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Discussione: Verso il 25 Aprile

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    Predefinito Verso il 25 Aprile

    Si avvicina anche quest'anno il 25 aprile, mi piacerebbe che - chi non l'ha già fatto - approfondisca un po' sulla figura di Dante di Nanni, medaglia d'oro al valore militare. Continuate pure qui con altri interventi sulla resistenza e la liberazione dell'Italia dal nazifascismo. Ricordo agli esterni che questo è una discussione a tolleranza zero, dunque siete pregati di evitar commentini idioti, pena la segnalazione a vista.

    Nacque in una famiglia di immigrati, provenienti dalla Puglia; operaio nelle fabbriche cittadine, proseguì gli studi nelle scuole serali.

    Allo scoppio della Seconda guerra mondiale si arruolò in aeronautica, dove rimase fino al 8 settembre 1943, data in cui venne annunciato l'Armistizio di Cassibile, firmato il giorno 3.

    Disertato l'esercito, si rifugiò nelle montagne piemontesi, dove si aggregò nei Gruppi di azione patriottica, comandati da Giovanni Pesce.

    Rimasto ferito in un'azione militare contro una stazione radiofonica tedesca, venne prima soccorso da Pesce, comandante della missione, e poi, rifugiatosi in una casa torinese, venne tradito e circondato da un gruppo di nazi/fascisti. Asserragliato nell'abitazione si suicidò.
    http://it.wikipedia.org/wiki/Dante_Di_Nanni

    Cito la fine del capitolo sesto dell'opera sui GAP "Senza Tregua" di Giovanni Pesce.


    Nella casa di via S. Bernardino Ivaldi guarda, attraverso i vetri della finestra chiusa, la stretta via.
    Nessuno davanti ai portoni, nessuno alle finestre del caseggiato di fronte. Uno strano caseggiato, forse un convento, forse dentro vi sono dei frati, un posto sicuro, magari una infermeria attrezzata. Un luogo dove i fascisti non sarebbero mai entrati. Ivaldi sente Di Nanni muoversi e non si gira, continua a guardare la casa di mattoni rossi.
    "Arriva il medico?"
    Di Nanni ha parlato tranquillo e Ivaldi si volta, sorpreso. Il ragazzo sta seduto sul bordo del letto, i piedi appoggiati al pavimento.
    "Matto, sei matto, stai sdraiato."
    Lo aiuta a distendersi.
    "Non ti devi muovere."
    "Ho parlato proprio da matto, prima."
    "Hai detto quello che sentivi. Senti male?"
    "Adesso non lo direi più. Adesso voglio che arrivi il medico, voglio che mi curi, voglio che mi rimetta in piedi, perché abbiamo ancora molte cose da fare. C'è ancora molto da fare, vero?"
    "Si, molto da fare, per tutti."
    "Prima," dice Di Nanni, "non parlavo come dovrebbe parlare un comunista."
    "Un comunista è un uomo," dice Ivaldi, "niente altro che un uomo, fatto di muscoli, di nervi, di cervello, come gli altri."
    "Ma io non avrei dovuto sentirmi così disperato, anche se avevo tanto dolore addosso. Anche tu sei ferito, però non ti sei sentito come fossi già morto."
    "È diverso," dice Ivaldi.
    "Cosa è diverso?"
    "E' diverso perché un proiettile non è come cinque o dieci proiettili."
    "Vuoi dire che mi hanno colpito dieci volte? "
    "Non dico questo. Voglio dire che ti hanno colpito piú di una volta."
    Una pausa di silenzio. Poi Di Nanni torna a dire: "Mi sembra strano che si stia parlando di queste cose: che se ne parli così, quasi che non ci riguardassero."
    "Sono cose nostre," dice Ivaldi, "e dobbiamo parlarne."
    "Sono anche cose del partito," dice Di Nanni, "perché noi facciamo parte del partito."
    Ivaldi torna alla sua sedia, sedendo proprio sull'orlo; appoggiando la schiena alla spalliera, la gamba ferita tesa in avanti.
    Si toglie la scarpa e appoggia il tallone a terra. In questa posizione gli pare di sentire meno dolore. Guarda Di Nanni: il ragazzo sta semisdraiato; ha il volto molto pallido ma pare non soffrire.
    "Senti molto male?" chiede Ivaldi.
    "Non tanto. Prima mi sembrava di essere ubriaco e dicevo cose strane. Mi accorgevo di dirle, ma non riuscivo a tacere."
    "Qualche volta ci si sente così," dice Ivaldi.
    "Uno che fa la guerra non dovrebbe," dice Di Nanni.
    "Anche i soldati sono uomini."
    "Bravin era bravo. Non ha fatto discorsi. Anche Valentino era bravo."
    "Adesso siamo rimasti solo noi due."
    "Non siamo soli, ci sono tutti gli altri."
    In quel momento bussano.
    Ivaldi si alza, fa cenno a Di Nanni di tacere; toglie due mitra dall'armadio. Uno lo dà al ragazzo. Impugnando l'altro si avvicina alla porta, si copre ponendosi di lato, le spalle al muro e chiede chi bussa.
    "Sono Giorgio," risponde una voce sommessa, "vengo con le medicine."
    Ivaldi apre rapidamente e il medico entra. "Dov'è? " chiede.
    "Di là."
    Aiutato da Ivaldi, il medico spoglia il ragazzo.
    "Ho già messo l'acqua a scaldare," dice Ivaldi.
    Il medico assentisce e Ivaldi, zoppicando, va in cucina, toglie la pentola dalla debole fiamma del gas e la porta in camera, ponendola sulla sedia, vicino al letto. Poi porta un catino e un altro lenzuolo. Il medico lo lacera, ne fa grandi pezze quadrate e strisce lunghe un palmo. Prende con due dita una prima pezza per un angolo e la lascia scendere adagio adagio nell'acqua della pentola; poi la leva e l'appoggia ai bordi del catino perché si raffreddi un poco. Apre una borsa che ha portato, ne leva una siringa, una fiala e pratica una iniezione al ragazzo. Mette della garza sul comò e sopra vi ripone la siringa vuota. Poi, con la pezza bagnata comincia a pulire le ferite. Uno dopo l'altro si possono distinguere i fori dei proiettili. Piccoli bordi violacei: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette piccoli fori alle gambe e alla pancia. Sette fori, sette pallottole. Esamina la testa e scopre un'altra ferita. Con un paio di forbici taglia i capelli tutt'attorno e pulisce ancora. Di Nanni geme adagio, ogni tanto. Quando le dita del medico indugiano sopra una ferita, soffoca un grido nel cuscino.
    Il medico riprende la siringa e fa un'altra iniezione. Attende un poco: con una pinza sottile fruga delicatamente uno dei piccoli buchi, poi un altro. Toglie dalla borsa un disinfettante, ne imbeve le pezze e le posa sulle ferite. Con le strisce fascia il ragazzo senza stringere. Fa una terza iniezione, rimette gli strumenti nella borsa e si avvia alla porta seguendo Ivaldi.
    "Anche tu sei ferito," dice.
    Ivaldi lo ferma. "Non è niente, non c'è tempo."
    "Fa' vedere."
    "Non c'è tempo, dimmi del ragazzo."
    "Brutte ferite," dice il medico, "deve essere operato subito. Bisogna portarlo in ospedale."
    "È pericoloso," dice Ivaldi.
    "Se lo lasciate qui morirà."
    Ivaldi torna nella stanza. Di Nanni sta steso sul ventre e pare assopito. Si muove appena, quando ode i passi.
    "Cosa ti ha detto?"
    "Che devi andare all'ospedale. Dovranno operarti per toglierti i proiettili."
    "In quale ospedale?"
    "Non so, ne parlerò coi compagni. Tra due ore incontrerò il responsabile del partito. Prima di allora non c'è niente da fare."
    "E se mi vengono a cercare in ospedale?"
    "Ti porteremo dove ci sono dei compagni. Diremo che è stato un incidente in fabbrica."
    "Se viene il peggio, avvisa i miei," continua Di Nanni, "e nella casa dove abito cerca di Rossella. Avvisa anche lei."
    "È la tua ragazza?"
    "No. Ha solo sedici anni. Siamo d'accordo che diventerà la mia ragazza dopo, quando tutto sarà finito."
    "Se mi succede qualcosa," dice ancora Di Nanni, "devi dire tutto ai miei. Glielo dirai dopo, però. Dopo la guerra. Mia madre non deve credere che la colpa è tua perché mi venivi a prendere a casa. Devi dire che mi hai portato via, che mi hai nascosto in quella cascina, che sei tornato a prendermi e che mi hai portato qui."
    "Perché dovrei dirlo?"
    "Perché è vero e perché così sapranno che non sono stato abbandonato dai miei compagni. Prometti che lo dirai."
    "Te lo prometto," dice Ivaldi.
    Per un poco non parlano più. Poi Di Nanni domanda: "come faremo ad andare all'ospedale?"
    "Forse potremo usare un'autolettiga. Così sembrerà un incidente."
    "Verrai a trovarmi all'ospedale?"
    "Verranno altri compagni."
    "Però mi farai sapere quello che farete?"
    "Certo, ti farò sapere anche dei nuovi compagni che entreranno nella brigata."
    "Sarà difficile," dice Di Nanni, "ma qualche volta penso che sarà ancora più difficile quando sarà finito. Vorrei vivere per vederlo."
    "È un grande partito il nostro," dice Ivaldi.
    "Si, ed è grande perché ci sono dei giovani come te."
    "Il partito conta molto sui giovani, non è vero?" chiede Di Nanni.
    "Molto," risponde Ivaldi.
    "Anche per dopo," mormora quasi tra sé Di Nanni, "certamente anche per dopo, quando la guerra sarà finita e ci vorrà tanta forza per rimettere tutto in piedi."
    "Si," dice Ivaldi, "per oggi e per dopo."
    "Sai," dice Di Nanni, "a volte credo che sarà ancora più difficile dopo. Adesso non facciamo che sparare e sappiamo che per i fascisti tra poco sarà finita. Dopo sarà una lotta diversa, ugualmente impegnativa ma più lunga, certo molto difficile."
    "Il partito," risponde Ivaldi, "uscirà molto forte da questa battaglia. Oggi forma nuovi quadri per la lotta armata e questi uomini domani saranno dirigenti e militanti capaci di battersi in altre lotte magari pacifiche, ma ugualmente dure, ugualmente difficili. Ci vorranno infinite energie per creare un paese democratico, nuovo, diverso da quello che abbiamo conosciuto."
    "È strano," osserva allora Di Nanni, "che noi due, ora, senza neppure sapere se stasera saremo ancora vivi, si parli di cose che riguardano domani, un domani forse così lontano."
    "Non è strano," riprende ancora Ivaldi, "perché non parliamo soltanto per noi, parliamo anche per gli altri. E gli altri sono tanti, tutti quelli che come noi vogliono un paese diverso, nel quale si viva liberi."
    "Quando sarà finita con i fascisti e i tedeschi," chiede Di Nanni, "saremo veramente liberi?"
    "Saremo liberi di ricominciare a lottare per una vera libertà, che si ha quando ogni uomo ha e vale per quello che è."
    "Capisco," dice Di Nanni, "allora per questo tu dici che è molto importante quello che facciamo ora?"
    "È importante," dice Ivaldi, "soprattutto perché, se oggi non facessimo nulla, non ci sarebbe mai un domani da cui cominciare a cambiare veramente le cose."
    "Non sarei riuscito a spiegare bene tutto questo," dice Di Nanni, "però così lo sentivo: quello che dici per me non è nuovo, sono cose che ho sempre saputo."
    Vuole parlare ancora, anche se si sente molto debole, ma Ivaldi lo costringe a tacere. Deve riposare per essere poi in grado di sopportare il viaggio.
    Quando il ragazzo sembra assopirsi, Ivaldi si alza dalla sedia e va in cucina. Prende dell'alcool, una forbice e una striscia di tela. Si siede a terra, la schiena appoggiata a una parete, piega un poco la gamba sinistra e tira su, adagio, il pantalone. Slega la fasciatura. Il polpaccio è gonfio ma non troppo. Il piccolo foro duole. Versa dell'alcool su un pezzo di tela comprimendolo sulla ferita: il bruciore gli riempie gli occhi di lacrime. Toglie la tela e il bruciore diminuisce. Ripete l'operazione diverse volte, fino a che la pezza si intride di sangue. Prende una pezza pulita, versa sopra altro alcool e l'appoggia alla ferita. Poi con una striscia fascia il polpaccio fin sopra il ginocchio. Si alza aiutandosi con le mani; getta pezze e fasce insanguinate nel secchio, chiude la bottiglia dell'alcool e torna in camera.
    Di Nanni non si è mosso, sta ancora sdraiato sul ventre e respira veloce. Ivaldi pensa che dorma e resta sorpreso quando l'ode chiedere: "Ti fa molto male?"

    Ora, nella casa di via San Bernardino, Di Nanni è solo.
    Ancora disteso sul letto, le braccia piegate, le mani strette sotto il cuscino. Ivaldi è uscito da poco. Hanno continuato a parlare, quando è tornato dalla cucina dove si è medicato.

    Sembra di avere una quantità di cose da dire, da spiegare, quando si sa di dover morire. Una guerra come la nostra non lascia molto tempo per le conversazioni. Si prepara l'azione, la si esegue: quando ci si incontra ogni minuto viene impiegato per le questioni pratiche, urgenti. Per la prima volta ci troviamo di fronte e possiamo parlare. Di noi, del perché combattiamo, del domani. Forse parlare del futuro cancella l'angoscia della fine vicina. O forse ci sono cose che dovevano essere dette da tempo e che ci diciamo ora. È appena un ragazzo, ma ha già tante cose dentro, tante idee e una certezza così ferma nel nostro futuro. Penso a me stesso, quando sono partito per la Spagna. I giovani di oggi maturano più rapidamente. Lo abbraccio piano prima di lasciarlo per andare a sollecitare l'autolettiga.

    "So cosa fare se vengono," ha detto Di Nanni e ha voluto accanto al letto i due mitra, lo "sten" e il sacco degli esplosivi con le micce a strappo già pronte e infilate nei detonatori. Ora giace immobile e aspetta. Chi giungerà prima: la lettiga o gli altri?
    Una serie di colpi violenti scuotono la porta. Gli altri sono giunti per primi.
    Si gira lentamente, s'appoggia con le mani al pavimento e scivola dal letto, battendo le ginocchia sulle piastrelle fredde. Si solleva sul gomito piegando la gamba sinistra sotto il corpo: prende un mitra e innesta un caricatore di quaranta colpi.
    Prima di uscire Ivaldi lo ha aiutato a infilarsi i pantaloni perché sia già pronto quando giungerà l'autolettiga; fa scivolare due "sipe" nella tasca destra, un'altra la tiene nella mano sinistra. Trascinandosi avanza verso la porta. Nella destra stringe il mitra.
    "Vengo," grida.
    "Aprite!" urlano dal pianerottolo.
    Di Nanni si schiaccia al muro, lascia il mitra, passa la "sipe" nella mano destra e toglie la coppiglia, tenendo salda la piccola leva piatta. Da fuori cercano ora di abbattere la porta a calci, ma è una porta di buon legno robusto, e resiste bene.
    "Apro," grida ancora Di Nanni.
    Si appoggia sulla sinistra tenendosi dietro lo stipite; lascia scattare la leva della bomba e conta: al "cinque" preme il pollice facendo scorrere la sbarra della serratura. La porta, spinta dall'esterno si apre di schianto. Di Nanni lascia scivolare sul pianerottolo la bomba e si abbandona sulla schiena, al riparo della parete. Un secondo e all'esplosione nella tromba delle scale rispondono le urla dei colpiti. Un fascista, trascinato dallo slancio, piomba nell'anticamera e Di Nanni, restando sdraiato, ne blocca la corsa con una raffica breve, da tre metri. Il fascista sembra un attimo paralizzato, lascia cadere il mitra e barcollando arriva nella camera, finendo bocconi sul balcone.
    Strisciando sui gomiti Di Nanni si spinge sul pianerottolo, ingombro dei corpi di due fascisti. Appoggiando la fronte alla ringhiera, può vederne altri che scendono incespicando sui gradini. Infila la canna del mitra tra le sbarre e spara: li sente gridare e li vede cadere come dei sacchi vuoti.
    Si trascina nuovamente in casa e chiude la porta; questa non sembra danneggiata perché il battente era aperto al momento dell'esplosione.
    All'ingresso della stanza, sul pavimento, c'è il mitra del brigatista abbattuto. Di Nanni lo spinge, la canna in avanti, fino accanto al letto. Non cerca il corpo. Si trascina ancora attraverso la camera e, dalla cucina, spinge il tavolo contro la porta d'ingresso: poi sistema una doppia catena di sedie fra il tavolo e la parete; per colmare un ultimo spazio vuoto uno sgabello. Cosí la porta è completamente bloccata, quanto basta a fermare un po' gli invasori anche se facessero saltare la serratura.
    Più di così non può fare. Strisciando sotto il tavolo, torna in camera e si arrampica sul letto. Si sdraia sul ventre, di traverso ai materassi, in modo da avere il balcone in faccia.
    Può vedere un pezzo di inferriata, due finestre della casa di fronte, un poco di tetto.
    Il corpo del fascista è dietro la breve parete, sulla sinistra, nel vano della finestra, dove la ringhiera del balcone si aggancia al muro esterno. Lo indovina seduto o semisdraiato, con le ginocchia piegate: vede le scarpe uscire dall'angolo del muro.
    Nella casa sembra ora essersi fatto un gran silenzio. Forse non succederà altro, forse Ivaldi tornerà con l'autolettiga e andranno all'ospedale. Dalla strada non salgono rumori sospetti, niente che faccia temere un nuovo assalto.
    Non può accadere dunque nulla in quel silenzio. Però Ivaldi deve far presto perché non può resistere a lungo. Tocca le fasciature della schiena e le sente viscide. Guarda la mano e la vede sporca di sangue. Deve restare calmo, sopportare il dolore e non perdere altre forze.
    Le scarpe, all'angolo del balcone, hanno un sussulto, scivolano in avanti. Di Nanni capisce che il fascista sta morendo.
    Gli tornano alla mente racconti dell'altra guerra: italiani e austriaci feriti, isolati nella terra di nessuno, che riuscivano a capirsi a gesti per scambiarsi una sigaretta o un sorso di grappa, per maledire in lingue diverse ma con parole uguali la guerra e chi li aveva mandati a morire senza neppure sapere perché.
    Fissa quelle scarpe scivolate in avanti in una chiazza di sangue. La guerra combattuta da suo padre è stata una guerra diversa. Allora, i soldati si sono trovati una divisa addosso, un fucile in mano e l'ordine di sparare senza altre spiegazioni.
    In questa guerra ognuno ha fatto la sua scelta. Né a lui né all'altro hanno messo in mano un fucile senza spiegare perché. Ha scelto in piena coscienza la parte dove stare; e così è stato per il fascista sul balcone. Ognuno paga i debiti che ha contratto.
    Dalla strada giunge improvviso il rumore di un motore, poi alcune grida. Di Nanni capisce che è giunto il momento. L'autolettiga non arriverà più e lui non andrà all'ospedale, né da nessun'altra parte.
    Il motore si arresta davanti alla casa, proprio sotto il balcone, e tra i passi di molti uomini Di Nanni ode lanciare ordini incomprensibili. Grida anche una donna, di paura. Di Nanni la sente correre sull'asfalto invocando aiuto.
    Il secondo assalto forse sarà diverso. Ora la tattica migliore è di aspettare, perché questo li sconcerterà. Si attendono raffiche e bombe e stanno al riparo. Sparare non può servire. Adesso tocca a loro la prima mossa.
    Nella strada c'è un lungo silenzio, poi, con un forte accento tedesco, qualcuno grida: "scendere, arrendersi!" Passa altro tempo. Un secondo motore imbocca la via per fermarsi al portone. Una scala d'autopompa si avvicina alla ringhiera del balcone. Oscilla un poco, come in cerca di un punto d'appoggio e si ferma ben salda. Subito dopo riprende ad oscillare: qualcuno sta salendo.
    La stessa voce tedesca grida ancora: "prendere, prendere! un pazzo!" Di Nanni, bocconi sul letto, punta il mitra.
    Dal bordo del balcone spunta l'elmetto di un pompiere, poi il viso di un uomo già anziano. Pare esitare; getta uno sguardo perplesso al corpo del fascista e scruta nella stanza. Non vede Di Nanni e riprende a salire adagio, guardingo. Si china per dire qualcosa a uno che lo segue nella scala e che Di Nanni non vede ancora; poi scavalca la ringhiera dando un'altra occhiata al fascista senza avvicinarsi e vede il mitra puntato. L'altro che lo segue resta cavalcioni sulla ringhiera.
    "Andate via," dice Di Nanni, a voce bassa, calma, "non sono un pazzo. Sono un partigiano."
    I vigili del fuoco sembrano perplessi; il ragazzo col mitra sdraiato sul letto, sa quel che vuole. Il fascista morto insegna la lezione. Entrare e morire è una cosa sola. Il pazzo è chi rischia.
    "Non è matto," grida alla strada il secondo pompiere, ancora cavalcioni alla ringhiera, "non è matto!" Dalla via giungono altre frasi rabbiose, urlate. "Andate a prenderlo!"
    "Andate via," ripete Di Nanni, "non ce l'ho con voi."
    Il vigile del fuoco fa due passi indietro ed è di nuovo sul balcone.
    "E questo?" chiede indicando il morto.
    "Quello portatelo via," risponde Di Nanni.
    Se lo passano sopra la ringhiera. L'anziano fa ancora un cenno a Di Nanni — come per dire qualcosa — mentre scende.
    Ora tocca a lui muoversi: si cala dal letto e striscia fino al balcone; così appiattito a terra non possono vederlo dal basso. Ancora non hanno pensato a mandare qualcuno sul tetto della casa di fronte e sul campanile vicino. Di Nanni guarda sulla destra e vede la stretta via bloccata; un gruppo di tedeschi sbarra l'accesso a una piccola folla. A sinistra, la via è bloccata da fascisti. Anche là c'è gente, donne per lo più. Sotto, dove Di Nanni non può vedere, ci sono mescolati militari tedeschi e fascisti.
    Osserva attentamente finestre e facciate del convento dirimpetto. Tutto chiuso, sbarrato. Toglie la sicura a una "sipe" appoggiandola a terra. Poi toglie la sicura a una seconda bomba. Le spinge una dopo l'altra fra le sbarre della ringhiera. Ode le esplosioni e le urla. Guarda a sinistra. Le donne fuggono lasciando isolati i fascisti addosso al muro. Spara una raffica breve e una lunga. Tre fascisti cadono. Spara ancora contro gli altri che si sbandano in cerca di riparo e ne abbatte uno proprio all'angolo della via.
    Poi rincula strisciando e rimane sdraiato sulla so-glia della portafinestra. Da là può sorvegliare il tetto di fronte e il campanile. Passano pochi minuti, e lentamente, un elmetto spunta sopra l'angolo del tetto, poi appare il viso del tedesco. Mentre leva adagio il mitra vede un altro tedesco apparire nel vano della loggia campanaria. Cerca di inquadrare il nemico sul tetto, ma il mitra, contro la spalla sinistra, non sta fermo; appoggia allora il gomito destro al muro e mira di nuovo. Spara pochi colpi. Il viso del tedesco sparisce, scomposto. Di Nanni punta subito al campanile. Il secondo tedesco si mostra per una frazione di secondo, poi si abbassa, torna a mostrarsi e si abbassa di nuovo. Sembra un giocattolo meccanico. Di Nanni lo vede abbassarsi, attende pochi istanti e spara dentro l'apertura vuota: in quel momento il tedesco si alza e ricade urlando, mentre le campane colpite dalla raffica sembrano suonare a festa. Si trascina lontano dal muro. Ora tocca nuovamente a loro. E deve lasciarli fare, affinché credano di averlo in mano e tornino a mostrarsi.
    Si cala dietro l'angolo di sinistra della finestra e aspetta. Prima vengono dei colpi isolati: poi le raffiche di mitra. Sparano a lungo. Le schegge della finestra si staccano con un rumore secco. I colpi sparati dal basso, forse dai portoni di fronte, finiscono nel soffitto, staccando l'intonaco.
    Poi gli spari si diradano; le raffiche si fanno brevi e si spengono. Di Nanni attende ancora fino a che ode i primi colpi rintronare alla porta; allora si trascina attraverso la stanza. Dall'altra parte continuano a tempestare l'uscio barricato col tavolo e le sedie. Di Nanni punta il mitra appena sopra il tavolo. Tiene schiacciato il grilletto, mentre ruota l'arma da destra a sinistra, lentamente, poi ancora a destra. Si sentono urla e gemiti. Punta ancora, a livello del pavimento questa volta, e spara due ultime raffiche.
    Torna alla stanza e si mette in ascolto. Devono essere in molti attorno alla casa. Gridano ordini in tedesco e in italiano; ma le voci si sono allontanate oltre il fondo della via. Sono diventati prudenti e si tengono al coperto. Sparano di nuovo: colpi isolati e violente raffiche. Forse pensano di bloccare i suoi movimenti o forse sperano di colpirlo con un proiettile fortunato. Certo non può continuare a lungo in quel modo. Devono fare qualcosa di decisivo: tutto il quartiere è in allarme e la voce che trecento tedeschi e fascisti sono impegnati da due ore con forti perdite contro un solo partigiano, si va diffondendo.
    Devono fare qualcosa di nuovo e presto. Si ode il ringhiare di un grosso motore. Di Nanni striscia sul balcone, mentre anche dai tetti lontani si comincia a sparare, spia tra le sbarre sulla sinistra: un'autoblinda avanza lentamente, al centro della via stretta; la seguono curvi dieci o dodici tedeschi e fascisti. All'improvviso la canna della mitragliatrice che spunta dalla torretta comincia a sussultare. Di Nanni si rovescia lesto sul fianco e rotola nella stanza mentre i colpi schiantano gli spigoli del balcone e rimbalzano sulla ringhiera di ferro.
    Allora Di Nanni toglie cinque pezzi dal pacco di tritolo e li lega assieme con una striscia di tela; nel mezzo infila un detonatore con una miccia corta ad accensione a strappo e torna al balcone. La mitragliatrice tace; il ritmo del motore in folle indica che l'autoblinda è ferma sotto il balcone. Di Nanni svita il cappuccio dell'accensione e tira la cordicella, sente come il fruscio di un fiammifero sfregato contro un mattone, conta cinque secondi; butta il tritolo appena sopra la ringhiera. L'esplosione viene immediata, tremenda; la casa trema tutta. Il motore dell'autoblinda si è arrestato. Qualcuno, rimasto dentro, cerca di rimetterlo in moto. Di Nanni torna ai piedi del letto, prepara altri due fasci di tritolo e, dal balcone, li lascia cadere senza contare perché sotto non c'è piú nessuno che possa spegnere le micce.
    Dopo le esplosioni, non si odono più né rumori né grida; tedeschi e fascisti devono essere disorientati. Stanno osservando, al riparo, l'autoblinda immobilizzata e i morti attorno; forse cominciano a dubitare di trovarsi di fronte a un solo partigiano.
    Di Nanni torna ancora verso il letto e con tutto l'esplosivo rimasto prepara altri pacchi, mette i detonatori e si sdraia supino. Dalla strada giunge una voce ingrandita e distorta dall'altoparlante: "Arrendetevi. Vi garantiamo salva la vita. Arrendetevi e sarete salvi." Poi qualcos'altro di incomprensibile.
    Il rotolare ferroso di cingoli sull'acciottolato annuncia l'arrivo di un carro armato. Avanza lentamente, ruotando la torretta col cannoncino, gli sportelli delle mitragliatrici aperti. Di Nanni attende che vengano sotto, affinché gli uomini nel carro non possano vedere il balcone dalle strette fessure della torretta. Allora accende le micce. Afferra con la destra i legacci e alzando il primo pacco d'esplosivo sopra la sua testa lo scaglia oltre la ringhiera, nella strada, davanti al carro armato. Poi lancia il secondo e il terzo.
    Chi guida vede certamente cadere i pacchi ma quando tenta di frenare è tardi; uno di essi esplode a un palmo da] cingolo destro che si spezza di schianto. Le altre due esplosioni completano il lavoro. Il carro comincia a girare su se stesso spinto dal cingolo intatto e finisce contro il muro della casa di fronte.
    Il motore si arresta e gli uomini escono cauti dallo sportello e si allontanano. Di Nanni non può vederli.
    Adesso ogni rumore è cessato. Un attimo di tregua, di pace prima della fine ormai vicina. L'esplosivo è terminato assieme alle " sipe." Nel caricatore del mitra restano sì e no venti colpi. Di Nanni toglie un proiettile e se lo mette in tasca, poi striscia di nuovo al balcone, pone il dito sul secondo grilletto del mitra, quello del colpo singolo e spia la strada. Da sinistra camminando curvi, rasenti il muro, avanzano tre tedeschi. Non portano fucili ma stringono in mano grappoli di bombe. Intendono usare la sua tattica: lanciare le bombe dal basso, dietro la porta-finestra del balcone. Prende la mira tra le sbarre e spara sul primo nazista che cade in avanti; il secondo colpo manca quello che lo segue, ma il terzo lo raggiunge subito dopo. Spara tre colpi all'ultimo che fugge. Il nazista cade, si rialza e riprende a correre zoppicando. Si salva buttandosi dietro l'angolo della via. In quel momento, dal tetto di fronte parte una raffica rapida e violenta. Un tedesco spara col ginocchio sinistro appoggiato alle tegole della sommità del tetto; non si nasconde. La sua raffica dovrebbe essere decisiva, ma passa alta sulla testa di Di Nanni che lo abbatte sparando a raffica i suoi ultimi colpi.
    Ora tirano dalla strada, dal campanile e dalle case più lontane. Gli sono addosso, non gli lasciano scampo. Di Nanni toglie di tasca l'ultima cartuccia, la innesta nel caricatore e arma il carrello. Il modo migliore di finirla sarebbe di appoggiare la canna del mitra sotto il mento, tirando il grilletto poi con il pollice. Forse a Di Nanni sembra una cosa ridicola; da ufficiale di carriera. E mentre attorno continuano a sparare, si rovescia di nuovo sul ventre, punta il mitra al campanile e attende, al riparo dei colpi. Quando viene il momento mira con cura, come fosse a una gara di tiro. L'ultimo fascista cade fulminato col colpo.
    Adesso non c'è piú niente da fare: allora Di Nanni afferra le sbarre della ringhiera e con uno sforzo disperato si leva in piedi aspettando la raffica. Gli spari invece cessano sul tetto, nella strada, dalle finestre delle case, si vedono apparire uno alla volta, fascisti e tedeschi. Guardano il gappista che li aveva decimati e messi in fuga. Incerti e sconcertati, guardano il ragazzo coperto di sangue che li ha battuti. E non sparano.
    E in quell'attimo che Di Nanni si appoggia in avanti, premendo il ventre alla ringhiera e saluta col pugno alzato. Poi si getta di schianto con le braccia aperte, nella strada stretta, piena di silenzio.
    "Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d'Italia si educheranno all'amore per il loro paese, all'amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull'esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana."*

    *Dall'opuscolo clandestino edito a Torino il 4 giugno 1944, "Alla gloria dell'eroe nazionale Dante Di Nanni."


    http://www.bibliotecamarxista.org/pe...lo%20sesto.htm


  2. #2
    dubito, ricerco, costruisco
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    Caro Lav,
    lessi il capitolo di Pesce si Dante Di Nanni in autobus, il 20 Ottobre scorso, ad un "compagno" del mio paese che si è rivelato, poi, un fasicsta infiltrato (tu sai di chi parlo...). a me tremava la voce, era la 3° o 4° volta che leggevo quel pezzo...dopo averlo sentito narrare da mio padre (avrò avuto l'età da elementari...eheh)
    Lì per lì ci rimase male, non capiva, i suoi occhi intimoriti sembrava mi dicessero "che cazzo, esistono ancora sti comunisti violenti assassini, il comunismo è un'altra cosa".
    la Storia è il suo spazio ed il suo tempo, soprattutto.
    per me Dante Di Nanni non è un eroe: per gli eroi non farei nulla, tanto...sono eroi. Dante era un uomo, un compagno, un ragazzo. è morto per noi. E come un ragazzino dev'essere ricordato, perchè i ragazzi capiscano che quello è il nostor dovere, non un atto eroico: un atto da uomini liberi.
    non che tutti si debba morire in quel modo, sia chiaro. è la tenacia dell'esempio.

  3. #3
    Ribelle senza gloria
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    io invece, dato che il 25 aprile si avvicina ci tengo a ricordare un grande ribelle,uno che ha preso per il culo parecchio le milizie fasciste....Silvio Corbari


    Con l'occupazione tedesca a Faenza il 16 settembre 1943 un gruppo di circa una ventina di antifascisti si portò alla sorgente del fiume Samoggia dove fu successivamente raggiunto da militari sbandati e ex prigionieri fuggiti dai campi di concentramento raggiungendo ben presto l'elevato numero di 60 unità.
    Nel corso del mese di ottobre sorsero in seno al gruppo discussioni sulla strategia da seguire e la disciplina a cui sottostare e alla fine del mese di ottobre il gruppo finì con lo scindersi in diversi gruppi. Uno di questi si portò verso le zone dell'8ª brigata Garibaldi attuando nella marcia di trasferimento un'azione all'albergo Alta Romagna d Santa Sofia che permise ai partigiani di venire in possesso dei piani di approntamento della Linea Gotica, che furono poi fatti pervenire agli alleati.
    Anche Corbari, con una decina di uomini, divenuti una trentinca alla fine dell'anno, si rese autonomo dalla formazione iniziale. Purtroppo il gruppo di Corbari alla fine di gennaio fu attaccato e distrutto dai tedeschi a Ca' Morelli di Tredozio. Venti furono i partigiani catturati (sette saranno poi fucilati a Verona) due i morti in combattimento, il padre e la madre di Iris Versari inviati in campo di concentramento. Solo Corbari, Iris Versari e pochi altri partigiani non presenti a Ca' Morelli si salvarono.
    La ricostruzione della formazione avvenne molto lentamente. A maggio contava 20 effettivi (il numero dei combattenti non superò mai le cinquanta unità), ma l'esiguità del gruppo non impedì a Corbari e a Iris Versari di attuare, nel corso della primavera, alcune azioni (tra le quali la più clamorosa fu l'uccisione del console della milizia Gustavo Marabini), da far credere all'esistenza di un distaccamento numeroso e ben organizzato. L'aumentato numero di partigiani e l'affluire di nuove reclute portarono alla formazione di un comando per affrontare i problemi politici, organizzativi, logistici, di armamento, e di una struttura organizzativa articolata in squadre logistacamente autonome. Venne ricercato un più stretto legame con la pianura e l'organizzazione, nella quale era impegnato Tonino Spazzoli, che consentì alla formazione di usufruire, nell'estate di un lancio di armi e materiali da parte degli Alleati, sul Monte Lavane, risoltosi però in un duro scontro con i tedeschi, che ne ebbero preventiva informazione.
    Corbari, anche nella nuova realtà organizzativa della formazione, mantenne un ruolo autonomo e svolse azioni da lui decise e attuate con pochi uomini. Il 18 agosto 1944, tradito da una spia, venne catturato a Ca' Cornio di Modigliana assieme a Iris Versari, Arturo Spazzoli, Adriano Casadei I tedeschi e i fascisti diedero ampio risalto alla cattura di Corbari, divenuto un simbolo della lotta partigiana, tanto che la voce popolare lo faceva presente ovunque, ne ingigantiva le azioni e gliene attribuiva altre da lui mai compiute. Il risalto dato alla cattura e la messa in scena della ripetuta impiccagione esprimevano la volontà dei fascisti di uccidere, oltre al fisico, il mito rappresentato da Corbari e dai suoi compagni.
    Dopo la morte di Corbari e degli altri tre partigiani la formazione si riorganizzò e combattè sino alla liberazione del territorio della zona del Tramazzo, dove operava.

    (testo di Vladimiro Flamigni)

  4. #4
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    Al di là della ricostruzione post, vorrei ricordare che Di Nanni non si suicidò come dice certa storiografia.
    Di Nanni affrontò militarmente i fascisti per strada al chiuso della sua abitazione di fortuna da ferito. Tenne a bada i fascisti fino a terminare i colpi poi decise di tentare il tutto per tutto nascondendosi nella canna dell'immondizia tipica delle vecchie case torinesi.
    Arrivarono anche i tedeschi e perquisirono assieme la casa non trovandolo e pensarono che fosse fuggito per i tetti.
    Un soldato tedesco, dal piano terra, mentre stavano andando via tirò una rafficata così tanto per fare dentro la canna dell'immondizia e si accorse per caso che scesero numerose gocce di sangue. Allora controllarono la canna dell'immondizia e portarono fuori il cadavere.
    Piccolo aneddoto finale: i tedeschi vollero che i fascisti rendessero l'onore delle armi alla salma di Di Nanni. Il capo dei fascisti si rifiutò con un gesto nervoso e l'ufficiale tedesco lo colpì in testa col calcio del fucile. Al che resero l'onore delle armi a Di Nanni che già era diventato un eroe tra i cittadini raccolti lì intorno.

  5. #5
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    Spero per il 25 sia pronto il video realizzato da me ed un altro compagno sul vicepresidente dell'ANPI di Enna, Roberto Trinelli, partigiano a 17 anni, tra i liberatori di Reggio Emilia e storico militante comunista, prima del PCI e poi del PRC. Appena è pronto qualche spezzone lo metto su youtube.

  6. #6
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  7. #7
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    Onore a chi voleva dare il sacro suolo della Patria (T.A.A., Veneto, Friuli) al Reich? Contenti voi.

  8. #8
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    sì, ok.



    ...che noia...

  9. #9
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  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da MadMauri Visualizza Messaggio
    .
    Se gli hanno reso l'onore delle armi quelli della Wermacht forse proprio un picio non era. Probabilmente tu a 18 anni inculavi passerotti lanciandoti dal quarto piano e atterrando su uno stuzzicadenti.


    Ma tu sei troppo avanti!

 

 
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