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Discussione: ...Nicola Bombacci...

  1. #1
    Klearchos
    Ospite

    ...Nicola Bombacci...

    Apro un post in suo onore!


  2. #2
    Klearchos
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    GLI UOMINI DELLA RSI: BOMBACCI INSIEME A MUSSOLINI PER LA CIVILTÀ DEL LAVORO NICOLA BOMBACCI, IL COMUNISTA "VATE" DELLA SOCIALIZZAZIONE Bruno De Padova A Genova, nella dominante piazza De Ferrari, allorché il 2° conflitto mondiale in Europa volgeva ormai alla tragica conclusione deliberata a Yalta da J. Stalin, F. D. Roosvelt e W. Churchill che imponeva al "vecchio Continente" la sua assoggettazione alla della plutocrazia anglo-statunitense e al servaggio delle mistificazioni del marxismo (quindi, la sottomissione alle false ordalie che vollero l’eccidio di Giulino di Mezz’egra e di Dongo sino all’autentico "male assoluto" di piazzale Loreto a Milano) per abbattere il più avanzato progetto d’equilibrio civile e sociale approntato dal Fascismo a tutela dei diritti dell’Uomo anche mediante l’effettiva collaborazione tra gli imprenditori e ogni altra categoria di produttori, il 15 marzo 1945 quell’eccezionale oratore vivificato da Nicola Bombacci illustrò ad una folla di oltre tremila persone (una moltitudine – in quei momenti tormentati dai bombardamenti nemici – composta principalmente dagli operai delle industrie navali del principale porto dell’Italia settentrionale insieme a quelli delle fabbriche siderurgiche e meccaniche delle delegazioni popolari di Sampierdarena, di Cornigliano, di Sestri Ponente, di Pegli e di Voltri, nonché della Valbisagno e della Valpolcevera) il significato d’intensa volontà di salvaguardia per ogni lavoratore rappresentato – nell’ambito della legislatura del Lavoro – dal Decreto Legge sulla Socializzazione delle imprese, emanato dal governo della Repubblica Sociale Italiana il 12 febbraio 1944, che il ministro dell’Econimia corporativa ing. AngeloTarchi, coadiuvato dal sottosegretario Prof. Manlio Sargenti, s’impegnarono a renderla ovunque operante affinché le maestranze del territorio nazionale, non ancora invaso dalle armate multicolore degli USA e d’Albione, potessero beneficiare nei rispettivi redditi occupazionali per tale provvedimento e, nel contempo, constatare la negatività della demagogia usata dai massoni e dagli altri opportunisti della burocrazia (i peggiori versipelle, sempre in auge per il loro servilismo!) i quali – prima del 25 luglio 1943 – congelarono l’istituzione corporativa in una cronica condizione d’inefficienza e le funzioni della confederazione dei Sindacati di categoria in attività secondarie, di deprecabile rabberciamento. Nicola Bombacci, affascinante nella sua eloquenza, quel 15 marzo si rivolse ai produttori genovesi dicendo, tra l’altro: "Compagni! Guardatemi in faccia, compagni! Voi ora vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, il fondatore del Partito comunista, l’amico di Lenin che sono stato un tempo. Sissignori, sono sempre lo stesso! Io non ho mai rinnegato gli ideali per i quali ho lottato e per i quali lotterò sempre…". Poi aggiunse: "Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione(quella dell’Ottobre rosso del 1917 in Russia), credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno…" e, spiegando i motivi della sua adesione alla RSI, aggiunse: "Il socialismo non lo realizzerà Stalin, ma Mussolini che è socialista anche se per vent’anni è stato ostacolato dalla borghesia che poi lo ha tradito… ma ora Mussolini si è liberato di tutti i traditori e ha bisogno di voi lavoratori per creare il nuovo Stato proletario…". Nel contempo, tra lo stupore di tutti per quel linguaggio senza indugi, l’operaio metallurgico Paolo Carretta – presente col pubblico – salì spontaneamente sul palco e volle testimoniare della sua esperienza drammatica di comunista esule nell’URSS staliniana, fatto che consentì a Bombacci di esortare i liguri al riscatto dell’Onore nazionale dopo il tradimento dei Savoia, di Badoglio e dei massoni, ma anche tutti a partecipare attivamente alla formazione dei consigli di gestione nelle aziende perché si trattava di "Conquiste che, comunque vada, non devono andare perdute" onde galvanizzare la socializzazione in fase di compimento, dato che "Presto tutte le fabbriche saranno socializzate e sarà esaminato anche il problema della terra e della casa perché, tutti i lavoratori devono possedere la loro terra e la loro casa…". E’ lo scrittore Arrigo Petacco che, nel volume "Il Comunista in camicia nera/ N. Bombacci tra Lenin e Mussolini" (ediz. Mondadori, 1996), evidenzia – a conferma di quanto segnalarono il 16.3.1945 i cronisti dei quotidiani genovesi "Il Secolo XIX" e "Il Lavoro" – come quello fu di tale romagnolo (nacque a Civitella – provincia di Forlì – il 24.10.1879) il migliore discorso pronunciato durante la RSI dinanzi alle maestranze delle più importanti fabbriche di Lombardia, Piemonte, Emilia, Veneto ecc., tra le quali le aziende editoriali Mondadori, Garzanti, "Corriere della Sera", "La Stampa", non dimenticando che in quei momenti il corso della socializzazione pervenne alla FIAT, alla Venchi Unica e alla "Gazzetta del Popolo". Inoltre, alla Dalmine – nonostante le incalzanti minacce dei comunisti tra le maestranze – gli operai votarono per il consiglio di gestione il 7 aprile e, dei 3253 elettori, vi furono 2272 votanti, con 1765 schede valide, 957 nulle e 531 di astenuti. Al decreto legislativo in materia (quello del 12.2.1944) non furono risparmiate le critiche di sindacalisti, di economisti e di imprenditori, ma in merito il Prof Sargenti precisò che il provvedimento in questione – così vigorosamente sostenuto da Bombacci e da Carlo Silvestri – fu una "legge-quadro", destinata a mutare ogni perfezionamento necessario, specie in attesa che la Carta Costituzionale della RSI (elaborata dal ministro Carlo Alberto Bigini) venisse sottoposta a referendum popolare, consultazione che, garantita dallo stesso Mussolini, doveva venire effettuata non appena si sarebbe concluso il conflitto imperversante in Italia unitamente alla "guerra civile", fomentata, finanziata e armata dagli invasori anglo-statunitensi e della plutocrazia. Nel dopoguerra, successivamente all’assassinio di Nicola Bombacci, avvenuto sul lungo lago lariano di Dongo il 28 aprile 1945 assieme a quello di altre quattordici personalità della RSI e del Partito Fascista Repubblicano che avevano seguito Mussolini (trucidato a Giulino di Mezzagra con Claretta Setacci) nel tragico itinerario – come lo indicò con precisione Giorgio Pini – verso il "ridotto alpino" della Valtellina, è stato lo studioso Salvatore Francia che nell’opera "L’altro volto della Repubblica Sociale Italiana" (ediz. Barbarossa, 1988) documenta l’equilibrio e l’azione di sviluppo vantaggioso della produzione maturato già all’inizio dell’applicazione del D.L. del febb. 1944, dimostrando altresì con l’intervista in extremis concessa dal capo della RSI a G.G. Cabella nel palazzo della Prefettura (20.4.1945) che il Duce, con tale colloquio-testamento, indicava l’esigenza urgente di un "piano di socializzazione mondiale" rammentando nel contempo con quanta fiducia il rivoluzionario Civitella (definito dopo la sollevazione bolscevica nella Russia zarista il "Lenin di Romagna") credeva in tale realizzazione politica ed economica per la pace sulla Terra. Lo confermò anche Giovanni Dolfin – segretario particolare del capo della RSI a Gargnano – nello scritto "Con Mussolini nella tragedia" (ediz. Garzanti, 1949 – pag. 118) indicando che, alla vigilia del 1° congresso del PFR a Verona nel novembre 1943, l’uomo dei Predappio gli specificò: "Bombacci, che vive giorni di passione, è in prima linea tra coloro che si battono per una vera rivoluzione sociale". E lo fece con l’identico ardimento morale che distinse il "Nicolino" nel 1910 a dirigere la sezione del Partito Socialista a Cesena e la pubblicazione del periodico "Il Cuneo", poi con l’incarico di segretario della Camera del Lavoro a Modena e sino, molto più in su, al mandato di guida nazionale del PSI, nonché – dopo la scissione da quest’ultimo al congresso di Livorno nel gennaio 1921 – alla fondazione del Partito Comunista d’Italia e alla sua guida, da cui però (lo dettaglia sua nipote Annamaria Bombacci nell’opuscolo "Nicola Bombacci rivoluzionario, 1919 – 1921", ediz. Santerno, Imola, 1983) sarà escluso dai "compagni" poco compagni. Ciò non impedirà a Nicolino di perfezionare la sua collaborazione con Vladimir Illjc Uljanov, l’autentico Lenin creatore dell’URSS, che adottando la NEP (Novaja Ekonomiceskaja Politica, cioè la dorma di "nuova politica economica") a partire dal 1923 favorì un certo liberalismo di mercato soprattutto con il governo italiano di Mussolini e di cui il vecchio amico di "Benitochka" (come Angelica Balabanoff e Anna Kuliscioff, first Lady del socialismo italiano, chiamavano l’uomo di Predappio) fruì in collaborazione col delegato sovietico Vaclav Vorosvskij, a riallacciare quei rapporti interrottisi dopo la promozione mussoliniana del movimento fascista. D’altronde già l’11 novembre del 1922, alla delegazione di comunisti italiani – guidata da Bombacci – in vista al Kremlino moscovita per un incontro col capo primogenito del bolscevismo, Lenin aveva dichiarato: "In Italia c’era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene, voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!". L’ego vittorioso della "Marcia su Roma" del movimento fascista – avvenuto qualche giorno prima – aveva scatenato in Lenin il compatimento e la commiserazione per quei "Compagni" d’Italia soltanto illusi di poter captare gli adepti socialisti fanaticamente indaffarati nelle scissioni, ma allo scuro di quel movimento politico destinato a promuovere l’intero avvenire della nazione protesa sul Mediterraneo. Fu a Montecitorio, il 30 novembre 1923, che l’On. Bombacci – infischiandosi degli umori di circostanza dei deputati comunisti – perorò il successo dei rapporti economici e commerciali "che legano e tendono a legare l’Italia dell’Unione Sovietica" perché, tali iniziative, avvenne l’incontro delle due rivoluzioni (quella fascista e l’altra di Lenin) promovendo la condanna della recessione sociale creata dalla plutocrazia. Il sopravvento di Joseph V. Dzugasvili (Stalin) nel 1927 alla guida dell’URSS, con il conseguente allontanamento di Trotshij, Zinoviev e Kamenev della politica del Kremlino chiuse l’appartenenza di Bombacci al partito comunista, promosse l’ulteriore avvicinamento a Mussolini e nel 1936 gli permise di intraprendere il 6 aprile la pubblicazione in Italia del periodico comunista "La Verità" (una "Pravda" per i nostri connazionali) contro il quale si scatenò l’accidia critica dei Pensatori Politici dei salotti di destra e di sinistra, prossimi però, a scuoiarsi le mani all’imminente proclamazione del nuovo Impero Italiano, effettuata il 9 maggio dal Duce sul Balcone di Palazzo Venezia. Bombacci fu anche tra i sostenitori dell’autarchia perché, l’ostruzionismo del capitalismo Yankee e l’Albione significava soltanto d’impedire all’Italia e all’Europa il proprio riscatto dalle imposizioni schiaviste del trattato di Versailles del 28.4.1919 che tutto pronosticava come utopia, meno che l’autentica pace e la genuina evoluzione al progresso sociale dei popoli. Da quel momento, dalla nascita della Pravda italiana, allo sconvolgente 8 settembre 1943, l’incedere degli avvenimenti è celere, anche travolgente, e dopo il radio discorso di Mussolini da Monaco di Baviera – dell’8 settembre – che incitava gli italiani alla costituzione della repubblica sociale e alla riscossa, anche Bombacci, con i "compagni" Walter Mocchi, Fulvio Zocchi, il socialista Carlo Silvestri e molti altri non fascisti, si recò al nord per la rivolta ideale contro il tradimento badogliano e per la civiltà del lavoro da riscattare, da aprire a un futuro migliore col solco della Socializzazione. Nel tracciare le caratteristiche di "Uomini e scelte della RSI" (ediz. Bastogi, 2000) il promotore F. Andriola affidò a Guglielmo Salotti il compito di illustrare la figura di Nicola Bombacci e l’opera da lui svolta tra i protagonisti della repubblica di Mussolini e, anche in questa appassionata analisi, emerge con chiarezza che egli fu all’altezza del compito, contribuendo a far vibrare nel Manifesto di Verona (quello del PFR e approvato nel novembre 1943) lo spirito appassionato di Alceste de Ambris allorquando, per la reggenza del Carnaro e per Gabriele d’Annunzio, approntò lo "Statuto della Perfetta Volontà Popolare" in cui, come ribadì anche Fulvio Balisti, venne delineato un primo studio di Socializzazione e che nell’assise di Castelvecchio s’elevò a cardine fondamentale per l’ordinamento del lavoro nel nuovo Statuto, tutelando contemporaneamente il diritto alla proprietà privata nelle aziende e quello partecipativo agli utili da parte delle maestranze produttrici. Nella proiezione delle principali immagini della RSI sullo schermo della storia (quello illuminato anche da Giuseppe Mazzini e da Alfredo Oriani) s’inseriscono con stile eroico il discorso di Mussolini al Teatro Lirico di Milano (15.12.1944) e quello di Bombacci in piazza De Ferrari a Genova (15.3.1945): entrambi espandono nel futuro la volontà elettiva del lavoro premiante e della giustizia sociale a simbolo dell’autentica civiltà. Senza questa certezza non si promuove il progresso. ITALICUM 200? (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)

  3. #3
    Klearchos
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    Articolo STORIA

    Nicola Bombacci:
    dal comunismo al socialismo mussoliniano.
    Alle origini del socialismo nazionale

    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1879. Aveva, dunque, 4 anni più di Benito Mussolini e, come lui, iniziò la vita politica nel Partito Socialista (era il 1903) tre anni dopo rispetto al futuro Duce (furono i socialisti per primi a chiamarlo così…) che, come ricorda E. Gentile su "Mondoperaio" del 1982, aderì al PSI nel 1900. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l’ala più intransigente del partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi le fasce popolari più scontente che, entrando nel partito socialista e raddoppiando il numero degli iscritti, riuscirono, al congresso di Ancona (1914), a riconfermare questa maggioranza. Addirittura, al congresso socialista del settembre 1918, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi mesi del 1919. (In quegli anni Mussolini intravede, in una visione patriottica, i postulati di quella che diverrà l’unica vera rivoluzione italiana. Nasce infatti dal Risorgimento, attraverso il pensiero di uomini come Mazzini, Garibaldi, Pisacane e l’epopea della Grande Guerra 1915-1918: è quel filo ideale che arriva al Fascismo, punto di partenza di uno Stato che trent’anni dopo giungerà come tappa ultima e fondamentale, alla Repubblica Sociale di Mussolini, ma anche di Gentile, Marinetti, e dello stesso Bombacci).
    Quindi Bombacci, ritornando al 1919, non era un semplice tribuno locale, o un folcloristico Lenin della Romagna, ma una autorevole personalità, nonché uno dei capi del socialismo italiano dell’epoca. La sua visione massimalista del socialismo e il suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest’ultimo, come disfattista, a fondare nel 1921 a Livorno, con altri compagni, il P.C.d.I., partito comunista d’Italia. Già nel 1920 fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D’Aragona ed altri sindacalisti, in URSS.
    La sua posizione politica, come quella di Gramsci e il gruppo “Ordine Nuovo”, non traccia confini invalicabili con i futuristi di Marinetti, che appoggiano l’impresa di Fiumana di D’Annunzio. Tra le due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni.
    Nella carriera politica del deputato comunista on. Bombacci vi fu poi un grave “incidente“. Esso avvenne quando Mussolini, già nominato Capo del Governo, nel suo intervento alla Camera del 16 novembre 1922, pronunciò in quel suo sorprendente discorso, la seguente affermazione: «… Per quanto riguarda la Russia, l’Italia ritiene sia giunta l’ora di considerare nella loro attuale realtà, i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non voglio entrare ...».
    Così l’Italia, guidata da Benito Mussolini, fu la prima Nazione a riconoscere l’Unione Sovietica, seguendo una linea già abbozzata dall’on. Nitti, il più capace dei governanti pre-fascisti.
    Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione e altrettanto la ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti, e Bombacci, nel 1927, dopo un lungo braccio di ferro con l’Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione (Bombacci aveva guidato nel 1924 a Mosca la delegazione dei comunisti italiani ai funerali di Lenin), venne definitivamente espulso dal PCd’I…
    Devo segnalare che nemmeno Berto Ricci, il fascista “eretico” fondatore della vivacissima rivista "l’Universale", tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pure non ufficiali, Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal Partito Comunista. Malgrado ciò Bombacci dal quel lontano 1927, guardò sempre con interesse al «fascismo di sinistra», e in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione e di una sua rivista mensile di politica, “La Verità”, che imitava il titolo della Pravda. Il primo numero uscì nel 1936 con la collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta. Quello fu anche il periodo in Ivanoe Bonomi progettava la costituzione di una “Associazione Socialista Nazionale” con gli ex deputati Bisogni, D’Aragona, Caldara, disposti a collaborare con il regime.
    Interessante è uno scritto di Walter Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 13-10-1940 (era il momento del breve idillio Stalin-Hitler): «… eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, si incontreranno sopra un terreno di redenzione sociale».
    Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci, quando quest’ultimo fu arrestato, sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute; il permanere di contatti con il vecchio mondo socialista portò Bombacci a farsi interprete ed intermediario, nel 1934, assieme all’ex-sindaco di Milano Caldara, nel sollecitare con Nino Levi, un colloquio con Mussolini, per proporre il rientro nei sindacati fascisti, di personaggi come Bentivogli, ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e cautamente Romita. A tale proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli (documento citato anche da Renzo De Felice) a favore del fascismo corporativo, considerato “di sinistra“ e del suo capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quanto Bombacci si adoperò, prima dell’ultimo conflitto, a favore di questi socialisti ed ex-comunisti affascinati da Mussolini e contrari all’antifascismo fuoriuscito.
    È nell’ottobre 1943, agli albori della RSI, che ritroviamo uno scritto di Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo, che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell’ex-deputato comunista: «Duce, già scrissi in “la Verità” nel novembre scorso -avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi- sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento del re- Badoglio, che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l’Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti di una destra pluto-monarchica del '22 ...».
    Nella RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, come trascinatore di folle popolari, per quella legge, la più rivoluzionaria del Fascismo. Devo anche menzionare che il prof. Sargenti, collaborò alla stesura della legge assieme al Ministro Tarchi (i 18 punti di Verona - vedi italiasociale - storia).
    Questa legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto nell’animo dell’ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come dell’ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il Nord Italia, soprattutto l’ultimo a fine marzo 1945, a Genova, in Piazza De’ Ferrari, di fronte a oltre trentamila operai. Vi è tutta la dedizione a Mussolini, e l’entusiasmo per il recupero del duce alle sue radici socialiste, cosa che permette di capire il comune destino di sangue dell’imminente tragico aprile. Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale: in proposito cito il libro “L’ora di Dongo” (di A. Zanella, edito da Rusconi, 1993), perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli ideali del 1919, la sua volontà di dedicare la conclusione della propria vita terrena al tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali, non fu atto velleitario come qualcuno volle far credere, ma accelerazione di un progetto già intravisto durante il regime con grandi riforme popolari del mondo del lavoro e della tutela sociale.
    È con il fascismo repubblicano della RSI che Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme al lui, le linee programmatiche della grande incompiuta riforma socializzatrice.
    Lo scempio di piazza Loreto è la sintesi dell’ortodossia eretica delle due rivoluzioni: i cadaveri di Mussolini e Bombacci massacrati dall’alleanza capitalista-stalinista ne sono la prova storica.
    Beppe Niccolai il 14 maggio 1988 a Forlì, alla sala Gaddi, tenne una conferenza, la prima in Italia, sul tema “Nicola Bombacci - passione e rivoluzione”. È certo che non è casuale l’incontro ideale di due personalità quali quelle di Bombacci e di Niccolai: due vite apparentemente lontane, ma entrambe vicine a quel progetto di rinnovamento sociale dell’Italia voluto dall’ultimo Mussolini. L’ultimo, quello a noi più caro.
    Bruno Rassu
    Potete trovare il testo della Conferenza i“Nicola Bombacci - passione e rivoluzione” nelle pagine del sito dedicato a Beppe Niccolai:
    http://www.beppeniccolai.orgalla sezione "Conferenze".

    Ultimo aggiornamento: sabato 15 maggio 2004

  4. #4
    Klearchos
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    N. 18 - Novembre 2006
    IL BOLSCEVICO ALLA CORTE DEL DUCE
    Storia di Nicola Bombacci
    di Sergio Sagnotti

    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (FC) il 24 ottobre 1879, su di lui le definizioni si sono sprecate, molti lo chiamarono il “comunista in camicia nera” o “il rivoluzionario del temperino” per via della sua indole pacifica o ancora “il Lenin di Romagna” perché ai comizi si tramutava in un vero trascinatore di folle, oppure solamente “Nicolino” come piaceva chiamarlo a Benito Mussolini.

    Oggi, siamo tutti al corrente, che il mestiere del politico è cambiato radicalmente fino ad evolversi in maniera negativa il più delle volte, in passato la politica veniva svolta per il solo scopo, a volte utopico, di poter cambiare realmente le cose o comunque per semplice passione; di soldi allora non ne giravano molti, a differenza di oggi, un politico di allora faceva la fame e non riusciva ad avere un pò di tranquillità economica solamente predicando ideali.

    La vita di Nicola Bombacci fu caratterizzata da un esistenza parallela a quella di Benito Mussolini, caso strano e assai curioso è il fatto che le loro due vite politiche e non si incontreranno in due momenti topici, l’inizio e la fine, quella che sarà per entrambi l’alba ed il tramonto della loro vita politica e terrena.

    Bombacci e Mussolini erano entrambi romagnoli, entrambi maestri elementari ed entrambi avevano la dote e la capacità di trascinare le masse attraverso i loro discorsi; al di la di questo essi non avevano niente altro in comune; “Nicolino” era monogamo “Benito” donnaiolo, il primo mite l’altro vulcanico, ma soprattutto uno fu il fondatore del Partito Comunista e l’altro del Partito Fascista…

    Gli esordi in politica di Bombacci furono insieme a Mussolini nel Partito Socialista nel 1903, egli si contraddistinse subito rivelandosi un intransigente sostenitore della rivoluzione proletaria.

    Sotto la sua guida il partito raddoppia gli iscritti e ottiene importanti e clamorosi successi elettorali, come il 16 novembre 1919 quando venne eletto deputato nella circoscrizione di Bologna ed il partito ottenne il 35% dei suffragi, costituendo quindi, il più consistente gruppo parlamentare mai entrato alla Camera prima di allora.

    All’apertura della Camera, Bombacci fece subito vedere di che pasta era fatto, quando il Re Vittorio Emanuele III rivolse, come tradizione, il saluto ai nuovi deputati, Nicolino si alzò in piedi e gridò “Viva il socialismo”, abbandonò l’aula seguito da tutti i suoi compagni e lasciò il parlamento semi-deserto.

    Nel 1920 Bombacci fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò in URSS, nel 1921 la sua visione massimalista e intransigente del socialismo lo portò a fondare il Partito Comunista d’Italia, durante il diciassettesimo congresso del Partito Socialista nella sala del teatro Goldoni di Livorno, in cui accade di tutto.

    L’11 novembre 1922, il 31 ottobre in Italia, Bombacci ritornò in Russia per i lavori del quarto congresso dell’Internazionale, tre giorni prima c’era stata in Italia la Marcia su Roma; nella capitale sovietica, il sanguigno politico romagnolo, ebbe un alterco con il suo amico Lenin, il quale rimproverò la compagnia italiana ed in particolare Bombacci riferendogli la seguente frase: “In Italia, compagni, c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!”.

    I rapporti con l’URSS e con i suoi personaggi politici di spicco, rimasero comunque più che buoni e Bombacci ricoprì anche ruoli strategici importanti nelle relazioni politico-commerciali sull’asse Roma-Mosca e anche negli abboccamenti fra Mussolini, Voroskij e Krasin che portarono al riconoscimento da parte dell’Italia dello Stato dell’Unione Sovietica e alla conseguente riapertura dei rapporti politco-commerciali fra le due nazioni. Di fatto l’Italia era il primo Stato a riconoscere l’URSS…

    Nel 1927 Bombacci fu espulso dal Partito Comunista reo di aver paragonato la rivoluzione fascista a quella comunista, tale decisione, però, non fu vista di buon occhio dall’Internazionale; è da questa data che inizia la parabola politica discendente del Lenin di Romagna.

    Ad onor del vero bisogna ricordare che la famiglia Bombacci non era mai stata economicamente facoltosa, ma la situazione si aggravò ulteriormente quando il suo ultimo figlio Vladimiro, ebbe un incidente fratturandosi le vertebre cervicali, e necessitò di cure ed attenzioni costose che il padre, schiacciato dai debiti, non poteva permettersi; ed è in questo momento che le stelle di Nicolino e Benito si ricontrano; Mussolini aveva sempre seguito da vicino le vicende del suo ex compagno, e quando bussò alla porta di casa Bombacci un funzionario governativo con un biglietto di prenotazione in una delle cliniche più lussuose e prestigiose del tempo intestato a Vladimiro, non fu difficile capire il mandante di quel generoso atto; si suppone comunque che la moglie di Bombacci, Erissena, avesse scritto al Duce spiegandogli la precaria situazione finanziaria in cui vertevano.

    A chiedere aiuto al Duce fu poco dopo anche l’altro figlio di Bombacci, Raoul, il 18 agosto 1929, che scrisse al capo del governo italiano chiedendo un aiuto economico a causa di problemi lavorativi e anche in questo caso non vennero a mancare aiuti.

    Nel frattempo, Bombacci continuava a fare la fame, dimagriva, era visibilmente deperito e nell’impossibilità materiale di nutrire i propri figli, nonostante ciò aveva rifiutato una proposta lavorativa dell’ambasciata russa, perché ritenuta non onesta, aveva preferito fare l’operaio ma l’essere tisico gli aveva impedito di fare anche quello…

    Un rapporto a Mussolini scrive: “Bombacci è sommerso dai debiti: deve 2000 lire al padrone di casa, 740 al sarto, 8000 alla Banca del Lavoro, 713 all’ufficio delle imposte, 1000 a un certo Mai che gli ha pignorato i mobili, 6000 ai vari bottegai del quartiere. In totale deve ai suoi creditori la somma di 60.000 lire.”

    Sotto ad ogni nota si scorge la sigla di Mussolini con su scritto “Provvedere”.
    In quegli anni il fascismo sembra l’unica via attraverso la quale si potevano introdurre elementi di socialismo, e Bombacci se ne accorse.

    Nel 1937 Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista politica chiamata “La Verità”, una versione italiana della “Pravda”, in cui collaborarono molti vecchi socialisti; in questo stesso anno Bombacci torna a scrivere a Mussolini dopo un lungo periodo, nella sua lettera gli suggerisce di adottare una strategia di tipo autarchico, per migliorare ulteriormente la situazione economica italiana, ed è sulla lettura di questa lettera che alcuni storici italiani come Arrigo Petacco, si fanno alcune domande su chi dei due politici romagnoli inventò in realtà l’autarchia.

    La Verità mantenne sempre un atteggiamento socialista e di contrasto nei confronti del nuovo regime comunista staliniano, di cui Bombacci diceva di aver capito l’inganno. Arrivarono gli anni ’40 e la conseguente spaccatura all’interno dell’Italia che portò alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana; Mussolini fu cosi costretto, controvoglia, a tornare a capo del neonato Partito Fascista Repubblicano, sotto le incalzanti pressioni di Hitler che minacciò, nel caso in cui il Duce non avesse accettato l’incarico, di applicare misure molto dure contro la popolazione italiana, misure “…che avrebbero indotto gli italiani a invidiare il destino dei polacchi…”.

    La parola “socialista” cominciò a tornare di moda e il Duce cominciò a percorrere la strada della socializzazione delle imprese del Nord, fu questo romantico ritorno agli ideali socialisti che attirò Bombacci verso Salò e ad un riavvicinamento alla politica a 64 anni di età, pur non essendosi mai iscritto al partito fascista.

    Il Lenin di Romagna partecipò attivamente anche alla stesura dei 18 punti di Verona che si prefiggeva la R.S.I e al traguardo inseguito da una vita della socializzazione delle imprese e dei diritti dei lavoratori; in questi mesi Bombacci visse il suo momento di gloria, era euforico, nei suoi discorsi ironizzava sulla filastrocca che gli squadristi gli avevano dedicato anni prima “Me ne frego di Bombacci…” oppure “…con la barba di Bombacci faremo spazzolini per lucidar le scarpe di Benito Mussolini…” nel marzo del 1945 riscosse un grandissimo successo nel suo comizio a Piazza de’ Ferrari a Genova davanti a più di 30.000 operai.

    Il tempo, però, per lui e per il Duce stava per scadere, gli alleati erano alle porte e il crepuscolo era vicino.

    Un giorno rivolgendosi ad Alberto Giovannini, Bombacci si chiese che cosa avrebbero detto gli storici di lui e di Mussolini poi si rispose “Sai, diranno, erano romagnoli tutti e due, si volevano bene…erano stati a scuola insieme…”

    Nella tarda giornata del 25 aprile 1945 la guerra stava per finire, gli alleati alle porte, Bombacci si rivolse al figlio di Mussolini, Vittorio, dicendogli: “Dove va tuo padre vado io, seguirò tuo padre fino alla fine, non dimenticherò mai che ha aiutato la mia famiglia quando aveva fame…” poi rivolgendosi ancora a Giovannini: “Una volta mi trovai in una situazione analoga accanto a Lenin a Pietroburgo (…) Ma adesso è peggio. Allora avevamo gli operai dalla nostra parte.”.

    Mussolini lo volle accanto a se sulla Alfa 1800 che lasciò Milano, poco dopo furono catturati dai partigiani e condotti in luoghi separati, i due amici non si rividero mai più; Bombacci fu condotto nel municipio di Dongo per essere ucciso.

    La colonna dei condannati fu avviata verso il luogo di esecuzione, racconta il partigiano Renato Codara: “ Aveva un paio di pantaloni a righe e una giacca nera lunghissima, mi fissò un istante e mi disse, portando la mano destra al cuore: “Spara qui…” rimasi un po’ sorpreso, poi gli risposi in dialetto “Cal sa preoccupa no…”. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini!, Viva il socialismo!”
    Pochi minuti dopo si sentirono gli ordini impartiti dal partigiano Riccardo: “Attenti! Dietrofront! Caricate! Giù le sicure! Puntate! Fuoco!”; “E un fuoco infernale” riferirà un testimone oculare “…di quelli che in guerra precedono il balzo dell’assalto. Pare siano stati sparati milleduecento colpi, due caricatori da quaranta pallottole per condannato. La gente urla. Alla prima scarica molti rimangono in piedi, alla seconda cadono tutti. Bombacci è caduto di spalle, con gli occhi azzurri rivolti al cielo. Ricomincia a piovere…”.

    Dopo essere stato esposto nel lugubre epilogo di Piazzale Loreto il cadavere di Nicola Bombacci fu sepolto nel campo 10 del cimitero milanese dei caduti dell’RSI di Musocco.
    Questa è la storia di Nicola Bombacci, non un uomo qualsiasi, personaggio scomodo per la destra e per la sinistra, uno dei massimi oratori e personaggi politici della storia d’Italia, tentò di percorrere la mitica “terza via” tra fascismo e comunismo e cavalcò il sogno della socializzazione che lo condusse, forse consapevolmente, alla morte…


    Riferimenti bibliografici:

    Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera;
    Edmondo Cione, Storia della RSI;
    Renzo De Felice, Mussolini, il rivoluzionario;
    Renzo De Felice, Mussolini, il fascista;
    Renzo De Felice, Mussolini, il Duce;
    Ugo Manunta, La caduta degli angeli;
    Guglielmo Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò.
    Paolo Spriano, Storia del PCI

  5. #5
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    MIA > Archive > Serge > Duplicity

    Victor Serge

    In a time of duplicity

    Nicola Bombacci

    May 1, 1945. Mussolini shot. The last fascist government leaders shot, some fifteen people. I felt a satisfaction for having written in 1932 (Litérature et Révolution): “The Gramscis and the Terracinis [17] know that they are almost nothing at this moment, that they can be assassinated tomorrow, that they will perhaps never see the light of day again; but they understand the inexorable laws of history, they know where all the parades will end up.”
    J. Mesnil reproached me for the puerile, dogmatic expression: “The inexorable laws of history ...” Do we know if these laws exist? We see necessities and probabilities, we want to believe in Nemesis, the goddess of reward and punishment. (I acknowledged that basically I believed in her, but that it was foolish to arm her with “inexorable laws” and that it could probably be seen where fascism was leading without recourse to such poor words.)
    Among those of the last fascist group shot figures an old comrade of the ’20s, Nicola Bombacci. An American newspaperman saw his naked body stretched out in a shed with the rest. The newspapers have labeled him an archtraitor, as if archtreason existed. This superlative only shows an excess of hate or a lamentable verbal effort to feign an excess of hate. Bombacci had betrayed socialism, obviously, and the Comintern. I tried to understand it. I saw him once again at Petrograd and Moscow (in ’20 or ’21), tall, thin, sporting a magnificent beard below a bony face, with gentle and lively eyes – enthusiastic, aggressive, cheerful, believing with all his soul in communism. An uncomplicated mind more warm than penetrating, a faith mingled with naïveté.
    But what in those times foreshadowed the somber, sinister complications of the twenty years to come? He admired everything. I saw him again in Berlin as an émigré in ’23 or ’24. The first gray hairs were beginning to show in his beard, he retained his good humor but behind a smile touched with discouragement.
    Contrary to most of the left politicians, who did not see a long life for Mussolini’s adventure, he considered it as very dangerous. “Once power has been seized!” “And Mussolini is clever, demagogic, devoid of scruples, and he has learned a great deal from the Russian Revolution.” We were in the upholstered drawing room of Jacques Sadoul [18] at Grunewald. We were in agreement. I asked:
    “But since you knew how menacing fascism was arid what an important role Mussolini played, why didn’t you get rid of him in time, during the destruction of the cooperatives, etc.?”
    “Because our most active militants went over to his side.”
    I saw that it was this that tormented him the most: the attraction that fascism, exercised upon the extreme left. He had been a teacher with Mussolini in a little Italian village, he knew him well and even while hating him liked him a little.
    Later, disappointed by the stifling atmosphere of the Comintern and doubtless unable to adapt himself to exile, he was offered the chance by Mussolini of returning to the country with the possibility of organizing a legal and loyal “socialist” opposition – capable of nothing. Mussolini was smart enough to present himself to the old militants as remaining some sort of a socialist in spite of everything and of preparing a sequel conforming to his half-secret desires.
    Henri Guilbeaux – another founder of the Comintern – let himself be hooked and wound up by presenting Mussolini as the genuine successor of Lenin. But H.G. was nothing but a bitter and cowardly imbecile. In the beginning fascism attracted a great many rebels and even revolutionists by its demonstrations of plebian strength and violence. Then it offered them participation in practical work, building schools, draining swamps, industrializing, creating an empire. Finally, the murmured promise of establishing a New Order which would be only a stage on the road to socialism completed the process.
    The outrages and the crimes inflicted upon the working-class movement lost their fratricidal meaning once the Russian Revolution had begun the persecution of the socialist and anarchist dissidents. It is impossible to consider the phenomenon of fascism without discovering the importance of its interrelations with the phenomenon of socialist revolution. (An inverted revolution, counter-revolutionary in its immediate political ends?)
    The New Order, that war machine of victorious Nazism, was an old slogan for us. In 1920 the Italian Communists (Gramsci, Terracini) published an excellent weekly at Milan and Turin, l’Ordine Nuovo; they were the originators of that idea.
    Victor Serge

    Notes

    17. Early Italian communist leaders.
    18. A French army captain in World War I who played a certain role in the founding of the Comintern.

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    Last updated on 21.3.2004

  6. #6
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    Analisi Bombacci, il socialista intransigente
    Giovedì 3 Aprile 2008 – 18:28 – Davide D'Amario
    Richiamando l’agile ed esaustivo articolo di Sauro Ripamonti sulla figura di Nicola Bombacci, vorrei sottolineare certe “spigolature” del poi comunista in camicia nera. Forse Bombacci, più dello stesso Mussolini, ha rappresentato la ribellione sociale nella sua terra, la Romagna.
    Nelle sue lotte e parole, vive l’immagine del proletariato urbano dei primi anni del Novecento, il lavoro delle donne-operaie del polverificio di Bologna d’inizio secolo, le “grosse manovre” frequenti in Romagna, per contrastare popolazioni ritenute repubblicane e ribelli, le case dei braccianti e dei pescatori, i borghi popolari in città come Parma, il forte ricordo dello sciopero generale agrario del 1908, le barricate e sommosse, le trebbiatrici dei “crumiri” scortate dai militari, i comizi del grande Andrea Costa, il suo funerale a Imola il 22 gennaio 1910 (la comunità socialista vive), la fame e la sete di giustizia.
    È il maggio 1910, quando Nicola Bombacci assume la segreteria della sezione socialista di Cesena (i suoi occhi sicuramente incontrano gli abitanti dei sobborghi di Cesena, duri e poveri) e la direzione de “Il Cuneo”. In questo periodo, diverrà “l’intransigente”, che significa semplicemente non volere e non accettare nessun compromesso con persone e partiti, nessuna tolleranza ideologica e pratica. Avrà modo di esprimersi così pochi giorni dopo l’arrivo a Cesena al cospetto dei dirigenti della locale camera del lavoro: “L’organizzazione proletaria, che per vivere rigogliosa non può dar posto se non agli uomini che intera e completa vogliono la lotta contro il capitale, non deve mai permettere che essa serva da palestra per lotte politiche fra partiti avversi”, credo che l’attualità di questa ingiunzione sia sconcertante, in riferimento al movimento socialista nella nostra nazione ed in Europa.
    In un articolo su Il Cuneo, del 21 maggio 1910 dal titolo “In marcia”, dove si pone il problema di come presentare i problemi ai proletari (altro scoglio odierno): “Dire ad essi che il socialismo non è solo rivoluzione economica, ma altresì d’anime e di coscienze sarà nostro dovere (…) Modesti propagatori di un’idea di pace e d’amore. Ripetiamo oggi le parole del maestro Andrea Costa: occorre fede, fede di uomini, di combattenti per l’ideale”.
    Anche i denigratori di Nicola Bombacci, e più in generale del socialismo comunitario, di quegli anni, nelle province d’Italia riconosceranno che nelle orazioni, nelle predicazioni socialiste, vi erano elementi di natura religiosa, di prorompente religiosità laica (mai laicista), insomma quasi pagana.
    Quasi ad indicare alle popolazioni affamate e oppresse un risveglio comunitario, quasi riprendendo forme di “cristianesimo mistico o ribelle” (da non confondere da quello delle origini, al quanto settario e oscuro), contro un cattolicesimo egoista e collaterale al capitalismo e all’immondo potere agrario. Bombacci verso la fine del 1910, porterà attacchi furibondi contro l’aumento degli affitti e lo strozzinaggio dei padroni di casa, in questo riconoscendo un importanza enorme alla terra e alla comunità. Nello stesso periodo, a dicembre muore la madre (piccola curiosità, Virgilio e Santa, fratelli di Nicola erano anarchici). In una critica serrata, a certo “socialismo di palazzo”, lancia una tremenda invettiva in un articolo del 1 aprile 1911 “Bissolati ministeriabile” avrà modo di scrivere una verità palese “è tempo di porre riparo e di dire chiaro e forte: che il socialismo non è democrazia”, già vedeva accalcarsi, intorno all’ideale socialista “tendenze” e “squali” al servizio del capitalismo “…essi vanno verso un radicalismo che le basi del potere borghese e civile vuol conservare intatte. Avremo così anche in Italia il Partito radico-sociale che sarà della borghesia moderna la più viva espressione”, occhi attenti al politichese odierno, lanciano a quasi un secolo di distanza, una previsione sconcertante (pensate al radicalismo di “sinistra” di Bertinotti, e al democraticismo sionista della Bonino). Questo breve ricordo dell’anno 1910 nella vita di Bombacci, vuole semplicemente esprimere inconfessato entusiasmo per un italiano, un socialista di spessore.
    Se mi sarà possibile, tornerò sulla vita rossa di Bombacci.


  7. #7
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    ADICI E FUTURO: NICOLA BOMBACCI

    10.05.2008 - Bombacci: fare come in Russia!
    Questa ulteriore carrellata di ricordi sulla militanza rivoluzionaria di Bombacci, vuole essere da stimolo ai giovani e ai fratelli di SN, a dirigere le loro forze verso la creazione di un soggetto politico-culturale socialista nazionale, che riesca a far risorgere la milizia socialista di Bombacci (per altro, prego chi ha dell’ulteriore materiale storico-politico lo metta a disposizione del lettore)



    Torno nuovamente sulla figura e la vita di Nicola Bombacci, gli anni che vado a tracciare sono quelli dal 1917 al 1921. Spero che i lettori di Rinascita, perdonino questo mio frazionismo. Nel gennaio del 1915 Catania insorge per la fame e gli stenti del suo popolo, Bombacci da capo-popolo (altro che la signora Santanchè…si perdoni questo insensato paragone, ma così molti capiranno le assurdità messe sulla sua lingua), parla ai lavoratori delle sue zone, che certo non sono in condizioni migliori, con un articolo pubblicato da “Il Domani” intitolato “La fame” del 29 gennaio 1915: “…Non perdete tempo, non attendete che la fame vi intorpidisca i sensi, vi atrofizzi i muscoli. In casa non avete più farina? Non pietite dal bottegaio l’elemosina di qualche chilo di pane a credito dato ad usura, ma unitevi, preparatevi per chiedere nei modi e nella forma che la fame vorrà, il grano a chi lo rinserva in ricolmi granai…”, come può intuirsi dalla fraseologia adoperata, vi è una indicazione giacobina e popolare forte nelle sue infuocate orazioni (sia esse fatte di parole scritte, che urlate in faccia alle comunità operaie e contadine nei frequenti comizi). Lungo gli anni della Grande Guerra, Nicola Bombacci sceglie di opporsi all’immondo (ma glorioso!) macello, al delirio del carnaio, per questo finirà più volte in galera. Prenderà sempre più forma la sua intransigenza rivoluzionaria, fin ad assumere la dizione di “massimalista”. Perdonate il lacunoso procedere, tralasciando le cariche intermedie assunte nel Partito Socialista della sua regione, i suoi incarichi giornalistici e di propaganda. Quello che è certo, è che scalerà le vette del movimento operaio/proletario/socialista italiano, l’anno più vivace (caso?) sarà quel 1917 tanto importante per la storia del Novecento, e per la ribellione sociale in genere. Ma una cosetta da “nulla” bisogna pur ricordarla, Nicola Bombacci sarà tra i fondatori, dell’Alleanza Cooperativa, avrà modo di scrivere: ”…anche attraverso questa nuova istituzione noi vogliamo sempre più maggiormente elevare la coscienza della classe che lavora perché provveda da sola alla propria emancipazione…” (la formazione di spacci vendita a dettaglio, il richiamo ai consumatori modenesi di vigilare sullo spreco e sulle speculazioni, sulla merce e gli alimenti “sani”, l’autodeterminazione proletaria nella consapevolezza di un salario da fame, l’unione sociale e l’abbassamento al minimo del prezzo, segnano un comunitarismo sociale oggi più che mai da riproporre), copie di tale manifesto ancora si trovano nelle cooperative della zona di Modena, ma ancora oggi si vuole cancellare la memoria di questo grande socialista. Bombacci sarà leninista puro, passionale, viscerale, ne rappresenterà più di altri la militanza in Italia, si riconoscerà allievo di Lenin. Nel 1941, in ben altri contesti in uno dei suoi articoli “Il mio bolscevismo” scriverà: “Muore Lenin e porta con sé nella tomba le utopie e le speranze della rivoluzione internazionale comunista”. Il 18 novembre 1917 Bombacci è presente alla riunione semi-clandestina della frazione “intransigente” a Firenze, tra i presenti Gramsci, Bordiga, Fortichiari, Lazzari e Serrati. Nei primi mesi del 1918, Bombacci viene arrestato per breve periodo (verranno arrestati in seguito Lazzari e Serrati). Tutti gli sforzi dei filo-bolscevici italiani, quindi anche di Nicola, vedono il 24 agosto la luce ufficiale nel “programma della Frazione Massimalista” pubblicato su “La lotta”, scorrendo le parole d’ordine del marxismo rivoluzionario italiano compare nel documento la frase “chiamarsi comunista”, il documento sarà firmato da Bombacci, Gennari, Salvadori e Serrati (il documento andrebbe riproposto integralmente, per capire anche la polemica feroce e strutturata al socialismo riformista). Fa un certo effetto, leggere le parole di un discorso di commemorazione del vice-segretario Bombacci sulla rivoluzione d’ottobre nel novembre del 1919 (pensare che verrà fucilato da altri epigono dell’idea comunista!): ”Socialisti proletari! La Russia eroica compie il 7 novembre il secondo anno di vita sovietica. La coalizione selvaggia di tutte le borghesie di Inghilterra e Germania, di oriente e di occidente non sono bastate a spegnere questa face che arde gigante e accende ogni più speranza e di fede i proletari di tutti i paesi! Due anni di sofferenze, di martirio e di morte per affermare profondo, indistruttibile nella realtà, il diritto proletario, la nuova legge umana: Chi non lavora non mangia… Viva la Russia socialista dei soviet! Viva l’Internazionale proletaria” (comparso su “La lotta” del 9 novembre 1919). Bombacci parlerà anche di due viaggi compiuti nel corso del 1920 a Copenaghen e Leningrado. Risulterà certamente più documentata la sua partecipazione al II congresso dell’Internazionale Comunista tenuto nella seconda metà del 1920… in questo congresso Serrati, da Mosca riporterà delle forti perplessità politiche, che riguardarono in particolare l’accettazione integrale degli articoli 7 (completa rottura con il riformismo) e 17 (cambio del nome, in Partito Comunista). In una consequenziale accettazione dei postulati del bolscevismo, Bombacci entrerà nel Comitato Esecutivo del Partito Comunista d’Italia, divenendo direttore del settimanale “Il Comunista” (Bologna-Imola) e nel febbraio-luglio del 1921 dell’ ”Avanti comunista” (Roma), iniziò parimenti la collaborazione con “l’Internazionale Comunista” (Pietrogrado-Roma), con “L’Internazionale della Gioventù” e con “Il Fanciullo Proletario”. Nicola Bombacci sarà il primo relatore del convegno della Frazione ad imola nei giorni 28/29 novembre 1920 che riunirà le varie anime della “sinistra socialista”, vi aderiranno 430 sezioni. Poche settimane dopo, dal Congresso Nazionale socialista di Livorno del 15/20 gennaio 1921 si avrà la nascita ufficiale del Partito Comunista d’Italia e la conseguente ratifica della scissione dal Partito socialista, ormai in frantumi (aderiranno al PCI, 1156 sezioni). Questa ulteriore carrellata di ricordi sulla militanza rivoluzionaria di Bombacci, vuole essere da stimolo ai giovani e ai fratelli di SN, a dirigere le loro forze verso la creazione di un soggetto politico-culturale socialista nazionale, che riesca a far risorgere la milizia socialista di Bombacci (per altro, prego chi ha dell’ulteriore materiale storico-politico lo metta a disposizione del lettore). Una sorpresa, positiva, anche se il commento generale della biografia sia fazioso, viene dall’aver incluso Nicola Bombacci tra le mille biografie più importanti nel volume (5 tomi) “Il Movimento Operaio Italiano” edito dagli Editori Riuniti (1975). Togliamo e rielaboriamo la figura rossa e nera di questo socializzatore.
    Davide D'Amario

  8. #8
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    NICOLA BOMBACCI da LENIN a MUSSOLINI
    E. Norling (Massari trad.)
    "Il 29 aprile '45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c'era una delle massime figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale stette in URSS durante la Rivoluzione d'Ottobre. Soprannominato il "Papa Rosso" e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di una tradizione? O fu per caso, l'evoluzione naturale di un nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo mussoliniano".
    Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista d'Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di Mussolini: "In Italia compagni, in Italia c'è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!" E poco dopo il Duce inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo soprannomina il "Papa Rosso", sia l'autentico nemico pubblico numero uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione quella di contenere l'inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma fallisce nel suo impegno. Dopo l'ascesa al potere da parte di Mussolini resta, senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l'eterno anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell'Italia all'URSS. Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, fu espulso dal PCI nel '27 e condannato ad un ostracismo politico; nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi. A poco a poco si converte, benché "sui generis", a difensore del regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al fascismo, che: "ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro". È naturale che Bombacci, un tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l'amicizia con il Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista. Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società, passano in massa al governo di Badoglio. L'Italia si trova divisa in due, "a sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord" e Mussolini raggruppa i suoi più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti "che i dirigenti del partito avevano abbandonato" e che ancora credono nella rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola Bombacci aderisce all'appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella "Repubblica dei lavoratori" per la quale tanto lui che Mussolini combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialista e dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal Partito Fascista Repubblicano), etc. Mussolini preoccupato per la situazione militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di "socializzazione" che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi "18 punti" del primo (e unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace con l'URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone, risuscitando l'asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del nazional-bolscevismo degli Anni '20. Se per molti l'ultimo Mussolini era un uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l'adesione che ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le basi del Partito dei Lavoratori. Viaggerà nelle fabbriche spiegando la rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine. Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell'aprile '45 le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza. "Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto". Poco dopo essersi separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: "viva l'Italia!", mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: "Viva il Socialismo!".
    (E. Norling) Ermanno Massari (trad.)

    http://xoomer.alice.it/controvoce/doc-bombacci.htm

  9. #9
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    NICOLA BOMBACCI. Il Fasciocomunista.

    NICOLA BOMBACCI. Il Fasciocomunista.




    Nazionalbolscevismo, ecco il Padre:


    «…eppure giorno verrà in cui il soviet,
    permeandosi di spirito gerarchico
    e la corporazione di risoluta anima
    rivoluzionaria, si incontreranno
    sopra un terreno di redenzione sociale».

    Nicola Bombacci






    Nicola Bombacci (Civitella di Romagna, 24 ottobre 1879 – Dongo, 28 aprile1945) nasce socialista e muore mani in tasca e sorriso sereno, gridando: “Viva Mussolini... Viva il socialismo...”.

    Nel frattempo, fra la nascita e la morte per fucilazione, compie un tragitto che solo occhi fuorviati da mal fedeli interpretazioni possono considerare incoerente.

    Da socialista, sposa la causa delle masse proletarie vessate dall’insorgente capitalismo industriale e dalla cancrena dei latifondisti terrieri, fino a diventare segretario del Partito socialista nel 1918...

    Da socialista deluso e fuoriuscito, è tra i fondatori, con Gramsci e Bordiga, del Partito comunista d’Italia, nel 1921.

    Come comunista non dogmatico si alza dal suo scranno parlamentare, lui onorevole del P.C.d’I., per plaudire l’iniziativa, colà annunciata dal suo vecchio sodale socialista, ora capo del governo di coalizione, Benito Mussolini, circa l’intenzione italiana, di riconoscere (prima a farlo nel mondo) lo stato della Unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Guadagnandosi, il Bombacci, gli sguardi storti e ottusi dei suoi compagni di partito...

    Emarginato per questa sua presa di posizione dal P.C. d’I, poi riammesso per intervento diretto di Lenin, indi, definitivamente espulso, rimane ai margini della vita politica italiana godendo, peraltro, (durante tutto il Ventennio...) dell’amicizia, della protezione e della solidarietà (anche in casi di stretta problematica privata...) del suo ex compagno socialista, ormai realizzato duce d’Italia e del fascismo.

    Nell’ epilogo della Seconda guerra mondiale e del fascismo coglie l’attimo, contingentemente infausto ma epicamente unico, della prima, e a tutt’oggi sola, “Repubblica” che volle definirsi “sociale” (oltreché: “italiana”...).

    Non scrive materialmente il decreto legge della “socializzazione delle imprese” (D.L. 375/1944), che ad altri è dovuto (Manlio Sargenti e Angelo Tarchi, in primis...), ma ne diventa l’indiscusso “apostolo”, scendendo in piazza, nel pieno corso degli eventi bellici, tra gli operai che ancora ne riconoscono l’adamantina fede proletaria, suscitando entusiasmo nelle decine di migliaia di lavoratori, plaudenti auditori dei suoi infiammati discorsi dove, tra l’altro, e si era già nel marzo del 1945 (comizio di Genova: 30.000 presenti, stando alle cronache del tempo mai disdette......), afferma:

    “Fratelli di fede e di lotta, guardiamoci in viso e parliamo pure liberamente: voi vi chiederete se io sia lo stesso agitatore socialista, comunista, amico di Lenin, di vent’anni fa. Sissignori, sono sempre lo stesso, perché io non ho rinnegato i miei ideali per i quali ho lottato e per i quali, se Dio mi concederà di vivere ancora, lotterò sempre. Ma se mi trovo nelle file di coloro che militano nella Repubblica sociale italiana è perché ho veduto che questa volta si fa sul serio e che si è veramente decisi a rivendicare i diritti degli operai”.

    A partita bellica ormai conclusa, segue il duce nell’ultimo tragitto: dalla Prefettura di Milano a Dongo e, da qui, a Piazzale Loreto dove, con gli altri, contempla a testa in giù il sovvertimento totale della verità... Titolo, questo: “La verità”, della sua ultima impresa giornalistica, traduzione italica della sovietica “Pravda”.

    miro renzaglia

    Tratto da http://www.controventopg.splinder.com/

  10. #10
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    Nicola Bombacci

    Tra Lenin e Mussolini

    Chissà se gli squadristi che cantavano, negli “anni eroici”, il ritornello “Con la barba di Bombaci noi farem gli spazzolini per pulire gli stivali a Benito Mussolini”, non avrebbero mai immaginato che quest’odiato capo comunista sarebbe finito ucciso a Dongo e il suo cadavere esposto a Piazzale Loreto a fianco a quello del Duce…Il destino è strano e davvero singolare, precede per le strade tortuose che non si riesce mai ad immaginare dove sbuchino. E così può capitare che un giovane seminarista, proveniente da una famiglia cattolica, aderisca al socialismo più estremista, fondi il partito comunista nel proprio Paese e poi aderisca alla Repubblica Sociale seguendo fino alle conseguenze più tragiche la sorte di Mussolini. E’ questa in sintesi, la vicenda di Nicola Bombacci, nato il 24 ottobre 1879 a Civitella di Romagna nel Forlinese. Il padre era un militare dello Stato Pontificio che, dopo l’annessione della Romagna al Regno d’Italia, si diede macchia per non servire il nuovo governo. Educato religiosamente, il giovane, trasferitosi nel frattempo a Meldola con la famiglia, fu iscritto al seminario di Forlì. Dal seminario, frequentato con ottimi voti, Nicola si allontana nel 1900: l’anno successivo è ammesso alla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli, d’onde esce diplomato maestro elementare nel 1904, l’anno seguente si sposa ed ottiene la cattedra a Baricella di Bologna. E’ in questo luogo che avviene la sua decisa “conversione” di socialismo. L’influenza di un personaggio carismatico come Andrea Costa, nonché le obiettive situazioni di miseria dell’Emilia e nella Romagna dell’epoca, portavano molti giovani a militare in formazioni politiche di sinistra, più o meno estreme. La sinistra di allora era divisa, grosso modo, in due funzioni: repubblicani, che rappresentavano una sinistra patriottica come ascendenze risorgimentali, mazziniane in particolare, ed i socialisti, marxisti e anarchici. Nicola Bombacci si distingue subito per il proprio estremismo. Nel 1910 è segretario della sezione socialista di Cesena e direttore del giornale Il Cuneo. E’ assolutamente intransigente e rifiuta ogni forma di collaborazione con le altre forze di sinistra non classista come, appunto, i repubblicani. In quegli anni Bombacci conosce un altro socialista rivoluzionario ed intransigente come lui, Benito Mussolini. Entrambi sono antimilitaristi e contestano aspramente l’impresa di Libia. Ma, mentre Mussolini cambierà atteggiamento nel 1915, Bombacci continua la propria propaganda antimilitarista anche negli anni della Grande Guerra, cui non partecipa poiché riformato per motivi di salute. Per questa sua attività, considerata al limite del salvataggio, Bombacci è arrestato e condannato all’inizio del 1918. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il suo motto è ”fare come Lenin in Russia” ed accende ulteriormente il proprio estremismo e la lotta contro la frazione legalitaria all’interno del Psi, si fa sempre più aspra è l’inizio del cammino che porterà alla fondazione del Partito Comunista. Eletto deputato a Bologna nel 1919 svolge, per incarico del governo italiano, un’ufficiosa operazione diplomatica per favorire l’instaurarsi di qualche rapporto tra Regno d’Italia e Russia sovietica. Da convinto rivoluzionario, prova una certa simpatia per l’impresa di Fiume, di cui ha intuito le potenzialità “sovversive”. Nel novembre del 1920 la frazione comunista all’interno del Psi si organizza e a Bombacci è affidata la direzione del settimanale Il Comunista d’Imola. Nel 1921 il partito Comunista è fondato ufficialmente e Bombacci dirige il suo organo di stampa, l’Avanti comunista, che si pubblica a Roma. Parecchie sono le lotte che Bombacci deve sostenere all’interno del suo stesso partito contro i dottrinari che nulla hanno capito della situazione politica italiana e che si lasciano sfuggire tutte le occasioni per strappare l’iniziativa o ai socialisti o ai fascisti. In Parlamento Bombacci si impegna al massimo per favorire la ripresa dei rapporti tra Italia e Russia e, paradossalmente, vinse questa battaglia quando al governo arrivarono i fascisti. E’, infatti, Mussolini il primo statista occidentale a considerare realisticamente la ripresa dei rapporti con il governo sovietico, attorno cui i governi borghesi di tutto il mondo avevano steso una sorta di “cordone sanitario”. E’ Proprio un discorso parlamentare pro sovietico a far “inciampare” colui che fu tra i fondatori del Partito Comunista nell’eresia. Bombacci afferma, il 30 novembre 1923, rivolto a Mussolini: “La Russia è un piano rivoluzionario se avete come dite una mentalità rivoluzionaria non vi debbono essere per voi difficoltà per una definitiva alleanza tra i due Paesi”. A tale discorso Mussolini replica in maniera favorevole ed i due si trovano d’accordo per agire in politica estera secondo il migliore interesse della Nazione italiana. I dirigenti del Partito Comunista prendono le distanze dal discorso di Bombacci, il quale ha osato riconoscere un carattere rivoluzionario al Fascismo, cosa intollerabile per l’ortodossia marxista ed ha osato parlare d’interessi nazionali, quando ai comunisti interessano solo gli interessi di classe. Il Comitato Esecutivo del partito invita Bombacci a dimettersi da deputato e, non avendo questi ottemperato all’invito, è espulso. L’ormai emarginato Bombacci, inviso a sinistra così come ai fascisti, è aiutato personalmente da Mussolini, che gli permette di vivere dignitosamente grazie ad un impiego presso l’Istituto Internazionale di Cinematografia Educativa, il cui ufficio romano ha sede in una palazzina di Villa Torlonia, la residenza della famiglia Mussolini. E’ lo stesso Mussolini a permettere a Bombacci il rientro nella vita politica, finanziandolo in una sua attività pubblicistica, ossia la fondazione della rivista “La Verità”, mensile che esce a Roma nell’aprile del 1936. La rivista, si segnala per la libertà con cui commenta i fatti del Regime e per le idee di “sinistra nazionale” che rappresenta, è criticata per motivi opposti, sia dagli antifascisti, che la ritengono una sorta di specchietto per le allodole a beneficio soprattutto della stampa estera, che così non avrebbe più potuto negare una certa libertà d’espressione in Italia, sia dai fascisti intransigenti, che così vedono un ritorno alla ribalta del vecchio mondo antifascista. Mussolini, però, prende sotto la sua protezione la rivista, che continua ad uscire fino al 1943. Alla rivista si affianca anche una certa attività editoriale e così la “Verità” pubblica libri dello stesso Bombacci (“Il mio pensiero sul Bolscevismo”, “I contadini nella Russia di Stalin”, “I contadini nell’Italia di Mussolini”), d’Eugenio Roggiano Pico, d’Ambrogio Bollati e di vari altri autori. Tra i collaboratori della rivista Sigfrido Borghini, Walter Mocchi, già fondatore del settimanale “Avanguardia Socialista”, dove il giovane rivoluzionario Benito Mussolini aveva pubblicato le sue corrispondenze dalla Svizzera, Ezio Ribaldi, già deputato comunista, Alberto Malatesta, Anton Giulio Bragaglia e Paolo Orano. Nicola Bombacci ed alcuni tra i suoi più stretti collaboratori aderiscono anche alla Repubblica Sociale Italiana. Qui, Il Fascismo pareva volesse tornare alle proprie origini rivoluzionarie, la parola “Socialismo” non era più tabù e nuovi spazi politici, un tempo inimmaginabili, si aprivano per l’antico comunista. Nel periodo della Rsi, Bombacci ha modo di rinverdire le sue capacità tribunizie: va nelle fabbriche a parlare di socializzazione ed i suoi comizi riscuotono un immenso successo, la sua oratoria cattura e convince l’uditorio operaio. Egli parla a financo negli ultimi giorni della Rsi ed il 25 marzo 1945, a Genova, vi è ad ascoltare una folla di trentamila operai. Egli spiega loro che il vero Socialismo non era quello di Lenin, ma quello di Mussolini, che lui non ha mai rinnegato i suoi principi di gioventù e che solo la Rsi è ben decisa a rivendicare i diritti degli operai. E’ il canto del cigno di quest’apostolo della rivoluzione proletaria. Il 25 aprile 1945 è, in prefettura, a Milano, e sale in macchina, con Mussolini, l’unico che, negli anni bui della sua vita, l’ha aiutato. Tre giorni dopo finirà fucilato a Dongo: di fronte al plotone d’esecuzione si comportò con estrema compostezza e, prima di cadere a morte, riesce ad urlare “ Viva l’Italia, viva il Socialismo”, quel Socialismo che gli pareva poter essere realizzato dal suo vecchio compagno di lotte romagnolo e che era stato tradito proprio da chi se ne era proposto come alfiere.
    Il socialismo mussoliniano
    Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (Forlì) nel 1879. Aveva dunque quattro anni più di Benito Mussolini e, come lui, iniziò la vita politica nel partito socialista (era il 1903) tre anni dopo, malgrado la maggiore età, del futuro Duce (furono i socialisti per primi a chiamarlo così ...) che, lo ricorda E. Gentile su "Mondo Operaio" nel 1982, aderì al PSI nel 1900. Bombacci, come Mussolini, si schiera con l'ala più intransigente del partito, che diviene maggioranza dopo il congresso di Reggio Emilia. Furono poi le fasce popolari più scontente e ribelli che, entrando nel partito socialista e raddoppiando il numero degli iscritti, riusciranno al congresso di Ancona (1914) a riconfermare questa maggioranza. A tale proposito, nella "Storia del socialismo italiano" di Gaetano Arfè (Einaudi, Torino, '65) si dice: «... l'incremento numerico del partito (...) è l'abbattimento di ogni barriera tra il proletariato e la teppa ...». Di Bombacci un altro osservatore di quel periodo, Ugo Ojetti, riferisce che: «... il deputato romagnolo, magro, gentile e piccolino, vestito di nero (...) è angelico».Addirittura al congresso socialista del settembre '18, a Roma, Nicola Bombacci viene eletto segretario del partito. Leadership che gli fu riconfermata nei primi mesi del '19. (In quegli anni Mussolini intravede, in una visione patriottica, i postulati di quella che diverrà l'unica vera rivoluzione Italiana. Nasce infatti dal Risorgimento attraverso il pensiero di uomini come Mazzini, Garibaldi, Pisacane e l'epopea della grande guerra '15-'18, è quel filo ideale che arriva al Fascismo, punto di partenza di un nuovo Stato che trent'anni dopo giungerà, come tappa ultima e fondamentale, alla Repubblica Sociale di Mussolini, ma anche di Gentile, Marinetti, e dello stesso Bombacci). Quindi Bombacci, ritornando al '19, non era un semplice tribuno locale o un folcloristico Lenin della Romagna, ma una autorevole personalità nonché uno dei capi del socialismo italiano dell'epoca. La sua visione massimalista del socialismo e del suo filo-sovietismo lo portano, lasciata la segreteria socialista al rientro di Lazzari, dopo la detenzione di quest'ultimo come disfattista, a fondare nel '21 a Livorno, con altri compagni, il P.C.d'I. (Partito comunista d'Italia). Già nel 1920, fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò, assieme a Serrati, Graziadei, D'Aragona ed altri sindacalisti, in URSS. La sua posizione politica, come quella di Gramsci e il gruppo "Ordine Nuovo", non traccia confini invalicabili con i futuristi di Marinetti, che appoggiano l'impresa Fiumana di D'Annunzio. Tra le due rivoluzioni del secolo sembra esserci, da parte di alcuni esponenti già in odore di eresia, uno scambio di segnali che travalica la dura realtà degli scontri fisici che contraddistinguono la cronaca di quei giorni. Nella carriera politica del deputato comunista On. Bombacci vi fu poi un grave «incidente». Esso avvenne quando Mussolini, nel suo intervento alla camera del 16 novembre '22, già nominato Capo del governo, pronunciò in quel suo sorprendente discorso la seguente affermazione: «... Per quanto riguarda la Russia, l'Italia ritiene sia giunta l'ora di considerare nella loro attuale realtà i nostri rapporti con quello Stato, prescindendo dalle condizioni interne nelle quali come governo non vogliamo entrare ...». Così l'Italia, guidata da Benito Mussolini, fu il primo paese occidentale a riconoscere l'Unione Sovietica, seguendo una linea già abbozzata dall'On. Nitti, il più capace dei governanti pre-fascisti. Bombacci che, come si è detto, era particolarmente vicino ai sovietici, rispose euforicamente al discorso di Mussolini, facendo un paragone fra le due rivoluzioni. Molti fascisti, che vedevano nel comunismo italiano il disfattismo antinazionale, rifiutarono questa interpretazione; altrettanto la ritennero improponibile per diversi motivi i comunisti e Bombacci, nel '27, dopo un lungo braccio di ferro con l'Internazionale che ne sosteneva la riabilitazione (aveva partecipato nel '24 a Mosca ai funerali di Lenin), venne definitivamente espulso dal P.C.d'I. Devo segnalare che nemmeno Berto Ricci, il fascista eretico fondatore della vivacissima rivista "Universale", tentò in seguito di recuperare agli ambienti fascisti, sia pur non ufficiali, Bombacci e gli ex-comunisti espulsi con lui dal partito comunista. Malgrado ciò Bombacci da quel lontano «'27» guardò sempre con interesse al fascismo di «sinistra» e, in quello spirito, Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista mensile di politica, "La Verità" che imitava il titolo della "Pravda". Il suo primo numero uscì nel '36 con la collaborazione di parte del vecchio mondo socialista, nomi quali Walter Mocchi, Giovanni Renato Bitelli e il sindacalista Alberto Malatesta. Quello fu anche il periodo in cui Ivanoe Bonomi stava progettando la costituzione di una "Associazione Socialista Nazionale" con gli ex-deputati Bisogni, D'Aragona, Caldara, disposti a collaborare con il regime. Interessante è uno scritto di Walter Mocchi, pubblicato sulla rivista di Bombacci nel numero del 31 ottobre '40 (era il momento del breve idillio Stalin-Hitler): «... eppure giorno verrà, in cui il sovieto, permeandosi di spirito gerarchico e la corporazione di risoluta anima rivoluzionaria, s'incontreranno sopra un comune terreno di redenzione sociale ...». Un altro episodio di riconciliazione avviato da Bombacci che è giusto segnalare, fu il suo interessamento verso Gramsci quando questo ultimo fu arrestato, (e sarebbe interessante, in un diverso scritto, appronfondire il caso Gramsci), sollecitando il Duce a considerarne la malferma salute. Il permanere di contatti con il vecchio mondo socialista, portarono Bombacci a farsi interprete e intermediario, nel '34 assieme all'ex-sindaco di Milano Caldara, nel sollecitare, con Nino Levi, un colloquio con Mussolini per proporre il rientro nei sindacati fascisti di personaggi come Bentivogli, ex-sindaco di Molinella, Massarenti, Rigola e, cautamente, Romita. A tale proposito esiste un documento di ambienti socialisti romagnoli, citato anche da Renzo De Felice, a favore del Fascismo corporativo, considerato di «sinistra» e del suo Capo. Molti tentativi rimasero tali, ma è giusto ricordare quando Bombacci indirizzato a Mussolini, dopo i tragici avvenimenti di quel periodo che dimostra la lealtà e la profonda dedizione dell'ex-deputato comunista: «Duce, già scrissi in "Verità" nel novembre scorso -avendo avuto una prima sensazione di ciò che massoneria, plutocrazia e monarchia stavano tramando contro di Voi- Sono oggi più di ieri con Voi. Il lurido tradimento di Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, vi ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22 ...». Nella RSI evidente fu il ruolo di Bombacci, con Mussolini e Tarchi artefice della legge più rivoluzionaria del fascismo: quella sulla socializzazione. Questa legge dimostra e testimonia il percorso avvenuto in quel tormentato periodo nell'animo dell'ex-comunista: la socializzazione è il traguardo del primo come dell'ultimo movimento fascista. Nei vari discorsi pronunciati in tutto il Nord-Italia (tema che mi riprometto in un altro scritto, di riprendere), soprattutto l'ultimo a fine marzo '45 a Genova, in piazza De Ferrari, di fronte ad oltre trentamila operai, vi è tutta la sua dedizione a Mussolini e l'entusiasmo per il recupero del Duce alle sue radici socialiste, cosa che permette di capire il comune destino di sangue nell'imminente tragico aprile. Mussolini lo volle dunque vicino negli ultimi giorni della Repubblica Sociale; in proposito cito il libro "L'ora di Dongo" di A. Zanella edito da Rusconi nel '93, perché rivedeva in quella comunanza il ritorno agli ideali del '19. La sua volontà di dedicare la conclusione della propria vita terrena al tentativo di un radicale rinnovamento delle istituzioni sociali non fu atto velleitario, come qualcuno vuole far credere, ma accelerazione di un progetto già intravisto durante il regime con le grandi riforme popolari del mondo del lavoro e della tutela sociale. È con il Fascismo repubblicano della RSI che Bombacci ottiene da Mussolini lo spazio per interpretare, assieme a lui, le linee programmatiche della grande, incompiuta, riforma socializzatrice. Lo scempio di piazzale Loreto è la sintesi della ortodossia eretica delle due rivoluzioni; i cadaveri di Mussolini e Bombacci massacrati dalla alleanza capitalista stalinista ne sono la prova storica. Beppe Niccolai il 14 maggio '88 a Forlì, alla Sala Gaddi, tenne una conferenza, la prima in Italia, sul tema «Nicola Bombacci - passione e rivoluzione». E certo non è casuale l'incontro ideale di due personalità quali quelle di Bombacci e Niccolai: due vite apparentemente lontane, ma entrambe vicine a quel progetto di rinnovamento sociale dell'Italia voluto dal «Mussolini che scende dal piedistallo», l'ultimo, quello a noi più caro.
    Da Lenin a Mussolini
    «Il 29 aprile ’45 furono passati per le armi i gerarchi fascisti per mano dei partigiani comunisti. Cosa curiosa, fra questi c’era una delle massime figure del comunismo italiano, né più né meno che Nicola Bombacci, il fondatore del Partito Comunista Italiano (PCI), amico personale di Lenin, col quale stette in URSS durante la Rivoluzione d’Ottobre. Soprannominato il «Papa Rosso» e, finalmente, incondizionato sostenitore di Mussolini al quale si unì negli ultimi mesi del suo regime. La sua vita fu la storia di una conversione o di una tradizione? O fu per caso, l’evoluzione naturale di un nazional-bolscevismo? La pubblicazione in Italia di una biografia di Bombacci ha riaperto il dibattito sulla ideologia rivoluzionaria del fascismo mussoliniano». Nicola Bombacci nacque in seno ad una famiglia cattolica della Romagna il 24 ottobre 1879, a pochi chilometri da Predappio, ove nascerà, pochi anni dopo, quello che sarebbe stato il fondatore del fascismo, in una regione in cui la lotta operaia si distinse per la sua durezza. Entra in gioventù nel Partito Socialista Italiano e prende il diploma di maestro (nuovamente le somiglianze con il Duce sono evidenti) per dedicarsi subito, anima e corpo, alla rivoluzione socialista. Per la sua capacità di lavoro e le sue doti organizzative, fu incaricato di dirigere gli organi di stampa socialisti; qui aumenta il suo potere in seno alle organizzazioni operaie e conosce Mussolini che, non dimentichiamolo, fu la grande promessa del socialismo italiano prima di divenire nazional-rivoluzionario. Opposto alla linea morbida della socialdemocrazia, Bombacci fonda, insieme a Gramsci, il Partito Comunista d’Italia e nei primi Anni '20 si reca in URSS per partecipare alla Rivoluzione bolscevica. Lì fa amicizia con Lenin che in una riunione al Cremlino dice di Mussolini: «In Italia compagni, in Italia c’è solo un socialista capace di guidare il popolo verso la rivoluzione: Mussolini!» E poco dopo il Duce inizierà la rivoluzione, però fascista... Come leader del neonato Partito Comunista, Bombacci si convince come la borghesia italiana, che lo soprannomina il «Papa Rosso», sia l'autentico nemico pubblico numero uno. Eletto tra i primi deputati del partito, mentre le squadre fasciste iniziano a formarsi e a confrontarsi con le milizie comuniste, ha come missione quella di contenere l’inevitabile presa del potere da parte del fascismo, ma fallisce nel suo impegno. Dopo l’ascesa al potere da parte di Mussolini resta, senza ombra di dubbio e fedele alle proprie convinzioni, l’eterno anticonformista e il difensore di una politica di avvicinamento dell’Italia all’URSS. Difensore di una Terza Via, ove il nazionalismo rivoluzionario del fascismo avrebbe potuto incontrarsi col socialismo rivoluzionario del comunismo, fu espulso dal PCI nel ’27 e condannato ad un ostracismo politico; nonostante ciò non smise di mantenere contatti con i dirigenti politici russi. A poco a poco si converte, benché «sui generis», a difensore del regime fascista. Non accetta gli incarichi che gli sono offerti, non rinnega le sue origini comuniste e mai nasconde le proprie intenzioni. Nel '36 scrive sulla sua rivista, "la Verità", confessando la propria adesione al fascismo, che: «ho fatto una grandiosa rivoluzione sociale, Mussolini e Lenin. Soviet e Stato Fascista Corporativo, Roma e Mosca. Molto dovremo rettificare, ma nulla di cui farsi perdonare; oggi come ieri ci unisce lo stesso ideale: il trionfo del lavoro».È naturale che Bombacci, un tempo leader comunista, abbia accettato la nuova situazione politica pur rimanendo sempre critico nei confronti del regime. Nonostante l’amicizia con il Duce fosse da tutti conosciuta, non aderisce mai al Partito Nazionale Fascista. Quando Mussolini viene deposto nel luglio '43 e liberato dai tedeschi un mese dopo, il partito fascista crolla. La struttura organica scompare e i dirigenti del partito, provenienti in maggioranza dai ceti privilegiati della società, passano in massa al governo di Badoglio. L’Italia si trova divisa in due, «a sud di Roma gli Alleati avanzano verso il nord» e Mussolini raggruppa i suoi più fedeli, tutti vecchi camerati della prima ora e giovani entusiasti «che i dirigenti del partito avevano abbandonato» e che ancora credono nella rivoluzione fascista e proclama la Repubblica Sociale Italiana. Immediatamente il fascismo sembra voler tornare alle proprie origini rivoluzionarie e Nicola Bombacci aderisce all’appena proclamata Repubblica e porge a Mussolini tutto il proprio appoggio. Il suo sogno è poter portare avanti la costruzione di quella «Repubblica dei lavoratori» per la quale tanto lui che Mussolini combatterono ad inizio secolo. Come Bombacci, si uniscono al nuovo governo altri intellettuali di sinistra: Carlo Silvestri (deputato socialistae dopo la guerra diffusore delle memorie del Duce), Edmondo Cione (filosofo socialista che fu autorizzato a fondare un partito socialista staccato dal Partito Fascista Repubblicano), etc. Mussolini preoccupato per la situazione militare, ma risoluto più che mai a portare avanti la sua rivoluzione ora che si è liberato della zavorra del passato, autorizza i settori più rivoluzionari del partito ad assumere il potere e inizia la tappa denominata di «socializzazione» che si traduce nella promulgazione di leggi chiaramente di ispirazione socialista, quali la creazione dei sindacati, la cogestione nelle imprese, la distribuzione di benefici e la nazionalizzazione dei settori industriali di importanza strategica. Tutto ciò è riassunto nei famosi «18 punti» del primo (e unico) Congresso del Partito Fascista Repubblicano a Verona; un documento, redatto congiuntamente da Mussolini e Bombacci, che doveva convertirsi nelle basi della nuova Costituzione dello Stato Sociale Repubblicano. In politica estera, Bombacci tenta di convincere Mussolini a firmare la pace con l’URSS e a continuare la guerra contro la plutocrazia anglosassone, risuscitando l’asse Roma-Berlino-Mosca dei pensatori geopolitici del nazional-bolscevismo degli Anni ’20. Se per molti l’ultimo Mussolini era un uomo finito, burattino dei tedeschi, non finisce di sorprendere l’adesione che ha ricevuto da uomini come Bombacci, un vero idealista con una oratoria attraente, allergico a tutto ciò che significasse inquadrarsi o imborghesirsi e che non accetterà neppure ora alcun incarico né stipendio ufficiale. Bombacci diverrà il consigliere e il confidente di Mussolini per gettare, nuovamente, le basi del Partito dei Lavoratori. Viaggerà nelle fabbriche spiegando la rivoluzione sociale del nuovo regime e il perché della sua adesione, mentre la situazione militare si sta deteriorando e i gruppi terroristi comunisti (i tristemente famosi GAP) già hanno deciso di eliminarlo per il pericolo rappresentato dalla sua attività. Però la guerra sta arrivando alla fine. Benito Mussolini, consigliato dall'ex-deputato socialista Carlo Silvestri e da Bombacci propone di consegnare il potere ai socialisti, integrati nel Comitato Nazionale di Liberazione, piuttosto che ai dirigenti di destra del Sud. Senza alcun dubbio i negoziati fallirono. Nell’aprile ’45 le autorità militari tedesche in Italia si arrendono agli alleati. È la fine. Nicola Bombacci, sempre fedele, sempre sereno, accompagna Mussolini al suo ultimo e drammatico viaggio verso la morte. Il racconto di Vittorio Mussolini, figlio del Duce, del suo ultimo incontro col padre, in compagnia di Bombacci ci insegna la sua interezza.«Ho pensato al destino di questo uomo, un vero apostolo del proletariato, un tempo nemico accanito del fascismo e ora a fianco di mio padre senza alcun incarico né prebenda, fedele a due capi diversi fino alla morte. La sua calma mi è servita di conforto».Poco dopo essersi separato da Mussolini e dalla colonna dei suoi ultimi fedeli per risparmiare loro di dover spartire il suo destino, Bombacci è detenuto assieme ad altri dai partigiani comunisti. La mattina del 29 aprile fu posto di fronte al plotone di esecuzione; accanto a lui, Barracu, un valoroso ex-combattente, mutilato di guerra, Pavolini il poeta segretario generale del partito, Valerio Zerbino, un intellettuale; di fronte al plotone tutti gridano: «viva l’Italia!», mentre non cessa di essere un paradosso, fedele riflesso della controversa personalità di Bombacci, che, mentre il suo corpo cade attraversato dalle pallottole dei partigiani socialisti, grida: «Viva il Socialismo!». (E. Norling)
    NICOLA BOMBACCI e la SINISTRA NAZIONALE
    Sabato 9 settembre, si è tenuto a Reggio Calabria, organizzato dalla locale Ascia di Nuovi Orizzonti Europei, un convegno sul tema: «C'è un'altra possibilità: Nicola Bombacci, degrado sociale, problema meridionale, alternativa». Svoltosi nella Sala Consiliare della città, il convegno, ha visto la partecipazione di Luigi Costa, del prof. Francesco Moricca, del Sindaco di Reggio Calabria prof. Italo Falcomatà e del responsabile di Rifondazione Comunista Sebi Romeo. Moderati da Amedeo Canale,referente di N.O.E. per la Calabria, che ha letto ai numerosi convenuti un telegramma del presidente nazionale Saccomando, i lavori sono stati introdotti da Paolo Sidari, rappresentante reggino di Sinistra Nazionale insieme a Gianni Albanese, Silvio Liotta e Clemente Pintus. Nella sua introduzione, il Sidari, ha ampiamente delineato la situazione politica nazionale e quella calabrese in particolare; situazioni che, nel loro complesso, impongono scelte chiare e al di sopra di ogni indecisione. Ha rimarcato la carenza di proposte atte a risolvere problemi in gran parte annosi ed ha così preparato il terreno per un'esposizione più particolareggiata di quelle possibilità di alternativa dalle quali l'incontro prendeva la titolazione. Questo il compito affidato a Luigi Costa il quale, ad onor del vero, è riuscito, con una esposizione semplice ma esauriente, a destare il vivo interesse degli intervenuti e in particolare dei rappresentanti di quelle forze politiche che, per tradizione, queste tematiche hanno sempre avversato. La sua relazione si è incentrata sulla figura umana e politica di Nicola Bombacci, il suo eretico cammino politico, la tragica parabola della sua vita. Ha rimarcato l'aspetto rivoluzionario e di sinistra della sua opera, ma soprattutto ha evidenziato, iniziando così a far intuire il messaggio reale che l'iniziativa voleva lanciare, l'impossibilità oggettiva di dargli una canonica collocazione d'area o peggio partitica. Nel suo intervento Costa ha rimarcato la cattiva e stupida caratterizzazione di certi fenomeni intellettuali che ancora oggi impediscono la ricomposizione delle fratture verificatesi a sinistra nei primi decenni del secolo. E non ha mancato di fare ineccepibili precisazioni sulle origini della Socializzazione e su quello che essa rappresenta, e può rappresentare per il futuro, citando una lunga serie di dati che dimostrano che l'introduzione, anche parziale, della Socializzazione nelle aziende tedesche ha prodotto risultati economici e sociali sorprendenti. Quest'ultimo passaggio si inserisce in uno scambio di precisazioni che sono seguite all'intervento del responsabile regionale giovanile di Rifondazione Comunista, Sebi Romeo, che, invitato ufficialmente, ha preso la parola sottolineando la validità dell'iniziativa in un contesto di sinergie tra forze della sinistra, comprese quelle non di estrazione e ispirazione marxista. Ha posto delle domande retoriche alla platea al fine di palesare le sue considerazioni su una sinistra non ancora unita che si ostina a relegare ai margini realtà che molto hanno da dare in termini progettuali e propositivi. L'intervento di Romeo si è concluso con un saluto e l'augurio di un percorso comune; augurio che, indubbiamente, denota una reale disponibilità al dialogo e all'azione con uomini che in passato si sono trovati su posizioni apparentemente contrapposte. D'altro canto, questa è la lampante dimostrazione che determinate tesi possono essere apprezzate anche in ambienti politici, ritenuti fino a qualche tempo fa ostili, se portate avanti con atteggiamento sereno, scevro da pregiudizi e con cognizione di causa. Non c'è più posto, quindi, per chi intenda sfruttarle per meri fini elettorali e queste tesi debbono essere valutate per quel che sono: ipotesi economiche antagoniste a cui accostarsi senza preconcetti. Il dibattito è stato interrotto per qualche minuto per dar modo al prof. Moricca di svolgere la sua esauriente relazione. Di «sapore» veramente gradevole per coloro che, come un po' tutti noi, credono che i ragionamenti di impronta filosofica debbano incidere anche in manifestazioni e azioni prettamente materiali. Dopo una breve introduzione a braccio, Moricca, ha avuto modo di relazionare sulle tesi da lui sostenute nel saggio pubblicato sul n° 24 di "Aurora". Tesi che hanno conferito un'impronta scientifica all'incontro che poi, grazie all'intervento di numerose persone, è diventato un lungo scambio di opinioni tra relatori e pubblico. Conclusosi l'intervento del prof. Moricca, che ha spaziato dalla concezione del lavoro nel mondo antico alle realtà partecipazioniste della Roma repubblicana, dal corporativismo cristiano medioevale al concetto di socialismo prussiano ben espresso da Spengler, fino alla sua presenza oggi in contesti assai diversi, la "Scuola di Pisa" e il pan-corporativismo di Bottai e Spirito, dimostrando in conclusione tutta l'attualità della socializzazione e la sua centralità nel modello economico antagonista proposto dalla Sinistra Nazionale. È quindi intervenuto il sindaco di Reggio Calabria prof. Italo Falcomatà. Storico, persona stimata è apprezzata ben oltre i confini della sua area politica, esponente del Partito Democratico della Sinistra, ha incentrato il suo intervento su due punti: il primo in relazione alla figura di Nicola Bombacci affrontato sulla base di informazioni storiche, a nostro avviso, di parte e certamente desunte dalla lettura, peraltro molto attenta, della apologetica "Storia del PCI" di Paolo Spriano, storico ufficiale di Via Botteghe Oscure; il secondo prettamente politico, quindi, più confacente alla carica istituzionale che ricopre. Con l'invito, in sostanza, al dialogo tra le varie realtà che compongono la Sinistra ed alle quali, ha affermato, egli guarda con grande interesse e soddisfazione. Non possiamo che esprimere un giudizio più che positivo per queste impegnative dichiarazioni che, ricordiamolo, sono pronunciate da una persona non solo molto stimata a Reggio Calabria, ma anche da un'esponente del PDS, anch'esso presente, dunque, ufficialmente alla conferenza. Sono poi da segnalare gli interventi di due rappresentanti di altri partiti, rispettivamente, il laburista e il socialdemocratico. A parte qualche stucchevole concessione demagogica di questo ultimo si possono, tutto sommato, trarre indicazioni positive anche dai loro discorsi nei quali si avvertiva un reale interesse verso i temi dibattuti. Dibattuti a lungo, ben oltre il tempo previsto. Questo ha consentito ai relatori di rispondere agli innumerevoli quesiti posti dal pubblico e di intavolare un piccolo scambio di opinioni col Sindaco stesso. Le conclusioni politiche sono state tratte da Costa, e sono state di pura impronta rivoluzionaria rispetto alla situazione politica attuale. Conclusioni che hanno pesantemente tirato in ballo le forze politiche della destra -invitate, ma non presenti per ragioni facilmente immaginabili- responsabili di voler attuare una politica economica folle, tesa a favorire le classi più abbienti ed a penalizzare pesantemente i salariati e il ceto medio produttivo. Erano presenti, ad onor di cronaca, anche alcuni rappresentati del MSI di Rauti . I lavori sono stati chiusi da Amedeo Canale che ha rivolto al Sindaco l'invito, in qualità di primo cittadino ed esponente della Sinistra, di farsi carico lui per primo, all'interno di una realtà difficile come quella reggina, della necessità di aprire spazi a quei movimenti che hanno assunto posizioni politiche e sociali chiare, lontane da qualsiasi tendenziosa caratterizzazione (frutto di abiure e affrettate giravolte) ma che sanno confrontarsi con gli altri nel rispetto delle reciproche differenze e senza «dolorose» rinunzie. «Solo così si potrà -prosegue l'intervento- concretizzare quella comunità di elementi produttivi e sociali che lo stesso Sindaco auspicava e della quale in questa sede si sono gettate le basi». «Basi che saranno tanto più profonde e sentite se si avrà la capacità di abbattere le barriere psicologiche e politiche che sono la palla al piede della Sinistra e che qui a Reggio Calabria abbiamo oggi abbattuto senza eccessivo sforzo».Probabilmente questo è quanto abbiamo percepito nei giorni successivi alla manifestazione da quanti vi hanno partecipato; riuscire ad affrontare e confrontarsi serenamente su argomenti finora ritenuti spinosi è un segnale importante non solo per i movimenti e partiti della sinistra ma anche per i singoli individui che hanno idee concrete da esprimere. Il convegno su Nicola Bombacci e sulla Socializzazione ha dimostrato, e soprattutto, ha dato la possibilità di far conoscere ad un gran numero di persone quali siano i punti cardine della nostra proposta politica. Infine mi pare doveroso, a nome di tutti i componenti del Comitato politico-culturale "Nicola Bombacci" e della Sinistra Nazionale di Reggio Calabria rivolgere un affettuoso saluto a Giovanni Mariani che, per motivi personali, non è potuto intervenire.
    Il Libeccio

    Bruno Rassu
    Ermanno Massari
    Amedeo Canale

    http://www.thule-italia.net/Storia/NicolaBombacci.html

 

 
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