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Da ieri è scattata una grande occasione. E' l'occasione di ricominciare da zero. Non c'è più una base istituzionale parlamentare, non c'è proprio quasi più la base stessa dei partiti istituzionali. Ma attenzione a diverse cose. Io non credo a questi numeri. Non ci credo perchè sono convinto che molti arcobalenini abbiano votato PD per la storia del voto utile, a mio parere la realtà è che l'Arcobaleno ha perso per questo ragionamento almeno un 1.5%. Ma questo è il meno.
Ora per l'area comunista, la nostra area di riferimento è tutto da riteorizzare ed è il caso di non aspettare troppo perchè la piazza, la strada ora ha un occupante in più ed è piuttosto ingombrante. E' l'occasione per cercare di egemonizzare e non farsi egemonizzare. Quindi occasione o pericolo che si voglia vedere è il caso di stare a farci i conti senza pensare che non sia accaduto nulla per la nostra area extraparlamentare per scelta.
Una seconda considerazione a latere (ma nemmeno tanto) della questione "Arcobaleno fuori dal parlamento": in 24 ore ho già sentito un sacco di facce note da PdL e PD stare a dichiarare la propria preoccupazione per l'esclusione della sinistra istituzionale dal parlamento e per la paura di un riversamento della stessa nelle piazze. Io non voglio fare il dietrologo ma mi sembra che a voler fare il decrittatore di linguaggio ci sia già un certo mettere le mani avanti su nuove ondate repressive per l'area con questa scusa. E ad andarci di mezzo non sarà certo l'arcobalenismo in versione extraparlamentare per forza.
Ultima considerazione: avevo detto il giorno dell'assemblea astensionista a Roma che in queste elezioni la percentuale di votanti sarebbe stata dell'82%. Ho sbagliato di 0.4%. Non esattamente una percentuale da astensione diffusa.
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La ripartizione dei seggi definitivi qui.
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Originariamente Scritto da
pietro
Ottimo Scapigliato..possiamo metterlo sul blog?
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Originariamente Scritto da
pietro
Ottimo Scapigliato..possiamo metterlo sul blog?
Ok, sono contento di avervi dato ispiraziomne :-)
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Citazione:
Originariamente Scritto da
Sandinista
Da ieri è scattata una grande occasione. E' l'occasione di ricominciare da zero. Non c'è più una base istituzionale parlamentare, non c'è proprio quasi più la base stessa dei partiti istituzionali.
quoto, si tratta tuttavia di considerazioni (allargando il discorso a tutte le forze laterali) che suscitano in me una franca speranza, quasi euforia.
Come ho già avuto modo di scrivere altrove credo che le elezioni del 13-14 aprile abbiano innanzitutto evidenziato la (sicuramente già nota) fragilità ed l'impreparazione culturale del Popolo Italiano, che si è rivelato particolarmente vulnerabile al montante populismo mediatico di Veltroni e Berlusconi. Giudico altresì preoccupante e deludente l'alto tasso di affluenza alle urne.
Detto questo non posso che constatare con favore un totale, INTEGRALE estraniamento di tutte le forze critiche (non voglio dire anti-sistema) dalla rappresentanza parlamentare... non che prima non vi fosse, ma ora è palese e finalmente scevro da ogni ambiguità.
Adesso la parte RECUPERABILE del paese sta definitvimente fuori dal Parlamento. Come è giusto che sia.
La marginalizzazione di ampie frange di elettorato critico non può che tradursi in una radicalizzazione dello scontro, arricchire (numericamente e culturalmente) le piazze dove si fa contestazione, creare fermento nell'opinione pubblica... insomma concorrere alla formulazione di una nuova, diffusa, radicalità antisistema.
Bando ad ogni ipocrisia: chiunque sieda in Parlamento - non solo da OGGI, ma da OGGI più che mai - è un nemico politico. Lasciamo che le poltrone siano lo spartiacque tra i servitori del liberal capitalismo ed i suoi oppositori.
La battaglia culturale continua... e da domani saremo più numerosi che mai
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La situazione non è né rosea né grigia, è quel che è.
Si voleva passare ad una fase di gestione politica bipolare. Così è stato. Si volevano eliminare le frattaglie. Fatto.
Nessun rimpianto per la scomparsa (parlamentare) della sinistra arlecchina. La fine che meritava di fare. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Il capitalismo si rinnova nella nuova società (parafrasando Gaber).
Il comunismo, inteso nella sua accezione di processo teso alla negazione dei presupposti fondativi della società classista e capitalistica, non piangerà lacrime per la scomparsa della sinistra, arlecchina o arcobaleno che sia.
Non combattenti sconfitti. In tal caso meriterebbero l’onore delle armi. Solo goffi trasformisti della peggior tradizione italiota.
Staremo peggio? Boh!
Sicuramente l’aria sarà più pulita.
Vi sembra poco?
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OMNIA SUNT COMMUNIA
Che dire, tutto come previsto, l'unica sorpresa, il crollo, di queste proporzioni, della sinistra multicolore, multigenere, multitantecose ma non comunista, per non parlare dei partitini identitari con falcetti vari.
Questa è un'occasione d'oro per ripensare e rilanciare il Comunismo, che riparta dal basso e ricostruisca quel legame comunitario tra gli individui, le "nuove classi degli sfruttati" e i comunisti.
Quoto Sandinista e Epifanio
ARDITI NON GENDARMI
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Bertinotti deve andare a casa
Il clamoroso ed evidente fallimento del progetto della Sinistra Arcobaleno, fortemente voluto e imposto da Fausto Bertinotti, segna un passaggio storico che richiede una resa dei conti ed un dibattito nella sinistra altrettanto chiarificatori.
Questo risultato indica l’effetto finale e devastante dell’egemonia sulla sinistra italiana di un ceto politico che da almeno venti anni ipoteca ogni ipotesi di indipendenza politica e di classe della sinistra in Italia e ogni rottura reale con il riformismo. Le responsabilità di questa casta culturale e politica sono enormi e quelli confermati dalle urne sono i risultati di un disastro visibili ormai a tutti.
Ma le responsabilità di Fausto Bertinotti in questo fallimento sono più gravi di quelle di altri.
Prima nella CGIL e poi dopo essere stato “assunto” alla direzione del PRC, Bertinotti ha lavorato coscientemente alla distruzione di ogni punto di tenuta di una identità di classe e di rottura con la cultura politica riformista. Dall’accordo con Ds e Margherita alle regionali nel 1995 al referendum sull’art.19 (sulla rappresentanza sindacale che ha impedito lo sviluppo del sindacalismo di base e regalando il monopolio della rappresentanza a Cgil Cisl Uil), dalla rottura con il cosiddetto comunismo del Novecento alla complicità di governo con l’ultimo, disastroso, esecutivo di Romano Prodi, Fausto Bertinotti ha perseguito sistematicamente la demolizione di ogni resistenza all’omologazione politica e culturale dei comunisti e della sinistra.
Queste responsabilità le abbiamo denunciate negli ultimi tredici anni entrando ripetutamente in conflitto con la logica del meno peggio, della prevalenza dell’elettoralismo, della liquidazione del bambino con l’acqua sporca nella storia del movimento operaio, con la subordinazione al culto della personalità verso il leader e tenendo aperta – con minore o maggiore successo in tempi diversi – una ipotesi di indipendenza politica e di radicamento sociale della sinistra di classe e dei comunisti nel nostro paese.
Questa ipotesi alternativa ha incontrato sempre ostilità e vita difficile sia nello spazio pubblico della sinistra sia nelle pagine dei giornali egemonizzate dal bertinottismo, dalle sue interviste, dalle sue svolte repentine. Oggi è la realtà a dimostrare che nel nostro paese era indispensabile tenere aperta una ipotesi politica e un progetto per una sinistra che non intende morire ingraiana.
Adesso è il tempo di ricostruire sulle difficoltà e di sgomberare il campo dalle macerie. Il primo passo non può che essere l’uscita di scena immediata di Fausto Bertinotti e di coloro si sono resi consapevolmente corresponsabili di questo disastro.
La redazione di Contropiano
Per le adesioni a questo appello scrivere a cpiano@tiscali.it
ARDITI NON GENDARMI
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OMNIA SUNT COMMUNIA
Le elezioni, il cosiddetto “pericolo autoritario”, la scomparsa della “sinistra radicale”, la Repubblica di Weimar e l’antirazionalismo (di P. Pagliani)
E così il rito elettorale è andato come si poteva prevedere. Non ho intenzione adesso di approfondire più di tanto ipotesi politologiche post-elettorali ma intendo invece sottolineare ancora una volta la pericolosa limitatezza di analisi di un certo elettorato di sinistra.
Anche questa volta gente stimabile e in buona fede ma con la testa irrimediabilmente martellata dai politologi e dagli opinionisti di uno schieramento che va dal Financial Times ai quotidiani storici dei salotti buoni e della sinistra italiana, hanno votato in funzione antiberlusconiana, al fine - di per sé nobile - di evitare una supposta inversione autoritaria o addirittura un “ritorno del fascismo” in forma moderna.
E’ un dato di fatto che la destra italiana non sia una destra gaullista e si gingilli di tanto in tanto anche con vecchi arnesi armati di labari e fasci littori. Ma è anche un dato di fatto che questi residuati coi loro simboli odiosi - e chi se li porta dietro come alleati o possibili alleati - non siano loro a costituire il “pericolo autoritario” prossimo venturo.
Su questo blog da tempo si sta invece cercando di far capire che se una svolta autoritaria non è da escludersi, ciò è dovuto alla politica di cui sono compartecipi a pieno titolo sia la destra sia la sinistra.
Diverse volte sono state sottolineate le analogie dell’Italia odierna con la Repubblica di Weimar (in estrema sintesi: infeudamento della politica all’economia e dell’economia ai gruppi di potere finanziari statunitensi), analogie che nel quadro dell’odierna crisi mondiale stanno diventando vieppiù preoccupanti.
Rimando i lettori agli interventi su questo tema reperibili sul blog. Con questo contributo intendo porre l’attenzione su come lo stato di degrado della Repubblica di Weimar abbia trovato un’interpretazione nel filone di pensiero antilluminista e antirazionalista, interpretazione che, al di là anche delle intenzioni soggettive dei suoi protagonisti, ha preparato il terreno al successo del nazismo. Nella conclusione sottolineerò alcune analogie con l’Italia che esce dalle elezioni, pur rimarcando la doverosa distanza tra la tragedia e la farsa.
Farò ciò basandomi su un vasto studio di Zeev Sternhell intitolato “Contro l’Illuminismo” (Feltrinelli, 2008), che segue la storia di questo “modernismo antirazionalista”, cioè non pura reazione e nostalgia premoderna, ma vera e propria rivoluzione in chiave antirazionalista, a partire da Herder fino ad arrivare ai neocons statunitensi.
Ecco come Sternhell compendia il pensiero di Oswald Spengler, il massimo teorico antirazionalista operante in Germania nei primi decenni del XX secolo[1]:
“[Per Spengler] il passaggio dalla cultura (Kultur) alla civilizzazione (Zivilisation) si è compiuto nell'antichità, nel IV secolo, e poi nel XIX secolo, sotto la spinta della grande città, “la metropoli” secondo il linguaggio di Spengler. La metropoli«significa il cosmopolitismo in luogo della "patria", il freddo senso pratico in luogo del rispetto per ciò che è tradizionale e innato, l’irreligiosità scientista che inaridisce come dissoluzione del precedente fervore religioso, la "società" in luogo dello Stato, i diritti naturali in luogo di quelli acquisiti». Già i romani avevano sui greci il vantaggio del denaro e il denaro domina anche nel XX secolo. La metropoli non ha un popolo ma una massa, mostra incomprensione per ciò che è tradizionale e naturalismo in un senso del tutto nuovo, riappare in lei «il panem et circenses»: alla cultura appartengono la ginnastica e il torneo, alla civilizzazione lo sport. Nel mondo del XIX secolo l'economia prende il sopravvento, così come furono i romani che insegnarono al mondo il luccichio del denaro. L'immagine spengleriana della decadenza non differisce da quella di Herder. Anche per l'autore del Tramonto l'imperialismo è il«simbolo tipico di una fine. Ora, proprio tale forma è l'ineluttabile destino dell'Occidente».”
Quando il Tramonto viene dato alle stampe è il 1918. Il mondo tedesco ha subito l’umiliazione della sconfitta e ora dovrà far fronte alle imposizioni del trattato di pace. Imposizioni tremende che portarono John Maynard Keynes a dare le dimissioni da rappresentante della Tesoreria britannica alla Conferenza di Pace di Versailles, poiché riteneva che le pesantissime riparazioni imposte alla Germania dai paesi vincitori avrebbero portato l’economia tedesca alla rovina e determinato inevitabilmente lo scoppio di un nuovo conflitto mondiale.
E così fu. Come più volte spiegato in diversi interventi di questo blog, l’economia tedesca fu quasi totalmente subordinata agli interessi finanziari statunitensi e britannici, subordinazione gestita dalle forze politiche liberali e socialdemocratiche che ressero la Repubblica di Weimar tra il 1919 e il 1933, ovvero fino a quando il nazismo decise di ribellarsi a questo vassallaggio (e iniziò così il progressivo avverarsi della fosca profezia di Keynes).
Nella sfera ideologica il nazismo trovò il terreno preparato da Spengler, dal suo antirazionalismo e dal suo socialismo nazionale basato sulle nozioni di “cultura”, “sangue”, “suolo”, “mito” e “tradizione”. Questo socialismo prussiano (o socialismo etico) dava quindi voce alla reazione antimarxista (o non-marxista) nei confronti dell’imperialismo anglo-americano in una nazione provatissima economicamente e che percepiva il rischio di una dissoluzione del tessuto sociale e culturale:
“[Secondo Splenger] la borghesia, per la via traversa della democrazia cerca di sottomettere il potere a norme giuridiche e morali: nulla è più in contrasto con la natura stessa del potere. Sotto l'influenza dei sistemi astratti che, dopo il trionfo del razionalismo, occupano il primo posto, la borghesia mette in pericolo la nazione [...]. Ma non si tratta solo di idee o di spirito critico poiché, «a lato dei concetti astratti appare il danaro astratto, disgiunto dai valori originari della campagna; a lato dello studio del pensatore appare la banca come potenza politica. L'una e l'altra cosa sono intimamente apparentate e inseparabili». Per cui, «se per democrazia s'intende la forma che il Terzo Stato come tale vuol dare a tutta la vita pubblica, si deve dire che democrazia e plutocrazia sono sinonimi».”
E ancora:
“Come Maurras, come Barrès e come Sorel, Spengler associa liberalismo e socialismo marxista nella stessa rampogna. Al socialismo di origine marxiana, che ha imboccato la strada della democrazia, Spengler oppone nel periodo tra i due volumi del Tramonto il socialismo prussiano, nazionale, ciò che lui chiama anche socialismo etico. E’ quello stesso socialismo che Hendrick de Man stava innalzando a sistema in Au-delà du marxisme, ma è a Sorel che spetta la palma di pioniere della critica a un socialismo presentato come infeudato nella borghesia per via del denaro, del parlamentarismo e dei principi illuministi. In una nota a pie di pagina Spengler prende quasi parola per parola una classica idea di Sorel, senza che Sorel sia mai nominato in tutto il corso dell'opera: «Il grande movimento che si serve delle parole d'ordine di Marx ha provocato un dipendere non degli imprenditori dai lavoratori ma di essi e degli stessi lavoratori dalla Borsa».”
Credo che da queste poche note si possa già avere un quadro delle difficoltà materiali, delle contraddizioni e delle trasformazioni politiche - sia del liberalismo che della socialdemocrazia - e degli interessi che quelle forze politiche servivano nella sventurata Repubblica di Weimar, assieme ai leitmotiv delle critiche ideologiche e teoriche che spianarono la strada alla “rivoluzione” nazionalsocialista. E credo che con un minimo sforzo di immaginazione e facendo i debiti cambiamenti, le debite traduzioni e le debite traslazioni, si possano intravedere anche le analogie con la situazione italiana odierna, tenendo anche conto, ad esempio, che in Spengler la critica al “regno del denaro” è preceduta da quella al potere politico:
“La democrazia - qui Spengler riproduce Michels senza ricordare l’esistenza dell’autore de La sociologia del partito politico - è in realtà una dittatura degli apparati di partito. «E’ così che ogni democrazia è fatalmente sospinta su di una via ove essa finisce per negarsi da se stessa». Spengler può quindi annunciare la morte imminente di un parlamentarismo «in piena decadenza» e il passaggio al cesarismo: la strada verso la fine della Repubblica di Weimar è ormai ampiamente aperta.”
Passiamo ora alla scomparsa della cosiddetta “sinistra radicale” dal Parlamento italiano. Di per sé la sparizione di questa sottocasta rossa, che predicava in modo demenzial-confusionario e razzolava in modo anche peggiore (rimando anch’io, come esempio, al recente contributo di Berlendis sulle guerre della sinistra), non è un male, perché era una degli ostacoli maggiori alla chiarezza.
E' evidente che la "sinistra radicale" si è prosciugata in maggior misura a favore della Lega e in parte minore grazie all'astensione. E qui c'è da rilevare che è da un bel pezzo che la mitica classe operaia sta passando dalla sinistra ai padani. Se i governi liberali e socialdemocratici di Weimar sono stati spazzati via dal nazismo, anche qui assistiamo, nella solita versione italica e farsesca, ai salariati che votano i cultori della comunità, del suolo, del sangue e dei miti, cioè i classici ingredienti dei socialismi comunitaristici e nazionalistici.
Solo che essendo cambiati i tempi, oltre la farsa c'è anche la confusione, così che questi padani (e il loro più serio teorico, che è il forzista Tremonti, non certo il leghista Bossi) non si propongono di fare una "rivoluzione dentro il capitale," come i nazisti, ma si confondono con liberisti di vario grado, con filoatlantici e filoamericani e quindi, con la crisi economica che si dispiegherà, verosimilmente saranno prima o poi destinati a fare casino nel prossimo governo, e ad essere costretti a decidere se perdere consensi - come la "sinistra radicale" - oppure se rompere il fronte di centrodestra (come spera Veltroni).
Finché le cose arriveranno a un punto tale che si apriranno le porte a un vero cesarismo (altro che il trio lescano Fini-Berlusconi-Bossi).
Ovvio che le cose non sono destinate ad andare obbligatoriamente in questa direzione.
Ad esempio l'attuale crisi potrebbe addirittura rilanciare la supremazia statunitense invece di deprimerla ancora di più, magari con una Cina che si associa a un rinnovato coordinamento statunitense dei processi di accumulazione mondiali e un’Italia irrimediabilmente al seguito, obbligandoci così a rivedere tutto il quadro delle nostre ipotesi. Non credo che questo sia lo scenario più probabile, ma non è nemmeno da escludere.
Concludo dicendo che quanto descritto sopra riguardo l’antirazionalismo è un discorso che merita di essere approfondito in futuro anche da un altro punto di vista. La critica-superamento del marxismo deve essere fatta seguendo il metodo di Marx. In altri termini deve essere una “critica marxista al marxismo”. E in questo metodo il midollo spinale è razionalista. Se non si riconosce ciò, molte insidie sono in agguato.
Mi sembra che chi contribuisce a questo blog lo sappia bene. Questo è il motivo per cui a volte il bastone viene torto in modo volutamente esagerato nel senso dell’analisi scientifica e del razionalismo. Il pericolo opposto è molto più grave.
Piero Pagliani
[1] Le citazioni sono tratte da Oswald Spengler, “Il tramonto dell'Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale”, traduzione di Julius Evola, Longanesi, 1957. Per Spengler col termine “civilizzazione” si intende l’apice di una “civiltà” o “cultura”, quindi l’inizio della fase di decadenza in una visione biologico-organicista dei cicli delle civiltà (per altro incomunicanti e incomunicabili l’una con l’altra). Ad ogni modo Spengler rifiutò il nazismo, per via della sua “volgarità” (il razzismo e l’antisemitismo di Spengler erano intellettuali e non biologici) e a sua volta fu rifiutato dal nazismo per via del suo pessimismo.
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ARDITI NON GENDARMI
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OMNIA SUNT COMMUNIA
NON HO VOTATO PER NESSUNO di G. A.
Ricevo e pubblico un pezzo di un amico che viene dagli ambienti di sinistra, essendone stato anche un militante, ma che questa volta ha deciso di non turarsi il naso. (G.P.)
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Non ho votato per nessuno alle ultime elezioni politiche.
Non ho votato perchè "eleggere" significa originariamente scegliere (etimologia: "eligere", dal latino medievale, "ex-lègere” o “ex-eligere”, indica il separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore), mentre domenica e lunedì, a ben vedere, nelle urne non c'era nulla da scegliere.
Non ho votato perchè la legge elettorale "porcellum" è in realtà stata voluta e intimamente desiderata da tutti i gruppi dirigenti di tutte le forze politiche candidatesi al Parlamento.
Non ho votato perchè nessuna delle questioni dirimenti del mondo d'oggi è stata al centro dello pseudo-dibattito tra le forze politiche nazionali.
Da tempo sono convinto che in occidente stiamo vivendo una fase storica nella quale l'unica forma di antagonismo tra gli schieramenti politici riguarda la mera gestione (e non più la trasformazione) dell'esistente.
Viviamo un'epoca in cui è in atto uno spostamento clamoroso di ricchezza dal mondo che produce e lavora al mondo della finanza tentacolare e divoratrice.
I centri finanziari dominanti (banche, assicurazioni, fondi) stanno spolpando fino all'osso le risorse prodotte dalla parte sana e produttiva delle nostre società.
Viviamo un'epoca in cui gli Stati Uniti d'America stanno clamorosamente perdendo il ruolo di prima superpotenza mondiale e nessuno dei nostri attori politici può rivelarcelo.
Viviamo un'epoca in cui è in atto una feroce aggressione colonialista verso popoli e nazioni esterne ai circuiti occidentali, il tutto sostanzialmente al fine di sottrarre loro fonti energetiche determinanti affinchè qui da noi, per i prossimi decenni e mentre il petrolio sta finendo, si possa continuare a possedere tre autovetture e quattro condizionatori d'aria per famiglia.
Viviamo un'epoca in cui le predette aggressioni neo-coloniali vengono fatte passare come atto necessario di difesa da un inesistente attacco esterno, che ci sarebbe stato mosso da una presunta entità terroristica centralizzata, anti-cristiana, anti-ebraica e anti-occidentale.
Viviamo un'epoca nella quale con il controllo dei mass-media si può esercitare un condizionamento delle coscienze delle persone in una dimensione che solo il povero Pasolini aveva saputo preconizzare.
Rispetto a tutte le suddette questioni, nessuna delle forze politiche in campo in Italia ha saputo dare risposte serie e convincenti.
In questo contesto, mentre a Veltroni è toccato il ruolo storico di creare un Partito-clone dei democratici americani (che hanno nel loro DNA proprio il compito di rimuovere dall'agenda politica le stesse suddette questioni), il progetto della sinistra-arcobaleno era unicamente sorto per dare respiro e salvezza a quattro burocrazie partitiche allo sbando.
Bertinotti (uomo a mio avviso tra i più profondamente disonesti sul piano intellettuale dell'intero scenario politico nazionale) aveva ricevuto dalla casta il fondamentale compito di anestetizzare le componenti potenzialmente più reattive della nostra società, fornendo la copertura a sinistra per le operazioni più ingiuste messe in atto dal governo-Prodi (abolizione della lotta alla precarietà dei giovani lavoratori, indebolimento del sistema di protezione sociale, incremento delle spese militari, sostegno attivo a tutte le missioni militari all'estero, cooperazione attiva nella criminalizzazione degli audaci giudici Forleo e De Magistris, rimozione del problema-conflitto d'interessi e della democrazia nei media, ecc. ecc.).
Quanto alle piccole forze neo-comuniste sorte a sinistra dell'arcobaleno, pur proponendo esse delle valutazioni analitiche sull'esistente in buona parte condivisibili, continuano a muoversi in un orizzonte ideologico-messianico immobilizzante e desueto, che le condanna inesorabilmente alla marginalità.
Che fare?
Intanto non enfatizzerei in negativo quanto è venuto fuori dalle urne: ho sempre pensato che in Italia il vero dramma non è la presenza in sè e per sè di Berlusconi, quanto la assenza di una reale alternativa a lui dall'altra parte dello schieramento.
Il finto buonismo compassionevole veltroniano - che in questa campagna elettorale ha assunto toni patetici mai visti prima - è a mio avviso incommensurabilmente più pericoloso e nefasto del berlusconismo, perchè è omologante e cloroformizzante per i cervelli e, a differenza del berlusconismo, si indirizza alle componenti che dovrebbero essere le più intelligenti e dinamiche del Paese, paralizzandone la criticità e l'azione.
Ho trovato increscioso il sostegno fornito a Veltroni da eminenti intellettuali di sinistra come Nanni Moretti o Paolo Flores d'Arcais, non memori del fatto che chi ha letteralmente fatto resuscitare il "demone" Berlusconi, dandolgi ancora una volta ossigeno nel momento di sua massima difficoltà è stato proprio il Uòlter buonista.
Quanto a noi, anime tristi che pensano che per la prima volta dalla fine dell'ottocento la sinistra italiana non ha rappresentanti in Parlamento, voglio dire che la rinascita e riaggregazione delle forze sane e di sinistra, che si riuniscano attorno ad un'idea di socialismo redistributivo ma non liberticida (si guardi a cosa sta avvenendo in America latina) potrà partire unicamente dalla società e non dalle caste partitiche, avverrà dal basso e potrà paradossalmente essere un fattore di rigenerazione rivitalizzante per tutti noi, ora che si sarà fuori dai giochi di palazzo.
Vivremo anni di stenti economici e carenze energetiche, di debiti e disagi per un numero sempre maggiore di famiglie, di sempre maggiore precarietà sul lavoro, di nuove guerre internazionali.
La disfatta di Waterloo fu inesorabile e segnò la ridefinizione dell'assetto di poteri da parte di tutte le elites europee; io preferisco pensare che oggi abbiamo vissuto una nuova Caporetto, foriera di sani e non più procrastinabili cambi ai vertici e di inediti scatti di dignità per le persone di buona volontà.
Giuseppe Angiuli
Monopoli, 15.4.2008.
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