ATTUALITA’ DI CARL SCHMITT NELLA LETTURA DI GIANNINI E NIGRO





Giancarlo Montedoro ( * )



Lo scritto è destinato alla Rivista della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze che a C. Schmitt dedica un prossimo numero monografico.





L’ammirazione e l’imbarazzo





Il Nomos della terra è una delle opere più note di Carl Schmitt. Ed anche una delle più attuali. Su Schmitt – come su Junger[1] – i bombardamenti degli alleati lasciarono tracce profonde.

E’ un’opera strutturata sulla grande coppia oppositiva terra –mare. Sull’antitesi fra diritto comunitario e diritto astratto, fra istituzione e norma, fra legittimità e legalità, fra radicamento al territorio, all’heimat, e sradicamento, fra stanzialità e nomadismo, fra eurocentrismo ed americanismo.

Questo breve scritto vuole solo ricordare di cosa quell’opera ci parla ancora, e, soprattutto, di come parla allo studioso di diritto pubblico, all’amministrativista in particolare. Quell’opera come opera conclusiva del pensiero di Schmitt.

Per chiarire ciò, può essere opportuno prendere le mosse da M. S. Giannini : come risulta chiaro a chi legga un suo noto intervento dedicato al pensatore, il Maestro italiano non aveva in gran concetto C. Schmitt[2] : troppo poco giurista, troppo vago lo strumentario adoperato, troppo forte il buco nero della suggestione data dalla radice politica del diritto, dalla decisione sullo stato d’eccezione, dalla continua riemersione realistica della forza e dell’uomo che si legge quale matrice

unitaria del pensiero al di sotto della trama argomentativa degli scritti dedicati al diritto dal “nazista senza coraggio”[3].

Forse, e senza forse, al tempo in cui Giannini leggeva Schmitt, giustamente pesavano, nella lettura, senza che ciò venisse apertamente denunciato, ipoteche ideologiche: troppo vicina l’esperienza della guerra, la violenza del nazismo, troppo fragile l’approdo alla democrazia, troppo ambigue le posizioni tenute dal politologo tedesco nei confronti del totalitarismo del Novecento per potersi permettere cedimenti “estetizzanti”, per poter lasciare il campo all’ammirazione ed al senso di vertigine che prende il lettore di certe pagine schmittiane in cui si sintetizzano tendenze di lunga durata della storia europea, e si analizzano, con realismo e singolare preveggenza, i mutamenti delle forme dello Stato nello jus publicum europeum .

Forse oggi, soprattutto perché forti di amore sconfinato per la cultura ebraica e per il suo lascito all’Europa, possiamo rileggere Schmitt senza paure, senza timore di cedimenti, ammettendo, senza imbarazzo, quell’ammirazione rimasta malcelata.

A chi legga oggi l’opera di Schmitt senza pregiudizi ideologici essa fa lo stesso effetto del pensiero di Heidegger. Due robusti e “difficili” pensatori, ambiguamente coinvolti con il nazismo, ma capaci di dare corpo ad una lettura della modernità imprescindibile anche per i contemporanei che non vogliano limitare il proprio pensiero ad una mera declinazione senza fine del pensiero liberale anglosassone.[4]





Schmitt nella lettura di Giannini



Giannini ricorda che non era possibile parlare di Schmitt con Romano e Zanobini, consideravano infatti l’opera del tedesco una degenerazione, un ritorno a prima di Laband, alla situazione precedente la pandettistica.

Schmitt per Giannini era uno studioso che non conosceva il diritto privato, che tuttavia egli vedeva caratterizzato da una certa coerenza di pensiero, avendo elaborato, per tutta la vita , una sorta di analisi sempre più raffinata delle forme e del concetto di Stato.

Dittatura, sovranità, concetto della politica in contrapposizione ad altre sfere dell’esperienza umana, necessità di meccanismi di salvaguardia costituzionale ( il Custode della Costituzione), fino agli scritti su Terra e Mare e sul Nomos della Terra.

Giannini analizza e contesta ciascuna delle acquisizioni del pensiero schmittiano.

L’opera “La Dittatura” non viene stroncata per quanto in essa vi è di ricerca storico erudita di stampo romanistico, con la sua distinzione fra dittatura commissaria e dittatura istituzionale, la prima destinata a risolversi, sul modello romano , in una magistratura straordinaria con poteri eccezionali, mentre la seconda si risolve in un vero e proprio avvento di un ordine nuovo ( con la proposizione del classico tema del rapporto fra costituzione e mutamento costituzionale ).

Il concetto di sovranità esposto nella “Teologia Politica” e nelle “Categorie del Politico” , che consiste nella celebre identificazione fra sovranità e potere decisionale sullo stato di eccezione pare a Giannini il frutto di un fraintendimento giuridico, poiché esistono tante decisioni correnti ed ordinarie nel diritto pubblico che non costituiscono decisioni sullo stato di eccezione e cionondimeno sono decisioni sovrane.

Anche il potere di imporre tributi è una decisione sovrana eppure in esso non vi è nulla di eccezionale sicché la teoria di Schmitt appare un arnese inservibile al giurista, mentre appare a Giannini che tutta questa ansia per la ricerca del sovrano tradisca un atteggiamento nostalgico e conservatore, tipico dei filosofi conservatori, critici della Rivoluzione Francese ai quali Schmitt si ispirava ( De Maistre, Bonald , Donoso Cortes).

E’ infatti la decapitazione del sovrano che fa nascere il problema della collocazione della sovranità ; quest’ultima per Schmitt, ovunque venga collocata, rimane definita da una capacità, la capacità di decidere sullo stato di eccezione.

Quanto alla politica come arte della distinzione fra amico e nemico ed all’analisi delle progressive spoliticizzazioni e neutralizzazioni della vita, connotate da una dominanza dell’economico sul giuridico, Giannini nota che il tedesco elabora questa analisi a partire da una concezione dello Stato antikelseniana, non normativista , ma decisionista, non disposta ad accettare la scissione moderna fra Stato e società civile.

In sostanza, di fronte all’incalzare della crisi delle Stato moderno ed all’emersione delle esperienze totalitarie, in Europa si forgiano tre grandi risposte nel pensiero giuridico : la risposta Kelseniana , il normativismo, ossia la neutralizzazione dell’esperienza giuridica, che viene separata da ogni contaminazione derivante dalla politica, dall’economia, da altre sfere vitali; la risposta Romaniana, dell’istituzionalismo, per cui l’esperienza giuridica viene riportata alla sua radice organizzativa, e viene annegata nel pluralismo sociale ed istituzionale, nel quale lo Stato, persa la sua unità, recupera una capacità di mediazione quale ordinamento giuridico generale, che contiene ordinamenti particolari; ed , in ultimo la risposta Schmittiana, che riduce l’esperienza giuridica al suo fondamento politico, alla sua scaturigine dalla forza e dalla logica di dominio, al suo essere costitutivamente altro dalla regola posta, ordinata, interessando di più la dinamica dell’ordo ordinans della statica dell’ordo ordinatus[5].

L’antitesi fra legalità e legittimità , presente nell’opera Legalitat und Legitimitat declina una metodica dello stato di crisi, ed analizza l’evoluzione delle forme dello Stato ( Stato giurisdizionale, Stato governativo, Stato amministrativo, Stato legislativo ) con la perenne nostalgia per lo Stato assoluto inteso non quale concreta forma storica ma come paradigma dell’unica forma dello Stato che non conosce la scissione fra sfera pubblica e sfera privata.

L’ambigua posizione tenuta da Schmitt nei confronti del parlamentarismo è stigmatizzata da Giannini in brevi considerazioni che sottolineano come la democrazia sia uno stato di crisi per la impossibilità di decidere che la caratterizza ( la borghesia come classe “discutidora” ; il potere come potere perennemente dialogante e quindi paralizzato ).

Amministrare invece per la visione del tedesco è esercitare summa potestas, mentre i partiti tendono, soprattutto quando operano come partiti di opposizione, a costituirsi in anti-Stato.

E’ il crinale più delicato del pensiero di Carl Schmitt, quello in cui egli non si avvede della modernità della scissione fra Stato e società, della natura in certo senso “pubblica” dei partiti ( indagata da M.S. Giannini), che fungono da cerniera fra Stato e società, fino all’adesione al nazismo, con il quale tuttavia egli non consente sulle teorie razziali, divenendo così, dopo essere stato un giurista ufficiale del Regime, un isolato politico, al quale Giannini guarda con diffidenza, mentre, stranamente, secondo il Maestro, il pensiero neomarxista lo rivaluta[6].





La lettura di Nigro





Mario Nigro ha avuto occasione di soffermarsi sullo Stato amministrativo nella concezione schmittiana.[7]

Lo Stato amministrativo – nota Nigro – contrapposto da Schmitt allo Stato legislativo, è connotato da concretezza, dalla capacità di porre regole e statuizioni in aderenza ai fatti, dalla immediata applicabilità del comando pubblico, dato dall’esecutivo e non dal giudice, ed il meglio al mondo – per il pensatore tedesco - è un comando.

Lo Stato amministrativo è lo Stato in cui campeggia il provvedimento amministrativo, inteso come atto unilaterale, autoritativo, imperativo, avente attitudine a divenire inoppugnabile e così via.

Tuttavia il provvedimento si deve giustificare soprattutto per la sua adeguatezza allo scopo, per il suo riferimento ad una situazione specifica e sostanziale.

Ma lo Stato amministrativo è lo Stato nel quale anche gli altri atti di diritto pubblico, ossia la legge e la sentenza, divengono atti amministrativi e questa è una tendenza, ricorrente anche oggi, che Schmitt ha saputo analizzare con anticipo.

La legge-provvedimento, l’eccessiva discrezionalità del giudice sono degenerazioni del sistema liberale , basato sulla divisione dei poteri, che producono tensioni istituzionali irrisolte.

Nello Stato schmittiano – nota Nigro - la distinzione formale –materiale fra i poteri e le funzioni cessa di essere un principio d’ordine , perché lo Stato, nel suo complesso, si ordina attorno ad un principio unificante, che ne caratterizza la forma .

Nigro trova altresì somiglianze fra il pensiero giuridico di Schmitt e quello di Santi Romano.

L’idea dell’essenzialità dell’amministrazione accomuna i due pensatori, ma poi essi divergono sulla struttura dello Stato amministrativo, fatta per accogliere le diversità e la pluralità delle istituzioni e degli ordinamenti per Romano, fatta per decidere per Schmitt.

Schmitt inoltre, nota acutamente Nigro, non ama l’amministrazione, considerandola espressione della società, corpo burocratico articolato, mentre egli è affascinato da uno Stato che esprime un ordine essenzialmente politico, non weberianamente calcolabile ( né democraticamente partecipato o sindacabile in via giurisdizionale ).





Il Nomos della Terra





Il Nomos della Terra è l’antitesi di ogni spoliticizzazione e neutralizzazione moderna.

La grande politica europea – rectius occidentale - è di tipo continentale –insulare ( Germania ed Inghilterra ora Europa –America ). Attorno alla terra ed al mare nascono sistemi politico giuridici differenti, orientati secondo un diritto ( nomos ) primordiale.

Il nomos della Terra è un’istituzione territoriale capace di interpretare e rappresentare il diritto di ogni popolo all’occupazione e divisione della terra. Soggetto del nomos della Terra è lo Stato, Soggetto del nomos del Mare è la società, il potere marittimo, la superiorità economica.

E’ interessante lo scavo semantico , quasi filologico, il lavoro che Schmitt compie sulle parole.

La terra viene identificata per il suo significato nel linguaggio mitico di madre del diritto.

La terra fertile serba infatti dentro di sé una misura interna, la fatica, il lavoro,la semina , la coltivazione sono ricompensati con giustizia dalla terra mediante la crescita ed il raccolto.

Il terreno dissodato reca tracce dell’opera umana, tracce che delimitano campi, prati, boschi, così le linee tracciate sulla terra divengono principio di ordine.

La terra poi ospita i segni pubblici di tale ordine, con recinzioni, delimitazioni, pietre di confine, mura, case, altri edifici.

Il diritto è serbato dalla terra come ricompensa giusta del lavoro dell’uomo, mostrato su di sé come confine, recato su di sé come contrassegno pubblico dell’ordinamento.

Nel mare invece non esistono linee rette, il duro lavoro si accompagna alla fortuna della pesca, che conosce meno proporzione rispetto al lavoro della semina e del raccolto, nel mare le navi non lasciano tracce. Sulle onde tutto è onda. Il timore del mare ha lasciato, per Schmitt, tracce profonde nella letteratura[8].

Nell’epoca della globalizzazione le due forze ancora si fronteggiano, ma , con il venir meno dello ius belli teorizzato da Alberico Gentili e con la pretesa delle potenze marittime di combattere guerre giuste, con le micidiali armi della tecnica moderna ( qui Schmitt è in consonanza con l’Heidegger che legge la tecnica moderna come grande fonte di alienazione e spaesamento ) il mondo intero diviene teatro di battaglie che hanno come scopo l’annientamento.

Il modello ideale del conflitto per Schmitt è quello dello ius publicum europeum, della libertà dai valori poiché sono i valori che conducono all’annientamento, mentre il realismo politico è ragione di raffreddamento del politico e , quindi, dei conflitti.

Per un mondo minacciato dal terrore, governato dall’economico, il ritorno dello Stato, dell’ordine politico, sarebbe ancora qualcosa.









( * ) Consigliere di Stato



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[1] Di Junger la cui influenza nell’analisi, dovuta alla cultura tedesca, del moderno nichilismo è vasta e memorabile cfr. E. Junger – M. Heidegger Oltre la linea Milano 1989 .

[2] M. S. GIANNINI La concezione giuridica di C. Schmitt : un politologo datato ? in Quaderni costituzionali 1986, 447 e ss.

[3] Come è noto questa è la definizione che di Schmitt ha dato A. Predieri, in una sua monumentale opera dedicata al giurista tedesco. A. PREDIERI Carl Schmitt, un nazista senza coraggio. Firenze 1998. Fondamentale sul tedesco è anche l’opera, politologica, di C. GALLI Genealogia della politica . Carl Schmit e la crisi del pensiero politico moderno Bologna 1996.

[4] Nella stessa area culturale, tedesca, non liberale,ma da opposte sponde rispetto a Schmitt, nell’esilio americano, matura la riflessione sull’utopia e sulla speranza di Bloch, che come ricorda Bodei, finì poi per approdare al marxismo in modo acritico ( l’ambizione a pensare la totalità produce fraintendimenti ). Il punto di partenza di Bloch è che tutti abitiamo questo continente della speranza, che è assai affollato, però è così inesplorato, dice lui, come l'Antartide, per questo "Il principio speranza" di Bloch è una grande mappa di tutti i territori della speranza; e la speranza Bloch la concepisce contro Heidegger , contro il principio della angoscia, se vogliamo chiamarlo così, in quanto, secondo Bloch, non bisogna prendere il mondo così com'è; la speranza ci mostra il mondo in movimento, in evoluzione. Quindi l'idea di Bloch è che la speranza non è semplicemente un premio di consolazione per le disgrazie necessarie della vita degli individui e della storia; la speranza è piuttosto uno sforzo per vedere come le cose stanno in movimento, come si evolvono, quindi la nostra mente non è simile a uno specchio che riflette una realtà ferma, la nostra mente è piuttosto qualche cosa che si inserisce nel mondo della speranza. E. BLOCH Il principio speranza , Milano 1994. Per una lettura del pensiero giuspolitico europeo da parte di un filosofo postanalitico , che confronta l’orizzonte politico “liberal” con Heidegger ed i francesi R. J. BERNSTEIN La nuova costellazione. Gli orizzonti etico-politici del moderno/postmoderno Milano 1991.

[5] Sull’analisi di queste tre risposte può impostarsi, da una particolare angolazione storica, quella della crisi dello Stato moderno, un corso di Istituzioni di diritto pubblico completamente esaustivo.

[6] Si pensi al pensiero di M. Cacciari.

[7] M. NIGRO Carl Schmitt e lo Stato amministrativo in Quaderni costituzionali , 1986, 461 e ss.

[8] Agli esempi citati da Schmitt, ( quarta egloga di Virgilio, Apocalisse di Giovanni ) può affiancarsi LUCREZIO, studiato da H. Blumeberg nell’aureo libretto Naufragio con spettatore ,ed. or. Schiffbruch mit Zucshauer. Paradigma einer Daseinmetapher , Frankfurt am Main 1979, studio dedicato all’incipit del secondo libro del De rerum natura, che si apre con l’immagine potente di uno spettatore che contempla dalla riva un naufragio in lontananza e medita sul contrasto fra la propria condizione di sicurezza e la rovina altrui. Bisogno di proteggersi e gusto del pericolo, estraneità e coinvolgimento, contemplazione ed azione, ritiro ed intraprendenza, pongono all’uomo moderno problemi di identificazione ora con lo spettatore ora con il naufrago. Per Z. Bauman invece la modernità è, senz’altro, l’epoca della fluidità cfr. Bauman Modernità liquida, Bari 2002 l’individuo prevale sul cittadino, lasciato al compito di autocostituirsi, che, tuttavia, per superare gli ostacoli di fatto richiede più non meno sfera pubblica.


CARL SCHMITT ED IL NOMOS DELLA TERRA