Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
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    Predefinito Liberalizzazioni del 1998. Due disastri: commercio e canoni locativi

    La normativa di liberalizzazione in materia di commercio stilata durante gli anni ’90 – con particolare riguardo all’eliminazione dei vincoli di distanza per l’apertura di un’attività commerciale[1] – ha di fatto rappresentato la porta d’ingresso a poche grandi catene commerciali che si sono impossessate del 70% del mercato. Ciò ha comportato la moria delle piccole attività commerciali, i cui fondi su strada si sono trasformati o in locali sfitti o in piccole abitazioni.
    L’istanza demagogica utilizzata per rendere meritoria agli occhi della popolazione la nuova normativa di liberalizzazione, era quella per cui tutti dovevano avere il diritto di trovare sotto casa il negoziante di scarpe piuttosto che di giocattoli. La normativa parlava di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio”. I prodotti invece hanno finito col concentrarsi in centri commerciali che hanno sostanzialmente preso il monopolio del mercato. Ovviamente di necessità di “una più capillare distribuzione dei prodotti sul territorio” ora non se ne parla più!
    E’ poi assolutamente falsa l’idea per cui le liberalizzazioni portino ad un abbassamento dei prezzi. Mentre infatti le tariffe sono cresciute meno dei prezzi al consumo, i prezzi dei beni e dei servizi liberalizzati sono cresciuti costantemente più delle tariffe e dei prezzi al consumo.

    2002
    2003
    2004
    2005
    2006
    Aumento tariffe (al netto energetici)
    +0,1
    +0,9
    +0,9
    +1,5
    +1,6
    Aumento beni e servizi liberalizzati (al netto energetici)
    +3,8
    +3,6
    +2,6
    +2,0
    +1,9
    Prezzi al consumo
    +2,5
    +2,7
    +2,2
    +1,9
    +2,1

    Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze, L’economia italiana nel 2006, pag. 35.

    La considerazione solitamente fatta è quella per cui, aprendo il mercato, aumentando l’offerta, i prezzi devono inevitabilmente scendere. In teoria dovrebbe funzionare proprio così, ma nella realtà dei fatti, non essendo possibile una concorrenza pura – tanto di meno se lasciata alle libere dinamiche di mercato – gli operatori più forti finiscono col “mangiare” gli operatori più deboli. Così se in una primissima fase la liberalizzazione produce aumento dell’offerta e diminuzione dei prezzi di erogazione del prodotto o servizio, già nel breve periodo si assiste a fenomeni di acquisizione da parte degli operatori più forti di quelli più piccoli, venendosi così a creare oligopoli (o addirittura monopoli), diminuendo così la concorrenza; a quel punto i prezzi tornano vorticosamente a salire. Ecco che i mercati che storicamente si sono dimostrati più efficienti sono quelli regolarizzati tenendo presente, come di fatto è nello spirito della nostra Costituzione, 1) il lavoro, 2) la qualità del servizio e prodotto erogato, 3) l’accessibilità al consumo. Non è infatti verosimile pensare che non tutelando primariamente i punti 1) e 2), al consumo possa derivare alcun vantaggio reale.
    La normativa di liberalizzazione in materia di locazioni abitative, anch’essa stilata durante gli anni ’90 – con particolare riferimento alla l. 431/98 – ha fatto sì che i canoni d’affitto schizzassero alle stelle. Qui l’istanza demagogica utilizzata fu quella per cui non era giusto che il piccolo risparmiatore che per una vita aveva messo del denaro da parte per comperarsi una seconda casa, non potesse utilizzarla per la figlia appena coniugatasi, per causa di un’esosa normativa a tutela degli affittuari a cui erano concessi troppi anni di godimento dell’immobile prima dell’esecutività dello sfratto, e per di più pagando canoni troppo bassi. A causa di ciò, si diceva, la gente preferiva tenere sfitto l’immobile. Si fece allora passare l’idea che liberalizzando la normativa, gli immobili da affittare presenti sul mercato sarebbero aumentati, ciò comportando la riduzione dei canoni. E’ ovviamente successo l’esatto contrario.
    Questi due esempi di normazione liberalizzatrice sono sintomatici di come le politiche di liberalizzazione inneschino meccanismi che portano al rafforzamento delle posizioni delle categorie più forti.
    Si tratta di un fenomeno presente anche in natura. Si pensi ad un bosco con vegetazione fittissima. Difficoltoso sarà il sorgere della vita animale di una certa dimensione, e dunque appetibile. Si pensi però anche alla savana, dove la scarsa formazione vegetale è di ostacolo al proliferare delle forme animali più deboli e dove a fare da padroni sono gli animali più forti. Infine si pensi a quell’ambiente dove le formazioni vegetali sono a distanze tali da non soffocarsi l’una con l’altra, tali da consentire il passaggio della luce, e dove dunque ogni formazione animale ha possibilità di svilupparsi in armonia con le più piccole che trovano difesa e rifugio grazie alla vegetazione.
    Altrettanto, un’iperburocratizzazione dei rapporti economici impedisce lo sviluppo dell’economia, ma l’eliminazione di fatto di ogni regola, la deregulation, fa sì che solo gli operatori più forti possano restare sul mercato. Ecco che ciò di cui vi è bisogno per far funzionare le cose in funzione del bene comune, è una migliore regolamentazione dei rapporti, di modo che ogni genere di operatore possa avere diritto a restare sul mercato in modo dignitoso.


    [1] In seguito al decreto Bersani d. lgs. 114/98, gli enti territoriali hanno proceduto a modificare la normazione in materia di commercio. Nel solo biennio e 2000-2002 si è assistito in Lombardia ad un aumento del 25%, in termini di presenza, delle grandi catene distributive; http://www.provincia.mantova.it/att_produttive/piano/allegato2.pdf. Si può verosimilmente pensare per le piccole attività commerciali ad una riduzione dei ricavi, tenendo anche conto della contrazione della capacità di consumo della popolazione italiana. Si precisa che questo dato è relativo al solo biennio 2000-2002.



  2. #2
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    Tu forse sei tra i sostenitori ell'equocanone, una cagata di proporzioni bibbliche che ha fatto in modo che nessuno affittasse più case.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da medsim Visualizza Messaggio
    Tu forse sie tra i sostenitori ell'equocanone, una cagata di proporzioni bibliche che ha fatto in modo che nessuno affittasse più case.
    O MAGARI è A FAVORE DELL'ESPROPRIO

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Rochefoucauld Visualizza Messaggio
    O MAGARI è A FAVORE DELL'ESPROPRIO
    Niente di più facile...

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da medsim Visualizza Messaggio
    Tu forse sei tra i sostenitori ell'equocanone, una cagata di proporzioni bibbliche che ha fatto in modo che nessuno affittasse più case.
    L'equo-canone fu una soluzione varata sotto il Pentapartito a tutela degli affittuari e più in generale di chi l'art. 3, 2° co., Cost. invidua come beneficiario dell'azione primaria della Repubblica.
    A parte ciò che penso io o ciò che pensa chi replica, nell'attuale ordinamento non si può prescindere dalla nostra legge fondamentale, pena altrimenti il mettersi fuori dal vigente ordinamento costituzionale (lo si può fare, ma va indetta allora una nuova assemblea costituente). Il nostro costituente dispone all'art. 42:

    La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
    La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
    La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
    La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

    La l. 431/98 è una legge plutocratica che va contro lo spirito del costituente. La genesi che portò all'adozione di questa, vide sostenersi la tesi che qui chi replica prova a far passare: liberalizzando i canoni si avranno maggiori case da affittare; ciò comporterà l'aumento dell'offerta e dunque l'abbassarsi dei canoni. La 431 non ha ovviamente prodotto i risultati sperati.

    Per perseguire tale risultato era ed è sufficiente aumentare l'offerta di case pubbliche, proprio come oggi i principali leaders politici di tutti gli schieramenti vanno suggerendo. In ogni caso, a cospetto di un'offerta insufficiente rispetto alla domanda, non può permettersi che l'arbitrio dei proprietari determini il prezzo con soluzioni di prezzo che assorbono anche l'interezza del reddito da lavoro di un lavoratore.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da leibniz76 Visualizza Messaggio
    L'equo-canone fu una soluzione varata sotto il Pentapartito a tutela degli affittuari e più in generale di chi l'art. 3, 2° co., Cost. invidua come beneficiario dell'azione primaria della Repubblica.
    A parte ciò che penso io o ciò che pensa chi replica, nell'attuale ordinamento non si può prescindere dalla nostra legge fondamentale, pena altrimenti il mettersi fuori dal vigente ordinamento costituzionale (lo si può fare, ma va indetta allora una nuova assemblea costituente). Il nostro costituente dispone all'art. 42:
    ....

    ma quale pentapartito? nel '78???
    a tutela degli affittuari?
    documentarsi...

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Arthur Visualizza Messaggio
    ma quale pentapartito? nel '78???
    a tutela degli affittuari?
    documentarsi...
    Riconosco l'errore. 2 anni di distanza (1978-80) hanno tradito la mia memoria, tuttavia non era evidentemente questo il dato sostanziale del mio intervento.
    Circa la seconda domanda ("a tutela degli affittuari?"), non colgo l'obiezione.
    Saluti.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da leibniz76 Visualizza Messaggio
    L'equo-canone fu una soluzione varata sotto il Pentapartito a tutela degli affittuari e più in generale di chi l'art. 3, 2° co., Cost. invidua come beneficiario dell'azione primaria della Repubblica.
    A parte ciò che penso io o ciò che pensa chi replica, nell'attuale ordinamento non si può prescindere dalla nostra legge fondamentale, pena altrimenti il mettersi fuori dal vigente ordinamento costituzionale (lo si può fare, ma va indetta allora una nuova assemblea costituente). Il nostro costituente dispone all'art. 42:

    La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.
    La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.
    La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d'interesse generale.
    La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

    La l. 431/98 è una legge plutocratica che va contro lo spirito del costituente. La genesi che portò all'adozione di questa, vide sostenersi la tesi che qui chi replica prova a far passare: liberalizzando i canoni si avranno maggiori case da affittare; ciò comporterà l'aumento dell'offerta e dunque l'abbassarsi dei canoni. La 431 non ha ovviamente prodotto i risultati sperati.

    Per perseguire tale risultato era ed è sufficiente aumentare l'offerta di case pubbliche, proprio come oggi i principali leaders politici di tutti gli schieramenti vanno suggerendo. In ogni caso, a cospetto di un'offerta insufficiente rispetto alla domanda, non può permettersi che l'arbitrio dei proprietari determini il prezzo con soluzioni di prezzo che assorbono anche l'interezza del reddito da lavoro di un lavoratore.
    Sì magari fosse così, ad oggi lo ha messo nel programma solo la Sinistra Arcobaleno e qualche altro piccolo partitino. Altri preferiscono slogan del tipo "le case prima agli italiani", o costruire inceneritori e centrali nucleari.

 

 

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