











Fosse per me io vivrei bene anche in Alaska a pescare salmoni..io difendo solo la libertà dell'individuo.I mercantilismo e il marxismo sono i cancri che hanno corrotto l'animo umano...un minimo comun denominatore..l'intervento dello stato nell'economia che limita le libertà individuali. Una volta lo stato oggi la banca centrale l'uomo non è mai stato libero..si illude ma è sempre schiavo di altri che decidono per lui cosa è giusto e cosa è sbagliato...svegliatevi!


Durerà il sistema danese?
Dal 2001 la coalizione liberal-conservatrice guidata da Føgh Rasmussen ha accentuato il lato “flessibilità”, concentrandosi su concetti quali la responsabilità individuale e il risanamento morale del popolo danese. Il celebre programma “Flere i Arbetje” (“Più persone al lavoro”) intende mettere al lavoro il maggior numero di persone, non esitando a decrementare i sussidi sociali e a gelare le imposte. Due misure che mettono in pericolo il sottile equilibro della “flexicurity”, quindi.
Invecchiamento della popolazione e immigrazione rimettono ugualmente in questione la durata di questo modello. Da qui al 2040, almeno 1,2 milioni di persone – rispetto allo 0,8 di oggi – avranno più di sessantacinque anni. La soluzione prospettata, al momento, è di persuadere i lavoratori ad andare in pensione sempre più tardi e di spingere i giovani a entrare nel mercato del lavoro sempre prima. Questi provvedimenti sono stati presi in considerazione anche in altri paesi. Ma come fare poi in modo che il consenso sopravviva di fronte a un’immigrazione esclusa da questo “miracolo danese”? Nutrendo la popolazione di discorsi xenofobi, il Primo Ministro ha ridotto i benefici sociali degli immigrati dal 30 al 40% nei primi sette anni di permanenza in Danimarca, con lo scopo di incoraggiarli a trovare un impiego. Il miracolo non è certo facilmente divisibile…
http://www.cafebabel.com/it/article.asp?T=T&Id=5053


.... eppure....
Flexicurity addio
La Commissione europea si accinge a mettere
in soffitta il Libro Verde sul lavoro
I sindacati europei sono molto critici sulla flessicurezza: affermano che verte essenzialmente sulla riduzione del livello del sistema di protezione dell’occupazione in Europa e propongono un’altra strada. La Ces dovra’ ripartire per dare forza all’obiettivo di un diverso modello di sviluppo che metta la “qualita’ del lavoro” al centro della strategia europea per l’occupazione
di Ornella Cilona
La Commissione europea, di fronte alle prese di posizione molto critiche assunte dai sindacati europei e da alcuni Stati membri, primo fra tutti l’Italia, si accinge a mettere in soffitta i contenuti del Libro Verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro, dove la flexicurity giocava un ruolo centrale. Ma che cosa vuol dire esattamente questo termine, spesso tradotto in Italia con “flessicurezza”? Si tratta di una strategia dell’Unione europea che punta da un lato ad aumentare la flessibilità del mercato, dell’organizzazione e dei rapporti di lavoro, dall’altro a innalzare la sicurezza dell’occupazione e del reddito per le fasce più deboli del mercato del lavoro. In pratica, dunque, secondo questa nuova strategia comunitaria va garantito non il posto di lavoro, ma l’occupazione, perché oggi non esiste più la fabbrica o l’ufficio dove si rimane fino alla pensione. La flexicurity può essere interna, se si tratta di favorire la mobilità da una mansione a un’altra in una stessa impresa, o esterna, se invece si passa da un’azienda a un’altra.
Il documento comunitario più recente sulla flexicurity è la comunicazione “Verso principi comuni di flessicurezza: posti di lavoro più numerosi e migliori grazie alla flessibilità e alla sicurezza”, pubblicata dalla Commissione europea lo scorso 27 giugno. Il testo propone otto principi comuni, che costituiscono dei punti di riferimento sui quali si chiede l’accordo degli Stati membri: 1) rafforzamento dell’attuazione della strategia per la crescita e l’occupazione e consolidamento del modello sociale europeo; 2) equilibrio tra diritti e responsabilità; 3) adattamento della flessicurezza alle diverse circostanze, esigenze e sfide che gli Stati membri si trovano ad affrontare; 4) riduzione del divario tra coloro che hanno un’occupazione atipica, a volte precaria, e coloro che hanno un’occupazione permanente a tempo pieno; 5) sviluppo della flessicurezza interna ed esterna, aiutando i lavoratori a progredire nella carriera sia all’interno dell’impresa che attraverso il mercato del lavoro; 6) sostegno alla parità fra i sessi e promozione delle pari opportunità per tutti; 7) definizione di un insieme equilibrato di politiche che promuova un clima di fiducia tra le parti sociali, le autorità pubbliche e gli altri interessati; 8) equa distribuzione dei costi e benefici derivanti dalle politiche di flessicurezza e contribuzione a politiche di bilancio sane e finanziariamente sostenibili.
Sono numerosi i punti deboli della comunicazione. Innanzitutto, approfondisce soprattutto il tema della flessicurezza in uscita, “ignorando quasi del tutto” com’è stato notato nella riunione organizzata lo scorso 13 settembre dall’ufficio giuridico, dal dipartimento Politiche attive del lavoro e dal Segretariato Europa della Cgil nazionale “gli altri aspetti di quella che dovrebbe essere la flexicurity, ossia la formazione (strategie integrate di apprendimento lungo tutto l’arco della vita), le politiche attive del mercato del lavoro e i sistemi moderni di sicurezza sociale”. Un altro aspetto preoccupante della comunicazione, e poco sottolineato, riguarda il fatto che propone una serie di indicatori in base ai quali valutare le politiche di flessicurezza, fra cui uno sulla rigidità della protezione dell’occupazione, elaborato dall’Ocse, l’organizzazione che raggruppa i paesi sviluppati. In pratica, la comunicazione mette in relazione la maggiore protezione dei lavoratori con una minore crescita dei posti di lavoro, dimenticando però che la stessa Ocse ha riconosciuto, anche se tardivamente, che non esiste alcuna prova che un allentamento delle tutele in materia di licenziamento porti a un incremento dell’occupazione. Infine, non risponde alla questione su come aumentare i diritti per i lavoratori atipici: “Anziché cercare di affrontare direttamente il tema delle tutele e delle protezioni per loro e per contenere i rischi di inaccettabile precarietà” ha spiegato la parlamentare europea Donata Gottardi nel corso di un recente convegno al Cnel “si propone una compensazione indimostrata e quindi un intervento di limitazione di quelle da tempo previste nel diritto del lavoro per il lavoro tipico”.
Un rapporto del gruppo di esperti istituito dalla Commissione europea in materia di flessicurezza, pubblicato contemporaneamente alla comunicazione, propone agli Stati membri quattro possibili percorsi per attuare concretamente la strategia comunitaria su questa materia. Il primo è quello di “ridurre le asimmetrie tra l’occupazione a tempo indeterminato e quella non standard attraverso l’integrazione dei contratti non standard nel diritto del lavoro, nei contratti collettivi, nella sicurezza sociale e nella formazione lungo tutto l’arco della vita, e di considerare come rendere l’occupazione a tempo indeterminato più attraente per le imprese”. Il secondo percorso proposto punta a “migliorare l’adattabilità delle aziende e dei lavoratori attraverso lo sviluppo e il rafforzamento dei sistemi di sicurezza sociale nella fase di transizione dalla disoccupazione al lavoro”. Il terzo percorso mira ad aumentare e a migliorare gli investimenti in competenza, contro i divari nelle opportunità e nella conoscenza, mentre il quarto è indirizzato a migliorare le opportunità di impiego per i beneficiari degli interventi, allo scopo di evitare una lunga dipendenza da politiche di welfare, rendere regolare il lavoro informale e costruire una maggiore capacità delle istituzioni al cambiamento. Ogni Stato membro può scegliere il percorso più adatto alla propria situazione specifica. Lo studio sottolinea, infine, l’importanza del dialogo sociale per attuare politiche di flessicurezza.
I sindacati europei, però, sono molto critici sulla flessicurezza “made in Bruxelles”. La Ces, in un commento alla Comunicazione, afferma, infatti, che essa “verte essenzialmente sulla riduzione del livello del sistema di protezione dell’occupazione in Europa. La Ces deve rispondere a quest’attacco difendendo il diritto al lavoro stabile quale diritto fondamentale dei lavoratori e promovendo un approccio brillante alla riforma piuttosto che una deregolamentazione quasi totale”. La Ces propone un’altra strada, indicata dalle raccomandazioni e dall’analisi sulle sfide del mercato del lavoro su cui si è accordata a metà ottobre con le tre associazioni europee dei datori di lavoro Ceep, Business Europe e Ueapme: “Oltre la flessicurezza” si legge nel documento delle parti sociali dell’Ue “il mercato del lavoro europeo affronta le sfide di migliorare notevolmente la qualità dei nuovi lavori, di creare più posti per mezzo della crescita e di politiche orientate all’occupazione dal lato della domanda e di promuovere e sostenere un dialogo sociale autonomo e parti sociali forti e rappresentative”. Cgil, Cisl e Uil, in un documento unitario, mettono in evidenza altri punti critici dell’approccio comunitario, come “l’assenza della responsabilizzazione del sistema delle imprese nei processi di trasformazione”, gli indicatori sbagliati e il mancato approfondimento del tema del difficile accesso al lavoro da parte delle donne.
Le posizioni della Commissione europea non piacciono troppo, oltre che alla Ces, anche a molti ministri del Lavoro degli Stati membri e al Parlamento di Strasburgo. Il giudizio negativo riguarda in particolare un’altra pietra miliare della strategia Ue per quanto riguarda le politiche per l’occupazione, vale a dire il Libro Verde “Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo”, pubblicato a novembre dello scorso anno. I ministri del Lavoro di 13 Stati membri, su spinta dell’Italia, hanno, infatti, firmato un documento comune a febbraio di quest’anno nel quale chiedono un nuovo slancio per l’Europa sociale: “Riteniamo” vi si legge “che l’Europa a 27 non può ridursi a una zona di libero scambio, ma deve assicurare l’indispensabile equilibrio fra libertà economica e diritti sociali”. Dal canto suo, il Parlamento europeo ha approvato lo scorso 11 luglio una Risoluzione sul Libro Verde, dove invita la Commissione europea a non considerare il contratto a tempo indeterminato come superato, in quanto non vi sarebbero prove del fatto che “riducendo la protezione contro il licenziamento e indebolendo i contratti standard si possa agevolare la crescita dell’occupazione”.
(www.rassegna.it, 26 novembre 2007)
http://www.rassegna.it/2007/europamo...oli/flexi4.htm


ICHINO... non serve che lavori tanto... leggi... informati... telefonami che ti segnalo i link.....
09 - 01 - 2006
WELFARE. Flexsecurity alla danese
(da “La Repubblica”, lunedì 9 gennaio 2006, pagina 19 - Esteri)
I licenziamenti fanno scattare gli assegni di disoccupazione. Ma rientrare sul mercato del lavoro non sempre è facile
La ``flexsecurity`` di Copenaghen grande welfare ma non per tutti
Le crepe del modello danese che molti vorrebbero esportare
Rifiutare un impiego dopo un anno senza lavoro significa perdere il sussidio
Le statistiche dicono che solo il 5% è senza un posto e meno del 2% da più di due anni
Ma c´è anche chi smonta il mito danese: ``La Flexsecurity eleva la precarietà a sistema``
ANAIS GINORI
COPENAGHEN - L´agenzia di Vesterbrogade, a due passi dal parco giochi Tivoli, accoglie ogni anno centomila persone senza lavoro. E´ la più grande di Copenaghen. Nessuna fila fuori, dentro gente che non sembra affatto disperata. Strani però questi disoccupati. Niclas, un bel ragazzo danese con felpa extra large, appare persino allegro: «E´ la terza volta che mi licenziano» riepiloga. «Ma sto seguendo un corso di formazione per asfaltatori: pare che ce ne sia davvero bisogno. Questione di pochi mesi e sono di nuovo sotto contratto». In Danimarca la disoccupazione è come le stagioni: arriva poi passa. Soltanto il 5% della popolazione è senza lavoro e meno del 2% lo è per più di due anni. Si sale e si scende: un impiego dura in media quattro anni, ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita.
``Flexsecurity``, ovvero flessibilità economica e sicurezza sociale: il segreto è questo. Nella giostra del lavoro danese (le aziende possono licenziare e assumere a piacere) c´è infatti sempre qualcuno pronto ad aiutare chi rimane fermo. Dal primo giorno di inattività scatta l´assegno dello Stato: fino al 90% dello stipendio per 4 anni. «La Danimarca ha capito prima degli altri che la globalizzazione richiedeva di abbattere steccati ideologici» spiega l´economista danese Jesper Jaspersen, gran teorico di questo compromesso tra neoliberismo e vecchio Welfare State, tra il modello anglossassone e quello europeo. Per licenziare bastano cinque giorni, per assumere non c´è salario minimo o norme contrattuali nazionali. Il socialdemocratico Urban Ahlin sintetizza così: «Preferiamo salvare le persone che i posti di lavoro. E´ inutile cercare di mantenere in vita aziende e comparti produttivi decotti. Meglio investire nella formazione dei lavoratori per orientarli verso nuovi settori».
Mounia, un ragazzo francese di origine algerina, è arrivato a Vesterbrogade per seguire un corso di informatica. «Facevo lo scaricatore al mercato. Un giorno mi sono ammalato e il padrone mi ha licenziato». Eccolo dunque all´ufficio di collocamento mentre intasca circa 1.400 euro mensili di indennità per mantenere la sua famiglia. A 34 anni Mounia si sta preparando un nuovo futuro. Il sistema di entrata/uscita dal mercato del lavoro è così rapido che la metà della gente che si iscrive nelle liste di collocamento trova un altro posto entro sei mesi dal licenziamento. Per gli altri, iniziano i corsi di ``attivazione`` ovvero la formazione professionale. Nessun disoccupato può pensare di starsene a casa ad aspettare una telefonata a spese dello Stato. Dopo un anno di disoccupazione, rifiutare una proposta comporta la sospensione del sussidio. Il sistema è generoso ma severo.
«Che succede se mi propongono di andare a fare la cameriera? Sono costretta ad accettare?» riflette Charlotte, una bella donna di 32 anni con un caschetto biondo. Laureata in economia con un master in amministrazione aziendale, sta consultando anche lei ``jobnet``, l´annuario delle offerte di lavoro. Cerca da maggio, il tempo passa e non riesce a trovare la cosa giusta per lei. Questa giovane manager, che ha anche lavorato in Germania, è stata licenziata in tronco durante una ristrutturazione aziendale. «Ho sempre pensato che il modello danese fosse il migliore - confida - . Adesso però vedo anche l´altra faccia della medaglia». Il rapido ricollocamento dei disoccupati funziona meno bene quando si tratta di lavoratori qualificati, molto specializzati o di persone oltre i 50 anni. Peggio ancora per gli immigrati: la maggior parte è completamente tagliata fuori dalla ``flexsecurity``. La disoccupazione è quasi tre volte più alta tra i cittadini stranieri, chi non ha mai lavorato o non ha un titolo di studio danese è escluso.
«Ci sono ancora alcune imperfezioni». Kirsten Landtved, dirigente dell´ufficio di collocamento, è ottimista. «Miglioreremo». Cinquantenne massiccia ed energetica, Kirsten non indulge in sentimentalismi. E´ appena tornata da un colloquio di lavoro. Per far assumere un disoccupato? «No, per me» risponde. «Da gennaio il mio posto scomparirà: riorganizzazione interna». E´ già la quarta volta che Kirsten cambia lavoro. «Prima pensavi che il contratto fosse un matrimonio, adesso è un semplice flirt. Al massimo un fidanzamento» osserva divertita Kirsten. Poi si fa più seria: «Non possiamo fermare il treno della modernità, sarebbe come lottare contro il vento».
Questa inedita alchimia piace. La sogna il candidato dell´Unione Romano Prodi. Il primo ministro francese Dominique de Villepin ha inviato funzionari in missione a Copenaghen per studiare la ricetta miracolosa. L´ex presidente Bill Clinton ha detto di essersi «profondamente ispirato» alla situazione in Danimarca. Eppure esportare il modello danese sembra complicato. La popolazione danese è quanto quella di Roma (5,5 milioni di abitanti), il Welfare può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo senza avere quei problemi di bilancio ormai congeniti alla maggior parte delle grandi democrazie. Impossibile poi immaginare un altro paese dove sindacati e imprenditori hanno un dialogo così armonioso e proficuo. Oltre il 70% dei lavoratori è sindacalizzato ma non c´è bisogno di scioperare per conquistare diritti. «E´ un´economia negoziata, la concertazione è antica di oltre un secolo» spiega Paolo Borioni della Fondazione Gramsci che al modello scandinavo ha dedicato un libro in uscita, con la prefazione dell´ex ministro del Lavoro Tiziano Treu.
Nel mezzo del quartiere latino, dove durante la guerra c´era una tipografia nazista oggi c´è la redazione di Information. Questo piccolo quotidiano progressista creato a Copenaghen nel 1945 ha lavorato a una serie di inchieste per smontare il mito danese. «Le statistiche sulla disoccupazione non dicono che c´è quasi un milione di persone che vive con il Welfare e non riesce a tornare sul mercato» avverte il giovane direttore, Palle Weis. «Davvero la vostra sinistra vorrebbe mettere nel suo programma questo modello?» domanda stupito. Secondo Information, la flexsecurity non fa altro che elevare il precariato a sistema. «Il lavoro è vissuto con uno stress maggiore di prima, c´è un diffuso senso di vulnerabilità. Non vorrei - conclude Weis - che i politici europei scambiassero la realtà per un miraggio».
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=233


Danimarca / La riforma del welfare della destra
Va in crisi il modello scandinavo
di Andrea Albertazzi
Erano vent’anni che in Danimarca non si assisteva a una manifestazione imponente come quella del 17 maggio scorso. Centomila persone, tra cui studenti, disoccupati, pensionati e lavoratori sono scese in piazza per protestare contro l’intenzione dell’attuale governo di centro-destra di tagliare alcune voci dell’ampio sistema di welfare danese. La manifestazione è stata definita come un’“alleanza tra generazioni” e ha riflesso una crescente intesa tra i sindacati e le associazioni studentesche.
Questa “riforma” del welfare è stata lanciata dal governo nell’aprile scorso e attualmente è oggetto di dibattito parlamentare. Le misure previste vanno a toccare diverse categorie di cittadini: pensionati che beneficiano del prepensionamento, studenti e disoccupati. La disciplina danese del prepensionamento prevede oggi che, con 25 anni di contributi e 60 anni di età compiuti, si può lasciare in anticipo il posto di lavoro. Il governo ha proposto al Parlamento di innalzare di tre anni l’età per il prepensionamento e di 2 anni l’età pensionabile, da 65 a 67.
In Danimarca gli studenti godono di un sussidio che permette loro di pagare un affitto, uscire di casa e costruirsi una propria vita con l’aiuto economico dello Stato. La riforma intende ridurre anche questo sussidio. Non va meglio ai disoccupati, che vedono diminuire il loro sostanzioso aiuto in denaro, un aiuto che costituisce un vero e proprio fiore all’occhiello del sistema di welfare danese. Il governo intende dimezzare il sussidio per i disoccupati che rientrano nella fascia d’età dai 25 ai 29 anni, al fine di indurli a entrare nel mondo del lavoro il prima possibile, riducendo la differenza tra un salario minimo e il sussidio di disoccupazione. In realtà il modello danese si è sempre basato su un patto di solidarietà tra i cittadini e la condizione di ‘disoccupato’ è sempre stata legata alla ricerca e all’accettazione di un lavoro corrispondente alla propria qualifica. E il basso tasso di disoccupazione dimostra che il sistema, pur con alcuni limiti, ha sempre funzionato in modo efficiente.
Le forze di governo, il partito liberale e il partito conservatore, dichiarano di voler attuare questa riforma per modulare il sistema di welfare in modo da renderlo ‘sostenibile’, capace cioè di affrontare le situazioni future senza portare le casse dello Stato in una condizione difficile. Sono le proiezioni demografiche a spaventare, afferma il capo del governo Anders Fogh Rasmussen. In futuro la generosa macchina delle pensioni potrebbe andare in tilt perché, dato l’aumento della speranza di vita (77 anni), i giovani contribuenti potrebbero essere meno e i longevi pensionati più numerosi. Il partito social democratico, al potere per un lungo periodo e oggi all’opposizione con un consenso del 25 per cento, appare diviso sul tema della riforma. Quasi in extremis la segretaria del partito, Hellen Thoming-Schmidt, ha deciso di aderire alla manifestazione del 17 maggio e, comunque, per i socialdemocratici hanno preso la parola oratori orientati più a sinistra.
I partiti della sinistra affermano che è sbagliato parlare di riforma dello Stato sociale proprio nel momento in cui la crescita economica del paese (3 per cento) è al di sopra della media europea, la disoccupazione è estremamente bassa (5 per cento) e i conti pubblici sono in ottima salute. In questi condizioni si crea un surplus economico e non ha senso mettere mano al welfare state per diminuire diritti e garanzie.
Il successo della manifestazione sembra significare che anche molti cittadini condividono questa analisi. Le forze parlamentari e di governo dovranno tenere in debito conto queste proteste: fu proprio dopo il varo della prima, impopolare, riforma delle pensioni che il governo socialdemocratico guidato da Poul Nyrup Rasmussen fu sconfitto nel 2001, aprendo la strada al governo di centro-destra. Hans Jensen, presidente dell’organizzazione sindacale “ombrello” Lo-Dk, afferma di non essere pregiudizialmente contrario a ogni tipo di riforma del welfare, specie per quanto riguarda le pensioni, ma invita il governo a confrontarsi su alcune idee avanzate dal sindacato. Innanzi tutto occorre uno sforzo deciso in materia di educazione e di formazione, per dare più opportunità ai giovani. Inoltre occorre un maggiore impegno per includere gli immigrati nella società e nella formazione, dato che fino a questo momento le misure del governo in materia sono state del tutto insufficienti.
In sostanza tutte le forze politiche e anche quelle sociali, sono convinte che il modello di sicurezza sociale abbia bisogno di un adattamento. Il problema riguarda però i tempi di realizzazione di una riforma e anche l’intensità e i destinatari delle misure. La leader del partito socialdemocratico Hellen Thoming-Schmidt, per esempio, vorrebbe innalzare l’età del prepensionamento a 62 anni, cioè un anno in meno rispetto a quanto auspicato dal governo. Non mancano esponenti del partito socialdemocratico che vedono nelle rivendicazioni della manifestazione una possibile piattaforma comune per i partiti della sinistra. Ole Stavad, vera e propria istituzione del partito, ha affermato che una manifestazione del genere significa che “l’apatia della gente è finita e che le cose non accadono più soltanto nell’aula del parlamento”; ha anche aggiunto che “le proteste avranno un effetto politico”.
Il governo intende mantenere un atteggiamento impassibile e, almeno in apparenza, indifferente alle proteste. Il ministro dell’Economia e leader dei conservatori, Bent Bendsen, ha dichiarato che “le proteste non influenzeranno in alcun modo la posizione del governo. Là fuori ci sono molti giovani, ma queste riforme dello Stato sociale sono fatte per il loro bene”. Con una provocazione ha poi aggiunto: “Anche se i dimostranti sono 100 mila, rappresentano pur sempre un danese su 50”.
(www.rassegna.it, Rassegna sindacale, giugno 2006)
http://www.rassegna.it/2006/europamo.../danimarca.htm