Ugo La Malfa e le cicale
Sono necessarie misure impopolari per rilanciare l'Italia
C'è un concetto sui cui Silvio Berlusconi insiste spesso in questi giorni, da ultimo nella conferenza stampa di mercoledì scorso, e sul quale i commentatori tendono a sorvolare. E' quello della necessità di "misure impopolari", di "sacrifici e tagli" imposti dalla difficile condizione economica, sia internazionale che interna.
E' peraltro lo stesso concetto che il leader del Pdl ha più volte ribadito in campagna elettorale, di fatto contrapponendolo ai sogni che invece il suo avversario politico dispensava a piene mani.
Su questa cautela - che è in linea con la realtà del paese, con le difficoltà della sua economia, con la condizione dei conti pubblici - non possiamo che concordare. Il Berlusconi prudente e concreto, consapevole fino in fondo dei problemi che lo attendono nei prossimi mesi, è un Berlusconi che ci piace. Sembra quasi aver metabolizzato i severi richiami che Ugo La Malfa era solito indirizzare alle cicale dell'epoca e che valsero al leader repubblicano il soprannome di Cassandra. Così come non possiamo non concordare sul fatto che i sacrifici e i tagli dovranno riguardare, in primo luogo, la pubblica amministrazione. E' qui che si concentra la gran parte degli sprechi, delle inefficienze, dei ritardi che il paese ha accumulato nel tempo.
Vogliamo solo aggiungere che questi sprechi, queste inefficienze, questi ritardi si sono concentrati negli ultimi anni soprattutto nel settore pubblico periferico. Basta guardare gli andamenti della spesa ripartita per i tre principali comparti (amministrazioni centrali, enti periferici, previdenza) per constatare che mentre è declinata l'incidenza del primo, è cresciuta invece in maniera sostanziale quella degli altri due. E che quindi è improbabile ottenere un effettivo successo nella lotta agli sprechi se i tentativi di tagliare la spesa dovessero concentrarsi solo nelle amministrazioni centrali.
Ed ecco allora una proposta concreta su cui lavorare: l'abolizione delle province. Una proposta che comporterebbe un risparmio strutturale tra i sette e i dieci miliardi di euro all'anno; e che, tra l'altro, sarebbe tutt'altro che impopolare. Su questo tema sono ritornati spesso, durante la campagna elettorale, autorevoli esponenti del Pdl; e anche l'opposizione non sembrerebbe pregiudizialmente contraria (anzi, l'Udc di Casini ne ha fatto uno dei temi centrali del proprio programma). Perfino un autorevole intellettuale francese, Jean-Paul Fitoussi, l'ha suggerita nel corso di un recente dibattito radiofonico sostenendo – e giustamente – che in Italia i livelli di governo sono troppi.
Certo, sopprimere le province comporta una revisione costituzionale. Ma in due anni l'intero processo potrebbe essere condotto a termine, semplificando così il funzionamento dell'amministrazione nel suo insieme e tagliando in maniera sostanziosa la spesa pubblica. Nel frattempo, si potrebbe prorogare di un anno l'attività degli attuali consigli provinciali ed evitare che il loro rinnovo – previsto per la primavera del 2009 – precostituisca le condizioni per allungare i tempi di una riforma così significativa.
Esiste già in Parlamento, presentata dal gruppo repubblicano nel corso della passata legislatura, una proposta di legge che ha per oggetto l'abolizione delle province. Potrebbe essere questo un primo testo su cui avviare la discussione e il lavoro parlamentare. Non perdiamo un'occasione che potrebbe imprimere una svolta di sostanza e di immagine all'intero paese!
di Italico Santoro
Roma, 18 aprile 2008
tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4916





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