La normativa di liberalizzazione in materia di commercio stilata durante gli anni ’90 – con particolare riguardo all’eliminazione dei vincoli di distanza per l’apertura di un’attività commerciale[1] – ha di fatto rappresentato la porta d’ingresso a poche grandi catene commerciali che si sono impossessate del 70% del mercato. Ciò ha comportato la moria delle piccole attività commerciali, i cui fondi su strada si sono trasformati o in locali sfitti o in piccole abitazioni.
L’istanza demagogica utilizzata per rendere meritoria agli occhi della popolazione la nuova normativa di liberalizzazione, era quella per cui tutti dovevano avere il diritto di trovare sotto casa il negoziante di scarpe piuttosto che di giocattoli. La normativa parlava di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio”. I prodotti invece hanno finito col concentrarsi in centri commerciali che hanno sostanzialmente preso il monopolio del mercato. Ovviamente di necessità di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio” ora non se ne parla più!
E’ poi assolutamente falsa l’idea per cui le liberalizzazioni portino ad un abbassamento dei prezzi. Mentre infatti le tariffe sono cresciute meno dei prezzi al consumo, i prezzi dei beni e dei servizi liberalizzati sono cresciuti costantemente più delle tariffe e dei prezzi al consumo.
2002
2003
2004
2005
2006
Aumento tariffe (al netto energetici)
+0,1
+0,9
+0,9
+1,5
+1,6
Aumento beni e servizi liberalizzati (al netto energetici)
+3,8
+3,6
+2,6
+2,0
+1,9
Prezzi al consumo
+2,5
+2,7
+2,2
+1,9
+2,1
Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, L’economia italiana nel 2006, pag. 35.
La considerazione solitamente fatta è quella per cui, aprendo il mercato, aumentando l’offerta, i prezzi devono inevitabilmente scendere. In teoria dovrebbe funzionare proprio così, ma nella realtà dei fatti, non essendo possibile una concorrenza pura – tanto di meno se lasciata alle libere dinamiche di mercato – gli operatori più forti finiscono col “mangiare” gli operatori più deboli. Così se in una primissima fase la liberalizzazione produce aumento dell’offerta e diminuzione dei prezzi di erogazione del prodotto o servizio, già nel breve periodo si assiste a fenomeni di acquisizione da parte degli operatori più forti di quelli più piccoli, venendosi così a creare oligopoli (o addirittura monopoli), diminuendo così la concorrenza; a quel punto i prezzi tornano vorticosamente a salire. Ecco che i mercati che storicamente si sono dimostrati più efficienti sono quelli regolarizzati tenendo presente, come di fatto è nello spirito della nostra Costituzione, 1) il lavoro, 2) la qualità del servizio e prodotto erogato, 3) l’accessibilità al consumo. Non è infatti verosimile pensare che non tutelando primariamente i punti 1) e 2), al consumo possa derivare alcun vantaggio reale.
La normativa di liberalizzazione in materia di locazioni abitative, anch’essa stilata durante gli anni ’90 – con particolare riferimento alla l. 431/98 – ha fatto sì che i canoni d’affitto schizzassero alle stelle. Qui l’istanza demagogica utilizzata fu quella per cui non era giusto che il piccolo risparmiatore che per una vita aveva messo del denaro da parte per comperarsi una seconda casa, non potesse utilizzarla per la figlia appena coniugatasi, per causa di un’esosa normativa a tutela degli affittuari a cui erano concessi troppi anni di godimento dell’immobile prima dell’esecutività dello sfratto, e per di più pagando canoni troppo bassi. A causa di ciò, si diceva, la gente preferiva tenere sfitto l’immobile. Si fece allora passare l’idea che liberalizzando la normativa, gli immobili da affittare presenti sul mercato sarebbero aumentati, ciò comportando la riduzione dei canoni. E’ ovviamente successo l’esatto contrario.
Questi due esempi di normazione liberalizzatrice sono sintomatici di come le politiche di liberalizzazione inneschino meccanismi che portano al rafforzamento delle posizioni delle categorie più forti.
Si tratta di un fenomeno presente anche in natura. Si pensi ad un bosco con vegetazione fittissima. Difficoltoso sarà il sorgere della vita animale di una certa dimensione, e dunque appetibile. Si pensi però anche alla savana, dove la scarsa formazione vegetale è di ostacolo al proliferare delle forme animali più deboli e dove a fare da padroni sono gli animali più forti. Infine si pensi a quell’ambiente dove le formazioni vegetali sono a distanze tali da non soffocarsi l’una con l’altra, tali da consentire il passaggio della luce, e dove dunque ogni formazione animale ha possibilità di svilupparsi in armonia con le più piccole che trovano difesa e rifugio grazie alla vegetazione.
Altrettanto, un’iperburocratizzazione dei rapporti economici impedisce lo sviluppo dell’economia, ma l’eliminazione di fatto di ogni regola, la deregulation, fa sì che solo gli operatori più forti possano restare sul mercato. Ecco che ciò di cui vi è bisogno per far funzionare le cose in funzione del bene comune, è una migliore regolamentazione dei rapporti, di modo che ogni genere di operatore possa avere diritto a restare sul mercato in modo dignitoso.
[1] In seguito al decreto Bersani d. lgs. 114/98, gli enti territoriali hanno proceduto a modificare la normazione in materia di commercio. Nel solo biennio e 2000-2002 si è assistito in Lombardia ad un aumento del 25%, in termini di presenza, delle grandi catene distributive; http://www.provincia.mantova.it/att_produttive/piano/allegato2.pdf. Si può verosimilmente pensare per le piccole attività commerciali ad una riduzione dei ricavi, tenendo anche conto della contrazione della capacità di consumo della popolazione italiana. Si precisa che questo dato è relativo al solo biennio 2000-2002.