Con la montagna di miliardi di dollari (settecento, mille, e tanti altri se serviranno) messi sul tavolo dal governo degli Stati Uniti per fronteggiare una crisi di sistema, e non solo finanziaria, stiamo assistendo alle più grandi nazionalizzazioni della storia. Nell'America dove la parola mercato rappresenta il cuore della fede di una religione civile, lo Stato, con i suoi diversi strumenti di intervento, torna prepotentemente alla guida dell'economia e se così sono state salvate banche, colossi dei mutui (Fannie Mae e Freddie Mac), la prima compagnia di assicurazioni del mondo (Aig), è facile prevedere che in un prossimo giro sarà il Congresso a dare ossigeno ai giganti dell'auto, come la Gm, ormai sull'orlo del fallimento. Il capitale pubblico, dunque, è impegnato in dosi massicce, come in una guerra, di fronte al crac di un mercato dove prima dei bilanci delle società sono saltati tutti i livelli di regolamentazione, come se nel nuovo millennio il capitalismo avesse scoperto il suo volto da Far West. E a chi si straccia le vesti, come il senatore repubblicano Jim Bunning che denuncia la «la nascita del socialismo negli Usa», è facile rispondere che questo mercato dominato da banchieri potenti e truffatori e da autorità di controllo (la Fed e la Sec) almeno imbelli, se non complici, non può essere considerato un modello di sviluppo, di crescita e di libera concorrenza. Torna lo Stato in America, e torna lo Stato in Europa.

La sua voce è forte ovunque: in Francia dove Nicolas Sarkozy salva la Société Générale, in Inghilterra dove si nazionalizzano istituti di credito in default, in Germania dove il Parlamento scolpisce una legge statale che impedisce l'aggressione dei fondi sovrani alle industrie considerate strategiche nel paese. E perfino nella nostra Italietta, dove invece dei templi della finanza, l'intervento dello Stato si è concentrato negli ultimi mesi nel tentativo di salvare aziende destinate al fallimento (Alitalia) o alla cessione a nuovi padroni stranieri (Telecom). Ma siamo sicuri che uno Stato così interventista in economia - un giro della Storia dei paesi occidentali così marcato - sia riconducibile soltanto alla crisi economica e agli effetti a catena in un mondo in recessione? Personalmente non ci crediamo. Pensiamo che, al netto di inutili dispute ideologiche, il ritorno della mano pubblica nelle sue diverse espressioni sia un fenomeno innanzitutto politico. E non tanto perché sono politiche le decisioni che stanno determinando un planetario giro di boa, quanto per il fatto che con la «tempesta perfetta», una crisi che dura già da più di un anno e che diventa ogni giorno più pesante per ogni cittadino, è arrivata al capolinea l'onda lunga del liberismo, quello maturato nel segno del tandem Margaret Thatcher-Ronald Reagan, che ha dominato il mondo capitalista negli ultimi trent'anni. Non a caso le nuove dottrine politiche elaborate nell'universo dei pensatoi conservatori anglosassoni sono unanimi nel ritenere ormai indispensabile una correzione sostanziale del rapporto tra Stato, economia e mercato. Un esempio



significativo arriva in queste settimane: se seguite l'avanzata militare di David Cameron in Inghilterra, vi accorgete che il giovane erede della Thatcher si prepara a diventare l'astro nascente dei conservatori europei in totale discontinuità con la politica antistatalista della lady di ferro. Tutti i governi di centrodestra che oggi hanno in mano il timone dei principali paesi europei sono alla ricerca di una strada virtuosa che, senza scivolare nelle barricate del protezionismo, restituisca allo Stato la sua centralità. E la stessa Europa, che continua a balbettare come un bambino in fasce che ha paura di crescere, può trovare una sua ragione di essere, una nuova e solida identità, proprio in quelle politiche di interventi pubblici comunitari che sono ormai indispensabili. Anche per aiutare il Vecchio Continente a uscire dalla trappola della sua dipendenza energetica e quindi da un imbuto che ne segna, in modo negativo, la crescita. Il ritorno dello Stato, di una politica che abbia sempre come orizzonte gli interessi generali, è una grande opportunità anche per l'Italia. In fondo, la discesa in campo del Tesoro americano, con tutta la sua forza e la sua responsabilità, ricorda molto da vicino ciò che è stato nel nostro Paese l'Iri del suo fondatore, Alberto Beneduce, un socialista anarcoide che collaborò da protagonista prima con i liberali di Nitti, poi con Mussolini e infine con De Gasperi. E lo fece sempre sentendosi investito di una grande missione, non da un'ideologia: servire l'Italia e gli italiani.