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  1. #11
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
    Imperium contro federazione di stati, siamo seri

    ARDITI NON GENDARMI

    cosi parla il documento politico del CPE:


    Propositi e finalità
    Basando le sue analisi sugli insegnamenti della
    geopolitica e prefigurando quale suo obiettivo strategico
    la nascita di un mondo multipolare, il CPE si propone:
    !
    La nascita di un.Europa unitaria e l.instaurazione
    di una stretta intesa politica e militare con la
    Comunità degli Stati Indipendenti (CSI);

    !
    La cooperazione in materia strategica, economica
    e politica entro lo spazio continentale
    eurasiatico, in particolare tra Europa, Repubblica
    Indiana, Repubblica Popolare Cinese,
    Federazione russa e Repubblica Islamica
    dell.Iran, individuati quali maggiori poli politici
    dello spazio suddetto;

    !
    Una solidarietà e collaborazione tra Europa e
    mondo arabo, che valorizzi il ruolo storico e la
    posizione centrale dell.Italia nel Mediterraneo, e
    definisca proficue forme di collaborazione tra i
    popoli mediterranei;

    !
    Un concreto sostegno alla lotta antimperialista
    dei popoli africani e latino-americani.


  2. #12
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    Citazione Originariamente Scritto da Sabotaggio Visualizza Messaggio
    non ho capito cosa intendi. Ho semplicemente postato due articoli di un militante comunista che parla di eurasia. Non ho detto che con questo TUTTi i comunisti devono essere eurasiatisti. Pensavo che ci potesse essere un dibattito invece ho letto solo risposte preconfezionate e banali.
    Amico mio, cosa vuoi che ti venga risposto dopo tutte le diatribe sul tema? Mi sembra ci sia anche poco da dibattere con chi ha visioni ideologiche (in senso marxiano) sulle questioni geopolitiche.

  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da Sabotaggio Visualizza Messaggio
    Per una "Eurasia" non allineata
    di Fausto Sorini
    su Liberazione del 29/06/2005
    Il No alla Carta Ue e l’uscita dalla subalternità atlantica
    Il terremoto politico provocato dalla vittoria dei No nei referendum di Francia e Olanda ha dato un duro colpo al progetto liberista e neo-atlantico di "Costituzione europea" e pone ai comunisti e alla sinistra il tema stringente di un’altra Europa, in termini che trascendono l’orizzonte limitato di una mera rinegoziazione dentro i confini dell’Ue. L’Ue non è un contenitore neutrale, tinteggiabile di destra o di sinistra a seconda delle circostanze o del congiunturale prevalere nel Parlamento europeo di maggioranze di alternanza (di centro-destra o di centro-sinistra), bensì un progetto strutturato, che viene da lontano, di costruzione di un nuovo polo capitalistico e imperialistico sovranazionale, consolidato negli anni da innumerevoli vincoli e trattati (Maastricht, Nizza, formazione dell’euro e di una Banca Centrale Europea, Patto di Stabilità); con una Pesc (Politica estera e di sicurezza comune) che cerca spazi di autonomia dagli Usa dentro le strutture e le compatibilità atlantiche (una sorta di "condominio imperiale" per il governo del mondo). Rispetto a tutto ciò le forze di sinistra critica in Europa hanno espresso tre tipi di approccio. 1) Un primo filone è quello del "Sì critico" alla Costituzione europea che, pur criticandone l’impianto liberista e atlantico, ritiene che la "costituzionalizzazione" di questa Ue, per quanto discutibile, rappresenti comunque un passo avanti nella costruzione di un contrappeso agli Usa, al loro modello sociale, alla loro politica estera e militare aggressiva. E che una crisi di questa Ue, accentuata dalla vittoria dei No, determina un quadro non più avanzato, bensì più favorevole all’egemonia Usa sull’Europa.
    Dice Pietro Folena: «Ho votato a favore della Costituzione, con un Sì critico, perché ritenevo che il rischio è che il processo di integrazione si fermi... Oggi il problema è far ripartire il processo costituente su basi nuove... Lavorare ad una vera Costituzione... demandando al Parlamento europeo poteri costituenti... La sinistra nel suo complesso (coloro che hanno sostenuto il No e chi ha espresso un Sì critico) oggi possono lavorare insieme ad una Costituzione più sociale e meno liberale".
    Dice Oliviero Diliberto, segretario del Pdci: «I partiti comunisti europei (che sostengono il No alla Costituzione, ndr) sbagliano. La bocciatura inflitta alla Francia è soprattutto una vittoria della linea Usa», che è quella di «far fallire l’unità europea, perché un’Europa politicamente unita e dotata di una propria difesa è in grado di controbilanciare il loro potere. Mentre, da solo, nessun Paese del nostro continente può farlo... Questa Costituzione europea è arretrata... però, visto che non mi sembra esistano rapporti di forza per una rivoluzione del proletariato, era un passo avanti».
    Se questo approccio avesse prevalso, avrebbe impedito la vittoria dei No e certamente non sarebbe stato egemone nel fronte del Sì, dove sono del tutto prevalenti i conservatori europei e le componenti più moderate e atlantiste della socialdemocrazia. Nel SI’ critico si ritrovano anche le componenti più moderate della sinistra alternativa e, tra i comunisti europei, il solo Pdci.
    2) Un secondo approccio è quello dei fautori del No che contestano i contenuti di questa Costituzione, ma ritengono che una "rinegoziazione" nell’ambito di un "nuovo processo costituente" che investa i popoli e il Parlamento europeo possa - nell’ambito di questa Ue - approdare ad una "nuova Costituzione" avanzata. Dunque, un approccio "emendativo" che - similmente ai fautori del Sì critico - non contesta la "costituzionalizzazione" dell’Ue, con poteri sovranazionali di tipo federale.
    Si trovano qui alcuni settori di sinistra della socialdemocrazia europea e buona parte dei gruppi dirigenti del Partito della Sinistra Europea (Se), che ha fatto di questa posizione "interna" al quadro Ue uno dei tratti fondanti del suo profilo programmatico. Più sfumato il giudizio espresso dal Consiglio dei Presidenti della Se (che riunisce i leaders dei partiti membri) e che riflette una non compiuta omogeneità di vedute.
    Non si parla di rinegoziazione o di «nuovo processo costituente», si afferma che «l’attuale trattato è politicamente morto» e che «bisogna ridiscutere le fondamenta e gli obiettivi dell’Ue e le sue politiche economiche, sociali, ambientali, istituzionali e internazionali». Il quadro di riferimento strategico resta comunque l’Ue e il tema della Nato non è neppure citato.
    3) Un terzo approccio caratterizza la maggioranza dei partiti comunisti del continente e di altre componenti di sinistra anticapitalistica. Esso non si differenzia dagli altri due sull’esigenza, condivisa, di lottare per conquiste parziali all’interno dell’Ue e della dialettica politica e programmatica che vi si svolge.
    Il punto è che le forze che si richiamano ad un’alternativa anti-liberista, contrarie alla guerra e all’imperialismo; che vogliono un’Europa unita, autonoma dagli Usa e dalla Nato, fondata non su poteri federali sovranazionali, ma sulla cooperazione di Stati sovrani, amica dei popoli del Sud del mondo, non possono pensare di perseguire compiutamente tali obiettivi dentro il quadro e le compatibilità di questa Ue, ma debbono avanzare un progetto alternativo.
    Si continua a discutere come se l’Ue fosse tutta l’Europa. E’ difficile dar torto a Gorbaciov quando sostiene che «l’idea di una Grande Europa Unita (fattore geopolitico di significato planetario) non è risolvibile semplicemente con l’allargamento dell’Ue», cioè per assorbimento o cooptazione; e che «un processo paneuropeo di questa ampiezza non può essere costruito soltanto dalla parte occidentale... L’Europa deve poggiare su due pilastri e nell’iniziativa volta alla creazione di uno spazio economico comune tra Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan vedo il progetto della costruzione del pilastro orientale della casa europea». Per cui si tratta di «dare corso a una svolta davvero pan-europea», che dovrebbe innanzitutto opporsi ad ogni interferenza neo-imperialistica degli Usa, dell’Ue e della Nato negli affari interni dei Paesi dell’area ex sovietica, come invece è avvenuto - pesantemente - nelle vicende di Ucraina, Georgia, Paesi baltici e come sta avvenendo in Bielorussia, Moldavia e nella stessa Russia (a partire dal sostegno di alcuni servizi segreti occidentali al terrorismo ceceno, di cui ci ha più volte parlato con cognizione Giulietto Chiesa).
    Un intellettuale britannico vicino a Tony Blair ha scritto che in Europa il bivio è «tra euroasiatici, che vogliono creare un’alternativa agli Usa (lungo l’asse Parigi - Berlino - Mosca - Delhi - Pechino) ed euroatlantici, che vogliono mantenere un rapporto privilegiato con gli Usa». Tony Blair ha espresso con chiarezza la sua linea euroatlantica, quella di «una potenza unipolare fondata sulla partnership strategica tra Europa e Usa»: per dirla con Sergio Romano, «una grande comunità atlantica, dalla Turchia alla California, di cui Londra sarebbe il perno e la cerniera».
    Se invece l’Europa vuole uscire dalla subalternità atlantica, deve essere aperta ad accordi di cooperazione e di sicurezza con Russia, Cina, India; e con le forze più avanzate e non allineate in Africa, Medio Oriente, America Latina. Ha scritto bene Samir Amin: «Un avvicinamento autentico fra l’Europa, la Russia, la Cina, l’Asia costituirà la base sulla quale costruire un mondo pluricentrico, democratico e pacifico». Dunque un’Eurasia non allineata, che può rappresentare un interlocutore anche per le forze progressiste delle altre regioni del mondo.

    Cerchiamo di affrontare senza cadere in diatribe ideologiche trite e ritrite la questione europea, a partire dall'idea eurasiatista. Molti del forum storceranno il naso per noia, ripetitività che un tale dibattito sembra ispirare, ma a me sembra un'occasione valida per lanciare con concretezza un tema cui raramente ho partecipato.
    Non voglio commentare le posizioni eurasitiste facenti capo alla rivista eurasia, poichè non ne conosco sufficientemente i contenuti per potermi esprimere, e perchè istintivamente non condivido, per ciò che conosco, alcune impostazione di fondo.
    Ma a prescindere da questo, vale comunque la pena, spendere due parole sul tema, partendo dall'articolo di fausto sorini.
    Le valutazioni che compie Sorini, a mio avviso, sono degne di attenzione e ci inducono, come sempre tengo a sottolineare, a scindere due piani distinti eppure complementari della lotta politica.
    A mio avviso, l'osservazione internazionale di potenziali fronti di resistenza popolari deve conigrasi con l'osservazione pacata e riflessiva dei reali rapporti di forza e centri di potere, delle loro caratteristiche e delle loro aperture.
    A mio avviso ad esempio, è abbastanza ovvio il fatto che la strategia finale e delirante nord-americana di dominazione integrale del mondo tramite la guerra, rende gli Stati Uniti oggettivamente una potenza pericolosissima, devastatrice, centro di interessi fondati sul perseguimento di un dominio diretto che fa della forza militare brutale l'ultimo appiglio.
    Qualunque realtà nazionale o macro-regionale, si trovi a collaborare attivamente con gli Stati Uniti, come l'Europa, ne subiscer inevitabilmente la subalternità, l'imposizione di un ruolo di passività economica e di un modello di crescita economica segnato da disoccupazione strutturale, flessibilizzazione del lavoro, deindustrializzazione e finanziarizzazione dell'economia.
    La partecipazione dell'Unione Europea all'imperialismo americano è una scelta tragica, gravida di conseguenze che stiamo scontando tutti quanti con particolare vigore nell'ultimo decennio. Una lotta entro gli Stati nazione dell'Unione europea, che sia comunista ed antimperialsta, a mio avviso non può non porsi la problematica dei rapporti di forza e per farlo non può che studiare con intelligenza e senza opportunismo le realtà che si sviluppano nelle diverse aree del mondo, a partire dai vicini geografici. L'Europa in questo senso deve essere intesa come luogo di vicinato storico, cui fare appello non certo come forza metafisica di aggregazione nazionale inesistente ( vedi concezione della destra tradizionalista) nè come mero luogo di mutuo soccorso e convenienza reciproca di scambi commerciali ( concezione liberale), ma come territorio potenziale di condivisione storica e di lotta contro uno stesso potere a tutti gli Europei ormai comune: il potere neo-liberista dell'UE compartecipe della principale strategia USA di aggressione nel mondo e di finanziarizzazione dell'economica mondiale.
    Dall'Europa, dunque, si può paritre esclusivamente come progetto realista ( e non opportunista) fondato sulla comune schiavitù oggettiva di uno stesso sistema economico integrato.
    E qui giungo al punto che dal contesto europeo porta al discorso di Sorini: non si tratta a mio avviso di eurasitismo inteso in senso anche qui metafisico, ma si tratta di comprendere che le realtà nazionali e regionali attualmente in rafforzamento, sovraniste ed ostili alla penetrazione nord-americana annichilente e devastatrice, sono realtà sociali dinamiche, dove le stesse forze comuniste si possono muovere entro un orizzonte di aggregazione antimperialista, fondata sull'impellenza del rigetto delle mire neocolonialste occidentalocentriche.
    In questo contesto, l'Europa, ovvero gli stati nazionali che la compongono storicamente, e i popoli che la abitano non possono non porsi il problema centrale: come sottrarsi poco a poco dal giogo statunitense, lottando contro le proprie classi dirigenti supine alla volontà USA e lottando allo stesso tempo contro l'enorme pericolo montante, di un imperialismo militarista europeo più indipendente?
    A mio avviso la risposta a questa domanda non può esclusivamente ridursi al mero appoggio alle resistenze popolari. Questo infatti è il piano dell'azione più diretta ed immediatamente difendibile, ma da solo non può camminare, e mentre lo si ammira e ci si compiace, l'imperialismo e la guerra avanzano inesorabili.
    Il secondo piano, allora, deve essere una prudentissima, eppur necessaria, analisi dei rapporti di forza e delle classi dirigenti alla guida di paesi sovranisti, ostili alla strategia USA. Non perchè tali classi dirigenti debbano essere appoggiate o corteggiate, ma perchè entro tali dinamiche possiamo scorgere possibili spiragli di luce. Possibili dinamiche di equilibrio policentrico, nonchè differenze di esercizio del potere stesso.
    Non dobbiamo difendere nuovi imperialismi, nè appoggiare la Cina, la Russia o l'India in quanto tali, ma non possiamo, da comunisti, non porci il problema degli spiragli di luce e delle differenze.
    Farlo con prudenza estrema, senza grandi proclami, nè faziosità, significa farlo con la coscienza che è un cammino minato che non può mai divenire un fine, ma è una semplice strada da percorrere con riserbo sempre nella direzione di una internazionalismo solidale, comunitario e antimperialista.

  4. #14
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    Citazione Originariamente Scritto da Ioseb Visualizza Messaggio
    Dai dai, telefona pure a Preve, convincilo Po esse che questa volta ti riesce.
    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Cara merdina, "ti vasu nta vucca"


    ARDITI NON GENDARMI

 

 
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