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In questo periodo sono stati diffusi comunicati sulla questione tibetana da parte di organizzazioni antimondialiste che risultano quanto meno sconcertanti, sopratutto per l'impostazione di fondo.
La richiesta di indipendenza del Tibet sembra a taluni in contraddizione e una minaccia per l'unità continentale dell'Asia. Se tanto mi da tanto, allora si dovrebbe arrivare a una unità territoriale e politica tra India e Cina, una volta messa a tacere la questione tibetana? D'altronde, il Tibet è terra di confine proprio tra i due colossi asiatici.
Polemiche a parte, sembra che tutto sommato si giustifichino decenni di violenze, stupri e assassinii nel nome della real politik, quando invece si utilizzano proprio queste azioni per condannare lo stato d'Israele e metterne in dubbio l'esistenza. E si badi, della questione palestinese non se ne fa un problema di "unità continentale"...
Se la violenza indiscriminata è sempre sbagliata e va sempre condannata, allora non si possono chiudere gli occhi, nè tanto meno si può far finta di niente di fronte a un genocidio culturale che in Tibet sta mettendo in atto con estrema durezza il progetto mondialista di azzeramento delle identità e delle differenze. Se questo è coerente con una linea antimondialista...
Certo, il discorso riguardante la Cina è più complesso e da un lato non si può evitare di tenere in considerazione il colosso asiatico, ma dall'altro non si può neppure pensare di intrattenere un dialogo - magari privilegiato - con chi conduce una politica genocida e distruttiva in poco dissimile da quella americana. Pare che si dia maggiore importanza al fattore politico e agli interessi "continentali" che all'aspetto spirituale della questione.
Se si parla di "unità spirituale" secondo uno schema universalista fortemente guenoniano, allora bisogna anche, coerentemente, tenere presente che l'esoterista francese indicava precisamente nel Tibet quel centro sacro e spirituale del mondo (indoeuropeo...). E allora, unità spirituale vi potrebbe essere, nella prospettiva di questi "antimondialisti", soltanto preservando proprio il ruolo e l'importanza spirituale del Tibet. Ma è evidente che se si avvallano, tacendo sulle loro conseguenze, la distruzione dei templi sacri e dei testi, così come la repressione nei confronti dei monaci, allora si manca di costruire la propria visione sul piano spirituale per scendere a quello grettamente politico e, a tratti, ideologico.
Beninteso, la nostra visione non è "tradizionalista", ciò nonostante consideriamo il Tibet come il fulcro da cui si sono diffuse le varie componenti dell'eredità indoeuropea, e perciò consideriamo quella regione sacra.
Ancora, parlare del Dalai Lama e della dirigenza tibetana come di una cricca di filo-americani corrotti non modifica in nulla la dignitià di una posizione pro-Tibet, poichè come si è contro la dirigenza politica USA e non contro il popolo americano, così si può essere schierati per il bene e la prosperità del popolo tibetano e quanto meno incuranti delle questioni strettamente politiche. Si risponderà che stare dalla parte del popol tibetano significa in fondo appoggiarne le guide politiche. La cosa non sembra così immediata, perchè ci sono distinzioni che si possono fare ,e in politica non esistono solo il nero e il bianco, ma anche le sfumature; ma se si crede che stare dalla parte della Cina significhi appoggiare un sistema politico e una dirigenza politica sinceramente anticapitalista, onesta e disponibile al dialogo, si sbaglia di grosso. Si dice, giustamente, che bisogna liberarsi delle basi Nato sul territorio europeo e italiano in particolare, come se fosse la conditio sine qua non della liberazione dal dominio mondialista, senza però tenere presente la colonizzazione demografica ed economica messa in atto da immigrati cinesi, finanziati da dubbie attività. Pensare che il problema immigratorio sia secondario rispetto a quello riguardante le basi Nato è assolutamente fuorviante ed errato, perchè nella realtà di tutti i giorni pesa di più la massiccia presenza di stranieri nelle nostre città, ma anche perchè, l'una battaglia non esclude l'altra. Come se l'anticapitalismo fosse secondario o escludesse l'uscita dalla Nato...
E se il Tibet viene considerato filo-americano, come se questo giustificasse omicidi e distruzione di templi (ma allora in Italia gli arabi antiamericani potrebbero a ragione farsi esplodere nei nostri supermercati? portando così la "buona battaglia" direttamente sulla nostra terra?), non bisogna però dimenticare che proprio la Cina "a vocazione continentale" (sic!) intrattiene privilegiati rapporti col sistema capitalista americano, in un equilibrio, assai pragmatico e poco purista, d'interessi. Quella stessa Cina che da comunista ha saputo, conseguentemente e con grande successo trasformarsi in un regime capitalista incurante dei problemi dell'ambiente (come gli USA d'altronde...) e della dignità dei suoi cittadini.
Ci si illude davvero che la Cina abbia un qualche vero interesse a una unità "eurasiatica" o come la si vuole chiamare? e sopratutto, si critica, a ragione, l'Europa capitalista e filoamericana, ma non ci si pone il problema che la Cina non rappresenti certo un modello preferibile a quello americano. Ragionando costantemente secondo la visione del "pro o contro" si finisce col perdere l'equilibrio nell'osservazione della realtà politica contemporanea che è molto complessa e non si lascia inquadrare in schemi fissi. E quindi, contro l'America perchè capitalista e mondialista, ma non contro la Cina che nei fatti è a sua volta mondialista, praticando il genocidio culturale tibetano e di altre minoranze solo in tempi recenti, e turbo-capitalista, perchè deve recuperare terreno.
E poi, non può essere che il popolo tibetano, se davvero così fosse, sia filoamericano per necessità? Seguendo il comportamento che già fu a suo tempo di Cuba, la quale, schiacciata dalla superpotenza americana, si vide costretta ad affidarsi a un'amicizia scomoda con la ben più distante URSS? E non si parli di comune visione politica, perchè sappiamo come l'URSS snobbò la piccola isola in un secondo tempo.
Da qualsiasi angolazione la si voglia vedere, la questione tibetana chiama, per coerenza, a una posizione dura contro le violenze e il controllo mondialista cinese, se davvero si prende posizione contro la globalizzazione - che non è un processo soltanto americano, ma che procede attraverso l'occidentalizzazione anche dei sistemi non occidentali, come appunto la Cina.
Riassumendo, qualche punto del perchè si dovrebbe stare dalla parte del Tibet:
- il Tibet è il centro spirituale dell'indentità indoeuropea, per questo è territorio sacro.
- la Cina è un paese capitalista che attraverso una politica mondialista cerca di estendere il suo controllo nella regione.
- il Tibet, come ogni Stato, ha il diritto di scegliere il proprio destino e di non vederselo imporre dall'esterno. Come ad esempio è accaduto per Afghanistan e Iraq.
- la libetà e l'indipendenza dei popoli è alla base di un discorso che esca e si opponga alla visione universalista e omologante mondialista.
- la Cina è un sistema anti-spirituale nichilista.
Si è poi molto discusso sulla posizione da prendere in occasione delle Olimpiadi. Non si può vanificare lo sforzo dei molti sportivi onesti che attendono la manifestazione sportiva da 4 anni, bisogna invece sollecitarli perchè vadano, vincano e facciano sentire la loro voce in sede istituzionale e sportiva, richiamando l'attenzione su ciò che succede in Tibet.
E ancora, non boicottare le Olimpiadi, ma spostarle dalla Cina in tempi record attraverso uno sforzo unificato dei paesi partecipanti.




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