Risultati da 1 a 7 di 7

Discussione: Nicola Bombacci

  1. #1
    MORS TUA VITA MEA.
    Data Registrazione
    27 Feb 2007
    Località
    ovunque
    Messaggi
    1,329
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Nicola Bombacci

    Nicola Bombacci:
    dal comunismo al socialismo mussoliniano.
    Alle origini del socialismo nazionale


    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1879. Aveva, dunque, 4 anni più di Benito Mussolini e, come lui, iniziò la vita politica nel Partito Socialista (era il 1903) tre anni dopo rispetto al futuro Duce (furono i socialisti per primi a chiamarlo così…) che, come ricorda E. Gentile su "Mondoperaio" del 1982, aderì al PSI nel 1900. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l’ala più intransigente del partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi le fasce popolari più scontente che, entrando nel partito socialista e raddoppiando il numero degli iscritti, riuscirono, al congresso di Ancona (1914), a riconfermare questa maggioranza. Addirittura, al congresso socialista del settembre 1918, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi mesi del 1919. (In quegli anni Mussolini intravede, in una visione patriottica, i postulati di quella che diverrà l’unica vera rivoluzione italiana. Nasce infatti dal Risorgimento, attraverso il pensiero di uomini come Mazzini, Garibaldi, Pisacane e l’epopea della Grande Guerra 1915-1918: è quel filo ideale che arriva al Fascismo, punto di partenza di uno Stato che trent’anni dopo giungerà come tappa ultima e fondamentale, alla Repubblica Sociale di Mussolini, ma anche di Gentile, Marinetti, e dello stesso Bombacci).
    Quindi Bombacci, ritornando al 1919, non era un semplice tribuno locale, o un folcloristico Lenin della Romagna, ma una autorevole personalità, nonché uno dei capi del socialismo italiano dell’epoca. La sua visione massimalista del socialismo e il suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest’ultimo, come disfattista, a fondare nel 1921 a Livorno, con altri compagni, il P.C.d.I., partito comunista d’Italia. Già nel 1920 fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D’Aragona ed altri sindacalisti, in URSS.
    La sua posizione politica, come quella di Gramsci e il gruppo “Ordine Nuovo”, non traccia confini invalicabili con i futuristi di Marinetti, che appoggiano l’impresa di Fiumana di D’Annunzio. Tra le due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni.
    Nella carriera politica del deputato comunista on. Bombacci vi fu poi un grave “incidente“. Esso avvenne quando Mussolini, già nominato Capo del Governo, nel suo intervento alla Camera del 16 novembre 1922, pronunciò in quel suo sorprendente discorso, la seguente affermazione: «… Per quanto riguarda la Russia, l’Italia ritiene sia giunta l’ora di considerare nella loro attuale realtà, i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non voglio entrare ...».
    Così l’Italia, guidata da Benito Mussolini, fu la prima Nazione a riconoscere l’Unione Sovietica, seguendo una linea già abbozzata dall’on. Nitti, il più capace dei governanti pre-fascisti.
    Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione e altrettanto la ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti, e Bombacci, nel 1927, dopo un lungo braccio di ferro con l’Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione (Bombacci aveva guidato nel 1924 a Mosca la delegazione dei comunisti italiani ai funerali di Lenin), venne definitivamente espulso dal PCd’I…
    Devo segnalare che nemmeno Berto Ricci, il fascista “eretico” fondatore della vivacissima rivista "l’Universale", tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pure non ufficiali, Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal Partito Comunista. Malgrado ciò Bombacci dal quel lontano 1927, guardò sempre con interesse al «fascismo di sinistra», e in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione e di una sua rivista mensile di politica, “La Verità”, che imitava il titolo della Pravda. Il primo numero uscì nel 1936 con la collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta. Quello fu anche il periodo in Ivanoe Bonomi progettava la costituzione di una “Associazione Socialista Nazionale” con gli ex deputati Bisogni, D’Aragona, Caldara, disposti a collaborare con il regime.
    Interessante è uno scritto di Walter Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 13-10-1940 (era il momento del breve idillio Stalin-Hitler): «… eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale».
    Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci, quando quest’ultimo fu arrestato, sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute; il permanere di contatti con il vecchio mondo socialista portò Bombacci a farsi interprete ed intermediario, nel 1934, assieme all’ex-sindaco di Milano Caldara, nel sollecitare con Nino Levi, un colloquio con Mussolini, per proporre il rientro nei sindacati fascisti, di personaggi come Bentivogli, ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e cautamente Romita. A tale proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli (documento citato anche da Renzo De Felice) a favore del fascismo corporativo, considerato “di sinistra“ e del suo capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quanto Bombacci si adoperò, prima dell’ultimo conflitto, a favore di questi socialisti ed ex-comunisti affascinati da Mussolini e contrari all’antifascismo fuoriuscito.
    È nell’ottobre 1943, agli albori della RSI, che ritroviamo uno scritto di Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo, che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell’ex-deputato comunista: «Duce, già scrissi in “la Verità” nel novembre scorso -avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi- sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re- Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22 ...».
    Nella RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, come trascinatore di folle popolari, per quella legge, la più rivoluzionaria del Fascismo. Devo anche menzionare che il prof. Sargenti, collaborò alla stesura della legge assieme al Ministro Tarchi (i 18 punti di Verona - vedi italiasociale - storia).
    Questa legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto nell’animo dell’ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come dell’ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il Nord Italia, soprattutto l’ultimo a fine marzo 1945, a Genova, in Piazza De’ Ferrari, di fronte a oltre trentamila operai. Vi è tutta la dedizione a Mussolini, e l’entusiasmo per il recupero del duce alle sue radici socialiste, cosa che permette di capire il comune destino di sangue dell’imminente tragico aprile. Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale: in proposito cito il libro “L’ora di Dongo” (di A. Zanella, edito da Rusconi, 1993), perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli ideali del 1919, la sua volontà di dedicare la conclusione della propria vita terrena al tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali, non fu atto velleitario come qualcuno volle far credere, ma accelerazione di un progetto già intravisto durante il regime con grandi riforme popolari del mondo del lavoro e della tutela sociale.
    È con il fascismo repubblicano della RSI che Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme al lui, le linee programmatiche della grande incompiuta riforma socializzatrice.
    Lo scempio di piazza Loreto è la sintesi dell’ortodossia eretica delle due rivoluzioni: i cadaveri di Mussolini e Bombacci massacrati dall’alleanza capitalista-stalinista ne sono la prova storica.
    Beppe Niccolai il 14 maggio 1988 a Forlì, alla sala Gaddi, tenne una conferenza, la prima in Italia, sul tema “Nicola Bombacci - passione e rivoluzione”. È certo che non è casuale l’incontro ideale di due personalità quali quelle di Bombacci e di Niccolai: due vite apparentemente lontane, ma entrambe vicine a quel progetto di rinnovamento sociale dell’Italia voluto dall’ultimo Mussolini. L’ultimo, quello a noi più caro.
    Bruno Rassu

  2. #2
    MORS TUA VITA MEA.
    Data Registrazione
    27 Feb 2007
    Località
    ovunque
    Messaggi
    1,329
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    INTERVISTA IMPOSSIBILE A NICOLA BOMBACCI
    Apostolo della Socializzazione

    - Onorevole Bombacci...
    - Mi chiami Nicola. O Nicolino, se preferisce... Lasci stare
    l'onorevole: io sono figlio del popolo... E il popolo, me compreso, non
    contempla altro onore che quello conquistato sui campi di battaglia, nelle
    trincee o nelle piazze... E chi se lo conquista lì, come spero di aver fatto
    io nelle piazze, non gode ad essere chiamato "onorevole", secondo accezione
    corrente... Non ho un bel ricordo del mio periodo parlamentare... Per
    cui -la prego - eviti...
    - Comunque voglia essere chiamato, lei resta "l'Apostolo della
    Socializzazione"; le viene perfino attribuita la stesura del testo di legge
    che istituì la socializzazione nella vicenda della Rsi...
    - Non ho scritto io quel testo; certo, ho approvato e abbracciato
    totalmente disegno e realizzazione, fino a meritarmi quell'appellativo che
    lei ha ricordato... Quel progetto era quanto perseguivo da quando, agli
    inizi del '900, iniziai, da socialista, a fare politica... E da socialista -
    come sa - ho inteso finire di piantar grane a questo mondo...
    - Proprio il fatto che lei sposò, da socialista, di più: da fondatore
    del Partito comunista d'Italia, la causa del fascismo repubblicano, a guerra
    ormai compromessa, la fa ritenere persona controversa ed incoerente...
    - Beh, se è per questo, anche Togliatti sposò il programma originario
    del fascismo enunciato a San Sepolcro: ricorda, no? "Il Migliore", nel 1936,
    rivolse l'invito "ai fratelli in camicia nera" di rifarsi a quell'atto
    fondativo e di considerare il comunismo potenziale realizzatore di quel
    programma...
    - Sì, ma Togliatti si è ravveduto, mi sembra...
    - Mica tanto: secondo lei, perché dopo la fine della guerra concesse
    l'amnistia a migliaia di fascisti incarcerati?
    - Perché?
    - Perché pensava di riconquistare alla causa comunista tutti quei
    fascisti irriducibili a fare, da destra, quanto pretendevano i neo-acquisiti
    alla logica liberal-liberista che si andava apparecchiando in Italia. E,
    comunque, se lui, Togliatti, si è ravveduto dal fascismo io mi sono
    ravveduto dal comunismo... A conti fatti, visto che di comunismo reale si
    parla ormai solo sulle pagine di storia e neanche tanto positivamente, non
    so chi dei due si sia ravveduto meglio...
    - Se è per questo, del fascismo, sulle pagine di storia, si parla
    anche peggio...
    - Sì, ma con una, anzi: due differenze...
    - E cioè?
    - La prima: il fascismo ha perso una guerra mondiale e, quindi, era
    abbastanza scontato che pagasse dazio per quella sconfitta... Il comunismo,
    che pure vinse la stessa guerra che il fascismo ha perso, si è sconfitto da
    solo per implosione... La seconda...
    - La seconda?
    - Il fascismo non ha tradito la sua rivoluzione, il comunismo, invece,
    sì...
    - Quindi - mi sembra di capire - lei non si considera né controverso
    né incoerente...
    - Accetto senz'altro di essere considerato "controverso". Del resto,
    chi non è contro-verso rischia di diventare per-verso e, se lei permette,
    nessuno può dubitare della mia onestà morale... Sull'incoerenza politica il
    discorso si complica ma ritengo di potermi spiegare...
    - La prego...
    - Ho inseguito per tutta la vita la realizzazione di un progetto di
    evoluzione del lavoratore da asservito al giogo del capitale, a padrone del
    proprio destino... Quando vidi scivolare questa originaria e antica
    aspirazione dell'uomo in un riformismo che avrebbe finito per accettare, di
    perpetuare i canoni del liberismo economico, abbracciai la rivoluzione
    comunista e fondai la sezione d'Italia del partito... Quando, ancora, vidi
    come Stalin tradiva la rivoluzione dei Soviet, dei "consigli degli operai"
    per intenderci, per dare ad una casta di amministratori e di burocrati, a un
    Soviet talmente Supremo da essere inaccessibile ai lavoratori, tutto il
    potere che la rivoluzione, invece, prometteva all'operaio, mi disillusi e
    guardai oltre...
    - Al fascismo, com'è noto...
    - Al fascismo... Perché, no?
    - Beh, la storia pensa...
    - La storia non pensa: gli storici pensano...
    - D'accordo: gli storici pensano che il fascismo non favorì affatto
    gli interessi dei
    lavoratori...
    - A me risulta altrimenti, anche se non sono uno storico... Gli
    storici scrivono, di solito, quello che il potere al potere vuole che
    scrivano... Nelle eccezioni (rare...), per quanto obiettivi possano essere,
    sono anche loro, gli storici, dentro la storia: mica la contemplano da
    Sirio. Vuole che ricordi e le elenchi tutte le leggi che il fascismo
    promulgò al fine, realizzato, di costruire lo stato sociale, ancora prima di
    arrivare alla sua fase repubblicana?
    - Le conosco, grazie... Ma c'è chi pensa che, quelli, fossero atti
    dovuti in ogni caso e da qualsiasi - come lo chiama lei - "potere al potere"...
    I tempi erano maturi perché si realizzasse lo stato sociale... Il fascismo
    fece quanto era improrogabile fare...
    - ..Talmente improrogabile che, oggi, non fanno altro che smantellare
    improrogabilmente lo stato sociale... No, lei sbaglia: nessuna contingenza
    avrebbe costretto il fascismo a realizzare il suo programma rivoluzionario
    se, questo, non fosse stato iscritto nel suo Dna...
    - Torniamo, per un attimo, alla difficile assimilazione che lei intese
    intravedere fra fascismo e comunismo...
    - Le dirò di più: fino ad un certo momento del percorso della
    rivoluzione comunista, ho persino sognato - come ricorderà - che le due
    rivoluzioni, quella fascista e quella comunista, appunto, potessero
    unirsi...
    Ancora nel 1940, sentivo di poter affermare: ??...eppure giorno verrà,
    in cui il soviet, permeandosi di spirito gerarchico, e la corporazione, di
    risoluta anima rivoluzionaria, s??incontreranno sopra un terreno di
    redenzione sociale??.
    - Che cosa intendeva dire?
    - Fascismo e comunismo hanno la stessa matrice ideologica: il
    socialismo, appunto... Perché crede che sul punto di essere fucilato gridai
    ??Viva il socialismo???
    - Non lo so: me lo dica lei...
    - Il fascismo, all'inizio del suo percorso, divaricò la forbice dalla
    matrice originaria per poi gradualmente, riavvicinare le punte del comasso.
    Fino a farle coincidere in una formula, in qualche modo "socialista", forse
    inedita nella storia, sì, ma fedele all'originaria aspirazione e, ai miei
    occhi, a tutt'oggi, insuperata. Il comunismo, invece, uscì sì dallo stesso
    punto originario, ma poi realizzò la completa ottusità dell'angolo...
    Fino ad abortire in una sorta di capitalismo di stato... Cosa,
    quest'ultima, assai diversa da qualsiasi concezione di socialismo si voglia
    intendere...
    - A seguirla sembra quasi che sia stato il fascismo a realizzare le
    istanze marxiste...
    - No, il sistema di socializzazione del fascismo prevedeva la
    sussistenza della proprietà privata. Il che lo rende irriducibile alle
    istanze marxiste, almeno a quelle di vulgata...
    - Infatti, il fascismo non predicò mai l'abolizione della proprietà
    privata, come prevedeva invece il socialismo...
    - Anche qui - mi perdoni - si sbaglia: del socialismo esistono diverse
    concezioni e non tutte prescrivono l'abolizione della proprietà privata. Si
    rilegga Filippo Corridoni, per esempio... Quest'abolizione la prevedeva,
    compiutamente, la versione di-vulgata di Marx che, invece - nonostante la
    vulgata - considerava la fase finale del percorso rivoluzionario del
    proletariato comunista nella:????Autonomia dei produttori??. In pratica,
    Marx auspicava il pieno possesso, ovvero: la piena proprietà dell'impresa
    economica industriale, agricola, commerciale da parte dei lavoratori che la
    gestiscono. Cioè, ancora, nella piena autogestione delle imprese
    produttive... Nella socializzazione compiuta, per l'appunto... Guardi,
    ancora per esempio, il socialismo realizzato nell'ex Jugoslavia titina: lì,
    mica era una prescrizione tassativa abolire totalmente la proprietà
    privata... Come invece fu, e con quali esiti! nell'Unione Sovietica...
    - Ma la proprietà privata non è parte consustanziale del liberismo
    economico?
    - Questo lo credono menti depositate nell'archivio a caselle
    concettuali con tenuta assolutamente stagna e stonfa... La proprietà
    dell'impresa da parte del lavoratore, nei limiti stabiliti dalla
    socializzazione, la proprietà della sua casa - ancora e sempre per esempio -
    sono fondamentali che non smentiscono una versione possibile - sottolineo:
    possibile - del socialismo... Anzi - a parere mio - la esaltano al di là
    degli espropri statali comunisti e dei monopoli privati del capitalismo...
    La proprietà è un istinto naturale dell'uomo... Perché abolirla? O perché
    concentrarla in poche, avide mani? Nel Manifesto di Verona si stabilisce il
    diritto "alla" propriet", in contro distinzione dal diritto "di"
    proprietà... Si stabilisce, cioè, un principio di diritto etico del
    proletario: quello di evolversi in proprietario... Il diritto "di"
    proprietà, cioè, viene ricondotto nell'ambito dei
    superiori interessi della comunità, del popolo, della nazione e non a
    quelli del capitalismo di pochi individui GIÀ proprietari...
    - Non mi dirà che il fascismo sostenne anche la lotta di classe...
    - La lotta di classe è un espediente, non un dogma... Un espediente
    che ha trovato nella rivoluzione industriale la sua legittimazione... Intere
    comunità contadine furono costrette ad inurbarsi in tuguri... E a lavorare
    in condizioni che a dire schiave è cosa perlomeno appropriata... Quale altro
    espediente, a parte la lotta di classe, avrebbero potuto adottare, quelle
    masse, per elevarsi da una condizione di animalità, in cui erano costrette
    dal neonato capitalismo industriale, a un minimo di condizione umana? Un
    rivoluzionario
    operaista a tutto tondo come Mazzini, non abbastanza celebrato per i
    motivi che le sto per esporre, poté concepire, invece, un sistema in cui
    tutti, un giorno, sarebbero stati padroni della propria impresa lavorativa e
    sociale... Invocando (il Mazzini...) che tutti avevano il diritto ad essere
    responsabili di questa impresa, senza distinzione fra fornitori di capitale
    e fornitori di forza-lavoro, auspicava, insomma, un sistema in cui le forze
    produttive si armonizzano in una responsabile condivisione sociale. In
    questa realizzazione, lo scontro di classe sarebbe diventato un non senso
    logico... Cosa che perfino Marx prevedeva come sbocco naturale del
    comunismo... E la storia ha smentito Marx, mica Mazzini che già, nell'800,
    intravedeva nel socialismo marxista realizzato ??una vita da castori?? e non
    da uomini... Quello che appunto fu.
    - Non le è mai venuto in mente che la socializzazione fosse un
    espediente per riconquistare alla causa dell'ultimo fascismo, quello
    repubblicano, la massa dei lavoratori? Masse che, disilluse dal regime
    ventennale, si erano, nel frattempo, rivolte altrove per cercare la propria
    giustizia?
    - Le posso dire che a Genova, poche settimane prima del fatidico 25
    aprile 1945, c'erano almeno trentamila persone in piazza ad ascoltare un mio
    comizio di propaganda per la socializzazione... E nessuno storico si è mai
    azzardato a considerare quella folla costretta a venirmi a sentire... E lì -
    credo - di essermi spiegato...
    Così, come nessuno storico ha mai sottolineato abbastanza che il primo
    atto legislativo del neo governo di liberazione, proprio nella mattina del
    25 aprile '45, abolì il decreto che istituiva la socializzazione delle
    imprese nella,ormai ex, Rsi... Sarà un caso?
    - Credo di no, ne convengo... Ma cosa disse, esattamente, in quel
    comizio del 12 marzo del '45?
    - Glielo riassumerò, citandomi. Dissi:"Fratelli di fede e di lotta,
    guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia
    lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent'anni fa.
    Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali
    per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora,
    lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella
    Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul
    serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai".
    - Non le si può negare una fede cieca...
    - Non mi neghi la fede... La cecità - la prego - me la risparmi: non
    ho mai visto tanto bene come in quei giorni di martirio...
    - Va bene, andiamo oltre...
    - Non ho fatto altro per tutta la vita che andare oltre: continuiamo
    pure...
    - Secondo lei, che lo frequentò assiduamente, nei seicento giorni di
    Salò...
    - ..Della Repubblica sociale, vorrà dire... Scusi: chiami le cose con
    il loro nome esatto...
    - ...Nei seicento giorni della Repubblica sociale, allora, come
    vuole... Quale fu - dicevo - secondo lei, la molla decisiva che indusse
    Mussolini a concepire e realizzare il progetto di socializzazione, proprio
    nel momento in cui le speranze, non dico di una vittoria fascista, ma almeno
    di una sua possibile sopravvivenza, erano praticamente nulle?
    - Qualcuno (non ricordo chi...), prima di una battaglia che si
    preannunciava disgraziata, a chi gli faceva notare che non c'era nessuna
    speranza di vittoria, rispose: ??Sperare non è necessario per
    intraprendere.??
    ...Ecco - se lei mi permette - fu proprio questo - io credo - lo
    spirito che portò Mussolini a varare, finalmente la legislazione
    socializzatrice... A portare a termine, cioè, in maniera coerente (un
    termine che - mi sembra - le sta particolarmente a cuore; però, attento:
    soltanto gli imbecilli non si smentiscono mai...); a portare a termine -
    dicevo - gli sviluppi logici della rivoluzione fascista... Comunque, c'era,
    anche, un messaggio, un testamento - se vuole - da lasciare... Una via
    percorribile da indicare a chi sarebbe venuto dopo e avrebbe ripreso, in
    qualche modo, il cammino della rivoluzione che gli esiti della guerra
    stavano stroncando... Queste, e non altre, furono le molle che spinsero
    Mussolini a ??intraprendere??... Quando tutto, evidentemente, era ormai
    perduto... Fuorché l'onore... E si figuri che persino io, personalmente,
    m'illusi, per un momento, che realizzando la socializzazione le stesse sorti
    della guerra avrebbero potuto essere diverse... Ma Mussolini
    era l'unico che aveva, ancora, nonostante tutto, il senso esatto del
    corso che avrebbero preso la storia... Non fu certamente per caso che Lenin
    mi confidò che Mussolini era l'unico uomo italiano che avrebbe potuto
    realizzare, in Italia, la rivoluzione socialista... E i fatti non hanno
    smentito Lenin... Tanto meno, Mussolini...
    - Come saprà, in chi si autoproclamò "erede del fascismo", la via
    indicata da Mussolini nel suo testamento politico è rimasta, praticamente,
    lettera morta... Nel dopoguerra, fino ad oggi, furono altre le istanze che,
    dal fascismo, i neofascisti assunsero nella pratica della loro azione
    politica... - Quello che dice è parzialmente vero... La socializzazione non
    è stata, per molti anni, sventolata come bandiera di discrimine fra chi
    avrebbe dovuto intendersi, ed essere inteso, interprete della "Terza Via"
    fra due concetti e due idee, comunismo e capitalismo, che sembrano
    irriducibili ma che, nella sostanza, non lo
    sono: da una parte, infatti, troviamo ancora i sostenitori del libero
    mercato che tutto legittima in nome del laissez faire e, dall'altra, lo
    stato che tutto pretende: entrambi espropriatori del destino dell'uomo...
    - Quindi?
    - Quindi, il fascismo, l'ultimo fascismo soprattutto, ha saputo
    riportare il discorso ai giusti termini: restituire alle mani del popolo la
    responsabilità diretta della sua impresa, in ogni campo sociale si fosse
    trovata a manifestarsi... I fascisti del dopoguerra hanno, in non so quanto
    buona ma sicuramente in larga parte, disatteso la missione che gli fu
    assegnata. Senza, tuttavia, dimenticarla del tutto... Vedo, ai giorni che
    sono i suoi e, ahimè, non più i miei, dei sussulti che vanno nella direzione
    giusta... Vedo dei soprassalti di coscienza e di memoria... Le idee che
    valgono non muoiono... Respirano piano, ma respirano... Covano, semmai,
    sotto la cenere... Basterà una ventata più forte e il fuoco riprenderà ad
    ardere... O prima o poi, il capitalismo imploderà, per legge - oso dire -
    naturale... Così come, per deficienza interna, è crollato il comunismo... E
    l'uomo cercherà in altri sistemi di vita comunitaria la soddisfazione del
    proprio innato senso di giustizia sociale...
    - Nella socializzazione...
    - Nella socializzazione...
    Di Miro Renzaglia
    http://www.collettivamente.com/articolo/2183335.html

  3. #3
    Micene
    Ospite

    Predefinito

    che Dio lo abbia in gloria.

  4. #4
    Micene
    Ospite

    Predefinito


  5. #5
    Moderatore
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Messaggi
    6,178
     Likes dati
    15
     Like avuti
    96
    Mentioned
    5 Post(s)
    Tagged
    1 Thread(s)

    Predefinito

    .

  6. #6
    Adoro i piani ben riusciti!!
    Data Registrazione
    05 Mar 2008
    Località
    Beirut-Bilbao
    Messaggi
    3,593
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    su! Onore a Bombacci! Onore al Fascismo Rivoluzionario di Salò!

  7. #7
    Forumista senior
    Data Registrazione
    31 Mar 2009
    Messaggi
    2,989
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    La verità di Bombacci sulla Russia

    Claudio Mutti


    Nell’aprile del 1936, quando uscì in 25.000 copie il primo numero di una rivista diretta da Nicola Bombacci e intitolata “La Verità”, l’ambasciatore sovietico a Roma faceva un nuovo tentativo per associare l’Italia all’alleanza russo-francese; ma i rapporti tra l’Italia e l’URSS erano molto cambiati rispetto a qualche anno prima.
    Fino al 1934, infatti, l’Italia fascista aveva cercato di impostare nei confronti della Russia sovietica una politica di più ampio respiro, instaurando un rapporto che è stato definito in termini “di interrelazione – di vero e proprio confronto – a livello delle ideologie e delle culture nazionali” (1). In altre parole, alcuni ambienti del regime fascista avevano visto nel sistema sovietico un termine di confronto, mentre alcuni elementi meno conformisti, i sindacalisti integrali in particolare, avevano cercato di individuare punti di contatto e analogie tra rivoluzione fascista e rivoluzione bolscevica (2). Sergio Panunzio scrisse che si poteva ormai intravedere la sintesi equilibratrice di Roma e Mosca, punti d’irradiazione “delle due grandi forze e delle due grandi rivoluzioni moderne: il Comunismo ed il Fascismo” (3). Alcuni erano giunti a parlare del bolscevismo come di un “preludio del fascismo” (4) o addirittura a dichiarare il “trionfo del fascismo nell’URSS” (5). Nel 1934, curando per l’editore Sansoni la pubblicazione di un libro di Stalin, Bolscevismo e capitalismo, Bottai considerava l’esperienza sovietica come un tentativo di “risolvere i problemi politici, sociali ed economici scaturiti o meglio accentuati dalla guerra mondiale”, mentre una raccolta di scritti di Stalin veniva pubblicata, nella collana “Documenti” della Scuola di scienze corporative dell’Università di Pisa; e ciò per iniziativa di Delio Cantimori, del quale l’Enciclopedia Italiana pubblicherà nel 1937 un paragrafo ammirativo dedicato alla scuola sovietica (6). Sembrava che la vecchia antitesi, “Roma o Mosca”, dovesse essere sostituita con un nuovo aut-aut: “O Roma e Mosca, o l’Europa di Ginevra”.
    Prima che l’avvicinamento italo-tedesco producesse il raffreddamento dei rapporti tra Roma e Mosca, l’URSS, pur esprimendo una formale condanna dell’operazione coloniale in Abissinia, aveva dato all’Italia un valido aiuto, rifornendola di carbone e petrolio nonostante le proclamate "sanzioni internazionali". Anzi, “Stalin, attraverso i comunisti italiani, inviò a Mussolini segnali abbastanza eloquenti” (7), mentre “si notava un cambiamento di atteggiamento del PCd’I verso il fascismo, destinato a sfociare, nell’agosto di quell’anno [1936, n.d.r.], nel famoso appello dei comunisti italiani ai ‘fratelli in camicia nera’” (8). Tale appello applicava le direttive di Manuil'skij, secondo il quale in Italia il fronte unico doveva essere realizzato "non coi socialisti ma coi fascisti" (9).
    Amadeo Bordiga, da parte sua, nel maggio 1936 osservava: “Mosca è oggi così vicina a Roma come non lo fu mai (…) I fatti sono oggi questi: Mosca si muove per tendere la mano a Roma. (…) Mosca vuole che l’imperialismo inglese si rassegni o che esso si scontri nel Mediterraneo con quello italiano per uscirne sconfitto” (10); e ipotizzava che in tali manovre di avvicinamento rientrasse anche la nascita di una rivista diretta da Nicola Bombacci, il cui titolo, “La Verità”, suonava come la traduzione italiana di “Pravda”. Lo stesso Bordiga, d’altronde, era stato invitato da Bombacci a collaborare a tale rivista.
    Espulso nel 1927 dal PCd’I, del quale era stato tra i fondatori, Nicola Bombacci non aveva mai interrotto completamente i propri rapporti con l’Ambasciata dell’URSS e in particolare con l’addetto commerciale; nella sua qualità di intermediario d’affari della Delegazione Commerciale sovietica, nel 1930 aveva agevolato l’acquisto di grano russo da parte dell’Italia. Nel 1931, in ogni caso, sembra aver avuto termine “ogni rapporto, anche di natura tecnico-commerciale, tra Bombacci e l’Ambasciata sovietica a Roma, dove aveva trovato nel frattempo lavoro anche il figlio Raoul, rientrato nel 1925 dalla Russia per assolvere gli obblighi di leva. Una volta in Italia, Raoul Bombacci – che a Mosca era entrato in rapporti con l’ambasciatore italiano Manzoni – aveva collaborato col padre all’interno della Società ‘L’Italo-Russa’”, una società anonima per gli scambi commerciali con l’URSS (11). Tale società aveva ottenuto dalle autorità fasciste il permesso di pubblicare una rivista sovvenzionata da Mosca, la quale si proponeva di “illustrare le ricchezze dell’URSS e le sue audaci innovazioni politiche, economiche e culturali per dimostrare agli italiani che l’Italia risolverà i suoi problemi e la sua dura crisi economica solo quando avrà compresa la necessità di un’unione solida e fraterna con la Russia soviettista” (12).
    Forse non è necessario ipotizzare che Bombacci, col discorso tenuto alla Camera il 30 novembre 1923, abbia avuto un peso determinante sull’evento del 7 febbraio 1924, allorché l’Italia, prima tra le nazioni europee, riprese le normali relazioni diplomatiche con l’URSS, perseguendo – come rivendicherà Mussolini dieci anni più tardi – “una aperta e leale politica di intensificazione degli scambi con la Repubblica dei sovieti” (13); né è obbligatorio attribuire a Bombacci il merito del trattato di amicizia e non aggressione siglato tra Italia e URSS il 2 settembre 1933, “sbocco e coronamento” (14) del precedente riconoscimento; neppure è indispensabile individuare in lui il tramite del successivo incontro di Litvinov con Mussolini. Fatto sta che “la conoscenza di personaggi e di retroscena sovietici che egli poteva vantare poteva rivelarsi utile per gli scopi di uno dei settori portanti della politica estera mussoliniana” (15).
    Né va trascurato il fatto che nella prima metà degli anni Trenta Bombacci lavorò presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa e che nel quadro di tale attività mantenne i rapporti con l’Associazione sovietica per i rapporti culturali con l’estero. In quegli stessi anni furono proiettate alla Mostra di Venezia parecchie pellicole sovietiche, tra le quali un apprezzatissimo Gli eroi dell’Artico, che si concludeva con questa frase di Stalin: “Non ci sono fortezze che non possiamo conquistare”. Che Bombacci abbia svolto un ruolo in tutto ciò, nessuno è stato finora in grado di accertarlo.
    Tornando a “La Verità”, la linea seguita dalla rivista era “una linea socialnazionale in critica aperta col bolscevismo sovietico e favorevole all’alleanza nazista” (16), ma tale indirizzo cambiò allorché il Reich germanico e l’URSS firmarono il Patto di non aggressione. Il Patto Ribbentrop-Molotov infatti impose a Bombacci di attenuare la posizione critica che egli aveva assunta nei confronti del bolscevismo e di considerare la possibilità di un’alleanza fra le tre nazioni proletarie. Fu così che nel numero di settembre 1939 apparve un articolo di Dino Fiorelli significativamente intitolato Italia, Germania e Russia all’avanguardia del rinnovamento mondiale. La fase filosovietica della rivista di Bombacci durò fino al giugno 1941, allorché la notizia dell’attacco tedesco contro l’URSS sembrò fargli “tirare un sospiro di sollievo” (17).
    Nel 1942 Bombacci diede alle stampe un libretto intitolato I contadini nella Russia di Stalin, cui farà seguito, l’anno dopo, I contadini nell’Italia di Mussolini. Come è stato correttamente osservato, “Bombacci non infierisce sull’Unione Sovietica. Egli è, piuttosto, un antistalinista” (18), secondo il quale il fallimento del comunismo sarebbe dovuto alle “deviazioni staliniane”. Anche nell’articolo Dove va la Russia?, pubblicato il 19 agosto 1942 sul “Corriere della Sera”, Bombacci, “pur riconoscendo gli enormi sforzi compiuti per trasformare il paese in una potenza industriale, ne critica il risultato perché non ha portato tangibili miglioramenti alle condizioni dei lavoratori” (19). A tale proposito, sono molto chiare le parole che Bombacci stesso pronunciò il 15 marzo 1945, nel trionfale comizio di Piazza De Ferrari a Genova:

    Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre (…) Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno (…) Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito. (20)

    Alla fine del 1942, mentre a Stalingrado infuriava la battaglia che segnò l’inizio della sconfitta dell’Asse, Bombacci si chiedeva: “Era proprio necessario muover guerra alla Russia?” (21). La risposta che egli forniva a tale interrogativo, era la seguente: “Sì, era necessario; indispensabile!” (22).
    Bombacci ricordava di avere accolto fiduciosamente il Patto di non aggressione tedesco-sovietico, considerandolo un punto di partenza per un’intesa fra le “tre grandi Nazioni proletarie” e per la liberazione dell’Europa dal giogo plutocratico.

    Non vi è dubbio che quando nell’agosto 1939 Hitler aveva trovato nel suo spirito, umanamente superlativo, la forza morale e l’audacia di proporre, con lealtà e sincerità d’intenti a Stalin, suo nemico ed antagonista, un patto di amicizia fra il suo popolo e quello russo, Egli aveva in quello steso momento dimenticato ogni offesa, cancellato dal suo animo ogni rancore, fatto tacere ogni sua personale ambizione, anche la più giusta, nell’interesse supremo del suo popolo e dell’intera umanità.
    Salus publica suprema lex. Si trattava di togliere, una volta per sempre, dal collo della Germania, dell’Europa, della stessa Russia, il piede soffocatore della plutocrazia anglosassone; si trattava di aprire un varco alla luminosa speranza di trovare, lungo il cammino, la possibilità, non transitoria, di una intesa fra le tre grandi Nazioni proletarie d’Europa, che avevano, ciascuna nell’ambito del proprio Paese, con metodi ed ideologie diverse e alcune decisamente contrastanti, lottato tutte per creare nel secolo XX, nel mondo, un nuovo ordine basato sulla giustizia e sul lavoro.
    E non è assurdo neppure pensare che uno spirito eletto abbia potuto credere che questa intesa, per l’enorme ed improvviso spostamento di forze che portava nello scacchiere europeo, potesse evitare anche la guerra. (23)

    Stalin però, secondo Bombacci, aveva fatto il doppio gioco, in attesa del momento opportuno per allearsi con Churchill e Roosevelt e realizzare il suo progetto di egemonia russa in Europa.

    Ma Stalin non aveva per nulla cambiato. Egli aveva semplicemente mentito ancora una volta.
    Egli aveva brutalmente, fraudolentemente pensato che il Patto di amicizia con la Germania si prestava magnificamente al suo piano di invasione dell’Europa.
    Egli aveva evidentemente accettato di fare la strada insieme con Hitler col solo proposito brigantesco di vibrare al compagno di viaggio la pugnalata alla schiena, nel momento più opportuno, per abbatterlo.
    Questa è la triste verità che gli avvenimenti militari e diplomatici fra l’agosto 1939 e il giugno del 1941 illuminano sinistramente, ma in modo da non lasciare né dubbio né equivoco.
    Stalin ha tradito con voluttà prima nelle intenzioni e poi negli atti. E oggi, dinnanzi all’esame dei fatti, aggiungo che questo volgarissimo inganno, questo tradimento di Stalin, è stato compiuto con la connivenza di Churchill. (24)

    Nelle righe successive, dopo aver indicato in Litvinov, “il vero fiduciario della plutocrazia ebraica anglosassone nella Russia bolscevica” (25), ovvero l’elemento di raccordo tra gli emissari britannici e il potere sovietico nel periodo del Patto di non aggressione, Bombacci riepilogava le richieste che Molotov aveva presentate a Hitler. Tali richieste, rivelatrici di un progetto espansionistico nei territori ad ovest e a sud dell’URSS (Finlandia, Romania, Bulgaria, Bosforo e Dardanelli),

    dicono chiarissimamente che alla mente megalomane di Stalin non si è mai affacciata l’idea di una intesa onesta e sincera con Roma e Berlino, per salvare dalle unghie rapaci della plutocrazia anglosassone i popoli proletari di Europa e le loro conquiste sociali. (26)

    Per Bombacci, il disegno delle potenze atlantiche è evidente. Esse utilizzano le miopi ambizioni imperialiste di Stalin per spezzare il fronte degli Stati totalitari, frustrare l’unità continentale e far dissanguare l’Europa in una guerra fratricida:

    sperano di perpetuare, almeno per un altro secolo, il loro dominio di aguzzini e di usurai in Europa e nel mondo; poco importa se il bastone del comando passerà dalle mani di Churchill a quelle di Roosevelt; l’importanza per l’alta finanza internazionale è che il regime di sfruttamento demoliberale non muti. (27)

    Nonostante le frasi d’obbligo (“Roma e Berlino vinceranno”), Bombacci vedeva dunque profilarsi all’orizzonte il declino dello pseudoimpero britannico. Non si trattava certamente un vaticinio dettato da qualche misteriosa ispirazione: nell’anno in cui venivano scritte queste righe, la Canzone di Giarabub aveva diffuso tra gl’Italiani l’idea che “la fine dell’Inghilterra” fosse già cominciata. Ma Bombacci aveva capito anche un’altra cosa: che i calcoli di Stalin non avrebbero giovato a lungo alla Russia e che i nuovi padroni del mondo sarebbero stati, alla fine, i compatrioti di Roosevelt.









    1. G. Petracchi, “Il colosso dai piedi d’argilla”: l’URSS nell’immagine del fascismo, in E. Di Nolfo – Romani H. Rainero – B. Vigezzi (a cura di), L’Italia e la politica di potenza in Europa (1938-40), Marzorati Editore, Milano 1985, p. 150.
    2. Cfr. G. Petracchi, La Russia rivoluzionaria nella politica italiana: Le relazioni italo-sovietiche, 1917-1925, Laterza, Bari 1982, p. 225 ss.
    3. S. Panunzio, La fine di un regno, “Critica fascista”, 15 settembre 1931, (riportato nell’antologia curata da F. Malgieri e G. De Rosa, Critica Fascista, Landi, San Giovanni Valdarno1980, p. 672).
    4. B. Spampanato, Universalità di Ottobre. Roma e Mosca o la vecchia Europa?, “Critica fascista”, 1 novembre 1931, p. 405 ss. Ma già nel 1930 Spampanato aveva pubblicato su “Critica fascista” l’articolo Equazioni rivoluzionarie: dal bolscevismo al fascismo (riportato in F. Malgieri e G. De Rosa, op. cit., pp. 589-593), “incentrato sull’idea che a Mosca lo speciale carattere nazionale russo avesse dato vita ad un regime di transizione, destinato a trovare il suo sbocco in un fascismo orientale” (L. L. Rimbotti, Il fascismo di sinistra. Da Piazza San Sepolcro al Congresso di Verona, Settimo Sigillo, Roma 1989, p. 121). Secondo Spampanato, “il capitalismo si è scavato la fossa. A Roma e a Mosca ve lo hanno adagiato più o meno bruscamente dentro” (Universalità di Ottobre. La crisi d’Europa, “Critica fascista”, 15 novembre 1931, p. 434 ss.). Il dibattito che ebbe luogo sulle pagine di “Critica fascista”, scrive De Felice, “è per noi di grande significato, perché molti degli interventi rivelano un interesse e una ‘disponibilità’ per l’esperienza sovietica veramente notevoli, tanto da giungere in qualche caso a negare l’antitesi e a prefigurare un avvicinamento tra ‘Roma e Mosca’” (R. De Felice, Mussolini il duce, II. Lo Stato totalitario 1936-1940, Einaudi, Torino 1981, p. 302).
    5. R. Bertoni, Il trionfo del fascismo nell’URSS, Signorelli, Roma 1933 (ristampa 1937); Idem, Russia, trionfo del fascismo, La Prora, Milano 1937. “Renzo Bretoni all’inizio degli Anni Trenta si era laureato all’Università di Roma con una tesi sul bolscevismo, il cui tema di fondo era incentrato sull’inevitabilità di un incontro fra il fascismo e il bolscevismo, poiché unico era il loro scopo: ‘migliorare la società, rialzare le condizioni del popolo’. In seguito, il Bretoni aveva soggiornato in Russia, nel quadro degli scambi culturali italo-sovietici, e per un anno aveva cercato attraverso varie sperimentazioni una verifica alla sua ipotesi di studio. Al suo ritorno pubblicò un libro dal titolo paradossale: Il trionfo del fascismo nell’URSS (1933), nel quale era arrivato alla conclusione che in realtà non c’erano due rivoluzioni, ma una sola – quella fascista – poiché quella bolscevica aveva più valore negativo che positivo e che per uscire dalla sua tragica situazione doveva applicare i principi del fascismo” (G. Petracchi, op. cit., p. 155).
    6. “Dopo il primo periodo di lavoro per eliminare le tracce del passato e per la ‘rivoluzione culturale’, parallelo al ‘comunismo di guerra’, l’Urss va ora compiendo un grandioso sforzo di nuova organizzazione scolastica, unificando i sistemi pedagogici e creando una grande rete di scuole di ogni tipo, pur rispettando, nell’insegnamento, le esigenze nazionali delle varie repubbliche” (D. Cantimori, Ordinamento scolastico, Enciclopedia Italiana, vol. XXXIV, p. 829).
    7. A. Peregalli – S. Maggioro, Amadeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri (1926-1945), Colibrì, Milano 1998, p. 223. Cfr. G. Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori Riuniti, Roma 1978, p. 152.
    8. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., ibidem. L’appello, intitolato Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!, apparve su “Lo Stato Operaio” (Parigi), a. X, n. 8, agosto 1936, pp. 513-536. Recava in calce le firme di Palmiro Togliatti e di una sessantina di militanti. Cfr. P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla CGIL (1928-1948), Il Mulino, Bologna 1996, p. 31 ss.
    9. P. Spriano, Il compagno Ercoli. Togliatti segretario dell'Internazionale, Editori Riuniti, Roma 1980, p. 55.
    10. A. Peregalli – S. Maggioro, op. cit., p. 222.
    11. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, Bonacci, Roma 1986, pp. 92-93.
    12. A. Petacco, Il comunista in camicia nera. Nicola Bombacci tra Lenin e Mussolini, Mondadori, Milano 1996, p. 105.
    13. B. Mussolini, Italia e Russia, “Il Popolo d’Italia”, 232, 30 settembre 1933.
    14. Ibidem.
    15. G. Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò, cit., p. 101.
    16. A. Petacco, op. cit., p. 135.
    17. A. Petacco, op. cit., p. 136.
    18. E. Landolfi, Ciao, rossa Salò. Il crepuscolo libertario e socializzatore di Mussolini ultimo, Edizioni dell’Oleandro, Roma 1996, p. 267.
    19. A. Petacco, op. cit., p. 189.
    20. A. Petacco, op. cit., p. 7.
    21. N. Bombacci, Fuori dall’equivoco. Chi ha tradito?, “La verità”, a. VII, n. 12, 31 dicembre 1942. Questo numero de “La verità” è stato ristampato, insieme col n. 7 dell’a. V (31 luglio 1940), in un volume intitolato La verità, a cura della Confederazione Unica del Lavoro, della Tecnica e delle Arti, perugina, s. d. (ma: 2004).
    22. Ibidem.
    23. Ibidem.
    24. Ibidem.
    25. Ibidem.
    26. Ibidem.
    27. Ibidem.


    http://www.claudiomutti.com/index.ph...g=1&id_news=64

 

 

Discussioni Simili

  1. Nicola Bombacci - Passione e Rivoluzione
    Di Avamposto nel forum Socialismo Nazionale
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 12-10-10, 15:22
  2. Nicola Bombacci e il Fascismo Rosso
    Di Grifo nel forum Destra Radicale
    Risposte: 74
    Ultimo Messaggio: 11-12-09, 21:28
  3. Bombacci Nicola. Rivoluzionario…
    Di Sabotaggio nel forum Destra Radicale
    Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 25-11-08, 16:07
  4. ...Nicola Bombacci...
    Di Klearchos nel forum Destra Radicale
    Risposte: 80
    Ultimo Messaggio: 17-05-08, 15:54
  5. Nicola Bombacci
    Di daca. nel forum Destra Radicale
    Risposte: 30
    Ultimo Messaggio: 30-04-05, 05:10

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito