











Sa die de sa Sardigna
Cosa può insegnare la rivolta di un’Isola
DI SALVATORE CUBEDDU
Sa die de sa Sardigna ritorna ogni anno tra il venticinque aprile e la processione di Sant’Efisio. Straordinaria occasione che congiunge la memoria della libertà con la celebrazione di uno dei nostri santi guerrieri. A confermare che non si dà emancipazione senza fatica. Che un popolo non entra in lotta senza trovare in sé una qualche forza più in alto. Che non si dà una crescita duratura senza il pericolo di lunghi decadimenti.
Crisi economiche, povertà fino alla miseria e varie forme di oppressione, non sono fatti nuovi in Sardegna. Ma hanno prodotto fermenti politici e culturali di ribellione solo quando dall’esterno idee e notizie stimolanti si sono unite al senso di responsabilità dei ceti dirigenti e dei cittadini. Questo vale per tutti e dappertutto. Persino il popolo francese ha dovuto subire lungamente le oppressioni feudali, e soltanto nell’89 si ribellò all’aristocrazia settecentesca impigrita nell’ignoranza. Le condizioni obiettive, da sole, non sono sufficienti a provocare serie reazioni operose ove non intervengano nuovi stimoli, come semi su un terreno fecondo.
La ribellione dei cagliaritani e dei sardi, che in quel 28 aprile 1794 imbarcarono i Piemontesi, non è l’unica nella nostra lunga vicenda storica tra sottomissione e resistenza. Essa ha, però, la capacità di segnare il tempo della nostra contemporaneità. In Italia è la rivoluzione più vicina agli ideali e alle modalità della Francia. Coinvolse le città e i villaggi, i nobili e i plebei, i laici e gli ecclesiastici. Nel suo concludersi e perdersi indica come emendarci dai nostri errori di sempre. E sicuramente ci aiuta a tenerci lontano da quei toni lagnosi che spesso vengono rimproverati ai sardi e che certo non servono a modificare la loro condizione. Procurad’’e moderare, barones, sa tirannia!... Ha il medesimo senso dell’inno francese: Allons, enfants de la patrie!
I responsabili della festa del popolo sardo hanno voluto indirizzare l’iniziativa di quest’anno al tema della lingua sarda. In realtà questa occasione di identità e di unità (almeno per un giorno!) si legittima da sola. E bene si farebbe a dotarla della possibilità di essere diffusa e celebrata in ciascuno dei paesi della Sardegna.
E però fu la conoscenza della lingua che in quella notte di rivolta popolare perse i nizzardi, i torinesi e i savoiardi che non seppero rispondere ai cagliaritani "nara cixiri!".
Oggi tutti siamo convinti della possibilità di una positiva e pacifica convivenza delle due lingue, l’italiano e il sardo. Ma durature responsabilità delle istituzioni, superficialità del ceto intellettuale, subalternità delle famiglie e dei singoli hanno ridotto la lingua sarda a parte più debole, con pericolo di estinzione. Non altrimenti che per l’economia, i paesi, la cultura sarda tutta.
La perdita della lingua, che per molti versi può testimoniare le sventure e le sofferenze del passato, rappresenterebbe un danno incalcolabile per un popolo che voglia rimettersi in cammino.
Ricostruire una lingua equivale, infatti, a rifondare un’economia. Quello che intendiamo fare delle nostre parole è ormai urgente che lo dedichiamo anche alle cose e a vivere delle nostre risorse. Può, allora, risultare utile che - nel giorno dedicato a riflettere su «chi siamo» e «cosa vogliamo» - tutto questo proviamo a dirlo in lingua sarda.
Non preoccupiamoci della purezza della limba. Le lingue, infatti, si costruiscono e si ricostruiscono con l’uso. Come ogni cosa.
http://www.regione.sardegna.it/docum...0428102419.pdf


Cultura. La Regione sceglie il logudorese, il Comune si oppone
Divisi nel nome della “limba”
Carte geografiche da modificare e file all'anagrafe per adeguare i cognomi: fosse davvero la lingua ufficiale, la “limba sarda unificata” approvata dalla Regione e rilanciata nei giorni scorsi in occasione di Sa die de sa Sardigna, per la terza città dell'Isola sarebbe un terremoto.
Gli esperti incaricati dalla Giunta Soru hanno prediletto il logudorese a discapito della variante campidanese, nonostante quest'ultima sia parlata dalla maggior parte dei sardi. Dal Comune parte la richiesta di rivedere la legge per tutelare la parlata locale, con l'istituzione di un doppio standard che metta d'accordo nord e sud.
Seguendo le attuali regole dettate da viale Trento, sparirebbe l'utilizzo della x , presente in dosi massicce nei toponimi e nei cognomi quartesi, per essere sostituito dal gh . Le famiglie Puxeddu dovrebbero essere ribattezzate Pugheddu, e la variazione sarebbe un incubo per chi, di cognome, fa Xaxa. Che dire poi delle tante località con la x come Foxi e Pardinixeddu, condannate a essere corrette in Foghe e Pardinigheddu. Addio anche agli articoli campidanesi is e sa , destinati a essere rimpiazzati dai settentrionali sos e sas .
«Per com'è ora la legge, non si va da nessuna parte», contesta l'assessore alle Tradizioni popolari e Lingua sarda Tonio Pani, «creare una lingua colta, ma quasi sconosciuta alla maggioranza dei sardi, non ha alcun futuro. Serve invece un progetto che coinvolga le due macrovarianti, logudorese e campidanese, per creare un processo meno artificiale». Da qui la richiesta del doppio standard: «Bisogna attingere da esperienze maturate altrove», prosegue l'assessore, «con il doppio standard: esiste per il ladino, lingua minoritaria come la nostra, ma anche per il norvegese, che è invece la lingua ufficiale di uno Stato».
Il campidanese era già il cavallo di battaglia, negli anni Novanta, per l'amministrazione guidata dall'allora sindaco Graziano Milia: a Quartu furono istituiti il primo assessorato alla Lingua sarda e una scuola, divenuta punto di riferimento per studiosi e appassionati. Sono diversi i progetti portati avanti più recentemente, come il master in lingua sarda, lo sportello in limba e la biblioteca sulle minoranze linguistiche. Il pericolo, temono in Municipio, è che la x sia utilizzata solo per depennare queste iniziative.
GIOVANNI MANCA DI NISSA
L'unione sarda 08/05/2008


prus o mancu is cosas chi seus narendi innoi:
http://www.altravoce.net/2008/05/09/limba.html
venerdì 9 maggio 2008
Limba Sarda Comuna: scelta politica
tra logudorese e campidanese
contro la divisione ufficiale dei sardi
di Giovanni Lupinu
È importante e necessaria una precisazione in relazione al dibattito sulla cosiddetta Limba sarda comuna. Capita spesso di sentire o leggere che questa varietà sperimentale di sardo scritto è stata selezionata dalla Commissione tecnico?scientifica che il Presidente Soru nominò nel 2005, sicché il merito (o, secondo altro punto di vista, la colpa) di tale scelta sarebbe da ascriversi per intero a tale organismo. Sembrerebbe quasi che il Presidente si sia limitato a recepire dei suggerimenti alla cui base stava un ragionamento scientifico condiviso.
Debbo affermare con decisione che le cose non sono andate precisamente in questo modo. Nella prima riunione della Commissione (il maggio o il giugno del 2005, non ricordo con precisione) tutti i componenti della stessa furono richiesti dal Presidente Soru di un parere circa la varietà da selezionare per gli usi della RAS: facendo séguito a un intervento del prof. Giulio Paulis di segno analogo, sottolineai che in Sardegna, allato di una frammentazione dialettale marcata negli usi orali, sono sempre esistite delle tendenze centripete che hanno portato ben presto alla fissazione di un logudorese e di un campidanese “illustri”, che hanno prodotto una ricca documentazione (opere letterarie, lessicografiche, grammaticali, catechismi etc.). Sono fatti ben presenti alla percezione dei parlanti, abituati, giusto per fare un esempio, a sentire le gare poetiche in un codice che non esitano a definire “logudorese”. Cose note a tutti.
Al di là di questo, va detto che nell'occasione ricordata la prospettiva di un doppio standard fu esclusa dal Presidente in persona, per ragioni politiche (sulle quali non ho competenza a entrare, se non come cittadino): affermò, infatti, che la selezione di un doppio standard avrebbe certificato la divisione dei Sardi. Della seduta dovrebbe esistere registrazione.
In breve, quello che mi preme dire è che la selezione di uno standard unico -comunque la si voglia pensare al riguardo- è stata una decisione politica: aggiungo anche che io, personalmente, non ho mai lavorato, neppure un minuto, alla definizione della LSC, preferendo concentrare i miei sforzi sull'indagine sociolinguistica che si doveva ancora svolgere (la quale, fra l'altro, conteneva pure alcune domande, volute espressamente dal Presidente Soru, che avrebbero dovuto orientare la scelta dello standard: delle risposte a esse, evidentemente, non si poté tener conto).
Al di là della polemica che un simile dibattito non cessa di suscitare, ritengo sia giusto non usare la Commissione a suo tempo nominata come un parafulmine: al suo interno, infatti, erano presenti posizioni scientifiche diversificate che sono state portate a sintesi solamente in sede di decisione politica.


federatzione provinciale???? in casteddu????![]()

