e nel cuore, nei nervi e nelle ossa; che ci richiamino prepotentemente al dovere ineludibile di guardare oltre questo mondo, di sperare con fede nella Carità divina, senza la quale non siamo nient'altro che pura presunzione ed illusione umana: un puro niente.
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

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    Predefinito ARCHEOLOGITE LITURGICA - SACRILEGIO DILAGANTE

    San Cirillo di Gerusalemme e la Comunione sulla mano

    [A proposito della questione relativa alla cosiddetta "Comunione sulla mano",
    riproduciamo un articolo del R. P. Giuseppe Pace, S. B. D.,
    pubblicato nel n° di gennaio 1990 del periodico Chiesa Viva
    (Editrice Civiltà, via Galileo Galilei, 121, 25123 Brescia).]


    La ghianda è una quercia in potenza; la quercia è una ghianda divenuta perfetta. Il ritornare ghianda per una quercia, posto che lo potesse senza morire, sarebbe un regredire. Per questo nella Mediator Dei (n. 51) Pio XII condannava l'archeologismo liturgico come antiliturgico con queste parole: «… non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi, ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per mutate circostanze. Questo modo di pensare e di agire, difatti, fa rivivere l'eccessivo ed insano archeologismo suscitato dall'illegittimo concilio di Pistoia, e si sforza di ripristinare i molteplici errori che furono le premesse di quel conciliabolo e ne seguirono, con grande danno delle anime, e che la Chiesa, vigilante custode del Depositum Fidei affidatole dal suo divin Fondatore, a buon diritto condannò».

    Di una tale ossessione morbosa - di archeologite - sono preda quei pseudoliturgisti che stanno desolando la Chiesa in nome del Concilio Vaticano II; pseudoliturgisti che talora giungono al punto di spingere con l'esortazione e con l'esempio i loro sudditi a violare quelle poche leggi sane che ancora sopravvivono, e da loro stessi formalmente promulgate o confermate.
    Sintomatico a questo riguardo è il caso del rito della Santa Comunione. Qualche vescovo infatti, dopo aver proclamato che il rito tradizionale, di collocare le sacre Specie sulle labbra del comunicando, è tuttora in vigore, permette tuttavia che si distribuisca la santa Comunione in cestelli che si passano i fedeli dalla mano dell'uno a quella dell'altro; o lui stesso depone le sacre Specie nelle mani nude - e sempre pulite? - del comunicando. Se si vuole convincere i fedeli che la santissima Eucarestia non è che del pane comune, magari anche benedetto, per una refezioncella simbolica, certo si è imbroccata la via piú diretta: quella del sacrilegio.
    I fautori della Comunione in mano fanno appello a quell'archeologismo pseduoliturgico condannato apertis verbis da Pio XII. Dicono infatti e ripetono che in tal modo la si deve ricevere, perché in tal modo si è fatto in tutta la Chiesa, sia in Oriente che in Occidente dalle origini in poi per mille anni.
    È vero e certo che dalle origini in poi per quasi duemila anni i comunicandi dovevano astenersi da qualsiasi cibo e bevanda, dalla vigilia fino al momento della santa Comunione, in preparazione alla medesima. Perché quelli dell'archeologite non restaurano un tale digiuno eucaristico? che certamente contribuirebbe non poco a mantenere vivo nella mente dei comunicandi il pensiero della santa Comunione imminente, e a disporveli meglio.
    È invece certamente falso che dalle origini in poi per mille anni ci sia stata in tutta la Chiesa, in Oriente e in Occidente, la consuetudine di deporre le sacre Specie nelle mani del fedele.

    Il cavallo di battaglia di quei pesudoliturgisti è il seguente brano delle Catechesi mistagogiche attribuite a san Cirillo di Gerusalemme:
    «Adiens igitur, ne expansis manuum volis, neque disiunctis digitis accede; sed sinistram velut thronum subiiciens, utpote Regem suscepturæ: et concava manu suscipe corpus Christi, respondens Amen». (Andando quindi [alla Comunione] accostati non con le palme delle mani aperte, né con le dita disgiunte; ma tenendo la sinistra a guisa di trono sotto a quella che sta per accogliere il Re; e con la destra concava ricevi il corpo del Cristo, rispondendo Amen).
    Giunti a questo Amen, si fermano; ma le Catechesi mistagogiche non si fermano lí, ed aggiungono:
    «Postquam autem caute oculos tuos sancti corporis contactu santificaveris, illud percipe… Tum vero post communionem corporis Christi, accede et ad sanguinis poculum: non extendens manus; sed pronus [in greco: 'allà kùpton, che il Bellarmino traduce genu flexo], et adorationis ac venerationis in modum, dicens Amen, sancticeris, ex sanguine Christi quoque sumens. Et cum adhuc labiis tuis adbaeret ex eo mador, manibus attingens, et oculos et frontem et reliquos sensus sanctifica… A communione ne vos abscindite; neque propter peccatorum inquinamentum sacris istis et spiritualibus defraudate mysteriis». (Dopo che tu con cautela abbia santificato i tuoi occhi mettendoli a contatto con il corpo del Cristo, accostati anche al calice del sangue: non tenendo le mani distese; ma prono e in modo da esprimere sensi di adorazione e venerazione, dicendo Amen, ti santificherai, prendendo anche del sangue del Cristo. E mentre hai ancora le labbra inumidite da quello, toccati le mani, e poi con esse santifica i tuoi occhi, la fronte e tutti gli altri sensi… Dalla comunione non staccatevi; né privatevi di questi sacri e spirituali misteri neppure se inquinati dai peccati). (P. G. XXXIII, coll. 1123-1126).

    Chi potrà sostenere che un tale rito fosse sia pure un po' meno che per mille anni consueto nella Chiesa universale? E come conciliare un tale rito, secondo il quale è ammesso alla santa Comunione anche chi è inquinato di peccati, con la consuetudine certamente universale sin dalle origini che proibiva la santa Comunione a chi non era santo?: «Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem seipsum homo: et sic de pane illo edat, et de calice bibat. Qui enim manducat et bibit indigne, indicum, sibi manducat et bibit non diiudicans corpus Domini». (Perciò chiunque abbia mangiato di questo pane e bevuto del calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Si esamini dunque ognuno: e cosí [trovatosi senza peccati gravi] di quel pane si cibi e di quel calice beva. Colui infatti che ne mangia e ne beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna, non discernendo il corpo del Signore ). (I Corinti, 11, 27-29).

    Un tal stravangante rito della Santa Comunione, la cui descrizione si conchiude con l'esortazione di fare la santa Comunione anche se inquinati di peccati, non fu certo predicato da San Cirillo nella Chiesa di Gerusalemme, né poté essere lecito in qualsivoglia altra Chiesa. Si tratta infatti di un rito dovuto alla fantasia, oscillante tra il fanatismo e il sacrilego, dell'autore delle Costituzioni Apostoliche: un anonimo Siriano, divoratore di libri, scrittore instancabile, che riversa nei suoi scritti, indigerite e contaminate dai parti della sua fantasia, gran parte di quelle sue stesse letture; che al libro VIII di dette Costituzioni apostoliche, aggiunge, attribuendo a san Clemente Papa, 85 Canoni degli Apostoli; canoni che Papa Gelasio I, nel Concilio di Roma del 494, dichiarò apocrifi: «Liber qui appellatur Canones Apostolorum, apocryfus (P. L., LIX, col. 163).
    La descrizione di quel rito stravagante, se non necessariamente sempre sacrilego, entrò nelle Catechesi mistagogiche per opera di un successore di san Cirillo, che i piú ritengono sia il vescovo Giovanni, cripto-ariano, origeniano e pelagiano; e perciò contestato da sant'Epifanio, da san Gerolamo e sant'Agostino.
    Come può il Leclercq affermare che: «… nous devons y voir [in detto rito stravagante] une exacte représentation de l'usage des grandes Eglises de Syrie»? Non lo può affermare che contraddicendosi, dato che poco prima afferma trattarsi di: «… une liturgie de fantasie. Elle ne procède et elle n'est destinée qu'à distraire son auteur; ce n'est pas une liturgie normale, officielle, appartenant à une Eglise déterminée» (Dictionaire de Archeologie chretienne et de Liturgie, vol. III, parte II, col. 2749-2750).

    Abbiamo invece delle testimonianze certe della consuetudine contraria, e cioè della consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando, e della proibizione ai laici di toccare dette sacre Specie con le proprie mani. Solo in caso di necessità e in tempo di persecuzione, ci assicura san Basilio, si poteva derogare da detta norma, ed era concesso ai laici di comunicarsi con le proprie mani (P. G., XXXII, coll. 483-486).
    Non intendiamo, è chiaro, passare in rassegna tutte le testimonianze invocate a dimostrare che nell'antichità vigeva la consuetudine di deporre le sacre Specie sulle labbra del comunicando laico; ne indichiamo solo alcune sintomatiche, e peraltro sufficienti a smentire quanti affermano che per mille anni nella Chiesa universale, sia d'Oriente che d'Occidente, fu consuetudine deporre le sacre Specie nelle mani dei laici.
    Sant'Eutichiano, Papa dal 275 al 283, a che non abbiano a toccarle con le mani, proibisce ai laici di portare le sacre Specie agli ammalati: «Nullus præsumat tradere communionem laico vel femminæ ad deferendum infirmo» (Nessuno osi consegnare la comunione ad un laico o ad una donna per portarla ad un infermo) (P. L., V, coll. 163-168).
    San Gregorio Magno narra che sant'Agapito, Papa dal 535 al 536, durante i pochi mesi del suo pontificato, recatosi a Costantinopoli, guarí un sordomuto all'atto in cui «ei dominicum Corpus in os mitteret» (gli metteva in bocca il Corpo del Signore) (Dialoghi, III, 3).
    Questo per l'Oriente; e per l'Occidente, si sa ed è indubitabile che lo stesso san Gregorio Magno amministrava in tal modo la santa Comunione ai laici.
    Già prima il Concilio di Saragozza, nel 380, aveva lanciato la scomunica contro coloro che si fossero permessi di trattare la santissima Eucarestia come se si fosse in tempo di persecuzione, tempo nel quale anche i laici potevano trovarsi nella necessità di toccarla con le proprie mani (SAENZ DE AGUIRRE, Notitia Conciliorum Hispaniæ, Salamanca, 1686, pag. 495).
    Innovatori indisciplinati non mancavano certo neppure anticamente. Il che indusse l'autorità ecclesiastica a richiamarli all'ordine. Cosí fece il Concilio di Rouen, verso il 650, proibendo al ministro dell'Eucarestia di deporre le sacre Specie sulla mano del comunicando laico: «[Presbyter] illud etiam attendat ut eos [fideles] propria manu communicet, nulli autem laico aut fœminæ Eucharistiam in manibus ponat, sed tantum in os eius cum his verbis ponat: "Corpus Domini et sanguis prosit tibi in remissionem peccatorum et ad vitam æternam". Si quis hæc transgressus fuerit, quia Deum omnipotentem comtemnit, et quantum in ipso est inhonorat, ab altari removeatur» ([Il presbitero] baderà anche a questo: a comunicare [i fedeli] di propria mano; a nessun laico o donna deponga l'Eucarestia nelle mani, ma solo sulle labbra, con queste parole: "Il corpo e il sangue del Signore ti giovino per la remissione dei peccati e per la vita eterna". Chiunque avrà trasgredito tali norme, disprezzato quindi Iddio onnipotente e per quanto sta in lui lo avrà disonorato, venga rimosso dall'altare). (Mansi, vol. X, coll. 1099-1100).
    Per contro gli Ariani, per dimostrare che non credevano nella divinità di Gesú, e che ritenevano l'Eucarestia come pane puramente simbolico, si comunicavano stando in piedi e toccando con le proprie mani le sacre Specie. Non per nulla sant'Atanasio poté parlare dell'apostasia ariana (P. G., vol. XXIV, col. 9 ss.).

    Non si nega che sia stato permesso ai laici di toccare talora le sacre Specie, in certi casi particolari, o anche in alcune Chiese particolari, per qualche tempo. Ma si nega che tale sia stata la consuetudine della Chiesa sia in Oriente che in Occidente per mille anni; e piú falso ancor affermare che si dovrebbe fare cosí tuttora. Anche nel culto dovuto alla santissima Eucarestia è avvenuto un sapiente progresso, analogo a quello avvenuto nel campo dogmatico (con il quale non ha nulla a che fare la teologia modernista della morte di Dio).
    Detto progresso liturgico rese universale l'uso di inginocchiarsi in atto di adorazione, e quindi l'uso dell'inginocchiatoio; l'uso di coprire la balaustra di candida tovaglia, l'uso della patena, talora anche di una torcia accesa; e poi la pratica di fare almeno un quarto d'ora di ringraziamento personale. Abolire tutto ciò non è incrementare il culto dovuto a Dio nella santissima Eucarestia, e la fede e la santificazione dei fedeli, ma è servire il demonio.
    Quando san Tommaso (Summa Theologica, III, q. 82, a 3) espone i motivi che vietano ai laici di toccare le sacre Specie, non parla di un rito di recente invenzione, ma di una consuetudine liturgica antica come la Chiesa. Ben a ragione il Concilio di Trento non solo poté affermare che nella Chiesa di Dio fu consuetudine costante che i laici ricevevano la Comunione dai sacerdoti, mentre i sacerdoti si comunicavano da sé; ma addirittura che tale consuetudine è di origine apostolica (Denzinger, 881). Ecco perché la troviamo prescritta nel Catechismo di san Pio X (Questioni 642-645). Ora tale norma non è stata abrogata: nel Nuovo Messale Romano, all'articolo 117, si legge che il comunicando tenens patenam sub ore, sacramentum accipit (tenendo la patena sotto la bocca, prenda il sacramento).
    Dopo di che non si riesce a capire come mai gli stessi promulgatori di tanto sapiente norma, ne vadano dispensando le diocesi una dopo l'altra. Il semplice fedele di fronte a tanta incoerenza, non può che concepire una grande indifferenza nei riguardi delle leggi ecclesiastiche liturgiche e non liturgiche.
    Ultima modifica di AgnusDei; 02-04-10 alle 21:18
    "Non c'è amore più grande di chi dona la vita per gli amici" (Gv 15,13)

  4. #4
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    Predefinito Rif: COMUNIONE SULLA MANO?

    io la piglio nelle mani, cosi mi hanno insegnato e io lo trovo giusto è più igienico che prendersi i diti in bocca dal prete.

  5. #5
    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Rif: COMUNIONE SULLA MANO?

    I rischi di degenerazione e oltraggio dal Costarica...

    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  6. #6
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    Predefinito Rif: COMUNIONE SULLA MANO?

    Sulla lingua e non sulle mani: ecco il modo più corretto per prendere la Comunione

    di Don Marcello Stanzione*

    PETRUS - Il quotidiano online sull'Apostolato di Benedetto XVI

    CITTA’ DEL VATICANO - Sono nato nel 1963, sono entrato in seminario nel 1983 e sono stato ordinato sacerdote nel 1990. La mia formazione teologica non è stata assolutamente “conservatrice” o “preconciliare”, ma fin da ragazzo ho sentito istintivamente un senso di disagio nel dare o ricevere la Santa Comunione sulla mano. Poche sere fa, insieme al Direttore Gianluca Barile, ho avuto modo di discutere dell’argomento a cena con il Cardinale Francis Arinze, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, che si è detto assolutamente contrario all’amministrazione della particola sulla mano.

    Attraverso i secoli, illustri teologi e grandi mistici ci hanno insegnato che la Santa Eucarestia è veramente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Gesù Cristo. I Padri del Concilio di Trento definirono il Divino Sacramento con precisione e cura, San Tommaso d’Aquino ci ha insegnato che, al di là della venerazione verso questo Sacramento, toccare ed amministrare il Sacramento spetta solo al sacerdote o al diacono. Per secoli, i genitori cattolici, a casa, così come le suore docenti a scuola e le catechiste in parrocchia, hanno insegnato che era sacrilegio per chiunque toccare l’Ostia Santa, tranne che per il sacerdote o il diacono. Attraverso i secoli, i Papi, i vescovi, i preti ci hanno insegnato la stessa cosa, non tanto con le parole, ma con l’esempio, specialmente con la celebrazione della Messa secondo il rito di San Pio V, in cui c’era, in ogni gesto che il sacerdote faceva, profondo rispetto per il Divino Sacramento, in quanto vero Corpo di Cristo. Dunque, l’introduzione della Comunione sulla mano dimostra un’inosservanza di quanto i nostri Padri, lungo i secoli, ci hanno insegnato.

    E benché questa pratica sia stata introdotta ed erroneamente presentata come uno sviluppo liturgico autentico del Concilio Vaticano II, in realtà la Comunione sulla mano non solo non è uno sviluppo liturgico autentico ordinato dal Concilio Vaticano II, ma mostra disobbedienza e disprezzo totali nei confronti di secoli di insegnamento e pratica. La Comunione sulla mano fu introdotta sotto un falso ecumenismo, attraverso compromessi e falso senso di tolleranza, portando ad una profonda irriverenza ed indifferenza verso il Santissimo Sacramento. La Comunione sulla mano non è menzionata in nessun documento del Vaticano II, né se ne parlò nei dibattiti conciliari. Prima del Vaticano II non c’è testimonianza storica di vescovi, preti o laici che abbiano richiesto ad alcuno l’introduzione della Comunione sulla mano.

    Al contrario, chiunque crebbe nella Chiesa preconciliare, ricorderà chiaramente che gli fu insegnato che era sacrilegio per chiunque, tranne che per il prete, toccare l’Ostia Sacra. Lo mette in evidenza l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, il quale nella sua Summa Teologica spiega : “Dispensare il Corpo di Cristo spetta al sacerdote per tre ragioni: perché egli consacra nella persona di Cristo. Ma come Cristo consacrò il Suo Corpo nell’Ultima Cena e fu Lui che ne diede agli altri per essere condiviso da loro, così, come la consacrazione del Corpo di Cristo spetta al sacerdote, anche la distribuzione spetta a lui; perché il prete è l’intermediario stabilito tra Dio e il popolo, quindi spetta a lui offrire i doni del popolo a Dio, così spetta a lui distribuire i doni consacrati al popolo; perché, al di là del rispetto per questo Sacramento, nulla lo può toccare tranne ciò che è consacrato; allo stesso modo solo le mani del sacerdote lo possono toccare. Quindi a nessun altro è lecito toccarlo, tranne che per necessità, per esempio se stesse per cadere a terra, o altro, in qualche caso di emergenza” (ST.III, Q 82, Art. 13). San Tommaso, che nella Chiesa è il principe dei teologi, la cui Summa Theologica fu posta sull’altare vicino alle Scritture durante il Concilio di Trento, chiaramente insegna che spetta al prete e soltanto a lui toccare e distribuire l’Ostia Sacra, che solo ciò che è consacrato (le mani del sacerdote) deve toccare il Consacrato (l’Ostia Sacra). La Comunione sulla mano certamente fu praticata nella Chiesa antica, ma attenzione: gli uomini potevano ricevere l’Eucarestia sulla mano, mentre le donne non potevano riceverla sulle mani nude e dovevano coprirle con un indumento chiamato domenicale. Nel quarto secolo, San Cirillo di Gerusalemme insegnava ai fedeli che si doveva ricevere il Santissimo Sacramento con rispetto e attenzione. Con il passare del tempo, man mano che il rispetto ed il discernimento della vera natura del Santissimo Sacramento, grazie alla guida dello Spirito Santo, crebbe e si perfezionò, la pratica di porre l’Ostia sulla lingua del comunicando divenne sempre più diffusa, così che non ci fosse la più remota possibilità che la più piccola particella cadesse a terra e fosse dissacrata. La Comunione sulla mano fu condannata come un abuso al Sinodo di Rouen nell’anno 650, così che si può dire con ragionevole certezza che, grazie al desiderio di maggior rispetto e come salvaguardia contro la dissacrazione, era la norma ricevere l’Ostia sulla lingua.

    *Presidente dell’Associazione ‘Milizia di San Michele Arcangelo’
    Ultima modifica di Bèrghem; 03-04-10 alle 15:04
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

  7. #7
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    Predefinito Rif: COMUNIONE SULLA MANO?

    Citazione Originariamente Scritto da Bèrghem Visualizza Messaggio
    I rischi di degenerazione e oltraggio dal Costarica...

    guarda che anche prendendola in bocca si può fare finta di deglutirla e poi invece tirarla fuori con le mani...

    il punto è semplice: accogliendo l'ostia nelle mani è più igienico perché non si rischia che il prete mette le sue dita nella bocca dei parrocchiani.

    quindi si piglia nelle mani punto e stop.

    tanto più che in ogni parrocchia ognuno può scegliere se prenderla in bocca o riceverla nelle mani quindi questa polemica mi sa tanto ipirata solo dalla voglia di fare polemica.

    badiamo alle cose importanti e non a queste cavolate.

 

 

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