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Discussione: Essere Comunisti oggi

  1. #1
    Dalla parte del torto!
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    Predefinito Essere Comunisti oggi

    di Romano Luperini
    http://www.mercatiesplosivi.com/luperini.html

    1. Una serie di parole ("comunità", "fraternità", "uguaglianza") stanno scomparendo dall'uso a vantaggio di altre, opposte ("competizione", "potere", "differenza"). Tutt'al più possono essere profferite solo con pudore e quasi con vergogna, o in falsetto. Fra queste, la parola "comunismo".

    2. Il Novecento si è aperto nella coscienza della relatività o della falsità dei valori universali. Dopo Marx, anche Nietzsche e Freud ne hanno mostrato il carattere parziale e strumentale. Le avanguardie primonovecentesche - politiche e artistiche - sono partite da qui. Anche nel primo Lenin o nel giovane Gramsci l'aspetto critico-negativo è nettamente prevalente su quello ricostruttivo. Ma, a partire dagli anni Venti, sia la rivoluzione sia la reazione hanno avuto bisogno di nuovi valori assoluti. Del pensiero di Marx è stata ripresa non la carica critica ma l'ottimismo progettuale, mentre dallo storicismo e dal positivismo è stata recuperata l'idea di un progresso lineare. L'errore di Marx, enfatizzato dai teorici della III Internazionale, è stato di credere che l'uomo possa uscire dai propri condizionamenti biologici e temporali per tendere a un progresso senza limiti in nome del quale sacrificare il particolare. L'assolutezza astratta dell'universale, identificato nel Partito e nella Scienza del proletariato in esso incarnata, è stata eretta contro la concretezza del particolare, dell'uomo qui e ora. La Verità esisteva di nuovo, ed era garantita dal senso della storia, quale era compreso e indicato dal Partito. Si è dimenticato che il comunismo intende solo gestire, in modo comunitario e a livello planetario, la conoscenza dei limiti della condizione umana, della sua materiale particolarità.

    3. Fra gli anni Venti e gli anni Sessanta il comunismo è diventato valore assoluto, tanto più astratto e irreale quanto più distante dalla realtà della sua presunta attualizzazione nei diversi modelli "socialisti" di capitalismo di stato. Il comunismo è stato in questo periodo l'utopia di milioni di militanti e la "falsa coscienza" di Stati nazionali, che in suo nome erano autoritari all'interno e imperialisti all'esterno. Quando la distanza fra ideologia e realtà è esplosa drammaticamente, il cosiddetto comunismo realizzato è crollato di colpo, travolgendo non solo la realtà, ma il valore concettuale del termine. Il comunismo è stato sentito come una retorica. E la parola "comunismo" è diventata impronunciabile, come la parola "amore" dopo le Telenovelas. Ma la crisi del comunismo ha coinciso di fatto con quella di ogni valore possibile. La fine del comunismo ha comportato l'annientamento di ogni futuro e l'idea di un eterno presente da cui sarebbe impossibile e assurdo, perché controproducente, cercare di uscire. Non solo è venuto meno l'assoluto o l'universale; è tramontata anche qualsiasi prospettiva capace di unire le particolarità, di superare la mera volontà di potenza e l'egoismo disfrenato dei singoli e di dare senso alla vita. La caduta di ogni alternativa ha posto l'uomo di fronte alla nuda realtà del Capitale, alla sua sostanziale amoralità e indifferenza etica. Il neoliberalismo, che mira a distruggere, in nome del mercato, tutte le solidarietà sociali e, con esse, qualsiasi entità collettiva e comunitaria (dallo Stato alla famiglia, dalla scuola pubblica alla vita di paese o di quartiere), è l'ideologia del post-comunismo. Ma essa non può neppure spiegare ai giovani perché non si debbono gettare i sassi dal cavalcavia.

    4. Alla fine del Novecento siamo tornati dunque alla stessa situazione dell'inizio del secolo, con in più la coscienza dei terribili errori commessi. Di nuovo il problema è: come fondare, dopo la caduta dell'assoluto e dell'universale, valori laici o relativi e tuttavia capaci di unificare il genere umano? Come dare senso e significato alla vita? La religione cattolica - che ha così larga presa sui giovani in Italia e in Francia - ma anche le varie sette religiose e l'enorme diffusione del pensiero magico in tutto l'Occidente (dai predicatori televisivi americani ai maghi e agli indovini di paese in Italia) costituiscono una risposta all'assenza di significati dilagata nell'epoca del post-comunismo. Ma ripristinando assolutezze dogmatiche e irrazionalismi alimentati dallo stesso carattere magico e allucinatorio della società dello spettacolo e della televisione. Non si può dare senso alla vita se non ricostituendone una prospettiva di futuro e di trasformazione; se non ritornando a riflettere sulle ragioni prime dei valori, sul loro carattere pragmatico, parziale e caduco ma necessario, sul riferimento che essi comunque postulano all'unità del genere umano - e sulla distanza attuale (moderna e postmoderna) fra termini e cose, fra linguaggio e realtà, che esige di tornare alle origini stesse delle parole, da "amore" a "comunismo". La prima rivoluzione, qui in Occidente, o sarà culturale, o non sarà. Comunismo ha la stessa etimologia di "comunità" o di "comune". Forse è da qui che bisogna ripartire. Non dai libri, neppure da quelli della tradizione del marxismo, ma dalle radici: quelle delle parole e quelle dell'essere in quanto essere sociale. Forse solo così è possibile rispondere alla domanda "Che cos'è il comunismo ?".

    II. ESSERE COMUNISTI


    1. Essere comunisti significa che esiste un'unica ontologia: quella dell'essere sociale. Non ci si salva da soli; l'essere umano o è sociale o non lo è.

    2. Il comunismo è la risposta ad un bisogno di significato che sia capace di unire e non dividere gli uomini. Il comunismo è dunque un valore, prima (assai prima) di essere un programma politico o economico. Oggi si tratta anzitutto di conoscere o di riconoscere tale valore.

    3. Il comunismo è un valore; come tale, non è dimostrabile. Scegliere il comunismo non è scegliere una certezza, ma una possibilità. Si tratta di una scelta a rischio, non garantita da nulla. Basata solo su un'ipotesi razionale (l'ontologia dell'essere sociale) e su una necessità etica (è meglio ciò che unisce di ciò che divide).

    4. Il comunismo è consapevole dei limiti della specie umana nell'universo, dei limiti di ogni valore e dunque anche di se stesso. Ma, se non sappiamo in assoluto cosa è il Bene, sappiamo tuttavia cosa è il meglio. In ogni circostanza è dato sapere ciò che libera e ciò che opprime.

    5. Il comunismo non si identifica oggi nel progetto di una organizzazione sociale ed economica. Qualsiasi definizione in tal senso appare allo stato attuale soltanto scolastica, dunque inutile. Il comunismo è un percorso, una tendenza, un movimento di liberazione. È tutto ciò che si muove per abolire lo stato presente delle cose (Marx). La lotta per il comunismo è il comunismo. "Essere comunisti significa essere in cammino" (Fortini).

    6. Essere comunisti significa credere che l'eguaglianza e la fratellanza degli uomini siano preferibili al dominio di una piccola parte sulla grande massa dell'umanità. Ciò comporta l'esigenza di rimuovere le cause materiali e politiche che sprofondano nella miseria, nella fame, nella non-libertà milioni di uomini. Essere comunisti significa assumere una prospettiva planetaria, riguardante la specie umana nel suo complesso. Il pensatore o l'uomo politico che resti nella prospettiva di una nazione o dell'Occidente è solo un provinciale che collabora ad un sopruso. Essere comunisti significa che non devono esserci più albanesi. Finché ci sarà un albanese (o un extracomunitario da respingere alle frontiere), ci sarà un comunista perché ci sarà bisogno di comunismo.

    7. Essere comunisti in Occidente significa sapere che, anche in occidente, anche in Italia, vi sono gruppi di individui dotati di diseguali facoltà di gestire la propria vita, e cioè di gradi diversi di libertà economica, politica e culturale, e che tale diseguaglianza è un disvalore da combattere. Ma significa anche sapere di far parte di una società che condanna al genocidio intere popolazioni e quindi di essere responsabili della fame e della morte di milioni di persone. Essere comunisti significa perciò respingere la parte di noi stessi che, attivamente o passivamente, collabora all'affondamento degli albanesi.


    III. IL COMUNISMO OGGI


    1. Il capitalismo celebra vittorioso la fine del secolo e del millennio. Non ha più ostacoli né frontiere. E tuttavia fra i funzionari del capitale non c'è entusiasmo (come c'era, per esempio, alla fine dell'Ottocento), ma malinconia, tristezza, assenza di prospettive ideali. Quando esisteva il nemico al di là della cortina di ferro, il capitalismo si autogiustificava con una serie di valori (non importa se strumentali) di cui oggi non ha più bisogno. Oggi, ridotto a una trama di nudi interessi, ha un unico valore che però non solo rende lecito ogni disvalore, ma lo fonda: il mercato, l'interesse dei singoli o dei piccoli gruppi in concorrenza reciproca. Di qui il trionfo incontrastato dell'ideologia liberista, ma senza più le illusioni e le prospettive ottimistiche di Adam Smith: è sotto gli occhi di tutti, ormai, che l'egoismo privato (o di piccoli gruppi o anche di alcune nazioni) non produce affatto il benessere generalizzato di tutti.

    2. In tale situazione il vero punto debole del capitalismo è la sua assoluta mancanza di legittimazione. Il capitalismo mondiale non è in grado di dare senso alla parola "comunità" o "società", può solo disgregare qualsiasi solidarietà, qualsiasi vincolo collettivo e pubblico. Non può dare risposta all'essere in quanto essere sociale.

    3. Qualsiasi identità si sta scolorando e perdendo: quella delle nazioni, delle classi, delle culture. Ogni comunità si spappola. Al posto della società di massa, la solitudine multipla ed eguale degli individui; al posto dei luoghi, i non-luoghi dove tutti s'incontrano e nessuno si conosce; al posto dell'esperienza vissuta, quella virtuale; al posto della democrazia, l'obbedienza "spontanea" e immateriale al comando televisivo e massmediologico. Manca un centro ideale, un riconoscimento collettivo, un valore unificante. In questa situazione rinascono i fondamentalismi, le sette, la valorizzazione delle etnie, delle tribù e dei localismi spesso ricreati artificialmente: la ricerca di un'identità nel passato dato che non è più possibile sperarla nel futuro.

    4. Riproporre la prospettiva del comunismo significa attaccare il capitale là dove rivela il massimo di debolezza: la sua incapacità di autolegittimazione, il suo sostanziale nichilismo; significa riproporre la ricerca del senso della vita contro l'insignificanza. Contro quanti dicono che il comunismo è finito, si può tranquillamente rispondere che il suo cammino coincide con quello stesso dell'umanità. Certo, ogni specie - anche quella umana - può estinguersi. Il comunismo non è dunque inevitabile. Ma, se il bisogno di senso qualifica la vita dell'uomo, il bisogno di comunismo continuerà ad accompagnarla.
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  2. #2
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    Ottimo articolo pieno di spunti interessanti

  3. #3
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    vero. Bell'articolo, moltissimi spunti di riflessione..

    Specie, a mio avviso, il più volte sottolineato bisogno incontestabile di principi e valori che muovano dal profondo, dunque fondativi e non riducibili comunque ,ad esempio, ad una mera fede specifica, ma universalizzabili al genere umano.

  4. #4
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  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Repetita iuvant!

    E poi mica so come te che sa tutti i post del forum a memoria....
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  6. #6
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    Grande Muntzer, che trova questi super articoli! non resta che contattare il compagno, perché è un Comunista Nazionalitario, anche se non lo sa...
    Outis, lo avete già contattato? Poichè essendo uno dei più grandi critici letterari italiani e insegnando all'Università di Siena è facile farlo
    Tra l'altro proporgli di scrivere per la rivista non sarebbe male
    Sinistra Nazionale!

  7. #7
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    Un altro interessante articolo dello stesso autore(mail: luperini@unisi.it)

    Viaggio a Pechino

    Numero 29 di Chichibìo, settembre - ottobre 2004

    tratto da: http://luperini.palumboeditore.it


    Riflessioni su un paese allegorico

    di Romano Luperini

    1. I bambini hanno nella parte posteriore dei calzoni un taglio verticale. Quando è il momento non devono calarli: basta accucciarsi. Ne vedo uno accoccolato sul bordo del marciapiedi, in modo che le feci cadano in strada. Tanto i gabinetti privati quanto quelli pubblici mancano; i pochi puzzano, perché le fogne sono insufficienti; la carta igienica è rara. Quando ha finito, il bambino (avrà quattro-cinque anni) si alza, va a prendere una paletta, raccoglie dalla strada le feci, le getta in un bidone. La Cina è, e non è, Terzo Mondo. Lo sarebbe pienamente se il bambino non fosse educato, non raccogliesse le feci, non rivelasse le esigenze di una comunità e di una civiltà. Povertà antica, degradazione recente, forme rituali di una civiltà remota e complessa si uniscono nei gesti del bambino accucciato nell’aria spessa di smog, davanti al viavai delle automobili che intasano le nuove strade di Pechino.

    2. Le strade del centro straripano di folla. La gente passeggia, spesso col cellulare attaccato all’orecchio. Vetrine stracolme e pubblicità all’occidentale dovunque; dovunque immensi supermarket costruiti sul modello dei grandi mall nordamericani. Alcuni sono frequentati da stranieri e da turisti (giapponesi soprattutto) e presentano prezzi fissi e molto cari, di poco inferiori a quelli occidentali; altri sono frequentati soprattutto da cinesi e hanno prezzi trattabili e molto più bassi: è possibile acquistare un’ottima camicia di seta per l’equivalente di quindicimila lire, pullover di cashmere a quarantamila lire, una collana di perle che in Italia costerebbe almeno un milione a duecentomila lire. D’altronde questi ultimi prezzi sono adeguati al costo della vita: a Pechino un professore universitario guadagna duecentomila lire al mese e per condurre una vita dignitosa deve spesso fare un secondo mestiere. Non esistono però, formalmente, a differenza che in Unione Sovietica, negozi per gli stranieri e negozi per i residenti. Tutti possono andare e fare acquisti dove vogliono, senza esclusioni o preclusioni.

    3. I templi e i palazzi imperiali esprimono il bisogno tipicamente cinese del controllo. L’armonia della forma deve nascondere il selvaggio e il caos della natura. Come quando mangi non devi riconoscere il cibo (e magari un pesce ti viene presentato come uno scoiattolo, un piatto di verdura come una torta), così la natura deve essere “coperta” dalla civiltà, e dunque va segmentata, interrotta, adornata, occultata. Il grottesco dei mostri e degli animali viene irrigidito in una forma che lo sublima e lo distanzia. In Cina si capisce perfettamente che il potere si esprime nella capacità di controllo e che la civiltà è eminentemente forma e rito.

    4. La Cina del 2000 è molto diversa dall’Unione Sovietica degli anni Settanta e Ottanta. Anzitutto la popolazione lavora freneticamente. In Unione Sovietica nessuno lavorava e la disorganizzazione regnava sovrana; qui la società sembra ben strutturata, e tutti si danno da fare febbrilmente, perfino, si direbbe, con un certo zelo e, in alcuni settori, con un certo entusiasmo. Enormi cantieri edili abbattono la vecchia Pechino di baracche fatiscenti e ne costruiscono una nuova, fatta di grattacieli, supermarket e giganteschi casamenti popolari (quelli già abitati hanno quasi tutti l’aria condizionata, senza la quale è difficile respirare d’estate). I cantieri non cessano mai la loro attività, neppure di notte, quando lavorano alla luce delle fotoelettriche, e neppure di domenica. Per coprire ininterrottamente tutte le ventiquattro ore del giorno, si alternano tre turni di otto ore. Edoarda Masi mi dice che in questi cantieri il regime è quello spietato del cottimo. Mi dicono anche che i contadini in fuga dalla miseria delle campagne e in cerca di lavoro nella città vengono chiusi in case di accoglienza molto simili a quelle che da noi raccolgono gli immigrati clandestini.In secondo luogo manca l’uniforme, dignitosa miseria che avevo osservato di persona a Mosca nel 1984. Le strade sono stracolme di auto francesi, tedesche, giapponesi, spesso di grande cilindrata (ci sono più Mercedes a Pechino che a Roma o a Milano), mentre a Mosca le autovetture erano rare. I nugoli di biciclette sono sempre più ridotti e respinti sulle strade periferiche. I cellulari sono diffusi non meno che in Italia (gli studenti universitari ne sono ampiamente provvisti). In certi luoghi Pechino può assomigliare non a New York, che è più “antica” ed elegante, ma certo a Toronto, metropoli modernissima e anzi postmoderna. Si ha l’impressione che a Pechino la ricchezza sia abbastanza diffusa e comunque incomparabilmente più diffusa che nella Mosca di quindici-venti anni fa. Certo esistono ancora quartieri di baracche, con un unico gabinetto per strada (ogni quindici-venti baracche), con gente che dorme sui marciapiedi. Ma la miseria si presenta comunque con una vivacità e una inventività che non avevo riscontrato a Mosca. Resta inoltre costante la sensazione di un paese in rapido e frenetico sviluppo. In terzo luogo l’impronta della globalizzazione è dovunque: nelle auto, nei cellulari, nella pubblicità, nei grattacieli, nei supermarket. E tuttavia lo scontro fra globalizzazione e tradizione ha annebbiato ma non ancora annullato l’identità popolare. La spinta della globalizzazione del mercato capitalistico è evidentissima: sulle mura dei grattacieli svettano enormi cartelloni di pubblicità dei prodotti elettronici, di profumi e delle grandi case di moda statunitensi, francesi e italiane. Un supermarket si fa pubblicità diffondendo ovunque una enorme foto di Clinton che, davanti all’entrata, accarezza la testa di un bambino cinese. Quasi tutti vestono all’occidentale: pochissimi indossano l’antica uniforme simile a un pigiama resa famosa da mille foto di Mao-tse-tung. E tuttavia nelle piazze la gente alza ancora nel cielo formazioni di variopinti aquiloni, di notte spettacolarmente luminosi perché adornati di luci elettriche fosforescenti. Nel centro di Pechino, nelle notti di settembre, la gente dei quartieri balla alla musica di un vecchio giradischi, invita gioiosamente gli stranieri a partecipare; altri giocano a carte su cassette rovesciate, sedili improvvisati con attorno piccole folle di commentatori. In quarto luogo il ruolo del Partito Comunista, che pure con l’esercito è la grande forza unitaria della Cina, è meno palese e invadente che in Unione Sovietica. Anche il controllo e la repressione sono meno espliciti. A differenza di quanto accadeva all’aeroporto di Mosca quindici anni fa, a quello di Pechino i controlli sono ridotti al minimo: gli stranieri possono andare e venire liberamente perché evidentemente quello che conta è che spendano e acquistino. Le scritte politiche sono quasi assenti. I ritratti e le foto degli uomini politici, rari. La polizia di stato è molto meno presente di quella privata, diffusissima (e anche ciò è alquanto strano in un paese comunista). Si nota maggiormente l’esercito: i soldati sono onnipresenti, spesso a coppie, o a piccoli gruppi, ben curati, con divise eleganti, ma sempre disarmati. In un dibattito all’università ho sentito intellettuali cinesi parlare apertamente della censura. Interrogati sulla politica culturale del partito, finché possono lasciano intendere la loro posizione critica, oppure tacciono imbarazzati. A Mosca invece vigeva un regime schizoide di doppia verità: di giorno in situazioni pubbliche gli intellettuali proclamavano dogmaticamente le verità ufficiali, di notte, in situazioni private, le irridevano sostenendo esattamente l’opposto. A Mosca avevi l’idea di due società, l’una sovrapposta all’altra ma senza legami reciproci organici e profondi: una società ufficiale, con una sua verità ossificata e assoluta, e, sotto, una società “non ufficiale”, diversa e confusamente attratta dal modello occidentale. Un guscio vuoto che nascondeva un nocciolo privo di identità precisa, al di là di un generico filoccidentalismo. Quando è saltato il cappello, è rimasto il caos. Qui la società appare più unitaria e vitale. Gli studenti sembrano aver dimenticato Tien-Anmen; i più dichiarano apertamente di non essere comunisti (cosa che a Mosca era impossibile sentirsi dire) e tuttavia di condividere la spinta verso il benessere e verso il capitalismo promossa dal Partito Comunista. Il mito del benessere sembra largamente condiviso; è il benessere individuale, e non il socialismo, a costituire la spinta attuale degli abitanti di Pechino. D’altronde è lo stesso Partito Comunista che si è messo all’avanguardia del processo di sviluppo capitalistico. Si capisce bene quello che intendeva Mao quando parlava di lotta fra le due linee (già in corso, come è noto, negli anni Cinquanta): una puntava sull’introduzione di elementi di comunismo, l’altra su quella della modernizzazione e di elementi capitalistici. Ha vinto la seconda, che ha estirpato dal Partito – mi dice Sabatini, uno dei maggiori sinologi italiani e Direttore dell’Istituto di Cultura Italiana a Pechino – qualunque traccia di maoismo, eliminando qualsiasi quadro, anche intermedio o inferiore, legato alla linea di sinistra. Di Mao si parla ormai non come dirigente comunista, ma solo come eroe della lunga marcia e fondatore dello stato cinese. È un Mao “ufficializzato” e monumentalizzato, volutamente “allontanato” e così reso innocuo. Della Rivoluzione Culturale gli studenti cinesi parlano con disprezzo come di una vergogna nazionale, dell’esperienza di Mao come gli italiani dei sette re di Roma. E tuttavia il processo di sviluppo economico in senso capitalistico è tenuto ancora sotto controllo: il valore della moneta, per esempio, non fluttua liberamente. E sono ancora il Partito e l’Esercito a svolgere un ruolo di guida, anche sul terreno economico, favorendo processi di liberalizzazione e privatizzazione ma cercando di coordinarli con momenti di pianificazione e di centralizzazione.

    5. Chiedo che fine fanno gli abitanti delle baracche abbattute per fare posto ai grattacieli e agli enormi casamenti popolari alti venti-trenta piani. Mi rispondono che si possono dare casi diversi: i proprietari privati della casa possono accedere ai nuovi appartamenti solo pagando la differenza di valore rispetto ai vecchi; quando invece le abitazioni appartengono alle unità produttive, queste medesime diventano proprietarie dei nuovi alloggi e gli abitanti delle vecchie baracche possono installarsi nelle nuove costruzioni senza diventarne proprietari e senza però pagare nulla. Tracce di socialismo si vedono comunque anche altrove: per esempio, nel medico di quartiere che riceve gratuitamente i malati sul marciapiede, dietro un tavolo.

    6. Chi esce di notte dagli alberghi del centro – molti appartengono a compagnie giapponesi o americane – viene circondato prima dalle prostitute, poi da frotte di ragazzini che chiedono “money, money”. Dacia Maraini che è stata qui diverse volte mi dice che dieci anni fa questo fenomeno non esisteva e che prostitute e ragazzini sono manovrati da mafie internazionali ben radicate a Pechino come a Mosca. A differenza dell’URSS però nessuno ti chiede di cambiare dollari: ai cinesi infatti è proibito cambiare la moneta americana. E anche questo è un segno del controllo del Partito sulla sfera economica e sociale.

    7. Anni fa Fortini parlò della Cina come di un Paese allegorico. Era l’allegoria del trapasso verso il comunismo quella che lui vedeva a Pechino come nelle campagne cinesi. Oggi l’allegoria non è più quella. Pechino invia al viaggiatore impressioni contraddittorie, anzi fortemente contrastanti. Indubbiamente quelle della transizione sono le più evidenti. Ma verso cosa, verso dove? Quello cinese è uno stato autoritario e nello stesso tempo poco poliziesco: l’autoritarismo non cancella l’impressione di un popolo vivo, pieno di vitalità, ancora animato da un fervore che si direbbe democratico di esistere e di costruire. La Cina è un paese attraversato dalla Globalizzazione e invaso dal Mercato e tuttavia capace di conservare, seppure con disagio crescente, una sua forte identità nazionale. È capitalista e “comunista, modellato secondo criteri di mercato nordamericani e giapponesi, ma con un Partito e un Esercito che in Occidente o in Giappone non sarebbero neppure pensabili. È un Paese sviluppato e sottosviluppato insieme, industrializzato e da “Terzo Mondo”, povero ma non affamato. È un’allegoria dello sviluppo capitalistico capace di assimilare il “diverso” e di integrare l’unica (o quasi) forma superstite di Comunismo? O è un’allegoria del lento processo di emancipazione dei paesi non occidentali costretti, per sopravvivere e adeguarsi al “nuovo” che viene da Ovest, ad accorciare i tempi della modernizzazione dandosi tuttavia forme autonome di organizzazione statale e di controllo civile? L’immagine del bambino accucciato sul marciapiedi e poi diligentemente pronto con la paletta in mano a compiere il proprio dovere è pure allegoria di qualcosa che mi sfugge e che nondimeno conserva una sua indefinibile “verità”.

    Il testo era già stato pubblicato su «L’Immaginazione», n° 174, Manni, Lecce, al ritorno da un viaggio cinese nel 2001.
    Sinistra Nazionale!

  8. #8
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    ...

    Citazione Originariamente Scritto da Rodolfo Visualizza Messaggio
    Repetita iuvant!

    E poi mica so come te che sa tutti i post del forum a memoria....

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Rodolfo Visualizza Messaggio
    Outis, lo avete già contattato? Poichè essendo uno dei più grandi critici letterari italiani e insegnando all'Università di Siena è facile farlo
    Tra l'altro proporgli di scrivere per la rivista non sarebbe male
    Ti sei appena consegnato un compito...attendiamo di sapere come va...

    Grande Rodolfoooo!!! Sei tutti noiii!!!

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Outis Visualizza Messaggio
    Ti sei appena consegnato un compito...attendiamo di sapere come va...

    Grande Rodolfoooo!!! Sei tutti noiii!!!

    Lo sapevo io

    Stasera gli spedisco una mail
    Sinistra Nazionale!

 

 
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    Ultimo Messaggio: 18-09-05, 18:35

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