



Le cose non sono semplici come le fai tu: il general contractor, che aveva vinto la gara, aveva assegnato quegli appalti come era suo diritto fare senza ulteriori gare: ecco perchè quelli che avevano l'appalto hanno avuto gioco facile a presentare e iniziare a vincere i ricorsi.


«The world is less explainable than we would like to admit» Jeff Jarvis
«Io non capisco come si possa passare davanti a un albero e non essere felici di vederlo» - Fëdor Dostoevskij








Il problema non è tanto la gara in sé, quanto la chiusura verso le aziende estere. Che problema ci sarebbe a dare l'appalto ad una azienda francese o tedesca? Perché devono essere per forza italiani i partecipanti alla gara?


Cronaca di un grande scandalo: le manovre intorno all’Alta Velocità.
Un investimento valutato 140mila miliardi di Lire per rendere più moderno ed efficiente il sistema ferroviario
diviene oggetto di un assalto predatorio.
Gli intrecci tra economia pubblica e privata;
la penetrazione della criminalità organizzata;
il ruolo della magistratura e della politica;
i silenzi dei mass-media.
Una nuova, più ampia e più occulta trama affaristica
che il pool di magistrati milanesi non è riuscito a disvelare.
http://www.notavtorino.org/documenti...e-02-01-07.htm
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A fool and his money can throw one hell of a party.


rrivarono le elezioni politiche del 21 Aprile (1996 – ndr)
…
Dopo la vittoria elettorale dell’Ulivo, su sollecitazione di un parlamentare della zona dell’alto casertano, l’on. Pasquale La Cerra, decisi di andare a riferire al presidente del consiglio incaricato tutto quello che sapevo del grande imbroglio. Temevo che quello scandalo, se non tempestivamente affrontato, potesse travolgere anche il governo dell’Ulivo, anche se estraneo alla grande truffa. Ignoravo gli insabbiamenti dell’inchiesta romana da parte di un pm, poi arrestato, e che Prodi era indagato.
…
“E lui restò zitto e imbarazzato”
“Ho ancora un ricordo preciso di quel giorno, il giorno in cui Romano Prodi mi ricevette nel suo studio privato di Largo Di Brazza, vicino a fontana di Trevi. Con me c’era anche La Cerra e il coordinatore dell’Ulivo per il casertano Ciontoli. Entrammo accolti da un Prodi in grande forma. Ci salutò con cordialità e con quella giovialità che tira fuori solo nei momenti migliori. Al colloquio era presente anche quello che è stato a lungo l’uomo ombra di Prodi, il suo consigliere Arturo Parisi. Ma appena cominciai a parlare, come per incanto, quel clima di affabilità e cortesia cambiò rapidamente. Mentre parlavo, mentre gli illustravo i risultati dell’indagine dell’antimafia sull’Alta velocità, che La Cerra confermava, mentre gli spiegavo nei dettagli la portata del marcio che si nascondeva dietro quegli affari, lo vedevo rabbuiarsi. Parisi annuiva, Prodi no. Più il tempo passava e più assistevo ad una scena a cui non volevo credere: sprofondato nella sua poltrona, rosso come un peperone, Prodi mi guardava e taceva. Il suo sguardo comunicava una sensazione che ancora ricordo con precisione. Dagli occhi stretti a fessura, dietro le lenti spesse, coglievo un’impressione di preoccupazione per quello che dicevo. Parlai per una mezz’ora e per tutto il tempo Prodi non mi interruppe mai, non aprì bocca, non proferì una parola. Stava lì, dietro la sua scrivania, seduto sulla sua poltrona. Mentre Parisi si mostrava partecipe e interessato alle cose che dicevo, il presidente del consiglio non faceva una piega. Guardavo di tanto in tanto La Cerra e anche lui mi guardava. Ero perplesso, stupito, quasi confuso da quella reazione. Non riuscivo a capire se Prodi fosse preoccupato per le descrizioni che gli stavo facendo delle infiltrazioni della Camorra. Stavo per terminare la mia esposizione in quell’atmosfera gelida, quando si sentì bussare e nella stanza entrò Beniamino Andreatta, all’epoca ministro della Difesa. “Scusate se disturbo – disse Andreatta – Romano, avrei bisogno di parlarti, magari dopo …”.
Prodi sembrò scuotersi all’improvviso, come da un torpore. Mi sembrò che cogliesse quell’interruzione come un’ancora di salvezza. Si alzò di scatto e si precipitò verso Andreatta, afferrandogli la mano e invitandolo ad entrare. Della stranezza della situazione si accorse anche il suo ministro che ci gettò uno sguardo tra il perplesso e l’interrogativo. Prodi si rivolse a noi solo per congedarci in tutta fretta, aggiungedo un furtivo ringraziamento per la visita. Non una parola di commento a quanto gli avevo riferito. Non un accenno. E nel silenzio più gelido lasciammo la sua stanza.
Uscii da quell’incontro frastornato e allarmato allo stesso tempo. Ricordo ancora che con La Cerra commentammo a mezze frasi la reazione di Prodi. Sapevo, perché in commissione ce lo aveva riferito l’ingegner Ercole Incalza, amministratore delegato della TAV, del coinvolgimento di Prodi nell’Alta velocità quando, da presidente dell’Iri, aveva avallato società come l’Icla e le Condotte[1], ma ritenevo la sua soltanto un’implicazione formale. Non potevo quindi immaginare una simile reazione. Ne capii la portata qualche tempo dopo. Quando scoprii un particolare fino a quel momento a me sconosciuto: fino dal 1993, quando era stato nominato presidente dell’Iri, divenendo quindi uno dei general contractor, Prodi aveva ricoperto la carica di garante dei lavori dell’Alta velocità. Lui, il presidente del consiglio era stato un controllore di quello scandalo. E - secondo il magistrato romano Giuseppa Geremia – aveva fatto sì che una società da lui stesso creata, la Nomisma, potesse beneficiare di consulenze miliardarie proprio sull’Alta velocità. Ma di tutto questo sarei venuto a conoscenza molto tempo dopo.
Lasciando quell’incontro decisi però di scrivergli una lettera. E di inviargli la mole di documenti che avevo accumulato. Lo feci a futura memoria. Ecco il testo della lettera, spedita a Prodi il 6 Maggio 1996.
Caro Professor Prodi, consapevole della centralirà nel suo programma del problema del mezzogiorno, Le invio la mia relazione del gennaio 1996 sull’Alta velocità. E’ un documento drammatico, poiché dimostra l’attualità dei devastanti intrecci tra Mafia, politica e grandi imprese pubbliche, in una situazione di confusione legislativa e di inquinamento degli apparati di prevenzione e di repressione dello Stato. Lei può compiere un’opera di ricostruzione del Mezzogiorno fondata sulla valorizzazione delle sue risorse umane e naturali. Buon lavoro e auguri. Ferdinando Imposimato.”
Con il passare del tempo, Imposimato ha ripensato più di una volta a quell’incontro. Che cosa temeva Prodi? Perché quella reazione così spropositata? Il presidente del consiglio aveva forse scambiato l’illustrazione dei risultati di un’indagine parlamentare con un atto di accusa nei suoi confronti? Oppure si era sentito minacciato dall’incombere di un qualcosa, un avvertimento?
Nell’ottobre dello stesso anno, Imposimato tornerà ad affrontare il tema delle responsabilità che nessuno volle vedere nelle infiltrazioni camorristiche nell’Alta velocità. Lo fa con dichiarazioni di fuoco riprese dalla stampa.
Ecco il Corriere della Sera: [2]
Alta velocità. Sulle presunte infiltrazioni camorristiche negli appalti della tratta Roma-Napoli, denunciate ieri dall’ex senatore progressista Ferdinando Imposimato, è ormai polemica durissima. Le accuse di Imposimato sono state precise: “La Commissione antimafia aprì un’inchiesta, ma non si volle andare avanti”. Con tanto di nomi. Violante, Bargone, Prodi, allora presidente dell’Iri. Immediata la replica del presidente del consiglio: “Imposimato si è sbagliato. In quel periodo non ero presidente dell’Iri”.
Sulla vicenda è tornata anche Tiziana Parenti, ex presidente della Commissione antimafia, per smentire Prodi e spiegare che “in quel periodo Ferdinando Imposimato fu isolato all’interno del suo stesso partito”. E che si fece di tutto “per tenere questa inchiesta sotto tono”. Non solo. La Parenti ha aggiunto che l’attuale sottosegretario ai Lavori Pubblici, Antonio Bargone, non dice il vero “quando afferma che non si fece mai il nome di Romano Prodi in commissione. Basta guardare gli atti – ha detto la Parenti – e constatare che su mia richiesta fu Incalza a specificare che la firma dell’atto integrativo del ’94 [1993] alla convenzione era dell’allora presidente dell’Iri Romano Prodi”.
Sempre la Parenti ha anche aggiunto che “Imposimato subì un isolamento in via diretta all’interno del suo stesso partito anche perché quell’inchiesta si intrecciava con quella delle Coop rosse”. Alla Parenti ha replicato Bargone: “Dice il falso. Fu lei a non convocare la commissione per quattro mesi” …
[1] Che cosa era successo? Qualcosa di inimmaginabile: Prodi in persona, nella sua qualità di presidente dell’Iri, aveva dato il suo benestare all’aggiudicazione dei lavori a società quantomeno sospette, certamente in odore di Camorra, stando almeno a quanto emergerà dal rapporto dello Sco e alle indagini della Procura di Napoli. Dall’audizione dell’amministratore delegato della Tav (Ing. Ercole Incalza, davanti alla Commissione antimafia il 14/9/1995 –ndr) stavano venendo fuori elementi di enorme gravità. Ma Prodi come ha potuto non accorgersi di niente, neppure delle cose precise denunciate dal presidente della Tav, Portaluri, e delle bombe che scandivano i lavori sulla tratta? L’ipotesi che si fa strada, nella mente di Imposimato, è che ad anticipare le somme necessarie per i lavori siano le imprese della Camorra. Che in questo modo raggiungono due risultati: riciclare il soldi e accaparrarsi le risorse dello Stato. Ma le sorprese non finiscono qui. [dal Cap. II, Salta fuori un nome pagg. 53-54]
[2] Articolo: “FS e collusioni. Prodi smentisce Imposimato ma è smentito dalla Parenti” sul Corriere della Sera del 2/10/96
http://www.notavtorino.org/documenti...mbarazzato.htm
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Incomincia il soladizio.
A Milano Di Pietro il grande fustigatore delle illegalità non indagò Prodi.
Perchè?
Un vero guazzabuglio
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Ma com’era veramente iniziata l’inchiesta sull’Alta velocità ferroviaria?
Come già ricordato, tutto comincia nella prima metà del 1993, quando l’ex ministro socialdemocratico Luigi Preti presenta un esposto alla Procura di Roma nel quale vengono censurate le procedure seguite per la costituzione della società Tav spa, amministrata da Ercole Incalza. La denuncia viene affidata al sostituto procuratore Giorgio Castellucci. Ma ecco che accade subito qualcosa di inusuale. Nel corso di un vertice per chiarire alcune sovrapposizioni di indagine, vertice che si svolge nel palazzo di giustizia della capitale e al quale partecipano diversi sostituti procuratori di Roma e di Milano, viene deciso lo sdoppiamento dell’appena nata inchiesta sull’Alta velocità. Al vertice partecipano tra gli altri anche Giorgio Castellucci e Antonio Di Pietro. E’ stato lo stesso Castellucci, nell’ottobre ddel 1996, a spiegare come andarono le cose. Il magistrato romano – è bene evidenziarlo – nel 1993 aveva appena aperto il fascicolo sull’Alta velocità, ma Di Pietro – racconta Castellucci – gli confidò che su quell’argomento aveva cominciato a parlare l’imprenditore Vincenzo Lodigiani, secondo il quale intorno al progetto Tav c’era una vera e propria “programmazione tangentizia”. Fu così che a Roma rimase l’inchiesta sulla correttezza delle procedure con cui era stata costituita la Tav spa di Incalza, mentre quella sugli appalti per l’Alta velocità ferroviaria finì a Milano nelle mani di Di Pietro.
Già nel 1993, quindi, c’è chi indaga sull’Alta velocità. Per la verità esistono ben due inchieste: una milanese, l’altra romana. Ma fino al 1996, quando interverranno gli ordini di arresto di La Spezia, non succede nulla. Come mai?
La tranche d’inchiesta presa in carico da Di Pietro a tutt’oggi non si sa che fine abbia fatto. Di Pietro se ne spoglia quando nel dicembre del 1994 abbandona la toga.
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E sono sempre delle intercettazioni ad inguaiare Castellucci, accusato di aver preso denaro per far archiviare a Roma l’inchiesta sull’Alta velocità. Gli atti finiscono così al vaglio del reggente del gip, Carlo Sarzana, che ha preso il posto di Renato Squillante, anche lui finito nell’inchiesta sulle mazzette ai magistrati. Sarzana per la seconda volta respingerà la richiesta di archiviazione proposta da Castellucci.
Sospeso Castellucci dal suo incarico, la tranche dell’inchiesta sull’Alta velocità ancora nelle mani dei magistrati romani passa ad un altro pm, Giuseppa Geremia. Costei, per prima cosa, vuole vederci chiaro in quella strana spartizione di atti giudiziari avvenuta nel 1993 tra Castellucci e Di Pietro. Alla Geremia non era scappato un particolare: non era la prima volta che Di Pietro si appropriava di un’inchiesta nata a Roma. Era già accaduto. Era successo con i soldi spariti della cooperazione, di cui era titolare il sostituto procuratore di Roma Vittorio Paraggio.
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Che Roma stesse indagando su Pacini Battaglia fin dal 1993 lo scoprono i sostituti procuratori di La Spezia Cardino e Franz. Sono loro a chiedersi che fine avrà fatto quell’inchiesta. Prendono quindi contatto con la Procura di Roma , scoprendo che quegli atti sono stati inviati da Paraggio a Milano. Cercano allora i colleghi di Milano.
Di Pietro non è più ormai da tempo in magistratura, è vero, ma quelle carte su Pacini dove sono mai finite? I magistrati di Milano cadono dalle nuvole. “Qui da noi sul faccendiere e sui suoi affari con la cooperazione non c’è proprio nulla.
Si scopre così che quegli atti, quelle carte sono scomparsi. Spariti, volatilizzati. In altre parole non si trovano più. Risultato: certamente il più gradito a Pacini Battaglia. Per tre anni nessuno ha indagato su di lui. I magistrati di Roma perché avevano stralciato la sua posizione, inviandola a Milano. Quelli del capoluogo lombardo perché Pacini Battaglia era indagato nell’inchiesta sulla cooperazione e dell’inchiesta sulla cooperazione si occupava Roma.
Ma ci sono anche altri atti che sono spariti. A Roma non si trovano più alcuni documenti sequestrati a Mach di Palmestein. Già, proprio così, alcuni documenti facenti parte del dossier in cui si parla ancora di lui: di Antonio Di Pietro.[1]
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L’inchiesta si sfilaccia
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In altre parole l’accusa mossa da La Spezia, che sarà raccolta da Perugia, evidenzia la necessità che per la raccolta di mazzette il gruppo degli imputati avesse messo in atto “una sorta di presidio giudiziario” grazie “alla compiacente attività di taluni magistrati, svolgenti le funzioni in ruoli chiavi, i quali pilotassero nel senso desiderato eventuali inchieste”.
http://www.notavtorino.org/documenti...dagini-tav.htm
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