Sulla questione Tibet continuano ad apparire post sconsolanti, surreali e soprattutto molto lunghi.
La propaganda può essere corta, fatta di slogan oppure, come in questi casi, chilometrica, fumosa, perché deve confondere, mescolare le cose e fornire, dopo uno stordimento di chiacchere, un quadro diverso dall’originale, o più esattamente presentare la realtà al rovescio.
Così avviene. Disinvoltamente, dopo lunghissimi e tortuosi ragionamenti, succede che in Tibet il violento è il monaco buddista, che l’occupante ha antichi diritti, che sparare sulla folla è giusto, che protestare è un atto criminale.
Chi scrive simili cose non è affatto interessato a discutere della logica dei fatti. Deve solo svolgere il ruolo del propagandista politico, alterare i fatti e rovesciarne i termini perché, per lui, in fondo, la verità non è poi molto importante.
Onore al Tibet , vittima anche delle menzogne.
M.




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