Crisi/Noi meglio degli altri
L’Italia è dunque l’unico grande paese europeo che, al netto degli effetti negativi della crisi sui conti pubblici, conserva nel 2009 e nel 2010 il deficit sotto il 3% rispetto al pil, come previsto dal Trattato di Maastricht.
Per l’esattezza, il deficit “al netto del ciclo” (questa la formula europea) di quest’anno sarà pari al 2,6% del pil; e quello del 2010 al 2,7%. Con queste previsioni, la Commissione corregge (in meglio) precedenti stime, che indicavano per quest’anno un disavanzo “corretto” dagli effetti della crisi al 2,8%.
Il deficit medio europeo (che calcola le ripercussioni negative della crisi) si attesta al 6% del pil continentale; mentre quello italiano – sempre conteggiando gli effetti negativi della crisi – al 4,5%.
Questi numeri mettono in risalto due elementi non secondari di nostri conti pubblici.
Il primo. La circostanza che, senza la crisi, il nostro deficit sia sotto il 3% conferma la validità della scelta di una legge finanziaria triennale che ha messo ordine nel bilancio pubblico. Ed il risultato è ancora più importante in considerazione delle emergenze che l’Italia è da un anno chiamata ad affrontare: una su tutte, il terremoto. Se il governo riesce a far fronte all’emergenza ed a pianificare le risorse per la ricostruzione senza appesantimenti “netti” delle casse dello Stato è perché il Bilancio è stato scomposto e ricomposto in tre grandi Fondi: infrastrutture, ammortizzatori sociali, imprese e famiglie. Così da rispondere alle esigenze reali del Paese. Ma senza aumenti del deficit.
Il secondo. La condizione di relativa tranquillità dei nostri conti pubblici, mette il sistema produttivo italiano nelle migliori condizioni per agganciare in maniera più dinamica e veloce la fase della ripresa. Non a caso, la stessa Commissione europea prevede per l’Italia un ritorno in terreno positivo del pil già a partire dal prossimo anno; a differenza di altre importanti Nazioni che anche nel 2010 stenteranno nella crescita.
Ultima considerazione, sia il rapporto della Commissione europea sia la Relazione unificata sull’economia e la finanza pubblica (presentata sabato scorso dal governo) prendono in considerazione l’andamento dell’economia e della finanza pubblica del primo trimestre dell’anno; e su questi dati, elaborano proiezioni su base annua. Vale a dire, non possono – per loro natura – tenere in considerazione i primi sintomi del rallentamento della crisi. Li avvertono, ma non possono bloccarli con i numeri. Tant’è che lo stesso commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia ha ricordato che “la caduta è finita”.
Una crisi che l’Italia ha affrontato con la scelta di mettere al centro di ogni proprio intervento le famiglie e le imprese. Strategia che si sta mostrando vincente, al punto che il nostro tasso di disoccupazione dovrebbe salire all’8,6%, contro tassi vicini al 20% segnalati in Spagna.
A differenza di altri Paesi che hanno fatto esplodere i deficit per “salvare” le banche (come Germania, Francia ed Inghilterra) o di altri – come la Spagna – che sono in recessione profonda per l’atteggiamento di “lepre” degli anni passati, l’Italia ha fronteggiato la crisi senza appesantire direttamente il disavanzo. Ma operando una profonda ristrutturazione del proprio bilancio, così da destinare alla crisi più di 55 miliardi. Tutti destinati al sostegno dell’economia reale e delle famiglie.
E questo perché il governo ha fatto propria la formula di Berlusconi: non lasceremo indietro nessuno.
ilpopolodellaliberta.it




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