IL PIU'SANTO DEGLI ITALIANI E IL PIU'ITALIANO DEI SANTI


IL PIU'SANTO DEGLI ITALIANI E IL PIU'ITALIANO DEI SANTI


Costruire ponti e abbattere muri!
Enclave Mediterranea! su!
Saluti Mediterranei agli Amici del nostro Ideale!


Centro Studi Franco Colombo: perché siamo un’enclave mediterranea
Il Centro Studi Franco Colombo si ritiene un'enclave mediterranea. Cosa significa, oggi, essere un'"Enclave Mediterranea"? Significa anzitutto, sopra a tutto concepire una missione eterna della Nazione e del Popolo. Significa partire da un'immagine spiritualizzata della Nazione, come già precisò a più riprese Giovanni Gentile, grazie all'atto ideale individuale che ci connette allo spirito della patria, in base ad una visione assolutamente e tipicamente italiana, italiana e latina diremmo, visione perfettamente espressa da Giuseppe Mazzini:
La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio (G. Mazzini, Dei doveri dell'uomo, Milano 1984, pag. 65).
Nella storia dell'idea di nazione, in Occidente, soprattutto in Inghilterra ed in America, è stata l'idea economica a dominare il resto della vita sociale, compresa la vita dello Stato; in Oriente, quasi in ogni caso, l'integrismo religioso e l'identitarismo etnico hanno assoggettato l'identità nazionale. L'Occidente angloamericano ha così sviluppato una concezione nazionalitaria, l'Oriente ha di contro privilegiato la via del tradizionalismo religioso e della politica etnica preindividuale come espressione di identità. Infine, abbiamo avuto la concezione "nazionalista -militarista" centroeuropea in cui ha preso il sopravvento la dimensione politico-militare su quella spirituale, soprattutto in Germania con una certa continuità. Tra queste tre espressioni storiche dell'idea nazionale, come ben vediamo, è l'azione economica (nella forma del capitalismo finanziario mondiale) ad essersi affermata su scala globale. Dunque l'idea occidentale nazionalitaria oggi è quella che ha imposto e sta imponendo i valori, o forse sarebbe meglio, i controvalori dominanti per larghissime moltitudini globali. La più grande Nazione nazionalitaria della storia è stata la Gran Bretagna: nata, vissuta e cresciuta tutto sacrificando alla "ragione economica" ha finito per rinunciare al suo livello di prima potenza mondiale per far spazio alla nazione nazionalitaria che ne continuerà ed amplificherà la deleteria missione nel mondo: gli USA. Cio' ha condotto al trionfo planetario del nazionalitarismo aggressivo angloamericano: cio' significa trionfo della libertà economica astratta poichè occultamente dominata da un'elite di tecnici e plutocrati, denazionalizzazione come tentativo di annientamento dello spirito di ogni popolo che non sia quello “eletto” angloamericano.
E' chiaro perciò che ancora oggi nella Nazione si vede, da parte di queste cerchie di tecnici, l'ostacolo più radicato alla penetrazione del potere economico finanziario mondiale. Per questo, per una precisa missione spirituale e storica che va al di là del tempo, noi ribadiamo oggi di essere un'enclave italiana. In particolare, l'idea spirituale di Nazione, sin dal Tardo Medioevo, dal Rinascimento, allorquando audaci menti e valorosi cuori di capitani di ventura già presaghi di un'unità spirituale concepivano l'idea di unità italiana, è appartenuta al popolo italiano. Questa idea spirituale ha raggiunto vette e vie che dovranno essere attualizzate ripercorrendone l'intuito creatore originario, come con la Repubblica Romana del 1849 e con la Repubblica Sociale del 1943. Soprattutto quest'ultima, se non altro a livello di impulso originario, sembrava ben conciliare la missione spirituale dell'italianismo mistico fondato sulla profezia mazziniana della Terza Italia con la risoluzione coraggiosa della questione sociale al di fuori della logica economica o materialistica, identificando la questione sociale stessa, mazzinianamente, con la questione morale e risolvendo nell’atto spirituale la stessa dinamica del Lavoro. Tutti costoro hanno soprattutto privilegiato la dimensione mediterranea italiana come Idea Forza, come "mito" portatore di una radiosa spiritualità Universale: dimensione mediterranea dunque come Spiritulaità, non come limitato impulso politico, geografico o meramente territoriale.
Enclave Mediterranea significa quindi riaffermare questa profonda spiritualità. Per questo siamo un’ENCLAVE. Poiché tendiamo a valorizzare questa spiritualità italiana in una Italia attualmente alla mercé del materialismo occidentalista, regressivo ed involuto. Materialismo che non ci appartiene. Spiritualità che è anche universalità, poiché nessuna idea come quella della Terza Italia è universale e superiore al dato naturalistico, etnico. Superiore allo stesso dato dogmatico-religioso in quanto idea spiritualistica capace di lasciare libero corso al trascendente nel campo dell'immanenza.
Enclave Mediterranea significa identificazione con chi, con coloro che combattono il materialismo dell’idea nazionalitaria angloamericana, soprattutto se si tratta di Popoli, come il nostro, mediterranei. Il nostro saluto va ai fratelli arabi in lotta per la propria indipendenza nazionale: come in particolare il popolo iracheno, quello palestinese, quello libanese.
Enclave Mediterranea significa privilegiare una equilibrata attitudine “mediterranea” nelle problematiche di tipo geo-strategico e geopolitico. Attitudine che è, anche in questo caso, lo ripetiamo, soprattutto spirituale.
Enclave Mediterranea significa preservare la sacra fiamma dell'italianismo mistico, della mai morta tradizione mistica ed eroica italica. Idea, ribadiamo, compenetrata di una luce tutta mistica-spirituale, nient'affatto xenofoba o inclusiva, intollerante, anzi universale, aperta. Idea di Nazione che vuole appunto la sua spirituale purificazione, di cui l'italianismo, con Mazzini e Gentile da una parte, con Giani e Pallotta dall'altra, è stato massima incarnazione. Alla base di questa spirituale purificazione vi deve essere l'azione cosciente individuale che diviene azione di Popolo. E’ l’impulso individuale che traduce questo universale impulso di libertà in atto di Amore verso il proprio Popolo. Popolo italiano: che potrebbe anche significare, nell’attuale scenario, un richiamo a chi italiano non lo è di sangue, ma avvertirà di esserlo interiormente e spiritualmente, secondo i principi dell’italianismo mistico dello Stato Nuovo. Qui la grandezza e l'audacia dell'Idea spirituale mediterranea, non biologica ma realmente ideale nel senso più puro e bello del termine.
Enclave Mediterranea significa dunque missione italiana di ridare la priorità all'azione spirituale sul politico e soprattutto sull'economico. L'impulso creatore - artisticamente, culturalmente, di un italianismo mediterraneo è ovunque visibile nella zona mediterrranea: ovunque vi sono traccie e splendori della più pura romanità e della più pura e generosa Italianità.....
Enclave Mediterranea significa comprendere che i movimenti rivoluzionari della storia, come il movimento fondato sull’idea di rivoluzione nazionale dell’Ottocento, autentico Risorgimento spirituale e come il Fascismo stesso nel ‘900 furono veramente rivoluzionari perché profondamente, radicalmente italiani e latini.
Enclave Mediterranea infine, come memoria della sacra fiamma della nostra storia, che identifichiamo appunto, in modo particolare, compiuto, con la Repubblica Romana del 1849 e con la Repubblica Sociale Italiana del 1943.
Salutiamo tutti i popoli del Mediterraneo, in particolare quelli che - pur vivendo in lager a cielo aperto come nei territori palestinesi occupati - non hanno perso ancora la speranza.
Salutiamo tutti gli Italiani consapevoli di appartenere ad una Enclave Mediterranea, non Occidentale, non Atlantica.
Salutiamo gli uomini e le donne Mediterranee che valorizzano in tal senso la loro naturale creatività spiritualizzandola.
Salutiamo tutti i Detenuti che non hanno commesso reati di sangue verso donne e bambini; tutti coloro che stanno soffrendo nelle stanze di ospedali, compresi coloro che sono vittime degli esperimenti dei famigerati OPG.
Ad Amici e Nemici:...... Saluti Mediterranei!
Enclave Mediterranea


I ranghi della nostra Area,
son da sempre inquinati
da pseudo “comandanti”
e riprovevoli “profeti”.
“Ducetti” che predicano l’unione
per creare maggiore divisione,
per controllare il balzello
del loro misero “orticello”.
E nocivi profeti del vacuo
o ciarlatani del “dire”
che ingannano la gente
per “piombarsi” qualche dente.
Tutti ometti prezzolati
che affermandosi “illuminati”,
mungono il cuore dei “cretini”,
per estorcere quattrini.
Clown, ballerine e nani
di un “circo” senza fine
che più che assecondati
andrebbero sprangati.
Sbocciati dal nulla,
come funghi velenosi,
hanno ucciso l’idea
ed anche la speranza.
Sempre pronti a dividerci
e frazionarci in mille gruppi,
dopo aver fatto i soliti danni,
giocano ai neutri, al di sopra delle parti.
Miserabili e dannose carogne,
verrà il vostro momento!
E questo, per il solo motivo
che è giustizia dare l'esempio.
La nostra gente deve capire
che la Rivoluzione, quella vera,
non passa per le loro strade,
né per i loro sistematici sotterfugi.
La Rivoluzione è un inarrestabile impeto,
non è fatta di vaniloqui e ciance,
è l’azione quotidiana che travolge,
pagata con lacrime, sofferenze e sangue.
Anonimo
Dietro le sbarre nel paese in gabbia
di Michele Giorgio
su Il Manifesto del 22/02/2008
Nelle galere palestinesi, circa 600 reclusi per reati comuni - tra cui
9 donne e 23 minori - da anni vivono accatastati in pochi metri
quadrati. Il sistema giuridico è allo sfascio, difficilmente avranno
un processo. Il loro dramma è poca cosa nell'inferno quotidiano di un
popolo sotto occupazione da sessant'anni
Hanan accenna un sorriso. Parla della sua condizione di detenuta a
bassa voce e con apparente serenità. Orari fissi, giornate senza
significato, i rimorsi che lacerano l'anima. Sguardo vivo, velo di
colore nero come il cappotto a bottoni grandi che la riscalda, Hanan è
nata a Baghdad 31 anni fa. In Palestina ci arrivò per seguire il
marito, un commerciante di Nablus. «Poi tutto è andato storto»,
aggiunge con una smorfia del viso, «pensavo di aver trovato la
felicità, di aver realizzato la mia esistenza e invece ho perduto la
testa ed è andato tutto male». Intorno, le sue compagne di prigionia
ascoltano in silenzio, tranne una che singhiozza e si nasconde. La
luce pallida sprigionata dai tubi di neon rende tutto piatto e triste
e il sole, che pure riscalda e illumina Nablus in una giornata che già
annuncia la primavera, non entra nella cella. I finestroni sono privi
di vetri e Hanan e le sue compagne hanno dovuto chiuderli con pesanti
panni scuri per ripararsi dal freddo. Altrettanto fanno i detenuti
maschi nell'altro lato della prigione.
Cosa sia andato storto ad Hanan nessuno sa o vuole spiegarcelo. Pare
che di fronte all'impossibilità di concepire un figlio abbia ucciso
per rabbia il bimbo avuto da un precedente matrimonio. Ma è solo una
versione dell'accaduto. Della sua compagna che continua a piangere con
il volto rivolto verso la parete, invece, si sa tutto. Ha confessato
di aver ammazzato il marito assieme all'amante per vivere finalmente
libera la sua storia d'amore. E, come in romanzo giallo, alla fine
sono stati scoperti e ora sono entrambi nella prigione di Nablus,
separati e senza possibilità di incontrarsi.
Storie di ordinaria criminalità nella eccezionalità della Palestina
che lotta per la libertà e l'indipendenza, in cui i reati comuni
occupano lo spazio di una notizia breve nei giornali di fronte al
dramma di un popolo che ogni giorno vede morire giovani, e non solo,
sotto i colpi dei soldati israeliani, e che vive in città e centri che
assomigliano a carceri a cielo aperto. Hanan e tutti gli altri
detenuti comuni palestinesi (circa 600, tra cui 9 donne e 23 minori)
sono perciò due volte prigionieri e in cella perdono la loro dignità
di essere umani, costretti a vivere in condizioni penose, e spesso
senza neanche aver incontrato un magistrato. La carcerazione
preventiva equivale al carcere a tempo indeterminato, decine di
detenuti sono in cella da quattro-cinque anni senza aver mai avuto il
processo. L'88% dei palestinesi imprigionati per reati comuni o per
collaborazionismo con Israele rimane in attesa di giudizio. E le
prospettive che possano essere processati sono minime di fronte allo
sfacelo del sistema giudiziario, caduto in frantumi assieme al resto
dell'Anp in questi ultimi anni. I giudici non ci sono e in qualche
caso fanno finta di non esserci poiché non sono protetti in alcun modo
dalle autorità né rispettati dalla gente. In queste condizioni
condannare all'ergastolo o a vent'anni di carcere un imputato
significherebbe esporsi alle possibili ritorsioni dei suoi familiari.
L'ingresso della prigione di Nablus è spoglio ma ben tenuto. I due
responsabili Jamal Jaafari e Mahmud Rahal, entrambi ufficiali della
polizia, si mostrano disponibili. Dalla scrivania rispondono senza
problemi alle nostre domande sotto lo sguardo benevolo dei presidenti
Yasser Arafat e Abu Mazen che dominano la stanza dai poster affissi
sulle pareti. Fanno capire che vorrebbero migliorare la condizione dei
detenuti ma non ne hanno i mezzi e provano a spiegarlo a Marta
Costantino, l'esperta dell'Unione europea che, nel quadro nel
programma Eu Coops sta monitorando le prigioni palestinesi per dare un
contributo alla ristrutturazione e riorganizzazione del sistema
carcerario e, quindi, renderlo più umano. Ma appena si entra nel
carcere si cade nello sconforto. I detenuti, circa 180 (a novembre
erano la metà), vivono in ciò che resta della Muqata, il quartier
generale dell'Anp a Nablus, bombardato e distrutto in buona parte
negli anni passati dalle forze armate israeliane. Le celle sono
affollate e fatiscenti, chi le occupa ha cercato di organizzarsi alla
meglio ma con risultati minimi. La privacy è inesistente, i
prigionieri tengono le loro cose ammassate sui letti. I servizi
igienici sono inguardabili. A dare un po' di colore agli ambienti ci
sono solo le immancabili riproduzioni della moschea di Al-Aqsa fatte
dai detenuti. Altre celle sono inagibili e mostrano i segni evidenti
lasciati dal fuoco innescato dalle esplosioni dei proiettili sparati
dagli israeliani durante l'offensiva Muraglia di Difesa nel 2002.
Durante l'ispezione della loro cella, i collaborazionisti rimangono in
silenzio e non osano muovere un passo come soldati in fila. Anche loro
non sono mai stati processati. E non stanno meglio degli altri
detenuti i minorenni, tra cui un dodicenne arrestato per piccoli
furti. L'unico spazio di vivibilità è il cortile, ampio e soleggiato,
dove a turno i prigionieri si godono l'ora d'aria passeggiando o
tirando un pallone consumato verso una tavola di legno grezzo su cui è
stato fissato un canestro. «Fate qualcosa per farci avere qualche
attrezzo da palestra», ci dice Ahmed Zakarneh, di Jenin, che con la
sua maglietta attillata sopra i muscoli gonfi incarna alla perfezione
il detenuto che si tiene in perfetta forma fisica, come in tanti film
di carcerati.
«Dovete tener conto che la prigione di Nablus è una di quelle messe
meglio, dovreste vedere le altre!», dice Marta Costantino rivolgendosi
al piccolo gruppo di giornalisti e colleghi che la segue lungo i
corridoi del carcere. Palermitana ma da tempo in Piemonte, Costantino
qualche anno fa si è fatta la fama di direttore di carcere
«progressista» per aver messo in atto, a Saluzzo, disposizioni
innovative come il telegiornale in tre lingue fatto dai detenuti,
protagonisti anche di spettacoli teatrali rappresentati in tutta
Italia. In Palestina, Costantino ha ambizioni decisamente più modeste.
Per conto dell'Eu Copps - programma europeo di sostegno e
riqualificazione della polizia civile palestinese, coordinato dal
britannico Colin Smith - sta facendo uno studio di valutazione
finalizzato a migliorare le carceri palestinesi. «Provo anche a far
passare alcune idee - dice l'esperta - ai miei colleghi e
interlocutori palestinesi spiego, ad esempio, che il fine non deve
essere quello di riempire le prigioni o dimostrare all'opinione
pubblica che la polizia lotta contro il crimine. Il punto centrale è
lavorare nella società». Costantino si è anche affannata a spiegare
che la gestione del sistema carcerario dovrebbe essere affidata al
Ministero della giustizia e tolta a quello dell'Interno (che a sua
volta la passa al capo della polizia). Senza troppo successo, però e,
in ogni caso, anche solo per ristrutturare le carceri esistenti
(cinque più tre centri di detenzione) servono fondi ingenti e per ora
sono disponibili solo 800.000 euro donati dall'Olanda. Mentre non va
dimentica la situazione (sconosciuta) delle carceri di Gaza, che da
quando Hamas è al potere è tagliata fuori da programmi europei di
questo tipo.
I fondi invece non mancano ai servizi di sicurezza dell'Anp, sostenuti
da un generoso programma da 230 milioni di dollari messi a
disposizione dagli Stati uniti e che possono contare anche su
donazioni europee. È sufficiente fare un giro nella nuova fiammante
Accademia di Gerico, per capire quanto la priorità dell'Anp e dei suoi
sponsor occidentali - e,dietro le quinte, di Israele - sia quella di
mettere fine all'Intifada contro l'occupazione e dare la caccia ai
militanti del movimento islamico che, non a caso, vengono tenuti non
nelle carceri ordinarie ma nelle celle sotterranee costruite nelle
basi dei servizi segreti. Agenti e ufficiali dei servizi di sicurezza
«riformati» vengono pagati relativamente bene e addestrati in
strutture all'avanguardia, come quelle di Gerico, dotate di tutto. La
scuola di polizia civile - che formalmente non si occupa di politica -
situata sempre a Gerico, al contrario è la fotografia esatta della
miseria che caratterizza le strutture pubbliche palestinesi.
Gli Usa impegnano uomini, e non solo risorse finanziarie, negli
apparati di sicurezza palestinesi e, attraverso il loro esperto, il
generale Keith Dayton - che da due anni lavora al rafforzamento
dell'Anp e di Fatah in funzione anti-Hamas - lo scorso autunno hanno
imposto al presidente Abu Mazen l'invio di truppe speciali a Nablus,
per spazzare via dalle strade i combattenti dell'Intifada. Programma
che non impedisce a Israele di continuare i suoi raid nella più
importante delle città palestinesi. Washington ha anche ottenuto la
nomina del fidato Tawfiq Tirawi a responsabile del coordinamento delle
tre forze di sicurezza che dovranno rimanere operative (prima erano
12): guardia nazionale, mukhabarat (servizio segreto) e polizia civile
(secondo indiscrezioni Abu Mazen avrebbe ordinato lo scioglimento
della potente sicurezza preventiva). Grazie ai milioni di dollari
americani, oltre 700 ufficiali e agenti della guardia nazionale si
stanno addestrando ad Amman. Al loro ritorno entreranno a far parte di
una «forza speciale» incaricata di svolgere missioni «particolari». Un
fiume di dollari e risorse che neppure sfiora il resto della vita dei
palestinesi sotto occupazione mentre i detenuti comuni continuano a
battere i denti dal freddo e a sognare finest


Specifichiamo che ci richiamamo idealmente al fascismo senza la presunzione di considerarci Fascisti ( in particolare ci richiamiamo
all'insegnamento della SMF Scuola di Mistica Fascista e del Fascismo Rivoluzionario di Salo'). Non siamo anti-tedeschi o anti.nazisti ma talmente illuminati dalla luce mediterranea della Mistica Fascista che non vogliamo , non abbiamo bisogno di rivolgerci altrove....nel rispetto di Tutti i nostri alleati di ieri sconfitti come Noi (nipponici o Tedeschi..)
Enclave Mediterranea
sbandati neri
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