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    Predefinito una proposta di politica economica...

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    http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...008/art40.html


    Una proposta di politica economica per ri-uscire dal precipizio
    Riccardo Bellofiore


    Le elezioni anticipate impongono una soluzione di continuità, nell'analisi e nella pratica: la ripresa del conflitto sociale, la ridefinizione dell'identità programmatica. Solo la devastazione degli ultimi anni può far credere che il prolungamento politico delle lotte si esaurisca nella partecipazione al governo. Occorre saper essere classe parziale, saper diventare classe dirigente. L'egemonia non si conquista illuministicamente, invocare il conflitto non fa uscire dalla debolezza. Negli ultimi anni si sono commessi entrambi gli errori. Coccolando il protagonismo dei «tecnici» portatori della «scienza». Invocando la spinta del movimento sotto scacco, lasciandolo solo.
    Tutto ciò è massimamente vero sul terreno ambiguo della politica economica. Per chi vuol fare critica della teoria economica e critica pratica del capitalismo, è il terreno del nemico, in quanto luogo della gestione del capitale. La sfida va accettata se produce squilibri che rafforzino il lavoro contro il capitale. Che sia un terreno obbligato lo si capisce guardando sia al momento alto della forza del lavoro nel Novecento, sia al presente. Il secolo passato è iniziato sotto l'onda della caduta tendenziale del saggio di profitto, che condusse all'attacco all'operaio di mestiere e al fordismo. L'aumento della forza produttiva del lavoro sfociò nella crisi per insufficienza di domanda. Seguono i decenni di ferro del secondo conflitto mondiale e del keynesismo della guerra fredda, che ha consentito lo sviluppo del welfare e il pieno impiego: in una parte sola del mondo, per i maschi delle età centrali, con una grande ondata di consumismo distruttivo della natura.
    L'età keynesiana si chiude per la messa in questione non solo della distribuzione, ma anche di modi del lavoro, contenuti della produzione, riduzione di corpo e mente a mero strumento. Una crisi della valorizzazione immediata, una contestazione del potere del capitale su composizione e allocazione del prodotto. Il capitale risponde prima con la svolta monetarista e la disoccupazione di massa. Poi, con la centralizzazione senza concentrazione, che frammenta il lavoro, trasforma la disoccupazione in sotto-occupazione, precarizza la vita. Oggi lo sviluppo del capitale spontaneamente non riunifica ma divide il lavoro, e il prodotto interno lordo non significa di per sè soddisfazione dei bisogni. La crisi del nuovo capitalismo è anche l'insostenibilità, economica ed ecologica, dei nuovi modelli di produzione e di consumo.
    Non se ne esce senza riprendere la sfida su «cosa» e «come» si produce. Risalire la china, contestare l'egemonia del capitale sono due lati della stessa medaglia. Se la sinistra non sta in questo orizzonte, il social-liberismo, tutto interno al nuovo capitalismo, può spacciarsi per l'unica alternativa al neoliberismo. Limitarsi alla redistribuzione o ad approcci contabili alla finanza ha reso la sinistra inefficace e subalterna. Si impone un cambio di paradigma.
    Il salario è denaro per tempo di lavoro. L'attacco al salario passa anche per l'aumento di ore e intensità di lavoro e per il lavoro non pagato delle donne; la difesa, dalle forme contrattuali, dalla domanda di lavoro, dallo stato sociale, dal lato reale insomma. Le pensioni non le garantirà la subordinazione dei lavoratori alla finanza, ma aumentare quantità e qualità della capacità produttiva di domani. La precarietà non la si sana con l'erogazione di redditi nominali se non si è in grado di garantirne il potere d'acquisto, di determinare l'offerta che va incontro ai redditi monetari, di creare lavoro stabile. Le questioni del genere e della natura si prendono sul serio se si ricostituisce su basi diverse il welfare, cosa si produce, come si circola, come ci si procura energia. E così via.
    C'è chi si illude di avere di fronte un capitalismo italiano morente. Assottigliata la grande impresa privata, la ex impresa pubblica terreno di razzia dei rentier, in crisi i distretti senza svalutazione, resta un paese diviso, con reti vitali di piccole imprese e medie imprese multinazionali aggressive. Boccone ghiotto da colonizzare, per le sue realtà produttive, per il risparmio ancora consistente. Si tratta di realtà che non pagano salari adeguati, o lo fanno in nero, in un pieno di lavoro domestico e migrante che distrugge ogni altra dimensione. Fragili perché dipendenti dalla congiuntura internazionale, non in grado di fare da sole «sistema». Dopo la crisi prossima ventura c'è da attendersi uno sviluppo subalterno e disegualitario di parti del paese, dentro la riarticolazione geografico-produttiva europea. L'attacco al salario e alla spesa sociale va avanti: ma territorio per territorio, settore per settore, voce per voce. Come lo sviluppo, così crisi e ristrutturazione tutto sono meno che omogeneizzanti.
    Occorre intervenire sul piano strutturale. Riqualificare la spesa pubblica, inizialmente in maggior disavanzo, per aumentare reddito e benessere a medio termine. Avviare una politica industriale, a partire dai punti dove interagiscono ragioni sociali, ragioni del lavoro, ragioni ambientali. Risollevare a livello di sistema una produttività che declina dove il lavoro precario è la norma. Agire dal lato della domanda e dell'offerta per aprire spazi alla riduzione d'orario e alla garanzia del reddito (mentre non vale la sequenza inversa).
    E' un lavoro di analisi e di proposta, di inchiesta e di lotta, tutto da costruire: ma prima o poi deve pur cominciare. Si deve, passo dopo passo, unire ripresa delle lotte, diversità di contenuti della spesa pubblica, ridisegno della struttura produttiva, dentro un piano del lavoro. Solo però se ammette il precipizio in cui è caduta, solo se ha chiaro che questo è il compito, la sinistra potrà non apparire nient'altro che una rumorosa, caotica, in fondo inutile, ruota di scorta del social-liberismo. I segni non sono incoraggianti.

  2. #2
    Crocutale
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    Non ha soluzioni da proporre, come noi tutti, ma almeno mette le disfunzioni in fila per poterle esaminare. E' già qualcosa.

 

 

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