
Originariamente Scritto da
vanni fucci
Negli anni settanta, per un certo periodo, e quando dico periodo sono giorni e giorni, fui amministratore delegato della Igmesa oliva oil Sas. Quel lavoro mi diede grandi soddisfazioni. Quasi come ora, vigeva la regola economica del profitto assoluto ed io non mi tiravo certo indietro. Della mia esperienza di lavoro parlò anche la rivista PluS Medicine che pubblicò uno studio del dottor Rompone della facoltà di medicina dell’Università di Cuneo. Di notte mandavo i miei dipendenti a raccogliere le olive in Liguria, in provincia di Imperia lungo la direttrice Garessio-Pornassio-Pontedassio-Alassio. Avevo tre leoncini FIAT 645 N, portata 45 quintali (quegli autocarri contribuirono non poco alla crescita economica italiana e mia). Era uno spassio pensare a miei bravi ragazzi ( due senegalesi e un calabrese) di notte, con i fari puntati negli uliveti liguri, che cercavano le olive con le schiene piegate per poche lire l’ora. Mentre di notte loro legittimamente raccoglievano le olive altrui, io compravo nei supermercati Ipercoop e Auchan ( che allora nessuno ancora conosceva, ma io pagavo già tangenti alla mafia russa e marsigliese) grandi quantità di olio di semi al quale aggiungevo in dosi moderate - perché se no fa male, mica bisogna fare come quello scemo del vinaio al metanolo, Ciravegna di Narzole, o quei trogloditi dei cinesi - anche l’olio del motore dei camion. Fu un modo sereno per risolvere il problema dello smaltimento dell’olio minerale bruciato.
Quasi tutte le olive però me le mangiavo sulla pizza (alla fine mi uscivano dalle orecchie), con capperi e acciughe, (queste ultime le compravo dall’anciuè della Valle Stura) ma un paio le mettevo sul fondo delle nostre bottiglie d’olio di semi spacciato, in modo assolutamente lecito sempre in base alle famose norme sul massimo profitto, come olio extravergine della Riviera. Quell’olio ributtante andò alla grande: gli italiani erano felici, in sei o sette schiacciati e sudati puzzolenti, sulle loro 127 bianche o verdi, 124, 125 famigliare e nessuno si faceva i problemi di adesso per un po’ di mal di pancia. Si vomitava e via, alè. Avevo un amico, di nome Citorio, Burletta di cognome, che per un paio di biglietti da mille sperimentava il mio olio sulle sue insalate di tarassaco raccolto sul ciglio dell'autostrada. Era un vero fenomeno, in grado di masticare e digerire senza problemi mezzo chilo di sughero crudo! Poveraccio, mi pare sia morto di cancro qualche anno fa.
Quando mi comprai una villa settecentesca con tre piscine supermoderne (due delle quali pagate con i soldi non versati dei contributi dei miei cari ragazzi) ed un parco di 37 ettari in Franciacorta, vicino al lago d’Iseo, con alberi centenari che feci subito abbattere per fare spazio ai miei supernani multicolore, quelli di Biancaneve (tanto per non essere frainteso), nessuno ci voleva credere. Un unico dispiacere me lo diede il calabrese quando mi fece saltare il cancello del parco. Lo sostituii con uno nuovo con la scritta "Arbeit macht frei", che pagai un sacco di soldi a due polacchi.
So che anche ora avete dei dubbi circa quanto vi dico, ma è solo perché non potete toccare con mano.
Successivamente cambia settore economico diverse volte. Se capiterà l’occasione, prima o poi, vi racconterò. E pensare che un giorno tutto questo finirà, come lacrime nella pioggia...
Adesso son qua, sdraiato sulla mia frau, felice come la Pasqua e la Pasquetta appena passate. Grazie alle mie care amiche nigeriane, che si accontentano di poco e che mi garantiscono un buon introito notturno, ho fatto anche campagna elettorale. Ma il partito non ve lo dico.