“A Cuba ci voglio andare finché c’è Fidel”. Quante volte abbiamo sentito questa frase. Anzi, quanti di noi l’avranno anche pronunciata. Per tutti Cuba era Fidel Castro e viceversa. In questi giorni se ne sono dette tante, sono stati scomodati pensatori e filosofi, politici e politologi, perché il momento, impossibile negarlo, è di quelli storici. Svuotiamoci dall’ideologia. Per un momento, anche se non è certo facile. Ma altrettanto difficile sarebbe mettersi qui, in una manciata di righe, a riassumere il “Fidel pensiero”, l’ideologia comunista e quant’altra. Né è mia e nostra presunzione pensare di riuscirci. Quello che più colpisce, adesso, è il fatto che l’addio del “lider Maxìmo” segna davvero uno di quei momenti storici, uno di quei passaggi che negli anni a venire troveranno spazio sui libri di storia. Fu così nel 1989. Fu così il 9 novembre, 1989. Quel giorno cadde il muro di Berlino e cadde, insieme ai mattoni che venivano giù a picconate, tutto un sistema che aveva rappresentato la realtà quotidiana vissuta per trent’anni dalla popolazione della Terra. Prima c’era l’est e l’ovest. I comunisti da una parte e gli altri dall’altra. Con il muro venne giù un sistema, con i mattoni si disgregò un intero Mondo e, con effetto domino, vennero giù tutti gli altri sistemi statali dei paesi dell’est che su quel muro. Brevi cenni storici, anche questi. Niente di più, ma utili a ricordare quello che forse molti hanno dimenticato: come vivevamo e cosa pensavamo dei paesi “di là” prima che tutto cambiasse. Oggi è un po’ come allora. Perché per tutti la realtà di Cuba è sempre stata la stessa. Un regime, quello di Fidel, che sta in piedi da un tempo che sembra infinito. Serviva ancora una manciata di mesi e avrebbe festeggiato il mezzo secolo di vita, il più longevo capo di Stato della storia. ...
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