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    L'ignoranza del pubblico è un fattore necessario per il buon funzionamento di una politica governativa inflazionistica. Ludwig von Mises
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    Predefinito Hitler tra politica economica e giochi di prestigio

    di Giorgio Mattiuzzo

    Da ormai qualche tempo si sta affermando una corrente di pensiero secondo la quale, per sfuggire alle continue crisi economiche che percorrono il nostro mondo, bisogna guardare al passato, che offrirebbe una soluzione molto semplice e quasi "miracolosa". L'esempio che più di tutti sta riscuotendo successo è quello della politica economica e monetaria della Germania nazista [1].

    E' da sottolineare che questa presa di posizione non va confusa con un generico filonazismo, in quanto viene proposta da persone che non hanno certo alcuna intenzione di instaurare un novello hitlerismo in salsa moderna. E probabilmente, proprio in forza di ciò, questa presa di posizione non si avvede del rischio che, implicitamente, essa promuove.

    Il teorema principale è che Hitler avesse conseguito un enorme successo sul piano economico, [...]

    [...] grazie alla sua capacità di liberare la Germania dalla morsa delle banche centrali, attraverso quella che viene definita "sovranità monetaria", cioè attraverso l'emissione di cartamoneta da parte del governo. Grazie a questa scelta, Hitler avrebbe condotto la Germania fuori dalla morsa dell'inflazione e avrebbe ridato fiato all'economia nazionale.

    L'errore che questa tesi porta con sé è duplice. Il primo è quello di far credere che Hitler avesse posto fine all'iperinflazione che aveva afflitto la Repubblica di Weimar; il secondo è quello di non far vedere quale fosse veramente la condizione dell'economia tedesca sotto il regime nazista.

    Il discorso è complesso, e qui si cercherà di riassumerlo al meglio, con l'avvertenza che, ovviamente, non potrà essere che una esposizione parziale, valida come spunto introduttivo, ma che necessita di uno spazio ben più ampio.

    Bisogna partire, per comprendere cosa è successo, da ben prima dell'avvento di Hitler al potere. E bisognerà uscire dalla Germania, per andare in Francia.

    Dopo la fine ufficiale della Prima Guerra Mondiale (11 novembre 1918) le tre potenze occidentali, Inghilterra, Francia e Usa, si riunirono per decidere le condizioni della pace e, nella primavera dell'anno successivo, venne alla luce quello che passerà alla storia come il "Trattato di Versailles". Tale trattato individuava nella Germania la causa dello scoppio della Grande Guerra e, conseguentemente, decretò che doveva essere la Germania stessa a ripagare le potenze democratiche. La prima parte delle riparazioni consisteva in un pagamento di 5 miliardi di dollari in marchi-oro entro il 1921 e la fornitura di alcuni beni e materie prime, come carbone, navi, legname, bestiame [2]. Inoltre intaccava parzialmente il territorio tedesco, portando alcune zone di confine sotto il controllo di vari stati; forse la più importante era la regione della Slesia superiore, un importantissimo distretto industriale, ceduta alla Polonia. In tutto, il 13% del territorio era andato perso.

    La Germania inizialmente rifiutò queste condizioni, che poggiavano su un principio decisamente insostenibile e che erano erano state stipulate con l'evidente intento di metterla in ginocchio, anche se poi, stremata dalla guerra e dalla crisi politica interna, accettò. Così Henry Kissinger descrive il Trattato di Versailles:

    "I negoziatori del XVIII secolo avrebbero considerato le "clausole della colpa della guerra" assurde. Per loro, le guerre erano delle necessità amorali causate da uno scontro di interessi. Nei trattati che chiusero le guerre del XVIII secolo, gli sconfitti pagavano un prezzo che non era giustificato da principi morali. Ma per [il Presidente americano] Wilson e i negoziatori di Versailles, la causa della guerra del 1914-18 doveva essere attribuita ad un qualche malvagio che andava punito" [3].

    Oltre alle riparazioni, la Germania doveva far fronte, contemporaneamente, ai costi della guerra, che ammontavano a 164 miliardi di marchi, in parte pagati attraverso l'emissione di nuova moneta4, cioè dando avvio ad un processo inflattivo (antecedente quindi all'inizio del pagamento delle riparazioni).

    A peggiorare la posizione della Germania, infine, si aggiunse anche la situazione economica internazionale, segnata da un periodo deflattivo, che fece aumentare il valore del debito tedesco in termini reali [5]. Questa insieme di concause ero destinato a far scoppiare una crisi di tali proporzioni da entrare nella memoria collettiva non solo dei tedeschi, ma di tutto il mondo.

    A questo punto la Germania cercò di far fronte alla situazione svalutando il marco. Il tentativo era quello di annullare il debito pubblico e salvare l'industria pesante tedesca dai suoi debiti. Di fatto questo era il tentativo di evitare di assolvere alle clausole del Trattato. Ma questa mossa ebbe conseguenze devastanti sulla popolazione tedesca, che si trovava ad avere in mano una moneta che perdeva costantemente valore.

    "[...] L'inflazione, lungi dall'essere la conseguenza delle riparazioni, le precedeva. I vari governi succedutisi vi si affidarono come mezzo per eludere i pagamenti delle riparazioni, come pure per scopi di politica sociale interna. Nessun governo tedesco prima del 1923 tentò in alcun modo di stabilizzare la valuta, perché gli industriali tedeschi elaborarono un sistema di "profitto dall'inflazione". Avrebbero ottenuto prestiti a breve termine dalla banca centrale per migliorare ed espandere i loro stabilimenti, e quindi avrebbero ripagato i debiti con una valuta inflazionata.

    Similarmente, i grandi proprietari terrieri estinsero i loro mutui con valuta di fatto senza valore. Per contro, chiunque con uno stipendio fisso – in senso lato, la classe media – era vittima dell'inflazione. [...] L'inflazione creò disoccupazione, nonostante l'apparente boom economico. [Essa] fu ovviamente causa di profonde spaccature sociali [...]. Gli industriali, oltre a favorire l'inflazione, che aveva già l'effetto di erodere il pagamento delle riparazioni, ostacolarono direttamente anche ogni genuino sforzo di corrispondere i pagamenti, perché tali sforzi avrebbero verosimilmente portato all'austerità economica interna." [6]

    La crisi si era avviata. Nel luglio 1919 un dollaro valeva 14 marchi; nel luglio del 1922 un dollaro valeva 493 marchi. A questo punto la Germania era già allo stremo e chiese agli Alleati di sospendere i pagamenti. La richiesta venne respinta. Quando la Germania mancò una fornitura di legname alla Francia, il Presidente Poincarè ordinò l'occupazione della Ruhr, la quale costituiva "il cuore industriale della Germania, che, dopo la perdita della Slesia superiore a favore della Polonia, forniva al Reich i quattro quinti della produzione di carbone e acciaio. [...]" [7] Siamo nel gennaio del 1923.

    La reazione dei tedeschi fu compatta: nella Rhur venne proclamato lo sciopero generale, riuscitissimo. Tutti smisero di lavorare, e l'esercito collaborò con la popolazione aiutandola a compiere atti di sabotaggio. Da parte sua, il governo iniziò a stampare denaro per sostenere gli abitanti della Ruhr. Questa fu la scintilla che fece esplodere la polveriera. L'inflazione cominciò a galoppare: nel gennaio del '23 un dollaro valeva 18.000 marchi, sei mesi dopo ne valeva 4.600.000. Nel novembre del '23 un dollaro valeva 4.200.000.000.000 marchi (quattro triliardi!).

    "[...] la banca centrale (Reichsbank) impiegava circa 30.000 lavoratori e usava 1783 stampatrici in 133 differenti stamperie. Ciononostante non potevano produrre tutta la moneta necessaria. Le città, le autorità regionali, le banche e persino le aziende furono autorizzate a produrre la propria moneta, la Notgeld. In alcuni casi queste banconote non erano fatte di carta. Vennero usati stoffa, legno o cuoio per produrre moneta" [8].

    Tuttavia le cause della superinflazione erano chiarissime ai vertici delle potenze coinvolte. Matthias Erzberger, che era stato il negoziatore dell'armistizio con l'Entente e che nel giugno 1919 era divenuto Ministro delle Finanze, una delle figure chiave della politica tedesca di quegli anni, quattro anni prima del picco inflattivo più grave era stato il solo ad accettare le condizioni del Trattato di Versailles, in quanto "le sue clausole potevano essere facilmente eluse" [9].

    E così, mentre lo Stato, l'industria pesante e i proprietari terrieri si erano salvati dai debiti e dalle riparazioni, "la massa del popolo [...] non si rendeva conto di quanto i capitani d'industria, l'esercito e lo Stato beneficiassero della distruzione della valuta. Quello che sapevano era che con un grosso conto in banca non si riusciva a pagare un sacchetto di carote, un po' di patate, pochi grammi di zucchero, mezzo chilo di farina. Sapevano che singolarmente erano in bancarotta. E riconoscevano la fame quando li mordeva, perché succedeva quotidianamente. [...]" [10].

    La situazione era ormai fuori controllo e, per porvi rimedio, fu necessario un intervento esterno. Che venne dagli Stati Uniti. Nel 1924 un banchiere di Chicago, Charles Dawes, diede vita al cosiddetto "Piano Dawes", con il quale riuscì a fermare l'inflazione. Soprattutto, riuscì a rendere le pretese degli Alleati meno gravose. Il sistema fu concettualmente semplice: nei cinque anni seguenti, la Germania pagò un milione di marchi in riparazioni, mentre ne ricevette 2 in prestito dagli Usa. Con il restante milione, iniziò a ricostruire la propria industria.

    Tuttavia, anche se l'iperinflazione era stata fermata, l'economia non godeva della miglior salute. Ma a questo punto, mentre la Germania cerca di riprendersi, in America la borsa di Wall Street crolla ed inizia la Grande Depressione. I Paesi europei si trovano a dover pagare i debiti contratti con l'America ed anche la Germania si dovrà adeguare. Un'altra crisi si apre, la disoccupazione sale vertiginosamente e la povertà avanza di nuovo.

    La crisi economica si somma all'instabilità politica della Repubblica di Weimar. Nel 1930 diviene Cancelliere Heinrich Brüning, che si trova a dover affrontare una situazione estremamente difficile. La sua politica economica sarà poco amata dalla popolazione. Attraverso la legislazione emergenziale consentita dalla costituzione (il famigerato articolo 48), Brüning ebbe come obiettivo il pareggio di bilancio attraverso i tagli al sistema sociale e all'aumento delle tasse, evitando in tutti i modi di ritornare all'inflazione del '23, un ricordo ancor vivo nella mente dei tedeschi. Contemporaneamente, in politica estera il cancelliere riuscì a gettare le basi per un successivo alleggerimento delle riparazioni.

    "In politica interna Brüning sconvolse l'equilibrio politico, perché coloro che già tiravano la cinghia, per disperazione, si volsero alla propaganda di destra. [...] La riduzione della spesa, dei salari e delle indennità, sommate all'alta tassazione, erano l'unica soluzione percorribile [se non si voleva ricorrere all'inflazione]. Questo cose, ovviamente, fecero poco per fermare il progressivo aumento del tasso di disoccupazione [...].

    Tuttavia molti osservatori concordano sul fatto che i gabinetti di Müller e Brüning (tra il 1928 e il 1932) arrivarono molto vicino alla salvezza economica. Il collasso delle grandi istituzioni finanziarie era stato evitato." [11]

    E' in questo contesto, con sei milioni di disoccupati ed il potere politico sull'orlo del baratro, che Hitler sale al potere.

    [La seconda parte verrà pubblicata prossimamente]

    Note:

    1. Vi sono diversi esponenti di questa teoria; un esempio significativo può essere trovato in E. Brown, Perché la Germania doveva essere distrutta, Blogghete! (blog), trad. it. G. Freda.
    2. W. Shirer, The Rise and Fall of the Third Reich, New York 1990³, p. 58.
    3. Citato in B. Trumbore, Weimar Germany, Buyandhold.com.
    4. W. Shirer, op. cit., p. 62.
    5. B. Trumbore, op. cit.
    6. G. Rempel, The Weimar Republic: Economic and Political Problems, Western New England College.
    7. W. Shirer, op. cit., p. 61.
    8. Inflation, GermanNotes.com.
    9. W. Shirer, op. cit., p. 58.
    10. W. Shirer, op. cit., p. 62.
    11. G. Rempel, Collapse of the Weimar Republic, Western New England College.

    http://www.luogocomune.net/site/modu...p?storyid=2451

  2. #2
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    di Giorgio Mattiuzzo

    Se un merito può essere attribuito ad Adolf Hitler, esso consiste nell'aver avuto pochi obiettivi politici, ma di averli mantenuti saldi nel tempo. Per raggiungere tali obiettivi, Hitler non ha mai temuto di ricorrere a qualsiasi mezzo, compreso l'assassinio dei suoi stessi sostenitori.

    Ma il principio fondante di tutto l'hitlerismo è stata la costruzione della Grande Germania e del suo "spazio vitale" (Lebensraum): a quest'idea tutto andava sottomesso. E l'economia doveva essere funzionale al conseguimento di tale obiettivo.

    L'ideologia di Hitler inizia a prendere forma nel 1920, quando era ancora solo un militante del Deutsche Arbeiterpartei (DAP, Partito dei Lavoratori Tedeschi, destinato a divenire di lì a poco e sotto la sua guida il Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, NSDAP) e pronunciò i famosi 25 punti programmatici, che si basavano sul principio: "il bene comune davanti al bene individuale".

    Il punto 17 riguardava la questione agraria: "Sosteniamo una riforma agraria che si accordi ai nostri requisiti nazionali, e l'introduzione di una legge che espropri senza indennizzo i possidenti di qualsiasi terreno che sia necessario agli scopi comuni. L'abolizione degli interessi sui prestiti all'agricoltura e il divieto di tutte le speculazioni sulla terra." [1]

    La questione agraria non era un semplice aspetto tecnico dell'economia del Reich, ...

    ... ma un caposaldo dell'ideologia nazista, secondo il motto Blut und Boden, sangue e terra. Nell'idea nazista, era necessario per la grandezza e la vita della Nazione il ritorno ad una economia agricola. Ma era anche una vera e propria emergenza, forse la peggiore di tutta la storia della Germania, con i contadini indebitati e impossibilitati a ricavare dal loro lavoro un reddito sufficiente a sopravvivere.

    Nello stesso anno in cui Hitler diventa il Fuehrer della nuova Germania, Ministro del Cibo e dell'Agricoltura diviene Walther Darré. Darré era già stato Ministro dell'Agricoltura in precedenti governi. Aveva anche scritto un libro dal titolo significatvo: "I contadini come fonte di vita della razza nordica". L'uomo perfetto per Hitler, con cui condivideva un'idea fondamentale: l'autarchia.

    Nel settembre del '33, emana una legge che regola l'ereditarietà della terra [2]. Con questa legge si stabilisce che i contadini devono possedere un appezzamento minimo di terreno che consenta loro di vivere convenientemente, a prescindere da eventuali fluttuazioni del mercato, e stabiliva l'estensione minima del terreno. Bauer, agricoltore, diviene un titolo onorifico, cui si aveva diritto solo se di documentata purezza razziale; in pratica, chi non poteva dimostrare di essere ariano da diverse generazioni, veniva espropriato. Il terreno non poteva essere venduto, diviso o ipotecato per debiti. Alla morte del possessore doveva andare agli ereditieri, il cui ordine era stabilito per legge. Di fatto la legge nazista introduceva, o reintroduceva, l'antico istituto del Familienfideikommiss, proprio del diritto tedesco e anglosassone [3].

    Contestualmente Darrè istituisce il Reichnährstand, un organismo di cui egli stesso era a capo e che aveva lo scopo di regolare ogni aspetto della vita degli agricoltori, avendo autorità sull'intera economia agricola tedesca. Lo scopo del Reichnährstand era quello di conseguire la completa indipendenza alimentare della Germania e di mantenere i prezzi dei prodotti agricoli ad un livello tale da salvaguardare i profitti dei produttori.

    In campo economico Hitler non fu meno deciso, anche se non seppe mantenersi altrettanto coerente. I 25 punti di Monaco, tra le altre cose, affermavano [4]:

    "Sosteniamo la nazionalizzazione di tutti i trust.
    Sosteniamo la partecipazione agli utili delle grandi imprese.
    Sosteniamo la creazione ed il mantenimento di una vera classe media, l'immediata comunalizzazione [5] dei gradi empori e il loro affitto a basso prezzo ai piccoli esercenti, e la massima attenzione che tali commercianti riforniscano lo Stato, la regione o la comunità."


    Questi propositi furono molto utili durante l'ascesa al potere di Hitler per raccogliere consensi tra la popolazione stremata da due crisi economiche devastanti e da una disoccupazione sempre crescente.

    Quando il Partito Nazionalsocialista salì al potere, molti seguaci della prima ora si mossero nella direzione della nazionalizzazione delle industrie, probabilmente non sapendo che il 20 febbraio del 1933, un mese dopo il giuramento di Hitler come Cancelliere, si era tenuta una riunione tra i nuovi capi della Germania e 24 rappresentati delle più potenti industrie tedesche (tra cui la Krupp e la I.G. Farben, particolarmente interessante ad un futura ripresa della spesa bellica), nella quale Hitler e Goering, dopo aver loro spiegato che l'impresa privata non poteva sopravvivere in un regime democratico, ma solo sotto quello nazista, riuscirono a raccogliere in una volta sola tre milioni di marchi [6].

    Il grosso dei sostenitori di Hitler erano membri delle SA, in maggioranza persone che erano entrate a far parte del Partito Nazionalsocialista per cambiare un mondo che loro vedevano in mano ai capitalisti sfruttatori del popolo. Ed iniziarono a pretendere le cose che erano scritte nel programma. Ma Hitler non era dello stesso avviso. Bollò come "radicali" gli elementi delle SA che avevano dato noie alla grande industria e si sbarazzò degli elementi più fastidiosi.

    Il primo maggio del 1934 il governo nazista organizzò la più grande dimostrazione di massa della storia della Germania, in occasione della festa dei lavoratori, divenuta per l'occasione la "Giornata Nazionale del Lavoro", e che venne celebrata dal motto "Onora il lavoro e rispetta il lavoratore".
    Il 2 maggio tutte le sedi di tutti i sindacati, anche quelli filonazisti, vennero occupate dalle SA, i loro fondi confiscati e i loro capi mandati nei campi di concentramento. Tutti i sindacati vennero messi fuori legge. L'unica rappresentanza dei lavoratori divenne il Deutsche Arbeitsfront (DAF, Fronte del Lavoro Tedesco). Il DAF aveva lo scopo di controllare e regolare i rapporti tra datori di lavoro e lavoratori, ed era diretta emissione del Partito Nazionalsocialista. Con la creazione del DAF, vennero aboliti non solo i sindacati e il diritto di sciopero, ma anche la possibilità del lavoratore di licenziarsi; come pure la possibilità del datore di lavoro di licenziare e di assumere un dipendente senza l'autorizzazione del DAF stesso.

    Alla guida dell'economia nazionale Hitler pose Hjalmar H.G. Schacht. Schacht era stato Presidente della Reichsbank, la banca centrale tedesca, durante la Repubblica di Weimar. Nel 1933 diventa ancora una volta presidente della Reichsbank; un anno dopo, assume anche la carica di Ministro dell'Economia.

    Schacht riesce a dare forma economica alla volontà politica di Hitler: nel 1934 prende vita quella che sarà conosciuta col nome di Wehrtwirtschaft, economia di guerra. Nel 1935 diviene Plenipotenziario dell'Economia di Guerra. La condivisione dell'ideale politico hitleriano, sommata alle conoscenze di questo banchiere di lungo corso, farà risorgere in pochi anni la potenza militare tedesca.

    Secondo Schacht "il successo del programma di riarmo in tempi brevi e con alti numeri è il problema della politica tedesca... ogni altra questione, di conseguenza, dovrebbe essere subordinata a questo scopo". Hitler voleva che per il 16 marzo del '36 fosse pronto un esercito di 36 divisioni e Schacht spiega che per mantenere il programma segreto "è stato necessario usare la stampante" [7].

    La grande opera di Schacht fu quella di aver saputo manipolare la moneta ad uso e consumo della Germania. In realtà, prima di lui, già il cancelliere Brüning, per uscire dalla Grande Depressione, era uscito dal gold standard ed aveva introdotto la doppia circolazione di valuta: legata all'oro per le relazioni internazionali, fuori dal gold standard per il mercato interno. Ma Schacht arrivò a far circolare fino a 237 diverse valute in Germania.

    Un esempio dei metodi del "banchiere del Reich" è rappresentato dai MEFO. Il Ministro delle Finanze dell'epoca li definì "un modo per stampare moneta" [8], nel senso che erano della semplice carta priva di valore. Ma la realtà è più complicata di questa semplice definizione. Il problema di Hitler era la necessità di mantenere la corsa agli armamenti segreta (in quanto vietata dal Trattato di Versailles) e quindi l'impossibilità, da parte del Reich, di indebitarsi senza destare sospetti. MEFO è l'abbreviazione di Metallurgische Forschung, che era un'azienda creata da Schacht stesso, la quale emetteva delle cambiali redimibili in marchi, della durata di sei mesi ed estendibili a tre ulteriori mesi per un numero infinito di volte. Queste cambiali erano usate per pagare l'industria bellica e vennero mantenute segrete. I MEFO quindi non esistevano se non come entità contabile, non apparivano ufficialmente da nessuna parte e quindi la grande corsa agli armamenti – sempre ufficialmente – non risultava da nessuna parte [9].

    Grazie a queste politiche economiche, Hitler si guadagnò da subito non solo il consenso interno, ma anche grande ammirazione all'estero. Ed anche oggi, pur non condividendo le idee naziste, in molti riconoscono in Hitler colui che fece uscire la Germania dalla crisi. Un'analisi meno superficiale, tuttavia, rivela che tanti elogi sono ampiamente immeritati.

    Innanzitutto la legislazione economica aveva portato la popolazione tedesca ad uno stato di schiavitù di fatto. I contadini erano ritornati ad essere legati per sempre al loro appezzamento come novelli servi della gleba, senza alcuna possibilità di cambiare o lasciare la campagna; i lavoratori dipendenti erano scivolati in una sorta di schiavità industriale in cui non avevano nemmeno la libertà di licenziarsi, per non parlare della possibilità di contrattare per uno stipendio più alto.

    Inoltre bisogna considerare il non trascurabile fatto che Darrè, il Ministro dell'Agricoltura, aveva stabilitò per legge un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli del 25% al fine di assicurare agli agricoltori una rendita sicura. Contemporaneamente il DAF aveva imposto a tutti i lavoratori una diminuzione degli stipendi tale per cui, in termini reali, lo stipendio medio dei lavoratori nel 1936 era più basso di quello del 1928.

    Chi veramente si avvantaggiò della situazione furono le grandi aziende legate agli armamenti, come la Krupp e la I.G. Farben.

    Solitamente questa situazione di schiavitù di fatto viene, da molti commentatori, ritenuta sgradevole, ma in qualche modo controbilanciata dalla presunta floridezza raggiunta dalla Germania in quegli anni. E a questo punto è necessario parlare della questione disoccupazione.

    Il consenso generalmente è unanime nel ritenere la politica economca nazista come la salvatrice del popolo tedesco dall'incubo della disoccupazione; i dati ufficiali parlano chiaro: nel 1932 in Germania si registravano 6 milioni di disoccupati, nel 1936 erano stati ridotti a 2 milioni e mezzo e nel 1939 erano soltanto 302.000.

    Tuttavia questi sono i numeri crudi, che vanno analizzati ulteriormente.

    Nel 1933 l'esercito tedesco era composto da 100.000 unità, limite massimo imposto dai trattati di Versailles. Nel 1935 Hitler introduce la coscrizione obbligatoria, che "alleggerì" le stime della disoccupazione di 100.000 unità ogni anno. Nel 1938 l'esercito contava 600.000 unità, che naturalmente non entravano più a far parte delle stime sulla disoccupazione; un anno dopo (quando la disoccupazione raggiunse il valore più basso) l'esercito contava su una forza di 1 milione e 400.000 uomini.

    Le donne. Secondo Hitler non c'era motivo per cui le donne dovessero lavorare, quindi ogni donna senza lavoro semplicemente non era considerata nel numero dei disoccupati [10]. Inoltre alle donne sposate veniva dato un assegno di 1000 marchi, equivalente a parecchie mensilità, per "incentivare" l'abbandono del lavoro e contestualmente "liberare" altri posti.

    Nel 1935, con le leggi di Norimberga, gli ebrei tedeschi persero la cittadinanza e quindi nel volgere di una notte dalle statistiche sulla disoccupazione scomparvero tutti gli ebrei tedeschi in età da lavoro. Nel 1933 la popolazione ebraica tedesca, secondo le stime ufficiali, era di 523.000 unità; alla fine del 1939 erano rimasti in Germania 202.000 ebrei, cui peraltro erano stata stato vietato l'esercizio della maggior parte delle professioni [11].

    Hitler aveva avviato un vasto programma di lavori pubblici, che venivano appaltati preferibilmente ad aziende che non usassero macchinari per produrre. Inoltre, per sviluppare questi progetti, era stato creato da parte del DAF il Reichsarbeitsdienst (RAD, servizio di lavoro del Reich), un'organizzazione che raccoglieva i disoccupati e li usava – inizialmente – nei grandi lavori pubblici del Reich. Nel 1935 divenne obbligatorio per tutti i maschi tra i 18 e 25 anni, per la durata di 6 mesi, prima del servizio militare obbligatorio [12].

    Quindi il calo della disoccupazione va considerato sì, ma nella giusta prospettiva. Esso fu possibile ricorrendo all'abbassamento forzato del costo del lavoro, all'imponente programma di riarmo volto ad una futura guerra di espansione ad est, a trucchi contabili come i MEFO, all'avvio di programmi di lavoro obbligatorio, al costante aumento dei coscritti e alla capacità di manipolare le statistiche ufficiali.

    Stephen Roberts, storico economico dell'Università di Sydney, che visse in Germania negli anni '30, scrisse nel 1937:

    "Le statistiche ufficiali raccontano solo una parte della storia. Non prendono in considerazione i marxisti, i socialisti, gli ebrei e i pacifisti che persero il lavoro e vennero esclusi da quasiasi aiuto; queste persone non appaiono nelle stime ufficiali della disoccupazione. I rifugiati vengono ignorati. Inoltre, almeno un milione di persone vennero assorbite dall'esercito, dai campi del servizio di lavoro, dalle organizzazioni naziste e da svariate forme di lavoro, pagato solo parzialmente, nelle opere pubbliche. Mezzo milione di donne sono state escluse dal mercato del lavoro negli ultimi quattro anni attraverso le indennità matrimoniali pagate dal governo per allontanarle. Quello che è stato fatto è introdurre una serie di misure di emergenza che hanno drasticamente ridotto il numero dei disoccupati; ma tali misure, per la loro stessa natura, sono in molti casi temporanee. " [13]

    Che i successi della politica economica di Hitler non fossero altro che un'idea creata ad arte dalla propoaganda nazista è da considerarsi, alla luce dei fatti, una conoscenza acquisita.

    Nel 1936 Hitler prepara un memorandum confidenziale in cui stabilisce l'avvio di un piano quadriennale che indirizzi l'economia verso la creazione "del primo esercito al mondo, per preparazione, per numero, per armamenti e soprattutto per educazione spirituale". Perché Hitler si affida a questo memoriale? Perché, dopo lunghe frasi sulla situazione geopolitica, sul bolscevismo e sul giudaismo, egli stesso scrive:

    "Siamo sovrappopolati e non possiamo nutrirci contando sulle nostre risorse [...] La soluzione finale risiede nell'estendere lo spazio vitale del nostro popolo e/o le risorse di materie prime e generi alimentari." [14]

    Che, tradotto in linguaggio normale, significa: l'enorme sforzo del governo in materia economica in realtà si riduce alla incapacità di dare da mangiare a tutti. Il memorandum nasce come conseguenza della crisi alimentare del '35, quando "per alcuni beni alimentari sono stati riferiti aumenti del 33, del 50 e persino del 150%. A fine estate, i termini "crisi alimentare" e "crisi delle forniture" erano di uso comune." [15]

    Hitler doveva decidere se importare cibo oppure materie prime per gli armamenti. Se avesse importato cibo, avrebbe dovuto fermare la produzione bellica e affrontare la disoccupazione conseguente; se avesse importato materie prime, avrebbe dovuto affrontare gravi cali di consenso, se non addirittura delle rivolte.

    Nel '36 sia Schacht, l'artefice del riarmo tedesco, che Carl Goerdeler, il Commissario dei Prezzi, consigliarono ad Hitler di rallentare il riarmo e di cercare di tornare ad una economia di mercato. Non li ascoltò. Schacht si dimise e Goerdeler venne destituito. Goering divenne il nuovo plenipotenziario dell'economia e Hitler, con il memorandum del '36, inizia il suo piano quadriennale, che porterà inevitabilemente nel giro di 3 anni la Germania in guerra, dopo aver occupato la Rhineland, parte della Cecoslovacchia e annesso l'Austria.

    Nel 1939 la situazione economica tedesca era tale per cui Fritz Thyssen, dopo essere stato tra i primi e più grandi sostenitori del Nazismo, scappò dalla Germania affermando che il regime aveva distrutto l'industria tedesca [16].

    Ci sono molti luoghi comuni che ancora circolano riguardo alle politche di Hitler. Quello che sta riscuotendo particolare successo è la cosiddetta "sovranità monetaria" stabilita da Hitler, in pratica l'emissione di denaro da parte del governo per finanziare le opere pubbliche. In realtà, come si è già visto, Hitler – meglio: Schacht – non inventò nulla: già prima di lui Brüning aveva introdotto la doppia circolazione, mantenendo il gold standard per le transazioni internazionali. Così pure fece la Germania nazista. Mentre all'interno dei confini Schacht si inventò un po' di tutto, per le importazioni, da cui dipendeva la sopravvivenza stessa della Germania, il banchiere del Reich fu tutt'altro che creativo: ricorse esclusivamente all'oro ed allo scambio di materie prime con altri Paesi. Nel 1933 le riserve d'oro della Reichsbank ammontavano a 937 milioni di marchi; in quattro anni scesero a 72 milioni, ed erano state usate per pagare l'economia di guerra [17].

    Sarà altresì interessante notare come la cosiddetta "sovranità monetaria" sia stata applicata soltanto dove si estendeva il raggio d'azione delle SA e della Gestapo. Dove ciò non era possibile, Schacht si guardò bene dallo scostarsi più di tanto dalle regole dell'economia. Tanto è vero che egli fu uno dei più forti sostenitori della confisca dell'oro degli ebrei tedeschi ai fini del riarmo.

    Un altro luogo comune imperante riguardo ad Hitler è la costruzione della Autobahn, l'autostrada tedesca. La Autobahn in Germania è l'equivalente dell'Inps in Italia. Si suole dire che Hitler avesse fatto molti danni, ma che almeno avesse ideato una tale gioiello del trasporto. Purtroppo questo non è vero: Hitler non pensò nulla di tutto questo.

    "Mentre è vero che circa un quarto degli attuali 11000 km di Autobahn sono stati costruiti durante il Terzo Reich, il primo progetto fu fatto da altri. Nel 1924 venne fondato lo Studiengesellschaft für den Automobilstraßenbau (Stufa) per iniziare a pianificare un sistema di autostrade. Nel 1926 lo Stufa pubblicò un ambizioso piano di una rete di autostrade di 22500 chilometri. Questo lavoro venne successivamente preso dalla HaFraBa, in origine una agenzia creata per progettare una Autobahn nord-sud, che collegasse le città Anseatiche (Brema, Amburgo, Lubecca), Francoforte e Basilea." [18] La prima tratta di autostrada tedesca univa Colonia-Bonn, i cui lavori erano iniziati nel '29 e che venne inaugurata nel '32.

    La rete autostradale tedesca era nata sin dall'inizio come metodo per abbassare la disoccupazione (nemmeno in questo Hitler fu particolarmente originale), anche perché altri motivi non ve n'erano. Negli anni '30 solo un tedesco su 50 possedeva un'auto e comunque il Paese era ancora preso da altri problemi di ordine ben maggiore. Tuttavia Hitler voleva che ogni lavoratore tedesco avesse un'auto, per cui decretò la creazione della Volkswagen, che doveva produrre un'auto ad un prezzo molto basso, 990 marchi. Nessuna azienda privata si poteva permettere un progetto del genere, ma Hitler non si scoraggiò. Nel 1938 decise che lo Stato doveva produrla ed ordinò al DAF, cioè alla manodopera gratuita, di costruire l'impianto a Fallersleben, attualmente un distretto Wolfsburg. Il DAF anticipò una parte del denaro necessario, ma il resto lo misero i tedeschi. Chi voleva un'auto, doveva versare 5 marchi alla settimana e, raggiunto "l'anticipo" di 750 marchi, otteneva il diritto di avere il nuovo veicolo appena disponibile. Decine di milioni di marchi vennero spesi dai lavoratori tedeschi, ma non un solo veicolo arrivò mai in mano a qualcuno.

    Da questa analisi risulta difficile parlare di "miracolo economico" nazista. I grandi numeri della produzione tedesca sono il frutto di una miscela che noi oggi riterremmo inaccettabile: paghe basse, diritti dei lavoratori inesistenti, lavoro gratuito obbligatorio per lo Stato, militarismo estremo e giochi contabili. Immaginiamo che oggi in Italia il governo organizzi campi di lavoro obbligatorio per tutti i giovani maschi al fine di costruire in poco tempo tutta la rete dell'Alta Velocità, mentre contemporaneamente pianifica l'invasione su grande scala del Nord Africa in cerca di petrolio arrivando a mobilitare un milione di ragazzi per la guerra, dopo aver alzato per legge il prezzo dei generi alimentari e la Fiat macina miliardi di euro producendo cannoni e carri armati. Davvero parleremmo di "miracolo economico"?

    Giorgio Mattiuzzo


    Vai alla prima parte.


    Note:

    1. The 25 Points of Hitler's Nazi Party, The History Place. In tedesco 25-Punkte-Programm der NSDAP, dal sito del Deutsche Historische Museum.
    2. The Ereditary Farm Law (Semptember 29, 1933), German History in Documents and Images (in inglese).
    3. L'equivalente anglosassone del Familienfideikommiss è il fee tail o entail.
    4. Ai punti 13, 14 e 16. Cfr. n. 1.
    5. In tedesco Kommunalisierung, che – come in italiano – rimanda al concetto di "Comune" nel senso di organizzazione territoriale ma che, allo stesso modo che la Comune di Parigi, fa risuonare pericolosamente il concetto di "collettivizzazione".
    6. W. Shirer, The Rise and Fall of the Third Reich, New York 1990³, pp. 189-190.
    7. Citato in W. Shirer, op. cit., p. 260.
    8. Ibid.
    9. Per una breve introduzione ai MEFO v. la voce Mefo bills di Wikipedia.
    10. The Nazis and the German Economy, History Learning Site.
    11. German Jewish Refugees, Ushmm.org.
    12. Reichsarbeitdienst, Feldgrau.com.
    13. Citato in M. McMenamin, Hitler, 1889-1936: Hubris – Review, Bnet.com.
    14. Il memorandum è consultabile in tedesco ed inglese: Hitlers vertrauliche Aufzeichnungen über Autarkie (August 1936), German History in Documents and Images.
    15. I. Kershaw, citato in M. McMenamin, op. cit.
    16. W. Shirer, op.cit., p. 261.
    17. V. nota 13.
    18. Hitler and the Autobahn, German.about.com.

    http://www.luogocomune.net/site/modu...p?storyid=2460

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