di ROBERTO BARDUCCI
Era il 1982 e lo Zimbabwe, a due anni dall'indipendenza, assomigliava ancora molto alla Rhodesia. Lo Zimbabwe produceva, unico paese in Africa, dei surplus alimentari, provenienti dalle farms dei coloni bianchi. Tabacco, mais, carne bovina venivano ancora esportati in grandi quantità. Della Rhodesia rimanevano le grandi differenze sociali. Alla periferia delle città esistevano le townships, quartieri africani dove le condizioni erano di povertà, anche se non drammatiche, ma rese insopportabili dalla segregazione di stampo razziale che le connotava: "noi bianchi da una parte e voi neri dall'altra".
Per vedere il dramma africano, bisognava però andare nelle cosiddette Tribal Trust Lands (TTL), terre agricole lasciate nella disponibilità delle tribù locali. Qui il paesaggio si faceva improvvisamente desertico. Se é vero che i bianchi si erano presi le terre migliori, é anche vero che il modo di gestire le TTL era catastrofico. L'eccessivo ed irrazionale sfruttamento del suolo portava a quei fenomeni di erosione e desertificazione tristemente noti in tutta l'Africa.
La gestione collettiva delle terre era poi il fattore che dava il colpo di grazia a qualsiasi tipo di sfruttamento razionale. Con il fatto che la terra era di tutti, nessuno investiva per migliorare. Migliore era la situazione di quei contadini che lavoravano nelle fattorie dei coloni bianchi dove, seppur mal retribuiti, potevano contare su un minimo per vivere.
Robert Mugabe, capo del Fronte Patriottico, era già in carica da due anni come primo ministro. Il suo partito, lo ZANU-PF, espressione dell'etnia maggioritaria degli Shona, si era formato, anche ideologicamente, negli anni della lotta contro il regime rhodesiano di Ian Smith. Parlavano di socialismo, o meglio di "socialismo scientifico", dove di scientifico non c'era proprio niente. Il loro modello di società era quello della Corea del Nord, dove i ministri di Mugabe si recavano spesso in deferente pellegrinaggio.
Ho sentito una volta un ministro magnificare le virtù di quel paese asiatico. Per dare un tocco di meraviglia al suo racconto, ha detto che in Corea del Nord in riso si coltivava perfino con la semina diretta, tecnica che in Italia già a quell'epoca si praticava da decenni, presentando questa tecnica come una geniale invenzione dei suoi idoli del Sol Levante. Ho sempre pensato che se quel solerte ministro, invece di andare a Pyongyang, fosse andato a Vercelli, oltre che a coltivare il riso avrebbe forse imparato ad usare meglio il buon senso.
Le speranze sul futuro del paese erano grandissime. Non solo nella popolazione africana, liberatasi dal giogo coloniale, ma anche in quella europea, liberatasi finalmente dall'incubo della guerra. Peraltro gli accordi di Lancaster House, con i quali si era posto fine alla guerra di liberazione, garantivano la comunità bianca contro il pericolo di espropriazioni. Ho perfino conosciuto italiani che hanno portato capitali per installarsi in Zimbabwe.
Un signore del quale non ricordo il nome, che fuggiva dall'Etiopia dell'allora dittatore Menghistu, dopo aver cercato di installarsi in Italia, aveva, preso dal mal d'Africa, acquistato un'azienda agricola con annesso un salumificio. Un'altro, il mio amico Amedeo, da Calenzano di Prato, figura incredibile di ex-legionario che aveva combattuto in Indocina, aveva preferito comprarsi una piccola azienda agricola vicino a Marandellas e non in Australia dove si erano trasferiti i suoi figli. Ho perso i contatti con loro ma credo che la storia del paese degli anni successivi li abbia fatti pentire non poco della loro scelta.
Il primo anno passò tranquillo, almeno dove vivevo io. Giungevano infatti notizie di forti contrasti fra il Partito ZANU-PF degli Shona e lo ZAPU degli N'debele nella regione del Matabeleland, nel sud, vicino a Bulawayo. Il particolare si registravano le attività della Quinta Brigata, addestrata dai nord coreani, che era diventata il braccio armato di un regime dittatoriale che stava prendendo forma. Fra l'82 e l'85 circa 20.000 N'debele furono uccisi, ma di tutto questo a noi arrivavano solo notizie frammentarie.
Ricordo che nelle campagne, le case dei coloni bianchi erano ancora circondate - eredità della guerra civile terminata pochi anni prima - da fortificazioni consistenti in grossi muri che potevano sostenere anche attacchi di lancia-razzi e circondate da alti reticolati con sistemi di allarme. Non tardò molto che anche i farmers bianchi cominciarono ad essere fatti oggetto di violenze e ci furono anche dei morti. I giornali parlavano di atti di banditismo, la voce corrente era che si trattasse della Quinta Brigata.
Io e la mia famiglia abitavamo a Mutare, una cittadina situata sul confine con il Mozambico. Dall'altra parte del confine si aveva notizia di attività banditesche condotte da gruppi di guerriglieri sbandati che, dopo la lotta al colonialismo portoghese, non avevano saputo o potuto integrarsi nel nuovo Mozambico di ideologia marxista.
In quel periodo avevamo fatto amicizia con un italiano, Giovanni Parodi, proveniente da un paesino della Liguria, che si trovava in Zimbabwe da più di trenta anni e che aveva messo su un'azienda agricola per la coltivazione del tabacco. La sua azienda era posta proprio sul confine mozambicano. Ricordo che quando la Domenica ci invitava a casa sua, arrivati alle quattro del pomeriggio, ci sollecitava a rientrare a Mutare parlando di non meglio specificati pericoli. Credevo fosse un'esagerazione come pensavo fossero ingigantiti certi suoi racconti della guerra civile. Un giorno mentre ero in ufficio mi é giunta la notizia che il Parodi era stato assassinato da un gruppo di banditi provenienti dal Mozambico e che suo figlio John, un ragazzo di 14 anni, era stato rapito. John non é mai stato ritrovato.
Questa tragedia mi colpì in maniera profonda. Mi fece capire cosa sono guerre e cos'é il terrorismo e di come la violenza possa colpire dovunque anche molto vicino a te. Spesso quando leggiamo di attentati nel mondo abbiamo la sensazione di leggere solo dei bollettini statistici. Invece no. Ogni vittima é una persona reale, come era reale Parodi.
Nei due anni della mia permanenza nel paese, la situazione della sicurezza era peggiorata seguendo una curva esponenziale, con un'accelerazione sempre maggiore. Gli episodi di violenza si moltiplicavano, anche all'interno delle città. Arrivò poi l'ora di partire e fu un sollievo per me e per la mia famiglia.
Non sono più tornato in Zimbabwe anche se ne ho seguito da lontano gli avvenimenti. Nel 1987 Mugabe si é fatto eleggere presidente. Nel 2000 ha voluto fare una riforma agraria che ha beneficiato solo personaggi del regime. Lo Zimbabwe ha il tasso di inflazione più alto al mondo e la peggiore economia di tutta l'Africa. Un eroe della guerra di liberazione si é trasformato in un bieco dittatore che da 28 anni imperversa su paese bellissimo e pieno di risorse.
Eppure tutto era presente in nuce in quel lontano 1982. Per non vedere bisognava proprio chiudere gli occhi. Mugabe non é Nelson Mandela. É un satrapo attaccato al potere che, forse, con le ultime elezioni, potrà finalmente essere allontanato dalla scena politica del suo paese. Molti lo attaccano adesso, ma pochi hanno avuto il coraggio dai attaccarlo nei primi anni del suo regime. Troppo scomodo attaccarlo, troppo poco "politically correct". C'era il rischio di apparire neo-colonialisti. Meglio aspettare che la tragedia si consumi per poi gridare "al lupo".
http://www.agenziaradicale.com/index...4150&Itemid=52
Ora quest'uomo ha perso le elezioni, nonostante i brogli e i tentativi di insabbiare i risultati elettorali la sua sconfitta è sicura. E' riuscito nell'impresa di trasformare una delle colonie più fiorenti dell'Impero Britannico in un inferno dove convivono marxismo e nazionalismo negroide. Questi sono i risultati quando si mette al governo i "fronti di liberazione anticoloniali". Non rimane che sperare in un futuro migliore per la Rhodesia (vero nome dello Stato) e che Mugabe torni ad occuparsi delle uniche cose che uno come lui è in grado di fare: raccogliere banane e suonare bonghi.




di ROBERTO BARDUCCI
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