Zimbabwe, l'addio di Mugabe
Il dittatore oggi si dimette
Valige colme di denaro e oro imbarcate negli aerei: "Vuote le casse dello Stato"
Giornalisti stranieri sotto assedio. Arrestati acuni reporter occidentali
dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI
Robert Mugabe
HARARE - Robert Mugabe ha scelto l'addio. Per non concludere la sua parabola da capo impotente, oggi offrirà le sue dimissioni al politburo dello Zanu-Pf, il partito del potere. Alle dieci del mattino presiederà quella che vorrebbe fosse la sua ultima riunione con i trenta uomini che hanno dominato lo Zimbabwe negli ultimi 28 anni. E nel frattempo la nazione è allo sbando. Molte aziende e negozi sono chiusi. Temono che un vuoto di potere possa scatenare saccheggi. Alcuni reporter occidentali sono stati arrestati ieri sera nell'hotel "New York Lodge". Tra essi l'inviato del New York Times, Barry Bearak. La polizia è entrata anche nell'hotel Meikles, dove si trovano altri giornalisti, e lo ha circondato. La corrispondente della tivù canadese è stata picchiata da un agente.
La retata è scattata contro la stampa non accreditata. Il potere, prima delle elezioni, ha rifiutato l'ingresso in Zimbabwe a quasi tutti i media che hanno tentato di accreditarsi. Per concedere il permesso pretendeva 1800 euro. Nei giorni scorsi il capo della polizia ha avvisato che i reporter clandestini rischiano due anni di carcere.
Ieri sera, nella residenza privata di Zvimba, suo luogo d'origine nel Mashonaland, Mugabe ha comunicato la decisione ai parenti e ai quattro collaboratori più stretti. Ha telefonato anche alla seconda moglie e alle figlie, in Malesia. Il Paese è pronto ad accoglierlo e a garantirgli protezione. A convincerlo, l'incontro riservato ad Harare con l'ex presidente del Mozambico, Chissano. Mugabe, sotto choc per il tracollo alle elezioni di sabato, rifiuta il ballottaggio presidenziale con Morgan Tsvangirai, leader dell'opposizione dell'Mdc. Sicuro di andare incontro ad un'umiliante sconfitta, vuole uscire di scena in piedi e di propria iniziativa. Rappresenta la storia della nazione: ha scelto di annunciare che si fa da parte per il bene del suo popolo, per non trascinarlo nella guerra civile e nell'anarchia.
Agli altri Stati dell'Africa, nel corso di colloqui privati con i presidenti di Sudafrica e Tanzania, ha chiesto che gli venga riconosciuta la grandezza dell'ultimo atto da figura-simbolo del continente. Non vuole fare la fine del liberiano Taylor: avrebbe la garanzia che non finirà davanti al tribunale dell'Aja per rispondere di crimini contro l'umanità. Un passaggio dei poteri democratico, non è però affatto scontato. Il partito è spaccato in due. I quindici falchi sono decisi ad imporre a Mugabe il secondo turno, magari rinviato di qualche settimana. Hanno bisogno di tempo per trattare impunità e fuga, il mantenimento delle proprietà acquisite negli anni.
In realtà lo spareggio non si farebbe mai: appena le garanzie saranno ottenute, Mugabe si ritirerà dalla competizione. Le quindici colombe sono disposte invece ad accettare subito le dimissioni, sostenute da negoziati con l'opposizione per evitare vendette e avviare la riconciliazione. Il destino dello Zimbabwe dipende da questo drammatico confronto. L'unica certezza è che nessuno ipotizza più la possibilità che il dittatore si faccia proclamare eletto per la sesta volta. "Il vecchio - dice un alto esponente del governo - è finito". Si ragiona ormai sul dopo Mugabe.
I papaveri dello Zanu-Pf e delle forze armate non controllano solo il regime. Sono i proprietari-ombra delle aziende di Stato: treni e aerei, tivù e giornali, poste e miniere, negozi e alberghi, banche e fattorie requisite ai bianchi. Per rinunciare a un golpe, pretendono la certezza di non essere spogliati di tutti i beni. L'aeroporto della capitale ieri ha aperto un ingresso laterale. Per ore, alla spicciolata, passano decine di berline e fuoristrada. All'interno, uomini con occhiali neri e famiglie, in fuga verso aerei militari in partenza per l'estero. Non solo i fedelissimi del regime, lasciano lo Zimbabwe. "Stanno uscendo fiumi di dollari Usa - dice un importante banchiere - le casse dello Stato sono vuote. Abbiamo dovuto riempire valige di oro e banconote". Anche le forze armate sono divise.
Gli irriducibili, guidati dal capo di stato maggiore Constantine Chiwenga e dal comandante dell'aviazione, Perence Shiri, sono pronti a prendere il potere con le armi. Un battaglione dell'esercito ha però disertato, rifugiandosi in Sudafrica. Disposti a sottomettersi alla volontà popolare sono le truppe, gli ufficiali di grado inferiore, la polizia: a guidarli, il generale Mujuru, marito della vice di Mugabe.
Il presidente, intanto, è riapparso in tivù. E' la prima volta dopo sei giorni. Si è fatto riprendere con gli osservatori dell'Unione africana. Subito dopo il portavoce del governo ha dichiarato che "è pronto al secondo turno e a una vittoria eclatante". Un messaggio all'opposizione di Tsvangirai, con cui sono in corso "intese difficili". Per questo slittano i risultati del Senato, mentre quelli delle presidenziali sono ormai una penosa barzelletta. La commissione elettorale avverte che "per i dati delle province possono passare ancora giorni". La vittoria di Tsvangirai è pubblica da domenica. "Se vogliono - risponde l'opposizione - andiamo a prenderli noi in bicicletta".
da
http://www.repubblica.it/2008/04/sez...ni-mugabe.html




Robert Mugabe
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