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    Predefinito Collassa il decantato modello liberista irlandese.

    L’Irlanda distrutta dall’euro

    Maurizio Blondet 13 marzo 2008 Per anni l’Irlanda è stata l’allievo modello del liberismo terminale. Ne ha applicato con entusiasmo tutte le ricette (liberalizzazioni, flat tax, mercato del lavoro libero) e la sua rinnovata «competitività» è stata premiata con un boom economico straordinario. Il boom è finito, ed è cominciato il disastro.

    I prezzi delle case sono scesi del 7% l’anno scorso, e continuano a precipitare. La disoccupazione è in aumento. Le banche sono piene di debiti. E si rivela che il boom era, in realtà, soltanto una enorme bolla immobiliare. Ma non è colpa degli irlandesi. La colpa è dell’euro, o più precisamente del tasso primario imposto dalla BCE uguale per tutte le economie dell’eurozona.

    Ci sono stati anni in cui, per dare fiato alla Germania in recessione, la BCE ha mantenuto il tasso d’interesse al 2%: buono per la Germania, anzi ancora troppo alto, ma «troppo basso» per l’Irlanda. Il denaro facile ha lanciato le banche irlandesi in una corsa ad indebitare i concittadini. Con mutui e prestiti personali. Il credito si espandeva da un anno all’altro anche del 30%.

    Col denaro così abbondante e a basso costo, gli imprenditori hanno costruito a man bassa: l’edilizia ha raggiunto il 15% del reddito nazionale, ed è la maggiore industria del Paese, con 280 mila addetti - molto per un paese di 4,2 milioni di anime. Molte banche hanno offerto mutui al 100% sul valore dell’immobile; il 55% sono a tasso variabile. Quanto ai debiti delle famiglie, hanno raggiunto il 190% del reddito disponibile della famiglie stesse, la percentuale più inaudita del mondo sviluppato.

    Dopo il collasso cominciato in America, le banche irlandesi si trovano paurosamente esposte nell’immobiliare a prezzi precipitosamente calanti, con sempre più debitori insolventi, - e come non bastasse, i tassi della Banca Centrale Europea sono saliti al 4,5% (1). Decisamente troppo per una piccola economia in recessione, e in pieno «credit crunch» mondiale. Il tasso EU ha creato la bolla e la distorsione dell’economia irlandese quando era troppo basso, ed ora la strangola definitivamente perché è troppo alto.

    «Il mercato degli immobili è morto, quello delle auto nuove è ghiacciato, la perdita di lavoro è a livelli record, gli esportatori sono devastati dall’euro forte, i prezzi dei carburanti balzano in su, i pignoramenti crescono»: così ha sunteggiato la situazione il giornale Irish Independent. E lo Stato è impotente a scongiurare che la recessione si trasformi in depressione.

    «Non possiamo fare niente di quello che uno Stato farebbe in una simile situazione di recessione da scoppio di bolla finanziaria», spiega Morgan Kelly, economista alla University College Dublin: «Non possiamo abbassare i tassi d’interesse, non possiamo svalutare, non possiamo applicare stimolo fiscale, e tutto perché siamo nell’eurozona».

    Tutte queste prerogative sono state demandate alla BCE: è Trichet che varia i tassi, che sopravvaluta l’euro, che vieta l’allentamento fiscale, anzi raccomanda «rigore» (cioè più tasse) per non sforare il debito pubblico. Come tutti noi, anche l’Irlanda ha ceduto al sovranità monetaria al banchiere-robot. Il quale fornisce a tutti, per così dire, una T-shirt della stessa taglia: dove la Germania sta stretta, e dove l’Irlanda affoga (come Italia, Spagna e Grecia: ma quando un Paese è piccolo, il colpo è più duro e coinvolge immediatamente tutti i settori economici).

    «Abbiamo una recessione interna che coincide e si aggiunge alla recessione globale», dice Kelly: e nell’impossibilità di ogni manovra, «è la salute del sistema bancario a determinare quanto sarà grave la recessione. E francamente, la salute non è buona». Sono strapiene di mutui al 100 per 100 su case svalutate, e i cui abitanti non riescono a pagare i ratei variabili verso l’alto.

    Le banche irlandesi, rivela la Banca dei Regolamenti Internazionali, hanno accresciuto enormemente l’emissione di obbligazioni di vario genere: da 10 miliardi di dollari a 35 miliardi in un quadrimestre, cifra enorme per un paese di 4 milioni di persone. Perché emettere bond in un mercato dove nessuno è disposto a comprarli? Semplice: le banche irlandesi emettono queste obbligazioni per consegnarle allo sportello della BCE, ed ottenere in cambio liquidità. Non possono fare altro, avendo le istituzioni finanziarie e le famiglie accumulato 123 miliardi di dollari di passivi in mercati esteri, quello americano e quello inglese anzitutto, dove gli scambi sono congelati dal terrore e dai crack.

    Secondo il professor Kelly, lo Stato finirà per operare un gigantesco salvataggio delle banche a spese dei contribuenti. «Il precedente c’è, è quello che hanno fatto gli scandinavi negli anni ‘90 nazionalizzando le banche», dice. Difatti la Svezia ha nazionalizzato le sue più grosse banche, risanandole e poi rimettendole sul mercato. Ma c’è un piccolo dettaglio: per far questo, la Svezia dovette uscire dal serpente monetario europeo (il sistema di cambi fissi che portò all’euro), e riprendersi il controllo delle leve monetarie, la sovranità finanziaria. L’Irlanda dovrà uscire dall’euro? Sarà il primo Paese ad uscirne?

    Nessuno osa proporre questo, e nemmeno pensare a cosa accadrebbe a un piccolo Paese indebitatissimo fuori della moneta comune, ai tassi che richiederebbero gli investitori per comprare i suoi BOT. E tutti guardano con spavento al momento in cui gli irlandesi saranno chiamati a pronunciarsi sulla cosiddetta costituzione europea, ribattezzata Trattato di Lisbona. E’ il solo Paese che terrà un referendum su questo (a tutti gli altri questa possibilità è stata negata). Cosa deciderà il popolo?

    La spaccatura dell’eurozona, sottoposta a tensioni intollerabili, può cominciare da lì e non dalla Spagna o dall’Italia. Il brutto è che le Banche Centrali non si preoccuperanno troppo di salvare un paesino di 4 milioni di abitanti, quando saranno impegnate ad affrontare - con mezzi ridicoli - la crisi più titanica che già si profila. E’ quella dei derivati.

    Warren Buffet, il più intelligente finanziarie americano, già nel 2003 segnalava questa bolla torreggiante su tutte le altre bolle: «La quantità proliferante di derivati a lungo termine e il massiccio crescere di cambiali non coperte (uncollateralized receivables) che portano con sé sono armi finanziarie di distruzione di massa». Nel 2003, i derivati in essere avevano un valore «nozionale» di 100 trilioni di dollari (un trilione è un milione di milioni); oggi sono una montagna con nozionale di 516 trilioni.

    Il loro valore sui «mercati» oggi è un’incognita totale, e per lo più questi strumenti finanziari creativi non hanno mai avuto alcun mercato, essendo contratti privati fra due banche o due aziende o due finanziarie. Per di più, non hanno dietro nulla di reale a sostenere le transazioni, qualcosa di simile alle riserve bancarie o ai margini degli agenti di Borsa. Sono superfetazioni fantastiche basate su piramidi di crediti sottostanti, serviti per anni a creare denaro dal nulla del nulla, al di fuori delle Banche Centrali e dei circuiti finanziari di «mercato».

    Ora una piramide è crollata - i mutui subprime - e l’implosione a catena è cominciata. Quando toccherà i derivati, non vale consolarsi pensando che quel loro preteso valore di 516 trilioni di dollari è un «nozionale» puramente teorico, che nessuno potrà perdere tanto. Inutile rileggersi il rapporto della Banca dei Regolamenti Internazionali che nel 2007 ha valutato in 11 trilioni «la misura approssimativa del rischio finanziario trasferito nei mercati dei derivati».

    Vale la pena di fare un confronto: il prodotto interno lordo USA ammonta a 15 trilioni. Tutti i beni immobili del pianeta, case e terreni, grattacieli porti e autostrade e ferrovie, valgono 75 trilioni. Anche una percentuale di crack nei derivati, col nozionale a 516 trilioni, basta a risucchiare l’intera economia americana, o una fetta dei valori immobiliari del mondo. Le Banche Centrali hanno lasciato crescere il mostro - in nome del dogma liberista-privatista, senza controllo e senza regole - ed ora non sanno letteralmente che cosa fare. Le loro iniezioni di liquidità al ritmo apparentemente stratosferico di 200 miliardi di dollari sono risibili, al confronto dei trilioni di buchi che i derivati possono creare.

    In questo vuoto di soluzioni, vale la pena di citare una proposta del vice-segretario al Tesoro sotto Ronal Reagan, Paul Craig Roberts, che non saprei giudicare. Secondo Craig Roberts, bisogna sospendere la regola che obbliga le istituzioni finanziarie a scrivere sui libri contabili i loro mutui subprime ai valori di mercato correnti (mark to market). «E’ questo che crea problema nei bilanci delle banche», dice (2). Le obbligazioni composte da mutui subprime sono nei guai «prima che ci fosse un mercato per essi, dato che erano vendute direttamente dalle istituzioni che li emettevano agli investitori», o non quotati o fluttuanti in alcuna Borsa.

    «Ora che sono malfamati e il loro valore è sconosciuto, nessuno li vuol comprare. E’ la loro non liquidabilità che ne abbassa il valore». E il valore precipitante di questi subprime sta trascinando le banche e i fondi speculativi all’insolvenza, per di più obbligandole, per fare cassa, a vendere «attivi liquidi sani», ossia le azioni solide, su mercati borsistici, così accelerandone il declino e infettando del male anche le aree sane dell’economia.

    La proposta di Craig Roberts è di cambiare la regola, e consentire alle istituzioni speculative di mantenere questi «strumenti inguaiati» nei loro bilanci al loro valore di carico, o al 90% del loro valore (fittizio) iniziale, per guadagnare tempo e sperare nella formazione di un mercato per questa carta. «Sospendere l’obbligo del mark to market allevierebbe la pressione dalla Borsa, e renderebbe non necessario per la Federal Reserve di abbassare ancora i tassi d’interesse per pompare liquidità nell’economia attraverso un sistema bancario che è danneggiato. Tassi d’interesse ancora più bassi peggiorano la crisi accelerando il declino del dollaro; ora che l’inflazione cresce, altra liquidità peggiora la crisi economica».

    Il fatto è che, dice l’economista, «non esiste un problema generale di scarsa liquidità; i problemi di liquidità riguardano solo questi strumenti finanziari mal concepiti». Non mi pare gli si possa dar torto. Il punto è che una tale proposta significa salvare, dare sussidi, ai responsabili della messa in commercio delle obbligazioni composte con mutui di insolventi, una «cattiva idea» ispirata da «avidità e frode», per cui «qualcuno deve pagare». Certamente, annuisce Craig Robert: «Ma ora paga la società in generale e l’economia».

    E giustamente, l’economista getta la responsabilità sulla Federal Reserve di Alan Greenspan, che con la sua politica «irresponsabile» di bassi tassi, ha prodotto il boom edilizio, senza il quale i mutui subprime non sarebbero stati pensati. Siccome i prezzi degli immobili aumentavano, anche i prestiti altamente rischiosi sembravano «buoni». Ma la vera causa di tutto, aggiunge, è stata l’abolizione della legge Glass-Steagal nel 1999.

    Questo Glass-Steagal Act fu emanato nel 1933 proprio come risposta alla crisi del ‘29: esso vietò alle banche commerciali la speculazione azionaria, separando le due funzioni in due tipi di banche diversi (commerciali e d’investimento). Questa legge impediva che le speculazioni andate a male distruggessero il capitale delle banche, con la sequenza a catena dei fallimenti bancari e delle corse agli sportelli dei depositanti. Quella legge fu abolita nel ‘99 (sotto Clinton) da un Congresso posseduto dalla «ideologia del libero mercato», secondo cui «la libertà di mercato è sempre superiore alla regolamentazione pubblica». Ecco i risultati. Che dire?

    Pare che Ben Bernanke stia facendo qualcosa di simile alla proposta di Craig Roberts: la sua ultima iniezione di liquidità di 200 miliardi di dollari consiste nel pagare con Buoni del Tesoro le cartacce (mutui subprime e obbligazioni composte da ipoteche) che le banche disperate portano all’incasso. Evidentemente, queste cartacce vengono valutate dalla FED a un valore fittizio di carico. Se basterà, o se sia troppo poco e troppo tardi, se la peste finanziaria non si sia già troppo estesa all’economia reale, lo dirà il domani prossimo.



    1) Ambrose Evans-Pritchard, «Irish banks may need life-support as property prices crash», Telegraph, 11 marzo 2008.
    2) Paul Craig Roberts, «How to end the subprime crisis», Counterpunch, 11 marzo 2008.






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    Link a questo articolo : http://www.effedieffe.com/content/view/2453/179/

  2. #2
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    I nodi stanno venendo al pettine. Prepariamoci. La peste finanziaria amerikana sta espandendosi e infettando tutto.


  3. #3
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    bene... considerando che l'unione sovieta e i sistemi social comunisti sono crollati da già vent'anni, significa che il capitalismo dura piu' a lungo e quindi è migliore..
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  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Alexeievic Visualizza Messaggio
    bene... considerando che l'unione sovieta e i sistemi social comunisti sono crollati da già vent'anni, significa che il capitalismo dura piu' a lungo e quindi è migliore..
    Tu torna a cuccia, chè fra poco saranno cazzi per voi amerikanisti.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da canapone 59 Visualizza Messaggio
    I nodi stanno venendo al pettine. Prepariamoci. La peste finanziaria amerikana sta espandendosi e infettando tutto.

    Non voglio infierire sul blondie (non c'è neanche più gusto). Ma posso confermare che l'economia irlandese sta bene, ed è un paese che ha servizi e possibilità che noi manco ci possiamo sognare. Io ci vivrei volentieri (e qui ti apro la porta per una facile batuta...).

  6. #6
    Ridendo castigo mores
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    Citazione Originariamente Scritto da Alexeievic Visualizza Messaggio
    bene... considerando che l'unione sovieta e i sistemi social comunisti sono crollati da già vent'anni, significa che il capitalismo dura piu' a lungo e quindi è migliore..
    c' e gia' qualcuno che in america sta pensando a come pararsi il culo " alla russa " ma sara' dura quel che resta dei russi ha ancora una parvenza di popolo quello americano no ... gli usa solo una " societa' di consumo " ...

    leggete questo interessante articolo


    I CINQUE STADI DEL CROLLO
    Postato il Martedi 11 Marzo 2008 (19:00) di marcoc

    DI DMITRY ORLOV
    cluborlov.blogspot.com

    Elizabeth Kübler-Ross ha definito le cinque fasi della gestione di dolore e tragedia come: negazione, collera, patteggiamento, depressione ed accettazione, e le ha applicate con un notevole successo a varie forme di perdite personali di tipo catastrofico, quali la morte di una persona cara, l’improvvisa fine della propria carriera, e così via.

    Numerosi pensatori – in particolare James Howard Kunstler e, più di recente, John Michael Greer – hanno fatto notare come il modello Kübler-Ross sia accurato, in modo alquanto terrificante, anche nel rispecchiare il processo attraverso cui la società nel suo complesso (o almeno le sue parti informate e pensanti) si stia riconciliando con l’inevitabilità di un futuro discontinuo, in un momento in cui le nostre istituzioni e i nostri sistemi di supporto vitale sono insidiati da un mix di impoverimento delle risorse, alterazioni climatiche catastrofiche e impotenza politica.

    Ma fino ad ora poco si è detto nello specifico della struttura più sottile di tali discontinuità. Al contrario, ci troviamo con un continuum di giudizi soggettivi, che spaziano da "una recessione grave e prolungata" (la predizione che più di frequente leggiamo nella stampa finanziaria), al suggestivo ma poco scientifico "clusterfuck" di Kunstler, al sempre popolare "crollo della civiltà occidentale", dipinto a colpi di pennello sempre più spessi.

    A coloro i quali hanno già attraversato tutti gli stadi emozionali della propria riconciliazione con la prospettiva di sconvolgimenti sociali ed economici, potrebbe essere d’aiuto disporre di una terminologia più precisa che vada oltre questo tipo di espressioni caratterizzate emotivamente. La definizione di una tassonomia del crollo potrebbe dimostrarsi più che un semplice esercizio intellettuale: secondo le capacità e condizioni di ognuno, alcuni di noi potrebbero essere in grado di formulare progetti specifici per un certo stadio del crollo come fermata temporanea o persino permanente.

    Anche se una società all’attuale stadio di complessità socioeconomica non sarà più possibile e anche se, come Tainter suggerisce nel suo Collapse of Complex Societies (‘Il crollo delle società complesse’), vi sono situazioni in cui il crollo si dimostra la corretta risposta adattativa, il risultato non è necessariamente la rovina della popolazione, con i sopravvissuti allo sbando trasformati in esseri umani solitari e inselvatichiti dispersi in lande selvagge la cui vita sia ridotta al livello di misera sussistenza. Il crollo può essere concepito come una ritirata ordinata ed organizzata, invece che una completa disfatta.

    Per esempio, il crollo dell’Unione Sovietica – esempio più recente, da me personalmente preferito, di crollo imperialista – non è arrivato al punto della disgregazione politica delle repubbliche che la componevano, sebbene alcune di esse (Georgia, Moldavia) abbiano dovuto cedere territori ai movimenti separatisti. E sebbene gran parte dell’economia si sia temporaneamente bloccata, molte istituzioni – tra cui l’esercito, i servizi e i trasporti pubblici – hanno continuato a funzionare ininterrottamente. E sebbene si siano verificati grandi sconvolgimenti e sofferenze sociali, la società nel suo complesso non è crollata perché la maggior parte della popolazione non è rimasta priva dell’accesso a cibo, casa, medicine, né a nessun altro dei beni necessari alla sopravvivenza. La struttura di "comando e controllo" dell’economia Sovietica aveva ampiamente disaccoppiato le necessità della vita quotidiana da un qualsiasi elemento di psicologia del mercato, associandole invece ai concreti flussi di energia e al concreto accesso alle risorse. Tale situazione, come sostengo nel mio Reinventing Collapse (‘La reinvenzione del crollo’) di prossima uscita, ha permesso, senza che questo fosse intenzionale, che la popolazione Sovietica fosse più pronta al crollo di quanto non sia attualmente possibile negli Stati Uniti.

    Avendo riflettuto a lungo tanto sulle differenze quanto sulle similarità tra le due superpotenze – quella che è già crollata e quella che sta crollando mentre scrivo – mi sento pronto a tentare, definendo i cinque stadi del crollo, un’audace congettura che serva da pietra miliare mentale mentre valutiamo il nostro grado di preparazione al crollo e vediamo cosa si può fare per migliorarlo.

    Invece che collegare ogni fase ad una particolare emozione, come nel modello Kübler-Ross, la tassonomia che propongo collega ognuno dei cinque stadi del crollo alla violazione di uno specifico livello di fiducia, o fede, nello statu quo. Sebbene ogni stadio causi modificazioni concrete, osservabili nell’ambiente, queste possono essere graduali, mentre lo scarto mentale sarà generalmente alquanto rapido. Che nessuno (a parte un vero sciocco) voglia essere l’ultimo sciocco a credere in una menzogna è una sorta di universale culturale.

    Gli stadi del crollo

    Stadio 1: Crollo finanziario. è perduta la fede negli "affari come al solito". Non si parte più dall’assunto che il futuro assomigli al passato nel consentire di valutare il rischio e garantire il patrimonio finanziario. Gli istituti finanziari diventano insolventi; i risparmi sono spazzati via, e l’accesso al capitale è perduto.

    Stadio 2: Crollo commerciale. è perduta la fede nel fatto che "il mercato provvederà". Il denaro è svalutato e/o scarseggia, si fa incetta di merci, si spezzano le catene di importazione e commercio al dettaglio, e la carenza diffusa dei beni di sopravvivenza diventa la norma.

    Stadio 3: Crollo politico. è perduta la fede in "il governo si prenderà cura di te". Mentre i tentativi ufficiali di alleviare la diffusa perdita di accesso alle risorse commerciali di beni di sopravvivenza non riescono a migliorare la situazione, l’establishment politico perde legittimità e rilevanza.

    Stadio 4: Crollo sociale. è perduta la fede in "i tuoi si prenderanno cura di te". Nel frattempo, le istituzioni sociali locali – siano esse rappresentate da enti filantropici, leader della comunità o altri gruppi che si affrettano a riempire il vuoto di potere – esauriscono le risorse o si dissolvono a causa di conflitti interni.

    Stadio 5: Crollo culturale. è perduta la fede nella bontà dell’umanità. La gente perde la propria capacità di "gentilezza, generosità, attenzione, affetto, onestà, ospitalità, compassione, carità" (Turnbull, The Mountain People [‘La gente della montagna’]). Le famiglie si disintegrano e i loro componenti competono come individui nell’accaparrarsi le scarse risorse. Il nuovo motto diventa "Possa tu morire oggi cosicché io muoia domani" (Solženicyn, The Gulag Arcipelago [‘Arcipelago Gulag’]). Potrebbero persino verificarsi episodi di cannibalismo.

    Sebbene molti immaginino il crollo come una sorta di ascensore che scende all’ultimo piano sotterraneo (il nostro Stadio 5) qualsiasi pulsante si prema, non è possibile intravedere alcun siffatto meccanismo automatico. Piuttosto, per finire tutti allo Stadio 5 è necessario che si faccia uno sforzo concertato ad ognuno degli stadi precedenti. Che tutti i giocatori sembrino determinati a fare proprio uno sforzo del genere potrebbe conferire a tale crollo la forma di una tragedia classica – una consapevole ma inesorabile marcia verso la perdizione – piuttosto che quella di una farsa ("Ops! Ah, eccoci qui, Stadio 5." - "Allora, chi ci mangiamo per primo?" - "Me! Sono squisito!"). Descriviamo questo processo per sommi capi.

    Il crollo finanziario, come lo stiamo osservando al momento, consiste di due componenti. Da un lato, parte della popolazione generale è costretta a trasferirsi, non potendosi più permettere la casa acquistata sulla base di valutazioni sgonfiate, redditi contraffatti e stupide aspettative di un’infinita inflazione patrimoniale. Poiché, tecnicamente, a queste persone non si sarebbe mai dovuto consentire l’acquisto di tali case, e poiché le hanno potute acquistare solamente per via di illeciti finanziari e politici, si tratta in realtà di un sviluppo salutare. La seconda componente è costituita da uomini in abiti costosi che gettano in aria fasci di carte improvvisamente divenute prive di valore, che si strappano i capelli residui, e (possibile spietata speranza di alcuni tra noi) si danno fuoco sulla gradinata della Federal Reserve. Per usare il loro stesso gergo, "hanno fatto una cazzata" e quindi anche questo avviene proprio come dovrebbe.

    La reazione del governo potrebbe essere offrire utili omelie su "i salari del peccato" e aprire qualche mensa per i poveri e qualche albergaccio in vari luoghi, tra cui Wall Street. Il messaggio sarebbe: "Ex drogati del debito e giocatori d’azzardo! Come dite voi, 'avete fatto una cazzata,' e questo farà davvero male per un bel po’. Non vi permetteremo mai più di avvicinarvi a montagne di soldi. Invitatevi a cena alla mensa dei poveri, e portatevi la ciotola, perché noi non laviamo i piatti." Il risultato sarà uno stabile Stadio 1 del crollo – la Seconda Grande Depressione.

    Comunque, questo è poco probabile, perché si da il caso che negli USA il governo sia il drogato del debito e giocatore d’azzardo numero uno. Come individui, potremmo essere stati virtuosi quanto volevamo, ma il governo avrà comunque accumulato debiti esorbitanti per nostro conto. Tutti i livelli governativi – dalle amministrazioni e autorità locali, che hanno bisogno dei mercati finanziari per pagare le loro opere pubbliche e i pubblici servizi, fino al governo federale, che fa affidamento sugli investimenti stranieri per finanziare le sue guerre senza fine – sono schiavi del debito pubblico. Sanno che non possono smettere di contrarre prestiti, e quindi faranno tutto ciò che è in loro potere per far sì che il gioco continui il più a lungo possibile.

    L’unica cosa, o quasi, che al governo attualmente sembra opportuno fare è estendere ulteriore credito a chi è nei guai, stabilendo tassi di interesse a livelli ben inferiori all’inflazione, accettando documenti privi di valore come garanzie collaterali e pompando denaro negli istituti finanziari insolventi. Questo ha l’effetto di diluire il dollaro, indebolendone ulteriormente il valore, e a tempo debito porterà all’iperinflazione, che è negativa in qualsiasi economia, ma è particolarmente grave nel caso delle economie dominate dalle importazioni. Mentre l’import si prosciuga e le economie collegate chiudono, si passa allo Stadio 2: il crollo commerciale.

    Mentre le imprese chiudono i battenti, le facciate dei negozi vengono sbarrate con le assi e la popolazione è lasciata in gran parte senza il becco di un quattrino e dipendente dalla FEMA [N.d.T., l’agenzia federale per la gestione delle emergenze] e dalla beneficenza per la propria sopravvivenza, il governo forse penserebbe a cosa fare poi. Potrebbe, per esempio, riportare in patria tutte le truppe di stanza all’estero per metterle al lavoro nei progetti di opere pubbliche pensate per aiutare direttamente la popolazione. Potrebbe promuovere l’autosufficienza economica locale, per esempio stabilendo programmi agricoli sostenuti dalla comunità, erigendo sistemi di energia rinnovabile, e organizzando e addestrando forze di autodifesa locali per mantenere l’ordine pubblico. L’equipe militare degli ingegneri potrebbe ricevere l’ordine di demolire gli edifici eretti sugli ex terreni agricoli intorno ai centri cittadini, restituire la terra alla coltivazione e costruire alloggi ad energia solare e ad alta densità nei centri urbani per reinsediare gli sfollati. Nel frattempo, potrebbe ridurre la carenza di abitazioni imponendo una tassa eccessiva sulle proprietà residenziali disabitate e incanalando i proventi in sussidi per l’affitto degli indigenti. Con molta fortuna, tali misure potrebbero invertire il trend, consentendo la restaurazione delle condizioni che precedono lo Stadio 2.

    A prescindere che si tratti di un piano buono o cattivo, esso è comunque alquanto irrealistico, perché gli Stati Uniti, essendo così profondamente indebitati, saranno costretti ad accondiscendere ai desideri dei loro creditori stranieri che possiedono molte risorse nazionali (terreni, edifici e imprese) e che preferirebbero vedere un popolo di Americani subordinati che lavorano come schiavi per ripagare il loro debito piuttosto che una popolazione autosufficiente che dimentichi per convenienza il fatto di aver ipotecato il futuro dei propri figli per pagare insuccessi militari, villazze, macchinoni e televisori a schermo piatto. Di conseguenza, uno scenario molto più probabile è che il governo federale (sapendo chi gli dà da mangiare) rimanga acquiescente rispetto agli interessi finanziari stranieri. Imporrà condizioni di austerità, manterrà l’ordine pubblico attraverso sistemi draconiani e contribuirà alla costruzione di città-fabbrica e piantagioni di proprietà straniera. Mentre la gente comincia a pensare che avere un governo non è poi una gran bella idea, la situazione diventa matura per lo Stadio 3.

    Se allo Stadio 1 del crollo si può assistere guardando la televisione, per osservare lo Stadio 2 potrebbe essere necessario farsi un giro a piedi o in bicicletta nel centro abitato più vicino; invece, lo Stadio 3 del crollo è molto più che probabilmente visibile direttamente dalla finestra del proprio soggiorno, che a quel punto potrebbe avere ancora i vetri, o forse no. Dopo una quantità significativa di stragi sanguinose, buona parte del Paese diventa off-limits per le autorità residue. I creditori stranieri decidono che in fondo i debiti potrebbero non essere rimborsati, riducono le perdite e si affrettano ad andarsene. Il resto del mondo decide di agire come se gli Stati Uniti non esistessero, perché "nessuno ci va più". Per non rimetterci in intrattenimento, la stampa straniera continua a pubblicare sporadicamente favole sugli Americani che mangiano i loro bambini, proprio come fecero sulla Russia dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Pochi coraggiosi espatriati americani che ancora tornano in visita riportano sorprendenti storie che raccontano di una situazione diversa, ma tutti li considerano eccentrici e forse un po’ folli.

    Lo Stadio 3 del crollo può talvolta essere evitato mediante l’introduzione tempestiva di peacekeeper internazionali e attraverso gli sforzi di ONG umanitarie internazionali. Nel periodo successivo allo Stadio 2, è altamente improbabile che le autorità nazionali dispongano delle risorse o della legittimazione, o persino della volontà, di fermare il crollo e riformarsi in un modo che la popolazione accetterebbe.

    Mentre lo Stadio 3 del crollo segue il suo corso, il vuoto di potere lasciato dagli ora defunti governi federale, statali e locali, è riempito da varie nuove strutture di potere. Ciò che resta delle precedenti forze dell’ordine e dell’esercito, le bande urbane, le mafie etniche, i culti religiosi e i ricchi proprietari terrieri, tentano tutti di costruire i loro piccoli imperi sulle rovine del grande impero, battendosi tra loro per il controllo del territorio e dell’accesso alle risorse. Questa è l’era dei Grandi Uomini: leader carismatici, incitatori di folla, spietati prìncipi machiavelliani e signori della guerra. Nelle zone più fortunate, essi ritengono vantaggioso raggruppare le risorse e amalgamarsi in una sorta di governo locale legittimo, mentre altrove la loro contesa per il potere conduce ad una spirale di conflitto e guerra aperta.

    Lo Stadio 4 del crollo si verifica quando la società diventa così caotica e impoverita da non poter più sostenere i Grandi Uomini, che diventano sempre più piccoli fino a scomparire alla vista. La società si frammenta in famiglie allargate e piccole tribù di una dozzina di famiglie, che ritengono vantaggioso associarsi per aiuto e difesa reciproci. Questa è la forma sociale esistita per oltre il 98,5% dell’esistenza dell’umanità come specie biologica, e può essere considerata il principio fondamentale dell’esistenza umana. Gli esseri umani possono esistere a questo livello di organizzazione per migliaia, forse milioni, di anni. La maggior parte delle specie di mammiferi si estingue dopo appena qualche milione d’anni, ma, per quanto ne sappiamo, l’Homo Sapiens ne ha ancora un milione o due da vivere.

    Quando la società pre-crollo è troppo atomizzata, alienata ed individualista per formare famiglie allargate e tribù coese, o quando il suo ambiente fisico diventa così caotico e impoverito che la fame e la carestia diventano diffuse, allora lo Stadio 5 del crollo diventa probabile. A questo stadio, prevale un imperativo biologico più semplice: preservare la vita delle coppie che allevano figli. Le famiglie si disperdono, i vecchi sono abbandonati a se stessi e ci si occupa dei bambini solo fino ai tre anni di età. Ogni unità sociale è distrutta, e persino le coppie potrebbero disperdersi per periodi di tempo, preferendo ognuno foraggiarsi da solo e rifiutando di condividere il cibo. Questo è lo stato della società descritto dall’antropologo Colin Turnbull nel suo libro The Mountain People. Se la società precedente allo Stadio 5 del crollo può essere considerata la norma storica per gli esseri umani, lo Stadio 5 porta l’umanità sull’orlo dell’estinzione vera e propria.

    Come possiamo facilmente immaginare, la conseguenza predefinita è un guasto a cascata: ogni stadio del crollo può facilmente condurre al successivo, forse persino sovrapponendosi ad esso. In Russia, il processo fu arrestato appena dopo lo Stadio 3: ci furono problemi considerevoli con le mafie etniche e persino qualche signore della guerra, ma alla fine le autorità governative trionfarono. In altri miei scritti, descrivo molto dettagliatamente le esatte condizioni che hanno involontariamente reso la società russa relativamente a prova di crollo. Qui dirò semplicemente che tali ingredienti non sono attualmente presenti negli Stati Uniti.

    Mentre cercare di arrestare gli Stadi 1 e 2 del crollo probabilmente sarebbe un pericoloso spreco di energie, un tale tentativo è probabilmente conveniente per tutti nel momento in cui si puntano i piedi allo Stadio 3, e senz’altro allo Stadio 4, ed è semplicemente una questione di sopravvivenza fisica per evitare lo Stadio 5. In alcune località – quelle ad alta densità di popolazione, nonché quelle che ospitano pericolosi impianti nucleari e industriali – evitare lo Stadio 3 del crollo è molto importante, al punto da invitare truppe e governi stranieri perché mantengano l’ordine ed evitino disastri. Altre località potrebbero essere in grado di prosperare indefinitamente allo Stadio 3, e persino gli ambienti più poveri potrebbero essere in grado di sostenere una popolazione rada che sopravviva indefinitamente allo Stadio 4.

    Sebbene sia possibile prepararsi direttamente per sopravvivere allo Stadio 5, questo appare come un tentativo totalmente demoralizzante. Prepararsi a sopravvivere agli Stadi 3 e 4 potrebbe sembrare in qualche modo più ragionevole, mentre puntare esplicitamente allo Stadio 3 potrebbe essere ragionevole se si ha intenzione di diventare uno dei Grandi Uomini. Sia quel che sia, devo lasciare tali preparazioni come esercizio per il lettore. La mia speranza è che queste definizioni di specifici stadi di crollo renderanno possibile una discussione più specifica e fruttuosa di quella attualmente dominata da termini così vaghi e in definitiva assurdi come "il crollo della civiltà occidentale".

    Titolo originale: "The Five Stages of Collapse"

    Fonte: http://cluborlov.blogspot.com
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    22.02.2008

    Traduzione a cura di PAPIROFLEXIA per www.comedonchisciotte.org
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  7. #7
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    cioè agni calo nell'economia nei sogni bagnati di certi individui si trasformano in catastrofici "crolli"... come se una nazione potesse crollare (e cosa succede dopo?).

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da willyI Visualizza Messaggio
    cioè agni calo nell'economia nei sogni bagnati di certi individui si trasformano in catastrofici "crolli"... come se una nazione potesse crollare (e cosa succede dopo?).
    gia' ,e come puo' addirittura " crollare" una " superpotenza" ?

    ed infatti quando amalrik scrisse nel 1967 il suo famoso libro intitolato ..." Riuscira' l'unione sovietica a sopravvivere fino al 1984?" ....ALLORA risero tutti .. ALLORA ...

    sai che risate che si farebbe LUI, OGGI se naturalmente nel frattempo il povero amalrik non fosse " stato morto " ..
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  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da willyI Visualizza Messaggio
    Non voglio infierire sul blondie (non c'è neanche più gusto). Ma posso confermare che l'economia irlandese sta bene, ed è un paese che ha servizi e possibilità che noi manco ci possiamo sognare. Io ci vivrei volentieri (e qui ti apro la porta per una facile batuta...).
    Voglio conservare questo post. Quando tutti i media parleranno della crisi irlandese lo tirerò fuori. Con voi amerikanisti è meglio non fidarsi. Cambiato il vento, cambiate subito idea. E magari, come hanno detto altri sulla crisi del "subprime" previsti da Blondie, ve ne uscite con "Era prevedibile". Questa volta archivio tutto!

  10. #10
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    Invece voi antiamericani non cambiate mai idea.... qualsiasi cosa succede è sempre colpa dell'america.. pure quando piove...

    ma per favore.. perchè non andate ad abitare a cuba, cosi' vi razionano 300 grammi di fagioli al giorno e vivete felici nel vostro paradiso comunista da fame?
    X

 

 
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