di Alberto Burgio e Claudio Grassi
su Essere comunisti del 08/03/2008
Editoriale del numero 5 di "Essere comunisti"
Nel giro di questi ultimi due mesi lo scenario politico è profondamente mutato. Ancora due mesi fa, alla fine dell’anno scorso, discutevamo dell’azione del governo Prodi, dei rapporti tra il nostro partito e il resto della maggioranza, della «verifica» imposta da alcune gravi decisioni dell’esecutivo (a cominciare dal Protocollo sul welfare e dal percorso seguito per la sua conversione in legge). E discutevamo del rinvio del Congresso nazionale di Rifondazione comunista che la segreteria nazionale del Partito aveva proposto proprio in ragione della concomitante «verifica» di governo. Insistevamo, allora, sull’urgenza di un bilancio dei primi due anni di legislatura: sulla necessità di un serio confronto, in seno al Partito, riguardo alla nostra partecipazione al governo e alle scelte politiche che l’avevano avviata. E chiedevamo che tale confronto costituisse la sostanza politica di quella vasta consultazione del corpo militante di Rifondazione comunista che avrebbe dovuto a sua volta orientare il confronto con il governo, definendo i contenuti della «verifica» e i criteri di valutazione dei suoi risultati.
Oggi resta ben poco di quello scenario. Il secondo governo Prodi rimane in carica solo per l’ordinaria amministrazione. La legislatura cominciata appena due anni fa è già finita. Le nuove elezioni incombono. Ovviamente è venuta meno la possibilità e la ragione stessa di qualsiasi confronto politico-programmatico con l’esecutivo. Per contro, il tema all’ordine del giorno è adesso una campagna elettorale che si annuncia assai complicata, specie per il nostro partito e per le altre forze di alternativa. Contro i partiti della sinistra giocherà in primo luogo la logica del voto utile, tanto più potente in un contesto americanizzante, nel quale viene affermandosi uno schema bipartitico. Non è improbabile che, pur di impedire il ritorno al potere di Berlusconi, Fini e Bossi, parte dell’elettorato della sinistra dia il voto al Pd, nella speranza di procurargli il cospicuo premio di maggioranza che la legge vigente riserva alla lista o alla coalizione di maggioranza relativa. Ma pesano anche altre ragioni.
Il governo uscente non ha certo dato buona prova di sé agli occhi dei settori più avanzati dell’elettorato di quella che fu l’Unione. Non ha saputo rispondere alle domande poste dal lavoro dipendente, alle prese con il dramma della precarietà e con un’emergenza salariale che la recessione alle porte e la crescente marginalità della nostra economia minacciano di rendere ancor più acuta. Ha sistematicamente ignorato le attese del popolo della pace accrescendo le spese militari, progettando la costruzione della nuova base militare di Vicenza e rifiutando di prendere in considerazione anche solo l’ipotesi di un graduale ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan. Non ha fatto nulla sul terreno dei diritti civili (non riuscendo nemmeno a legiferare in materia di coppie di fatto) e della laicità, sino all’ultima, penosa esibizione di subalternità offerta in occasione del mancato intervento del papa all’inaugurazione dell’anno accademico della “Sapienza”. Non ha mantenuto nemmeno la promessa di cancellare le peggiori leggi di Berlusconi (la 30 e la Bossi-Fini), di arginare lo strapotere mediatico del capo della destra e di risolvere lo scandalo del conflitto di interessi. In questo desolante quadro, il vergognoso spettacolo di Napoli e di parte della Campania sommerse dai rifiuti rischia di apparire la plastica rappresentazione di un fallimento generale, che ha tuttavia colpito soprattutto gli interessi e le ragioni delle fasce sociali meno protette. Tra le quali la delusione è diffusa e rischia di alimentare la propensione all’astensionismo.
Un simile scenario pone in risalto soprattutto le pesanti responsabilità delle forze di maggioranza che hanno contribuito alla conclusione anticipata della XV legislatura e negato al governo la possibilità di recuperare consensi correggendo i propri errori e colmando le lacune più gravi della propria azione. Ci riferiamo al sen. Dini, che non ha esitato a ricattare il governo pur di conquistare benemerenze presso i vertici confindustriali e i massimi dirigenti del centrodestra. Ci riferiamo al ministro Mastella, che ha formalmente aperto la crisi di governo in risposta alle iniziative giudiziarie assunte dalla magistratura nei confronti suoi, della moglie e di numerosi dirigenti e amministratori locali del suo partito. Ma ci riferiamo soprattutto al capo del neonato Partito democratico. Il quale – sacrificando al dialogo con Berlusconi il lavoro svolto a suo tempo dal ministro Chiti – ha assunto sul delicato terreno della riforma elettorale iniziative che hanno provocato la frantumazione dell’Unione e rigenerato una destra sino a poche settimane prima in grave crisi e del tutto priva di prospettive.
Sta di fatto che oggi è già di nuovo tempo di elezioni. Le forze della sinistra debbono ora fare appello alla propria determinazione. Alle proprie energie. Alla propria capacità di riconquistare una credibilità che questa esperienza di governo ha messo a repentaglio. Debbono farlo non solo e non tanto perché il Partito democratico ha annunciato di essere indisponibile a una coalizione analoga a quella costruita nel 2006. Al contrario. Debbono farlo nella consapevolezza che l’Unione ha fallito per ragioni profonde, che chiamano in causa le molteplici culture politiche e i diversi orientamenti programmatici delle sue componenti. È una sfida serissima, gravida di rischi. Che tuttavia deve essere raccolta e, possibilmente, trasformata in una opportunità: nell’occasione propizia alla rielaborazione delle proprie ragioni e alla valorizzazione delle proprie risorse intellettuali e morali.
Ma se questi sono, a grandi linee, i principali mutamenti verificatisi nel giro degli ultimi due mesi, numerosi e complessi sono i problemi che la nuova situazione pone sul tappeto. Si tratta ora di metterli sia pur sommariamente a fuoco, per prepararsi agli importanti appuntamenti che ci attendono nelle prossime settimane. Procediamo dunque con ordine, prendendo le mosse per l’appunto dalla questione che occupa il primo posto nell’agenda politica del nostro partito. Come va Rifondazione comunista alle elezioni ormai imminenti? Con quali programmi? In quali sistemi di alleanze? In quali liste? Con quale simbolo elettorale?
Le quattro forze politiche della sinistra – già accordatesi sull’opzione della lista unitaria (imposta da soglie di sbarramento molto elevate, soprattutto al Senato, per le coalizioni) e sulla figura del candidato-premier (individuato nella persona di Fausto Bertinotti) – hanno deciso di adottare il «segno grafico» con i colori dell’arcobaleno presentato lo scorso dicembre in occasione degli «stati generali» della sinistra. Niente simboli dei partiti. In particolare, niente falce e martello. Che – per riprendere le parole di Bertinotti – ciascuno è libero di «portare nel cuore», ma che qualcuno non avrebbe visto di buon occhio sulla scheda elettorale. Che cosa ne pensiamo? Come valutiamo tali decisioni, delle quali sembra non si possa ormai che prendere atto?
Ecco, appunto, cominciamo proprio da qui. Si fa un gran dispendio di retoriche della partecipazione, della democrazia, del rispetto delle regole. Si promuovono, a parole, intransigenti campagne contro il potere, contro le logiche verticistiche, contro l’uso arbitrario dell’autorità. Per non parlare delle crociate contro lo stalinismo, al centro di due congressi nazionali del nostro partito. Tutto bene. Peccato che tanti solenni proclami naufraghino drammaticamente alla prova del fuoco. Chi ha stabilito che, per la prima volta nella sua storia, il Partito della Rifondazione comunista vada ad elezioni politiche nazionali senza il proprio simbolo, senza quei segni del lavoro e delle lotte proletarie – la falce e il martello – la difesa dei quali fu, diciotto anni fa, uno dei motivi della nascita del Prc, contro l’iniziativa liquidatoria della Bolognina voluta da Occhetto e dai suoi più stretti collaboratori? Chi ha preso questa grave decisione, che rischia di provocare non soltanto pesanti effetti negativi sul piano elettorale, ma anche una generale crisi di fiducia nel corpo allargato dei nostri iscritti?
Prima di qualsiasi questione di merito, si pone qui, con ogni evidenza, un serio problema di rispetto delle regole democratiche. Un problema gigantesco. Perché non può credibilmente esservi un partito che lotta per la democrazia nel Paese e al tempo stesso vìola fondamentali regole democratiche al proprio interno. Tre mesi fa il compagno Giordano e tutta la segreteria nazionale chiesero – adducendo ragioni che ci parvero fondate – un rinvio del Congresso. Promisero in quella occasione che la pausa sarebbe stata occupata da una capillare consultazione del Partito – circolo per circolo, federazione per federazione – sulla «verifica di governo» allora all’ordine del giorno. Costatiamo che su scelte di non minore rilevanza il gruppo dirigente ha ritenuto di imboccare una strada tutt’affatto diversa. Sul simbolo e il candidato-premier si è deciso nel chiuso delle stanze della segreteria. Non si è voluto consultare né il corpo del Partito, né – a differenza di quanto è avvenuto in altri partiti della sinistra – gli organismi dirigenti territoriali e centrali ai quali, anche a norma di statuto, spetta di deliberare su tali materie. C’è di peggio. I nostri organismi nazionali – la Direzione e il Comitato politico – sono stati convocati a giochi fatti, quasi a voler restaurare fuori tempo massimo una regolarità di facciata.
Troviamo tutto ciò molto grave. Comprendiamo quindi bene la contrarietà manifestata in questi giorni da migliaia di compagne e compagni, il dissenso formalizzato in tanti ordini del giorno di circoli e Comitati federali. Comprendiamo questa protesta e ci auguriamo che il gruppo dirigente non commetta l’errore di sottovalutarne l’importanza e il significato politico. Non è cieca passione, è lucida determinazione. Che noi sosterremo a viso aperto in una battaglia per la difesa del Partito e per la democrazia interna.
Detto del metodo, veniamo al merito delle scelte compiute. Anche su questo terreno sono molte le ragioni del nostro dissenso. Ma limitiamoci alla ragione secondo noi decisiva: proprio quella del simbolo e della rimozione di falce e martello. Perché è una questione decisiva? Non abbiamo forse letto i tanti articoli, le tante dotte disquisizioni di chi argomenta che un simbolo è, dopo tutto, solo un simbolo? Un segno esteriore? Una banalità? Sicché chi viceversa lo considera un aspetto dirimente e si batte per il mantenimento della falce e martello non sarebbe in torto soltanto perché resterebbe legato a una simbologia vecchia, obsoleta, «novecentesca». Ma rivelerebbe per di più una concezione povera e statica di sé e della politica, una concezione «museale», abbarbicata a futili icone identitarie.
Bene. Noi chiediamo che si spieghi allora perché mai una questione marginale è stata tuttavia drammatizzata proprio da chi oggi si affanna a sostenerne l’irrilevanza. Non siamo certo noi ad avere posto il problema del simbolo. A noi quello del nostro partito va benissimo. Gli siamo affezionati e oltre a ciò sappiamo quanto valore ha per tanti nostri compagni e compagne, per tanti comunisti di questo Paese che non hanno alcuna intenzione di rinunciarvi o di trasformarlo in un fatto puramente interiore, quasi si trattasse dell’insegna di un credo religioso. La questione è stata posta in modo ultimativo da chi falce e martello non vuole per nessuna ragione nel simbolo della propria lista elettorale. Sta quindi a chi non ha voluto la falce e martello spiegare perché. E svelare il mistero della rilevanza decisiva di qualcosa che si dichiara al tempo stesso banale. È chiaro che le cose non stanno affatto così. E pensiamo che sia il caso di dismettere stucchevoli astuzie, che a lungo andare diventano semplici ipocrisie. È la faccia cattiva della politica quella che si affida a calcolate ambiguità per potere poi procedere a forza di fatti compiuti.
In realtà chi ha aperto la guerra sul simbolo dei comunisti sa benissimo che cosa sono i simboli in politica. Sa che sono segni distintivi, che identificano i soggetti nella misura in cui ne richiamano storia, cultura e volontà. Sa che sono cifre – codici sintetici – di quel che di saliente ciascun soggetto porta con sé e di ciò che lo costituisce nella sua specificità. D’altronde ci pare lo abbia detto in modo molto chiaro, benché implicitamente, proprio il compagno Mussi quando, alla vigilia degli «stati generali» della sinistra, dichiarò che lui «i conti con la falce e martello» li ha definitivamente chiusi nel 1989. Che genere di conti? Di che cosa si trattava? Quella dichiarazione sarebbe del tutto incomprensibile se, parlando del simbolo, il compagno Mussi non avesse inteso riferirsi a ciò che il simbolo evoca, cioè al comunismo, alle sue idee e alla sua storia. E difatti il compagno Mussi nell’89 scelse una strada del tutto differente dalla nostra. Seguì Occhetto nella Bolognina. Contribuì convintamente allo scioglimento del Pci, entrò nel Pds e coerentemente ne assecondò le ulteriori mutazioni, arrestandosi solo – del che gli diamo volentieri atto – dinanzi alla soglia del Partito democratico. Di questo, naturalmente, si tratta. E di questo – di serissimi giudizi politici, non di banali «segni grafici» o di altre amenità – si sarebbe dovuto discutere tra noi, evitando di risolvere tutto con artifici dialettici.
Il punto è molto semplice. Come comprendiamo che chi ancor oggi rivendica la Bolognina non veda di buon occhio il simbolo dei comunisti e del movimento operaio, così per parte nostra noi rivendichiamo quel simbolo e ci opponiamo alla sua cancellazione. Che consideriamo sbagliata sia sul piano culturale (dove tradisce la subalternità all’ideologia dominante), sia sul piano politico (poiché sono moltissimi in tutta Italia le compagne e i compagni che provano sconcerto e sdegno per la decisione di espungere la falce e martello dal simbolo sotto il quale si presentano alle elezioni i candidati di Rifondazione comunista). E qui si pone un altro problema, a dir poco inquietante.
Come si giunge, di norma, a una decisione condivisa quando si muove da propositi diversi? Naturalmente si cerca di mediare. E, nel mediare, si tiene conto anche delle rispettive forze degli interlocutori. Senonché in questo caso a prevalere è stata proprio la forza più esigua, che è riuscita miracolosamente a imporre tutte le proprie condizioni. È ben strano che – a fronte di due partiti comunisti (che insieme, alle elezioni del 2006, hanno raccolto oltre l’8% dei voti) e di un terzo partito (i Verdi) che non avanza riserve di principio contro la falce e martello (come dimostra il simbolo con cui si è presentato due anni fa al Senato) – a prevalere sia stata proprio la Sinistra democratica, una forza politica accreditata dai sondaggi allo 0,9%. Si converrà che c’è qualcosa di paradossale in tutta questa vicenda. Almeno a prima vista, viene spontaneo pensare che se le forze prevalenti nell’ambito della sinistra – in primo luogo Rifondazione comunista – avessero voluto far pesare le proprie ragioni, sarebbe stato difficile impedirglielo. Viene quindi spontaneo ritenere che se nella discussione sul simbolo (e vedremo cosa accadrà riguardo al programma, che dovremmo affrettarci a definire) il nostro gruppo dirigente avesse difeso la falce e martello, oggi non avremmo un «segno grafico» indistinto e senza storia. E i comunisti di questo Paese non sarebbero costretti, per la prima volta da sessant’anni a questa parte, a rinunciare al simbolo delle lotte operaie e contadine, quasi si trattasse di vergognarsene o di trattarlo alla stregua di un’anticaglia da relegare in soffitta.
Contro tale esito e contro le forzature che lo hanno propiziato la nostra battaglia è stata e sarà esplicita. Cercheremo di dare voce all’ampio e crescente dissenso interno, che è venuto diffondendosi in tutte le componenti del Partito, al di là delle diverse sensibilità che lo articolano. A Livorno, in occasione dell’anniversario della nascita del Pcd’I, e ancora a Roma, nell’assemblea pubblica del 16 febbraio, abbiamo percepito intorno a noi un forte sentimento di fiducia da parte delle compagne e dei compagni che hanno a cuore, sopra tutto, la difesa del nostro Partito, il suo rafforzamento strutturale, il suo radicamento territoriale, il rilancio di quel lavoro di ricerca e di riflessione che è il cuore politico del progetto della rifondazione comunista. Abbiamo avvertito limpidamente la domanda che questo sentimento, che ci riempie di orgoglio e che sentiamo come fonte di impegno, porta con sé. Non deluderemo queste attese. Continueremo a batterci con tutte le nostre forze contro qualsiasi spinta allo scioglimento di Rifondazione comunista, da chiunque essa provenga. Ma a nostra volta chiediamo alle compagne e ai compagni che condividono questa nostra battaglia di tenere duro, di non lasciarsi sopraffare dallo scoramento e dalla rassegnazione. Di rimanere nel Partito, dove questa battaglia va combattuta. Nessuna energia dev’essere sottratta a questo cimento.
Veniamo così a un’ultima questione, non meno rilevante di quelle affrontate in precedenza. È in corso una campagna elettorale molto difficile. Il clima politico nel Paese è pesante. La destra mostra propositi di rivalsa di cui si moltiplicano ogni giorno le avvisaglie. La crociata sanfedista contro la legge 194 cela una volontà di vendetta contro le donne e le loro conquiste di libertà e di autodeterminazione. Gli accenni di Berlusconi al ripristino della controriforma pensionistica varata dal suo governo servono a mobilitare le componenti oltranziste del padronato, decise a scaricare sul lavoro tutte le difficoltà del nostro sistema produttivo. Nelle scuole e nelle periferie urbane si moltiplicano gli episodi di squadrismo razzista e fascista, nei confronti dei quali le forze dell’ordine mostrano talvolta una inaccettabile tolleranza. Purtroppo i dirigenti del Partito democratico non paiono avvedersi di quanto accade. Hanno deciso che il rapporto con l’avversario deve essere gentile, armonico. E nel nome di questo presupposto rimuovono la realtà. O, peggio, fanno proprie talune ragioni della controparte.
Per questo, da oggi al 13 aprile, tutte le nostre energie dovranno essere mobilitate nel sostegno alle forze della sinistra. È necessario per la nostra gente, è necessario per il Paese. In cima alle nostre preoccupazioni debbono porsi i drammatici problemi lasciati irrisolti dal governo uscente. I salari più bassi d’Europa, falcidiati dal carovita e dal fiscal drag che Prodi si era impegnato a restituire. La precarietà che dilaga e genera ansia e povertà. La scarsa sicurezza sul lavoro, che si traduce nelle stragi quotidiane. Le discriminazioni di milioni di lavoratori immigrati, che una legge infame costringe all’illegalità ed espone al ricatto dei padroni. Le missioni militari che ancora vedono nostri soldati sui fronti di guerra, mentre nuove nubi si addensano sui cieli dei Balcani, in Libano, in tutto il Medio Oriente.
L’esperienza negativa del governo dell’Unione e la coscienza dei gravi errori commessi dal nostro Partito in questi due anni – il grave ritardo nel riconoscere la direzione di marcia del governo, la troppa timidezza nel criticarla – non debbono frenarci nella battaglia elettorale. Al contrario. Debbono essere uno sprone nella ricerca di soluzioni efficaci e nell’espressione delle nostre ragioni. Ma dopo le elezioni – che ci auguriamo vedranno una netta affermazione delle forze della sinistra – si aprirà una nuova fase, al centro della quale si colloca il VII Congresso nazionale di Rifondazione comunista. A questo appuntamento occorre prepararsi sin d’ora, con la consapevolezza della sua importanza.
Proprio per la portata degli avvenimenti susseguitisi dal 2005 ad oggi quello che ci attende non sarà un congresso di ordinaria amministrazione. Il Partito ha un vitale bisogno di discutere in modo franco e approfondito di quanto è accaduto nel corso di questi anni. Per ritrovare la propria strada ha l’esigenza di capire, di fare finalmente un bilancio delle scelte via via compiute dal gruppo dirigente. Basti qui un rapido cenno.
A Venezia prevalse la linea dell’alleanza incondizionata con Prodi sulla base di una tesi (la presunta «permeabilità» dell’Ulivo alle istanze dei movimenti) che i fatti hanno totalmente smentito. E nei confronti della quale già allora una parte del Partito aveva manifestato le proprie riserve. Rimanendo inascoltata. Ricevendo, anzi, attacchi e censure di inusitata violenza. È venuto poi il governo Prodi: quant’altri mai generoso con le imprese e ligio ai dettami di Maastricht e ai desiderata di Washington e della Nato. Occorrerà valutare l’atteggiamento tenuto dal nostro Partito nei confronti di questo governo, e capire in che misura la linea governista prevalsa a Venezia abbia influito su di esso. E ancora. Come abbiamo detto, la crisi di governo è stata determinata dall’avventurismo di Walter Veltroni, che ha spaccato l’Unione. Dovremo tuttavia interrogarci anche sul ruolo svolto dal Prc in questa vicenda, e segnatamente sulle posizioni assunte man mano che si dispiegava l’iniziativa veltroniana in tema di riforma della legge elettorale. Vi è infine la partita del percorso unitario a sinistra, che ha visto il gruppo dirigente del Partito passare improvvisamente da una linea di indifferenza (praticata tra il 1998 e il 2003) a una propensione organizzativistica, che rischia ora di mettere in discussione l’autonomia di Rifondazione comunista.
Di tutto questo si tratterà di discutere nel prossimo congresso, che dovrà avviarsi all’indomani delle elezioni di aprile. Si tratterà pertanto di un’occasione importante, per il futuro del nostro Partito e per il carattere delle relazioni tra le sensibilità che lo compongono. A questo proposito ricordiamo che nei mesi scorsi si era aperta una nuova fase, improntata alla ricerca dell’unità e tesa al rafforzamento del Prc. L’attuale gruppo dirigente sembrava volersi lasciare alle spalle uno stile di direzione escludente che aveva esasperato le divisioni e indebolito gravemente il Partito. L’anno scorso la Conferenza di organizzazione di Carrara aveva rappresentato, agli occhi di tante compagne e compagni, l’avvio di una nuova e promettente stagione sulla quale anche noi avevamo investito. A quell’investimento non intendiamo nemmeno ora rinunciare. Nella misura in cui dipenderà da noi, continueremo a lavorare anche in futuro per l’unità interna e per una gestione collegiale e democratica di Rifondazione comunista. D’altra parte non possiamo non vedere come le recenti scelte e le forzature compiute dal gruppo dirigente del Partito abbiano messo in difficoltà il percorso unitario e rischino di comprometterlo.
Ce n’è abbastanza per dire che il nostro VII Congresso nazionale avrà luogo in uno scenario complesso. Tanto più, quindi, sarà necessario che ciascuno conduca la propria battaglia con misura e senso di responsabilità. Noi la nostra la proseguiremo come sempre tenendo ferma la bussola sui valori che ci hanno sin qui guidato: l’autonomia del Partito, l’unità politica delle forze di alternativa. Di più. Consapevoli della delicatezza del momento, siamo determinati a batterci al fianco di tutte le compagne e di tutti i compagni che condividono con noi questi valori. Siamo convinti che il Partito abbia bisogno di intraprendere una strada nuova, bandendo lacerazioni che impediscono la partecipazione e frustrano le tante risorse e capacità di cui è in possesso. Più in generale, nel momento in cui il Partito democratico e la destra di Berlusconi e Fini si accordano per dare vita a un sistema bipartitico che neghi rappresentanza politica agli interessi del lavoro e dei soggetti sociali meno protetti, è il nostro Paese che ha più che mai bisogno di un forte partito comunista con basi di massa. Sappiamo che questa convinzione non è solo nostra, che essa è condivisa dalla stragrande maggioranza delle compagne e dei compagni che in tutti questi anni hanno sostenuto il Partito con il loro generoso lavoro quotidiano. È giunto il momento di mettere a valore questo grande patrimonio. Non solo nell’interesse di Rifondazione comunista, ma anche per il bene della nostra gente e di tutta la sinistra italiana.
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=22181




Rispondi Citando