Bush:stop occupazione, ma le colonie crescono...
Gerusalemme, colonie israeliane crescono
Osservatorio Iraq, 10 marzo 2008
Lo Stato ebraico si appresta a ingrandire due delle sue più importanti colonie nell’area di Gerusalemme, in modo da soddisfare "le esigenze demografiche" della città.
Oggi la radio militare ha fatto sapere che la municipalità della città santa sta lavorando all’allargamento del sobborgo ebraico di Neve Yaakov, nella parte nord, con l'edificazione di 400 nuove unità abitative, ed è intenzionato ad annettere di fatto la colonia di Adam, nei pressi di Ramallah.
Ieri Tel Aviv aveva annunciato invece l’avvio dei lavori per la realizzazione di 750 nuove abitazioni nella colonia di Givat Zeev, approvato dal primo ministro Ehud Olmert, rilanciando così un piano nato nel 1999 e bloccato lo scorso anno di fronte alle proteste palestinesi.
I due annunci hanno provocato la dura reazione della parte palestinese, la quale ha ricordato che – sulla base delle condizioni previste per il processo di pace – devono essere “congelati” tutti gli insediamenti ebraici, illegali in base al diritto internazionale.
L’ultima decisione di Olmert – ha sottolineato il negoziatore palestinese Saeb Erekat – solleva seri dubbi sul reale impegno del governo israeliano nelle trattative di pace. “Mi sembra che gli israeliani siano intenzionati a mettere un bastone tra le ruote dei negoziati", ha dichiarato Erekat, aggiungendo che ciò "indebolirà gli sforzi statunitensi per ridare vita al negoziato".
Altrettanto critico è stato il leader dell’ong Peace Now, Yariv Oppenheimer, secondo cui “mentre sono in corso negoziati con l'Autorità nazionale palestinese sull'assetto definitivo nei Territori, occorre congelare del tutto la situazione sul terreno”.
Per conto dell’esecutivo di Tel Aviv ha parlato il portavoce di Olmert, Mark Regev, affermando che quella appena annunciata non è una decisione nuova, ma che anzi "risale a prima di questo governo".
Ciò nonostante, ha precisato Regev, l’attuale esecutivo l’ha "approvata”, giudicandola “conforme alla nostra politica edilizia all’interno dei grossi agglomerati di insediamenti, che resteranno a far parte di Israele con qualsiasi accordo di status finale".
Secondo la Radio israeliana, la decisione di costruire nuove abitazioni a Givat Zeev è stata presa su pressione del partito ultra-ortodosso Shas, molto vicino al movimento dei coloni, che in caso contrario aveva minacciato di abbandonare il governo.
Palestina una via d'uscita da un'impasse mortale
Palestina: una via d’uscita da un’impasse mortale
di Jerome M. Segal
Testata: Haaretz
10/03/2008
Esiste ancora una via d’uscita dalla drammatica situazione di Gaza e dal vicolo cieco in cui sembra trovarsi il processo di pace in Palestina? L’unica possibilità è quella di rilanciare gli accordi della Mecca del febbraio 2007, coinvolgendo nuovamente Hamas nel processo democratico palestinese e nei negoziati, dopo aver stabilito un tregua bilaterale a Gaza – sostiene Jerome M. Segal, presidente e fondatore della Jewish Peace Lobby
Quando il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha annunciato all’inizio della settimana scorsa di voler sospendere i negoziati di pace, la maggior parte degli israeliani ha reagito con indifferenza. Mentre le armi sparano a Gaza e i razzi piombano su Ashkelon e Sderot, che importanza può avere il dialogo con l’OLP?
Io ritengo che i negoziati di pace, se fossero ripensati, potrebbero fornire la soluzione per la situazione di Gaza. Considerate questo: supponiamo che Israele, nei prossimi mesi, faccia in modo di raggiungere con l’OLP un accordo complessivo sul “final status”, sottintendendo che la sua applicazione sarà vincolata ai risultati ottenuti, e che probabilmente richiederà diversi anni per essere completata. Come si inseriscono in questo quadro Gaza e Hamas?
Prima di tutto, come specificato negli accordi di Oslo, Gaza e la Cisgiordania dovrebbero essere considerate come “un’unica entità territoriale”. Pertanto, nel trattato sarebbe riconosciuta la sovranità de jure del futuro stato palestinese su Gaza.
In secondo luogo, siccome Israele non ha né coloni e né installazioni militari a Gaza, il processo di attuazione potrebbe, in linea di principio, svolgersi molto più rapidamente che in Cisgiordania. Il passo fondamentale che Israele dovrebbe compiere sarebbe quello di togliere il blocco aereo e marittimo attualmente imposto alla Striscia, e dare il via all’Egitto affinché definisca un normale confine internazionale tra sé e lo stato Palestinese.
I risultati concreti che Israele esigerebbe prima di dare applicazione a queste ipotesi sarebbero:
- la fine di qualsiasi attacco da Gaza contro Israele;
- il trasferimento del potere governativo e militare, detenuto a Gaza da Hamas e dagli altri gruppi, al nuovo governo della Palestina;
- l’applicazione di meccanismi efficaci volti a garantire che Gaza rispetti le clausole del trattato di pace riguardanti la smilitarizzazione, incluso il monitoraggio del flusso di armi.
Esistono delle circostanze in cui Hamas potrebbe acconsentire a tali disposizioni, in cambio dell’abolizione dell’embargo aereo e marittimo su Gaza, in un contesto di indipendenza?
La questione chiave è se sarà data a Hamas l’opportunità di partecipare all’amministrazione dello stato palestinese. Ed è proprio in relazione a questo problema che i negoziati di pace devono essere ripensati..
Va ricordato che negli accordi della Mecca del febbraio 2007, in cui Fatah e Hamas si erano accordati sulla formazione di un governo di unità nazionale, Hamas si era dimostrato favorevole al fatto che l’OLP avesse l’autorità di negoziare in nome del popolo palestinese, a condizione che qualsiasi trattato che dovesse emergere dal negoziato venga ratificato, o da un referendum approvato dal popolo palestinese, o da un’OLP riformata che dovrebbe comprendere anche Hamas. Israele avrebbe dovuto accogliere questo schema, poiché esso offre un percorso procedurale verso un accordo di pace che avrebbe il potenziale di vincolare coloro che si oppongono alla sua sostanza sulla base di motivi ideologici. Invece, il governo Olmert ha continuato a respingere i negoziati con l’OLP.
Fu solo dopo il colpo di mano a Gaza, quando il governo di unità nazionale crollò, e quando Hamas dichiarò che Abbas aveva perso il suo mandato per negoziare in nome del popolo palestinese, che il governo Olmert scelse Abbas come partner nei negoziati. Il governo israeliano fece questo non perché improvvisamente Abbas avesse una maggiore capacità di imporsi ai palestinesi. In realtà egli aveva meno autorità. Piuttosto, sia lui che i negoziati furono inclusi all’interno di una strategia israelo-americana finalizzata ad annullare il potere di Hamas.
La formula della Mecca, che fu in precedenza espressa nel Documento di Riconciliazione Nazionale dei prigionieri palestinesi, può essere rilanciata, anche al di fuori di un governo di unità nazionale. La condizione necessaria affinché questo possa verificarsi è, però, che Hamas abbia una reale possibilità di competere per il potere all’interno di uno Stato palestinese democratico. Ma qui sorge un problema. Gli sforzi degli Stati Uniti, di Israele, e di Fatah, di negare a Hamas i frutti della sua vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari del 2006 hanno creato un problema di credibilità. Perché Hamas dovrebbe credere che gli sarà consentito di governare, se dovesse vincere le elezioni in futuro? E se Hamas non lo crede, perché dunque dovrebbe accettare l’autorità di un nuovo stato palestinese? In breve, Hamas ha bisogno di essere convinto che la prossima volta le cose andranno diversamente rispetto al passato.
Un buon modo per cominciare potrebbe essere l’annuncio da parte del presidente Abbas e del primo ministro Olmert del loro accordo sul fatto che il trattato in fase di negoziazione avrà effetto solo se sarà ratificato da un referendum palestinese, e l’ulteriore specifica che Israele riconoscerà qualsiasi governo democraticamente eletto dello stato palestinese, purché tale governo riconosca come una legge internazionale vincolante un eventuale trattato ratificato da un referendum.
Scegliere questa strada conferirebbe a Hamas un ruolo nei negoziati. Non tutti all’interno di Hamas risponderanno positivamente, ma questo approccio sarà comunque allettante per molti. Esso offre una trasformazione politica che può rappresentare una via d’uscita per tutte le parti in causa. Israele dovrebbe assumersi questo rischio. Invertire la rotta con Hamas, ridurre gli attacchi nella Striscia di Gaza, e concentrarsi sui negoziati con l’OLP. Non vi è una soluzione migliore.
Jerome M. Segal dirige il “Jerusalem Project” presso il Center for International and Security Studies dell’Università del Maryland