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Discussione: Marianna Bussalai

  1. #1
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    Da tempo volevo dedicare un “3d” a questa straordinaria “interprete” sardista.
    La prima volta che ne appresi la storia e l’impegno politico-culturale militante, fu grazie ad un “breve” saggio di Michele Columbu, pubblicato nel 1984 sulla rivista “La grotta della vipera” che allora ricevetti in omaggio dal partito.
    Ho chiesto e ricevuto l’autorizzazione a riportare per intero quel testo, impareggiabile, come tutti gli scritti del Prof. Columbu che ringrazio infinitamente.

    Nel settembre dell’anno scorso, l’Amministrazione comunale di Orani organizzò un convegno dedicato a questa sua cittadina illustre. A tale proposito avevo salvato un articolo di F. Casula che ne descrive i contenuti, eccolo:


    Il Sardegna, 26 sett. 2007

    Memorie
    Mariannedda l’intrepida pasionaria di Orani


    Francesco Casula

    All’interno delle iniziative culturali di “Cortes apertas” l’Amministrazione comunale di Orani, con il sindaco Pinna e l’Assessore alla cultura Borrotzu in prima fila, il 22 Settembre scorso ha voluto organizzare un Convegno dedicato a una sua cittadina illustre: Marianna Bussalai.
    «Signorina Mariannedda de sos Battor Moros», così veniva chiamata dagli oranesi, è una straordinaria figura di femminista, di sardista e di antifascista; una poetessa, traduttrice e intellettuale di valore, morta nel 1947, a soli 43 anni.
    Autodidatta – frequenta solo fino alla quarta elementare - legge gli autori sardi (Sebastiano Satta, Montanaru, - con cui ha un fitto carteggio epistolare - e Giovanni Maria Angioy, di cui vanta una remota Ascendenza); gli italiani (Dante, Manzoni, Monti, Pindemonte) ma anche i russi.
    Di Montanaru traduce le poesie in italiano; di Dante avrebbe voluto tradurre la Divina Commedia in Limba per poter dare al popolo sardo – scriveva - la possibilità di leggere e comprendere l’opera. Compone poesie in italiano e in sardo: soprattutto mutettos e terzine. Famose sono rimaste quelle che mettono alla berlina i fascisti, ad iniziare dai ras locali:
    Farinacci est bragosu /ca l’ana saludau / sos fascista de Orani; Tene’ prus valentia /de su ras de Cremona /su Farinacci nostru.
    Il sardismo e l’antifascismo, cui dedicò tutta la sua vita, - ovvero l’amore smisurato per l’Autonomia e per la libertà - li vedeva incarnati meravigliosamente in Lussu, verso cui nutriva ammirazione e persino devozione.

    Storico


    Mi sembra doveroso ricordare la pubblicazione del libro:

    MARIANNA BUSSALAI
    de Frantziscu Casula e Zuanna Cottu
    Alfa Editrice

  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Il saggio di Michele Columbu

    Marianna Bussalai, “La grotta della vipera: rivista trimestrale di cultura”, s. n., Vol. 9, A. 1984, nn. 28-29, 12/1983, pp. 5-11.

    SAGGI


    Marianna Bussalai


    Ho sempre intuito la vigoria dell'intelletto e l'eccezionale temperamento di Marianna Bussalai. Ora scopro, non senza sorpresa, che sono impreparato a giustificare in modo razionale questa intuizione. Provo sentimenti di ammirazione e di rispetto. Anche di amore, certo. Ma non ho mai pensato di renderne conto. Perciò scriverò un saggio brevissimo, o piuttosto una modesta introduzione a un saggio, nella speranza che altri, con più chiarezza e meglio di me, voglia illustrare la tormentata figura di questa donna fortissima e al medesimo tempo timida e schiva, e voglia anche indagare su taluni aspetti quasi sconosciuti della resistenza alla dittatura fascista, sul sardismo «naturale », sulla cultura sommersa, per così dire, fra gli Anni Venti e gli Anni Ouaranta in una remota zona della Sardegna.

    Ho sotto mano una parte dei suoi scritti, ma sono un po' sgomento al pensiero che altri, o io stesso, possa cedere alla tentazione di misurare la sua opera letteraria, di soppesarne il valore, secondo prepotenti schemi scolastici e di confrontarla ai grandi modelli di altre culture. I suoi componimenti, infatti, sono come percorsi da un oscuro e profondo sostrato di « sardità », che affiora ma rimane prevalentemente inespresso e direi soffocato dalla fedeltà, s'intende formale, a taluni ritmi e accenti della poesia italiana dell'Ottocento. Marianna scrive efficacemente in prosa italiana e già a sedici anni compone dei buoni endecasillabi, armoniosi e scorrevoli; le sue traduzioni da Antioco Casula (« Montanaru ») sono generalmente eccellenti e in taluni casi sovrastano la bellezza dell'originale. Eppure sarebbe ingiusto, e persino sleale, limitare la nostra attenzione a questa sua attività, perché lei non si pone come letterata né come poetessa; lei si pone soltanto, o soprattutto, come militante e combattente per un ideale politico.

    Nacque a Orani nel 1904. A Orani morì nel febbraio dei 1947. Non fu mai all'università, non frequentò scuole superiori, non viaggiò per le capitali della cultura europea. Ma la sua casa era ricca di lettere e di storia, e conserva tuttora i segni di un'antica nobiltà: le architravi e gli stipiti di alcune porte, scolpiti in trachite rossa, ricordano l'arte pisana in Sardegna, forse del Trecento, e poi aragonese, forse del Cinquecento. Non era un « palazzo » - impensabile, del resto, nel cuore della Barbagia, povera e selvatica - ma ebbe dignità signorile come sede estiva dei vescovi di Ottana fino al secolo XVI, quando fu acquistata dalla famiglia Angioi. (Da questa famiglia nel Settecento nacque Gio' Maria Angioi, l'Alternos rivoluzionario e ribelle, per il quale Marianna ebbe un'ammirazione grandissima). In quella casa vennero al mondo e dimorarono magistrati e medici illustri, necessariamente di lingua italiana, dopo la dominazione spagnola, ma anche di lingua sarda e saldamente legati alla cultura locale e alle tradizioni pastorali. In questo ambiente la Bussalai, che fu Angioi in linea materna, trovò le sue appassionanti radici e, ancora giovanissima, visse un'intensa vita intellettuale fra molti libri, specialmente di poeti e di filosofi, e fra memorie orali favolose che sono la storia incerta e senza date delle « zone interne » e costituiscono lo strato più profondo dell'anima sarda.

    Sulla breve conca di Orani incombono ripide colline, ora verdi di boschi, ora devastate da incendi feroci, e si chiamano Santu Bernardinu, Santu Frantziscu, S'ispìridu Santu, Nostra Sennora de Gonare. L'intero territorio è fittamente punteggiato di luoghi del culto cristiano, che una volta l'anno richiamavano folle di devoti; ma nelle cerimonie che vi si celebrano è facile rintracciare sopravvivenze di riti precristiani. Né si direbbe che il cristianesimo, in seno a una società generalmente mite e pietosa, abbia saputo rimuovere tutti i semi dell'antica ferinità. Non di rado infatti vi esplodono fosche tragedie e vendette impenetrabili.

    Di là da quelle colline ci sono i pascoli e i boschi e le montagne; c'è altra saggezza e altra violenza, il sacro rispetto della « parola » e la sacra ospitalità, la rapina e la razzia del bestiame per pura « balentìa », l'ira omicida e il perdono, ci son le fraterne « tribù », si può dire, di Sèdilo Olzai Fonni Orgòsolo Gavoi, tante altre piccole comunità, povere generose pericolose. Più lontano si estendono gli sconfinati mondi, leggendari e belli, del Logudoro e del Campidano, che parlano ancora di Giudicati, di resistenza, di guerre, e insomma di Sardegna tribolata. Questo è il clima che fin dalla prima infanzia alimenta la fantasia di Marianna Bussalai.

    Le suggestioni della vita semibarbara della Sardegna, e soprattutto della Barbagia, i sacrifici e le ingiustizie fatali, i banditi « innocenti » e indomabili, le « altere » spose vedovate dai fucili e le cento e cento « madre dell'ucciso » tristi fino all'immobilità del bronzo di Francesco Ciusa - nella mente e nel cuore di Marianna giovinetta assumono i contorni di una saga dolorosa e gloriosa, in cui ormai si possono iscrivere la realtà e il mito degli « intrepidi » della Brigata Sassari. Siamo, romanticamente, alla premessa epico-eroica della coscienza nazionale dei sardi. Con impeto risorgimentale, nasce ora il Partito sardo d'azione, che sarà il grande amore e la speranza di Marianna fino alla morte.

    « Barbaricina altera », comincia un suo componimento giovanile, tra cronaca e fiaba, che potrebbe dirsi emblematico. La barbaricina è « al fuso intenta » quando passa a cavallo « un gagliardo e bellissimo pastore », « in sella eretto », e la trafigge « con le pupille nere ». « Da quel meriggio » nei due cuori nasce una tacita e dolce promessa d'amore. Ma il destino ha deciso diversamente: egli infatti sente una voce arcana « più forte del suo stesso amore », « e fu ribelle all'ingiustizia umana ». « Ai deboli fu scudo; come belva/cercato a morte, errò di selva in selva ». Presto è la fine, e la ragazza, « esangue il volto ne la benda bruna/, non chiese più sorrisi alla fortuna ».

    Anche senza la gentile nota amorosa, che accresce il fascino del pastore, il tema vuole essere nobilitato da quell'improbabile « ai deboli fu scudo » (come sarebbe piaciuto a Marianna); ma nella realtà, di rado o mai si ebbero casi di consapevole banditismo sociale. Tutto al più accadde qualche volta che un bandito, vendicando offese private, fosse anche vendicatore di pubbliche offese; come colui che tolse la vita a un esattore delle imposte, disonesto e crudele, e perciò da tutti esecrato.

    La Bussalai conosce così bene i limiti dei suo « eroe » che in una nota sente il bisogno di dichiarare: « Il protagonista è un antico campione di quel banditismo sardo che, in un popolo primitivo e abbandonato a se stesso, poteva essere ancor nel secolo scorso - e nell'anteguerra - l'espressione individualistica d'una generosa - sebbene cieca - rivolta all'ingiustizia ». In altre parole, nel momento stesso in cui celebra e compiange il destino del pastore, che è bandito per sete di giustizia, essa deplora la sua azione « individualistica » e « cieca -, ma è una deplorazione sommessa, tra il sì e il no, perché nel suo cuore, non ostante l'acquisito sentimento civile della legge e dello stato, la ribellione di chi paga con la vita è un gesto generoso. « Poteva essere nel secolo scorso e nell'anteguerra »; ora siamo nel dopoguerra, siamo nel 1920-25. Ebbene, che cosa è cambiato in Sardegna? Forse non ci sono più ingiustizie? No, le ingiustizie e le sofferenze ci sono; ma è stata aperta or ora una nuova via per la « rivolta », una via politica, civile, non-violenta, non-individualistica.

    Marianna crede fin dall'infanzia nei principi ispiratori della nuovissima lotta. In una lettera all'avvocato Luigi Oggiano racconta: « Il mio sardismo data da prima che il Partito sardo sorgesse, cioè da quando, sui banchi delle scuole elementari, mi chiedevo umiliata perché nella storia d'Italia non si parlasse mai della Sardegna. Giunsi alla conclusione che la Sardegna non era Italia e doveva avere una storia a parte ».

    Ora dunque « l'antico campione » non potrebbe più considerarsi l'espressione di una generosa rivolta. Però ne parliamo, e bisogna parlarne, sia per ricordare le tristi condizioni della Sardegna nel passato e sia per risvegliare antichi valori positivi - fierezza, ìmpeto, coraggio - non importa se frammisti a tratti barbarici, secondo l'intramontabile schema di tutte le lotte risorgimentali. La ricerca di questi valori è anche esplorazione delle « radici », che sono il fondamento e alimentano, diremmo oggi, la « nazione », o l’« etnia », dei sardi.

    Allora ecco rivivere gli eroi e le imprese, la resistenza e le sanguinose lotte contro gli invasori romani: « Roma passò predando / e tu siccome fiore / Iosto gentil cadesti » (da Muttos in italiano, 1920): e soprattutto, più che mai splendente, l'amata figura di G. M. Angioi: « Oh quella primavera / in cui per valli e per monti / l'inno echeggiò d'Angioi! » (ancora da Muttos, 1920).

    Nell'ambito di analoghe rievocazioni va collocato un passo tradotto dal limpido sardo di Casula: « E nel mio sogno vedo quivi ancora / Dei forti di Arborea sfilar le schiere / Salutando con l'aste e le bandiere / La bella e valorosa Eleonora » (Le belle di Cabras, 1925).

    L'adesione alla poesia del poeta di Desulo è totale e rivela una sorta di simbiosi letteraria e «sardista », fra l'uno e l'altra, che si andrà affinando negli anni successivi; ma, formalmente, la musa di Marianna è dominata da reminiscenze della poesia risorgimentale italiana. (Anche la Sardegna deve risorgere!).

    Nel 1927 la sua tristezza è immensa: la dittatura ha spazzato via ogni forma di libertà, il Partito è perseguitato e disperso, Lussu è in esilio. Allora, in un impeto di nostalgia e di autoconsolazione, ripensa l'emozionante ritorno dei combattenti, la passione del riscatto, le speranze di appena pochi anni addietro, e traduce ancora da Montanaru: « Eroici cuori / scuoton oggi dal sonno i tuoi villaggi ». Il componimento comincia così: « Salve, Sardegna, dolce madre mia, / terra di uomini forti... ». E questi uomini forti sono appunto « i prodi figli tuoi, giovani e belli » che « or vogliono giustizia e libertà ».

    Libertà e giustizia, giovani belli e prodi, terra di uomini forti eccetera, oggi possono sembrare espressioni e concetti ingenui, o anche banali, dopo il gran glorificare che s'è fatto di Brigata Sassari, di sacrifici e di nostri diritti violati e sopraffatti, ma testimoniano la volontà di opposizione al fascismo e la determinazione, già tanto pericolosa e difficile nel 1927, di continuare la lotta per la Sardegna. Facile e comoda, invece, era la via del consenso al governo, che molti seguirono, o per interesse o per paura.

    Nel 1925 Marianna scopre Càntigos d'Ennargentu e vi ritrova l'anima segreta, forte e sofferente, della Sardegna che più ama. Non so, propriamente, perché si risolva a tradurre in italiano le liriche del Casula. E' certo che aderisce con tutto il cuore ai temi e alla musica di componimenti celebri come La fontana dell'elce, La madre dell'ucciso, Il ritorno dei pastori e tanti altri, e che la difficile impresa di ricantarli in un'altra lingua le procura un piacere non privo di orgoglio; ma la più vera ragione di questa fatica, a mio parere, è di natura politica: la conoscenza della cultura sarda più segreta e della poesia contribuirà a dimostrare agli italiani che non siamo solo « eroici » e « fedeli », ma anche poeti e letterati e perciò meritevoli di rispetto e di considerazione. L'ipotesi appare probabile ove si tenga conto che il primo sardismo, in grande parte, era proteso alla conquista dell'italianità a pieno titolo attraverso una sorta di rappacificazione e di abbraccio affettuoso.

    Domando scusa al lettore se, a questo punto, sono portato a osservare, forse inopportunamente, che gli italiani - anche i governi - conoscevano e conoscono bene queste nostre qualità; le quali però non incidono nel rapporto fra la Sardegna e lo Stato italiano, poiché la nostra emarginazione economica e politica – l’« abbandono » - è dovuta a ben precisi interessi e ostacoli che non si possono rimuovere facendo appello a gentili sentimenti di amore e di gratitudine.

    Marianna mandava i suoi versi a « Lumen » (« Rivista per la gioventù femminile »), che si stampava a Chieti, e a « Cordelia » (« Rivista piacevole ed educativa; deve entrare in tutte le case, deve essere letta da tutte le Signorine italiane »), edita a Firenze e diretta con grande entusiasmo dalla Nobildonna Rina Maria Pierazzi. Nel 1932 alcune sue poesie furono lette durante un simposio a Firenze e, le scrivono, « Marianna Bussalai fu applauditissima ». Ma il successo più grande, unitamente al poeta di Desulo, forse lo ottenne quando « Cordelia » pubblicò « La madre dell'ucciso». La Pierazzi ne fu travolta e potè scrivere: « Queste fiere tempre di isolani conoscono la nuda bellezza dell'amore e del dolore. Oh, la poesia sarda, di cui ogni parola è un'immagine, ogni strofa un poema! Poesia fatta di semplicità [ ... ] che reca in sé i colori di tutte le tanche, il profumo delle selve [ ... ]. Antioco Casula è il maggior poeta sardo vivente che canta nell'idioma logudorese [ ... ] una sua lirica stupenda tradotta da una giovanissima sarda, nostra cordeliana, Marianna Bussalai, una creatura che terrà presto e degnamente il suo posto fra i poeti di Barbagia ».

    Il mio articolo non può concedere molto spazio alle citazioni; tuttavia debbo riportare qualche verso da « La madre dell'ucciso », nella traduzione della Bussalai, per spiegare la calorosa accoglienza di « Cordelia »: « Il cuor t'inaridì l'immane duolo/e cupa or siedi accanto al focolare/né farti più potrai sul limitare/chiedendo - Sei tornato? - al tuo figliolo./Come quando ei soleva giù dal monte/venire sul cavallo imbandierato [ ... ] Somigli a un vecchio tronco desolato/d'ilice, che perduto abbia le foglie! E non sei sola, o Madre, ma altre cento/ consumate dal pianto [ ... ] ».

    Se Marianna, per sé, per Montanaru e per la Sardegna, mirava a un riconoscimento, ebbene, in qualche zona d'Italia (la rivista « Cordelia », dico) un po' appartata, forse anche per motivi politici, ma sensibile e civile, essa lo conseguì pienamente. (Già nel 1923, Fanny Manis e Nella Ciapeti Assagnoli si erano occupate della sua poesia: « Una piccola poetessa sarda: Marianna Bussalai di Orani », in « Lux, bollettino delle portatrici di lampade », Firenze, a. III, n. 1-2, 1923, pag. 13-19). In Sardegna riceve incoraggiamenti e lodi affettuose dagli amici di Nuoro (ma più dalle amiche); da Cagliari le scrive Emilio Lussu il 2 settembre dei 1925 per assicurarle che «tranne imprevisti di sequestro, la Sua corrispondenza verrà pubblicata domani. Il Solco La ringrazia » eccetera; del 1926 ho una lettera in cui l'avvocato Guido Scano le riferisce i complimenti del direttore della rivista « Il Nuraghe » - Raimondo Carta Raspi - e soggiunge: « Tanto il mio babbo che io abbiamo sinceramente ammirato La Fontana dell'Elce ».

    Qui non importa ricordare il ruolo apertamente politico di « Il Solco » né il ruolo culturale e, più sommessamente, politico di « Il Nuraghe »; basterà dire che non ebbero buoni rapporti col Regime, e il primo dovette tacere per vent'anni e il secondo ebbe vita avventurosa e difficile. A Marianna, così, tranne qualche rara comparsa nei quotidiani sardi, non restarono che « Cordelia » e « Lumen ».

    Negli Anni Trenta coltiva segretamente il gruppo degli antifascisti di Orani, li incontra alla spicciolata, li visita con lunghe lettere che fa circolare da una casa all'altra, discorre di libertà e di Sardegna futura. Si tratta di manoscritti che assumono il carattere di piccoli giornali clandestini, di cui si fa distributore e interprete Gonario Usala, un giovane intelligente e generoso al quale Marianna ha trasfuso il suo spirito ribelle.

    In questo microcosmo - una remota cellula della resistenza al fascismo si accendono dibattiti, si affacciano dubbi e dissensi, serpeggiano insidie come nelle grandi città. La polizia ne è a conoscenza e vorrebbe cogliere in flagrante la « famiglia » riunita, ma a Orani non esistono spie (da secoli o da sempre). Un'incursione a sorpresa in casa di Marianna non fornisce prove sufficienti per arresti e condanne al confino: la bandiera sarda, i distintivi di partito, le fotografie di Lussu, varie carte e messaggi compromettenti risultano introvabili, perché sono interrati in attesa di libertà e di riscossa, o perché vengono raccolti prontamente sotto un'insospettabile finestra da persone fidate che passano lì « per caso » al momento opportuno. Con Marianna vivono la sorella Ignazia e la zia Grazietta Mureddu Angioi, terziaria francescana. Insieme fronteggiano impavidamente la polizia.
    « Sappiamo che questa è una casa di antifascisti » le informa il brigadiere. « Lo sanno tutti, non è un segreto » replica Marianna.

    E' spesso malata. Le traduzioni dei Càntigos vanno a rilento, ma la corrispondenza col poeta è sempre molto fitta. In italiano, s'intende, e può sembrare strano ove si pensi che l'uno e l'altra non solo conoscono e parlano perfettamente e quotidianamente il sardo ma sono anche consapevoli del suo valore di « lingua nazionale ». Su questo tema, al tempo della pubblicazione di « La Filatrice », Marianna aveva inviato alle « sorelle » di « Lumen » una lunga lettera, quasi un saggio, in cui ricordava « il mirabile Codice » di Mariano IV e della figlia Eleonora, tutto scritto in sardo, e Francesco Ignazio Mannu che, in sardo (« sacro idioma »), « cantò il suo ribelle e poderoso inno lanciandolo come rabbiosa sfida in faccia ai feudatari ». Ebbene, in circa vent'anni di rapporti epistolari, i due barbaricini non si discostano mai da « Illustrissimo Signore », « Egregio Signore », « Gentile Signorina » e « La prego », « La ringrazio ». Non so, forse mancavano modelli attuali di lettere in sardo; i modi della « cortesia », dell'urbanità », della « civiltà » introdotti dalla scuola italiana esercitavano un loro fascino autorevole, quasi autoritario, presentandosi anche con carattere di maggior « finezza » (Scrivere in sardo non sta bene? Oppure, non esiste la scrittura del sardo?). Forse li governa la stessa regola per cui ogni giovane pastore, o contadino, divenuto soldato, si cimenta per la prima volta a scrivere, e scrive in italiano ai parenti, e io stesso, nel 1925, prigioniero del ginnasio di Nuoro, sentii di dover scrivere « cara madre » e « caro padre », e i miei poveri genitori, con i quali mai avevo scambiato una sola parola in italiano, molto imbarazzati ma certamente un po' orgogliosi di me, dopo la fatica di leggere le mie lettere, si tormentavano a rispondere « caro figlio » eccetera.

    Marianna si rivolge a Montanaru con rispetto e devozione da alunna; il poeta la stima e le esprime gratitudine quando legge « con viva commozione la sua opera amorosa. Lei mi ha pienamente capito perché anche in diversa veste mi riconosco tutto ». Da allora Marianna non più gli chiederà timidamente l'autorizzazione a tradurre, ma sarà lo stesso Casula a pregarla gentilmente. Come quando le comunica di aver mandato a « Fontana Viva » una nuova poesia, «S'istella Diana » (« Istella de su merie/chi torras a su manzanu »), « e ora vogliono anche la traduzione con una certa premura. Potrebbe, Signorina, accontentarmi? ».

    Nelle lettere in mio possesso non trovo riferimenti alla comune fede politica. Casula infatti era stato sardista, e certamente lo è tuttora, ma lavora alle Poste di Desulo, è povero, ha moglie e figli, come suol dirsi, e deve badare a non perdere l'impiego. Perché politicamente, bisogna ammettere, una cosa è l'esaltazione lirica di poveri pastori che vanno e vengono dal monte al piano per sfuggire alla siccità e al maltempo, e hanno antiche « leppe » alla cintura e portano speroni gavoesi e magari sono davvero « intrepidi e fieri », chissà, e altra cosa sarebbe riparlare di autonomia, democrazia e libertà, di sardismo insomma. Marianna, certo, si trattiene a stento; e gli scrive che le traduzioni sono « una battaglia che conduco per la Sardegna e vincerò con l'aiuto di Dio ». I canti dei poeti « fanno parte del sacro patrimonio della nostra gente ». Dunque ritiene che la poesia di Montanaru non si esaurisca tutta nei suoi valori estetici, poiché svolge anche una funzione civile e politica - sardista appunto - quando contribuisce a risvegliare la sardità e l'amore dei sardi per l'isola. Ma bramerebbe che il poeta ponesse mano a un'opera di più largo respiro e di specifico impegno storico-politico.

    Siamo nel 1938 e da poco ci sono state le « celebrazioni sarde ». Marianna ribolle di sdegno perché la commemorazione di Sebastiano Satta è stata affidata a Marinetti e perché G. M. Angioi è stato escluso dalla lista dei sardi illustri. Forse per questo motivo, polemicamente, alla « gagliarda musa di Montanaru » suggerisce di cantare « l'epopea angioiana, degna di Omero », con tutti i suoi eroi, le speranze, il dolore, gli esili e gli atroci patiboli. « Scrivere un poema nella lingua del nostro popolo sarebbe un'impresa molto bella! Non ci pensa? ». Montanaru forse ci pensò, ma non scrisse il poema. O un tema così arduo e vasto non gli era congeniale, oppure, or ora insignito dal Re del titolo di Cavaliere, non giudicò opportuno glorificare « il grande ribelle », la cui memoria, oltretutto, era notoriamente cara ai sardisti.

    Intanto è scoppiata la guerra. Si ascoltano gli esaltati bollettini dello stato maggiore italiano, che danno notizia di vittorie strepitose; ma segretamente si ascolta anche Radio-Londra, in italiano, che ridimensiona le « vittorie » fasciste. Alla fine del '42, ognuno capisce che, nei vari fronti di guerra, i « ripiegamenti strategici per raggiungere posizioni prestabilite » sono disastrose ritirate; e, quando, ai primi dei '43, gli Alleati avanzano da ogni parte, nella coscienza di molti italiani già si configura l'umiliante conclusione dei conflitto.

    In quei primi mesi dell'anno, poco prima che venissero arrestati Ennio Delogu di Bitti e Salvatore Mannironi di Nuoro, tra gli antifascisti sardi corse voce che Emilio Lussu (con Dino Giacobbe e altri) sarebbe sbarcato presto in Sardegna, anzi, era già sbarcato, per organizzare, proprio in Barbagia, la guerra partigiana contro i tedeschi. Questa voce, smentita poi dai fatti, giunge a Orani e Marianna, commossa emozionata smaniosa, sente che è giunta l'ora dell'azione. Si prospetta la necessità di un rifugio per Lussu; il quale rifugio dove potrebbe trovarsi mai se non a Orani nella casa angioiana delle Bussalai? Qui debbo rammentare che Marianna, nell'ormai lontano ma sempre vivo novembre dei 1926, in un Mutto aveva scritto: O Lussu, pro sos sardos,/non b’at locu pius santu/de sa presone tua!

    La zia Grazietta ne è atterrita: Iza mea, no mi nde ghetes sa domo! Infine si rassegna: Venga pure l'eroe liberatore, e accada quel che deve accadere. Ma non accadde nulla.

    Credo che sia questo il periodo in cui la Bussalai approfondisce le sue cognizioni su Marx e sul marxismo. Se ne può desumere che anche a Orani, mettendo in crisi una parte dei sardisti, comincia a diffondersi la propaganda del PCI. Caduto il fascismo, riprende la libera attività dei partiti democratici; nel corso dell'anno seguente, 1944, dopo il ritorno di Lussu, « sardista » ma dirigente del Partito italiano d'azione, si accendono aspre polemiche non solo fra sardisti e comunisti, fra sardisti e democristiani, ma anche fra sardisti e sardisti. Marianna elabora allora gli
    « Appunti sul marxismo », per uso dei suoi compagni di partito, e ne affida la diffusione, ancora una volta, a Gonario Usala. Vi sono messi in luce, in modo schematico e divulgativo, i concetti di classe, di capitale, di lavoro, di plusvalore. Non manca di esprimere la sua ammirazione per il genio di Marx, i cui principi sono veri e inoppugnabili, ma rifiuta l'unificazione universale della lotta per la liberazione del proletariato e per un'unica soluzione dei problemi. « Sappiamo bene », dice,
    « qual beffa amara sarebbe per la Sardegna una rivoluzione socialista italiana, se prima non si ottenesse l'autonomia » e se i sardi non partecipassero a quella rivoluzione con un loro preciso ruolo e con un proprio programma.

    Non è questo il luogo - anche, ma non solo, per motivi di spazio - di approfondire il discorso su questi interessanti « Appunti ». Dirò soltanto che gli stessi argomenti portati per rifiutare il PCI le serviranno per tenersi distante dal Partito italiano d'azione quando sul Partito sardo si avventerà, dall'interno, per così dire, la proposta di unificazione. Questa resistenza, alla quale certo non fu sola, le procura subito molti dispiaceri. Si sentirà dire infatti che il chiudersi dentro il PSdA era un segno di grettezza, e persino di egoismo, era una miope insufficienza di orizzonti universali (« Gli universalisti! », esclamerà con amarezza). Siamo all'inizio della seconda crisi ideologica, in campo sardista, che culminerà con la scissione dei 1948; la prima si era avuta nel 1923, quando un buon numero di sardisti, con motivazioni sostanzialmente identiche, passarono dal « piccolo » Partito sardo al « grande » Partito fascista.

    Ora Marianna, tanto più addolorata in quanto le accuse le venivano mosse da persone a cui voleva bene, reagisce vigorosamente. In una lettera a Graziella Sechi Giacobbe (« Graziella cara »), nel settembre del 1945, dà libero sfogo alla polemica contro la comune amica A.: « Mi spieghi A. perché ci voglia un cuore più capace per militare nel Partito italiano d'azione e un cuore più limitato per militare nel Partito sardo d'Azione. Indubbiamente l'Italia ha una superficie maggiore della Sardegna; ma la vastità e la grettezza dello spirito non si misurano a metri o a chilometri quadrati ». Da questa polemica tiene fuori Lussu (che è poi il capo degli « universalisti »), perché nel suo cuore è sempre « l'eroe », l'idea stessa del sardismo, e non è pensabile che egli abbandoni il Partito. Qualche anno dopo invece accadrà anche l'impensabile. Marianna non c'era più.

    Nella casa antica, tuttavia, si agitavano ancora i suoi sogni, impersonati e rivissuti intensamente dalla sorella Ignazia. Essa, in una dolorosa rievocazione espressa in versi, ricorda tra l'altro: Sorre cara volada dae manu, /cando mancu pessavo m'as lassau/... In custa domo a tibe tantu cara,/ube as tantu sognadu e suffridu,/vívo su sognu tuo preferidu/... a su cale tue fis votada,/pro su cale sa vida is pronta a dare. Quest'ultimo verso a mio parere va inteso alla lettera e più di ogni altro discorso rivela il temperamento eroico e tragico di Marianna.


    Michele Columbu

  3. #3
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    Esiste un eccezionale sito interamente dedicato a Marianna Bussalai, curato da Marta Brundu.
    Sono riportate, assieme ad altri notevolissimi contenuti, le opere originali della scrittrice, stese a mano, tra cui la ricostruzione dell’albero genealogico da cui risulta la discendenza (ramo materno) da Giovanni Maria Angioy.



    Tra gli scritti, tutti degni di grande attenzione, da leggere assolutamente per l’attualità dei concetti espressi, le due pagine tratte dal diario personale (sul partito), relativamente alla questione “separatisti”, indipendentismo, Nazione sarda, “nazionalità e nazionalismo”, razzismo, antifascismo.

  4. #4
    ivomurgia.splinder.com
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    saludi su cumponidori!

    custu liburu ddu connosciast?

    http://www.ivomurgia.splinder.com/post/13925930

  5. #5
    Giovane Tradizionalista
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    per piacere parla come mangi altrimenti le persone che non conoscono il seppur bellissimo dialetto sardo non possono capirti

  6. #6
    Dilli che tu sì a voce rivolta
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    Citazione Originariamente Scritto da lacroce Visualizza Messaggio
    per piacere parla come mangi altrimenti le persone che non conoscono il seppur bellissimo dialetto sardo non possono capirti


    VAFFANCULO!

    Spero che almeno questo tu lo abbia capito!

  7. #7
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    Wink

    ma ita ndi scit custa de cumenti papu deu?! deu papu sempiri in sardu...

  8. #8
    History Lesson - Part II
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    Qualcuno ha il testo dello scritto "Fortza Paris" ?
    Leggo nella nota :
    "Forza Paris" è un canto dedicato alla sardegna, anche questo un inno alla forza e al coraggio. Scritta nel 1945, Marianna ricorda le gesta di Emilio Lussu e di Giò Maria Angioj tornati dall'esilio, che entrambi hanno subìto per la medesima causa, ossia la liberazione della Terra Sarda. Negli ultimi versi compaiono anche i personaggi di Eleonora e Mariano d'Arborea, cita inoltre Satta e Mannu che con i loro canti e versi hanno addolcito e rincuorato i Sardi.
    Mi ha incuriosito ...




  9. #9
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Citazione Originariamente Scritto da is4morus Visualizza Messaggio
    saludi su cumponidori!

    custu liburu ddu connosciast?

    http://www.ivomurgia.splinder.com/post/13925930
    Eja Ivo, dd’apu sinnyalàu a s’acabu de su primu post.
    Ma asi fatu beni a torrai s’arrecensidura cumpreta cun su link a su blog cosa tua.
    Su blog ddu castiu fatu fatu.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da lacroce Visualizza Messaggio
    per piacere parla come mangi altrimenti le persone che non conoscono il seppur bellissimo dialetto sardo non possono capirti
    carissimo(si fa per dire) lacroce...forse cliccando maldestramente hai sbagliato forum....questo è il forum del Partidu Sardu D'Atzione.

    quindi siamo sardi che mangiano e parlano in sardo(si spera)tu continua a parlare il tuo bellissimo dialetto toscano con gli amici tuoi che noi continuiamo a parlare in lingua sarda.

    si lu cumprendes bene,si no lu cumprendes bae in ora 'ona!

 

 
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