La variabile Bossi tra l'exploit atteso e i timori di Berlusconi
Via via che ci si avvicina al giorno del voto, si rafforza l'impressione che la Lega di Umberto Bossi possa cogliere un risultato molto positivo. Forse il migliore da quando, circa venticinque anni fa, il movimento nordista entrò per la prima volta in Parlamento. Le ragioni hanno a che fare con il malessere del Nord, il discredito della politica romana, la diffidenza verso Roma mai sopita. Motivi ben noti cui se ne aggiunge un altro, forse decisivo: in certe aree della Lombardia e del Veneto il partito di Bossi può trarre vantaggio dal vento dell'anti-politica, assai più di altri. Berlusconi non sembra in grado stavolta di giocare il ruolo dell'anti-politico e magari la fusione con Fini gli servirà per consolidarsi nel Sud. Ma al di sopra del Po è Bossi ad avere le carte migliori. Ed è lui che il 14 sera potrebbe presentarsi come il vero vincitore delle elezioni.
Se un tale scenario è verosimile, si spiegano tante cose. In primo luogo si giustifica il vago disagio di Berlusconi di fronte alla prospettiva di avere Umberto Bossi ministro nel governo del centro-destra. È vero che tra il 2001 e il 2006 i leghisti furono partner leali della legislatura berlusconiana. Ma, se fosse confermato che Bossi lunedì sera uscirà dalle urne rafforzato come mai in passato, allora il quadro sarebbe diverso. Il leader leghista potrebbe chiedere una sorta di "pari dignità" sul modello che in Germania regola il rapporto fra la Cdu e la bavarese Csu. Ed è facile ricordare quanto abbiano contato nel governo federale, in anni lontani e meno lontani, leader del calibro di Strauss e Stoiber.
Il "lapsus" di Berlusconi (poi rettificato) circa le cattive condizioni di salute di Bossi tradisce perciò una certa preoccupazione in vista del dopo elezioni. Se il successo leghista dovesse andare oltre le aspettative, non sarà facile gestire la forza del Carroccio. Sia con Bossi ministro, sia ancora di più se Bossi non dovesse entrare nel governo.
Di queste difficoltà abbiamo già avuto un saggio con la questione Malpensa-Alitalia, dove è apparso chiaro che Berlusconi si è mosso con irruenza solo dopo che i "nordisti" gli avevano chiesto di assumere senza indugi un'iniziativa. E ora l'Expo 2015 assegnata a Milano avrà l'effetto di rafforzare il cuore settentrionale del centro-destra, esaltando la funzione della Lega e di quei circoli del Pdl che sono di fatto contigui al leghismo. È evidente che si tratta di un punto di incertezza, se non di vera e propria debolezza, della strategia berlusconiana. Il vecchio leader, come al solito, punta tutto su se stesso: o a Palazzo Chigi o dietro le quinte, a tirare i fili. Ma questa volta la sua leadership potrebbe incontrare nella Lega rinfrancata dalle urne un ostacolo più serio di quanto non siano stati in passato Casini o Fini.
Vedremo. Quel che è certo, gli avversari hanno visto nello screzio Berlusconi-Bossi una fessura in cui infilarsi. È ovvio che lo faccia l'Udc, desiderosa di proteggere il suo spazio al centro. Ma anche Veltroni non ha perso l'occasione. La lettera a Berlusconi in cui egli chiede di condividere la «lealtà repubblicana» è una mossa da campagna elettorale. Del resto, in passato la Lega è stata vista con attenzione e rispetto dal centro-sinistra. Per esempio nel '96, quando non sottoscrisse l'alleanza con Berlusconi e fu giudicata «una costola della sinistra». Ora, nel linguaggio veltroniano, torna a rappresentare una minaccia per l'unità d'Italia. Un po' esagerato. Tuttavia è plausibile che Bossi si prepari a essere un serio
problema politico per Berlusconi.
Dal Sole 24 ore di ieri, 9 aprile 2008




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