Quell'apartheid nel titolo che Israele non gli perdonerà mai
JOSEPH HALEVI
L'ostilità del governo israeliano nei confronti dell'ex presidente degli Stati uniti, Jimmy Carter, ha le sue radici nel fatto che da alcuni anni egli è arrivato alla conclusione che il principale ostacolo alla soluzione del conflitto mediorientale risieda nel rifiuto israeliano di applicare le risoluzioni dell'Onu e di evacuare i Territori occupati con la guerra del 1967.
Per l'ex presidente la continua occupazione israeliana crea una situazione di apartheid con 3 milioni di palestinesi senza diritti politici e civili. Carter fu l'artefice dell'accordo di Camp David nel 1979 che portò al ritiro israeliano dal Sinai e la sua riconsegna all'Egitto, nonché al riconoscimento diplomatico tra il Cairo e Tel-Aviv. Contemporaneamente bisogna sottolineare che la sua presidenza continuò, ed anche rafforzò, la linea Kissinger-Nixon dell'alleanza strategica con Israele.
In pratica ciò ha significato rifornimenti militari senza grandi limiti a Tel Aviv, fatto questo che ha permesso di consolidare l'occupazione e le annessioni. Si può quindi capire perché il governo Olmert, dopo averla fatta franca con i pavidi leader europei in seguito alla e guerra al Libano, ce l'abbia tanto con Carter. Un protagonista di primo piano della storia mediorientale che rompe le righe dell'ortodossia Usa ed occidentale su Israele.
Eppure la posizione attuale di Jimmy circa le responsabilità israeliane, non costituisce un mutamento del suo punto di vista, bensì emerge come una constatazione: dopo tanti sforzi ed appoggi (inclusi quelli militari) quelli ancora non se ne vogliono andare dai territori occupati nel 1967.
Il lettore italiano è stato purtroppo privato della possibilità di acquisire diretta conoscenza del pensiero dell'ex-presidente per la mancata traduzione e presentazione sulla stampa del suo libro del 2006 intitolato Palestine: Peace not Apartheid (Palestine: pace e non apartheid, edizione 2007 Pocket Books, Londra, 8,99 sterline; www.simonsays.co.uk).
Ha avuto invece una larga eco sia negli Usa che in Gran Bretagna, compresa l'ondata d'odio nei suoi confronti. Carter presenta il retroterra storico di ogni aspetto e si mostra consapevole dei problemi che la sua diplomazia genera: a Sadat dice di non isolarsi troppo dal mondo arabo, di Israele riconosce pienamente le esigenze di sicurezza militare negando però che queste debbano comportare conquiste territoriali. Le osservazioni di Carter sono fini: sottolinea che in Israele c'è un dibattito vivacissimo senza remore, tuttavia, egli nota, gli arabi israeliani si esprimono con una certa circospezione. Anche la stampa è molto aperta, eccetto, aggiunge, nei casi di pesante censura militare. In nuce la posizione di Carter si coglie in due punti espressi nelle pagine 205-208 dell'edizione 2007 del libro. «Per raggiungere la pace in Medioriente vi sono, egli scrive, due ostacoli connessi tra di loro. (1) alcuni israeliani credono che sia loro diritto confiscare e colonizzare terre arabe e cercano così di giustificare il continuo assoggettamento e la continua persecuzione dei palestinesi sempre più senza speranza e sempre più aggravati, (2) alcuni palestinesi reagiscono onorando gli attentatori suicidi come dei martiri» A sua volta «Israele risponde con punizioni ed i Palestinesi estremisti (militant) rifiutano di riconoscere la legittimità di Israele e promettono di distruggere quella nazione.
Il ciclo della diffidenza e della violenza si perpetua, frustrando gli sforzi di pace» In base a queste due osservazioni Carter enuclea due condizioni per la soluzione del conflitto: (a) «deve essere garantita la sicurezza di Israele. Gli arabi devono riconoscere apertamente e specificatamente che Israele è una realtà ed ha diritto di esistere in pace entro confini sicuri (...) con l'impegno di cessare ogni ulteriore atto di violenza contro la legalmente costituita nazione di Israele» (b) «il dibattito interno in Israele deve essere risolto al fine di definire il confine permanente e legale di Israele».
La seconda condizione è cruciale ed infatti viene fatta seguire da una lunga spiegazione da cui emerge che per Carter i confini legali di Israele sono quelli dell'armistizio del 1949 riconosciuti dall'Onu. È a questi che si riferisce la risoluzione delle Nazioni unite 242 che richiede il ritiro delle truppe dai territori occupati militarmente nel 1967. Così facendo Jimmy mette il dito sulla piaga non solo del mancato rispetto da parte di Tel Aviv di detta risoluzione ma su quella istituzionalmente grave del rifiuto di ogni governo israeliano dal 1948 in poi di definire le frontiere del paese. A cominciare da Ben Gurion, solo i fatti sul terreno contano assieme all'unico ed unilaterale diritto di requisire terreni e fondare insediamenti.
Carter fa notare che l'impegno di applicare la risoluzione 242 venne ribadito nei negoziati di Camp David del 1978 e negli accordi di Oslo del 1993. Osserva inoltre che la stessa Road Map poggia sulla 242 ma, nota, Israele ha sempre messo condizioni e sollevato vari cavilli inaccettabili. Egli menziona che la maggioranza degli israeliani ebrei è favorevole al ritiro dalla Cisgiordania e, aggiungo sulla base di sondaggi più recenti, anche ad un dialogo con Hamas.
Per Carter senza il ritiro di Israele si prospettano solo due scenari. Il primo, che considera rifiutato dalla stragrande maggioranza della popolazione ebraica, implicherebbe l'unificazione dell'intera Palestina in un solo stato. Il secondo scenario vede la cristallizzazione «di un sistema di apartheid con due popoli sulla stessa terra ma completamente separati uno dall'altro, con gli israeliani completamente dominanti che reprimono la violenza (che ne scaturisce, ndr) privando i palestinesi dei loro elementari diritti umani. Questa è la politica perseguita attualmente», afferma con forza l'ex presidente degli Stati uniti.
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...008/art35.html




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