25 APRILE, IL MITO DELLA RIMOZIONE DIETRO L’EGIDA RESISTENZIALE
Anche questo 25 Aprile ha levato i suoi drappeggi e come ogni anno nei ricordi dei cittadini italiani rimarranno i bei discorsi scanditi dalle più illustri autorità, le sfilate e i cori dei soliti centri sociali, le contestazioni rivolte al Presidente della Camera e al sindaco di Milano, le enfatiche parate celebrative, i commoventi raduni e le solenni cerimonie che ovunque nella nostra penisola hanno avuto luogo. In ogni istante sono volati riferimenti e allusioni al pessimo esempio fornito da coloro che si rifiutano di esibire la loro felicità nel giorno della “ritrovata unità identitaria”, alla loro infima e riprovevole concezione di indifferenza o di ostilità.
Ma l’ostinatezza del loro declinare l’invito rimanda a una diversa visione della realtà storica, lontana dai parametri e dalle attese istituzionali ma conforme ad un altrettanto concreto basamento; il 25 Aprile in Italia potè segnare la fine del II conflitto mondiale, disastroso e traboccante di armistizi delatori e giochi di potere, ma che infine l’Italia riuscì a festeggiare vittoriosa.
Spiravano laceranti correnti di disfattismo nei mesi frenetici che precedettero la Liberazione, serpeggiavano moltiplicandosi i tradimenti recidivi, languivano le città bersaglio delle “fortezze volanti”.
Ma la deprimente e meschina immagine della consegna delle armi agli Anglo-Americani ad opera del re Vittorio Emanuele, la sua fuga repentina, l’arresto di Mussolini, l’insediamento del governo Badoglio, non avevano destabilizzato i combattenti delle milizie fasciste e molti tra loro aderirono alla neonata Repubblica Sociale e passarono nelle fila delle Brigate Nere, appena costituite da Pavolini, o combatterono nei marò San Marco, nei servizi di spionaggio, nei paracadutisti, nell’aviazione, esprimendo il loro perentorio diniego a un cambio di alleanze.
Gli eventi sempre più avversi che si succedevano intorno ad essi non influirono nella saldezza dei loro animi, ancorata sulla certezza di lottare per l’Italia, per la terra che li aveva visti nascere e che per anni avevano servito fedelmente. Giovanissimi e non, si ritrovarono nella paradossale situazione e nel primario dovere di lavare l’onta del voltafaccia regio, di riscattare l’eclissata lealtà di una Nazione, battendosi per restituire onore e dignità a un Popolo, anche a coloro che nella Resistenza li osteggiavano al fianco degli Anglo-Americani.
Non erano mossi da interessi di partito o dalla speranza di ricevere privilegi, tutt’altro erano consapevoli che per loro non ci sarebbe stato spazio né posti d’onore nell’assetto politico che sarebbe sorto dall’imminente sconfitta, certi della prossima dissoluzione del piccolo Stato di Salò, erano purtuttavia fieri delle persecuzioni da affrontare nell’immediato dopoguerra, dei futuri dogmi e della nascente ortodossia da contrastare. Sarebbe stato l’esempio più fulgido di fedeltà e continuità ai loro motivi di lotta, e sereni ma decisi affrontarono le infamie e le iniquità che ricaddero su di loro, le più ignobili e infondate accuse di partecipazione a eccidi e stragi con il tedesco invasore, le continue epurazioni dai posti di lavoro, le pesanti ricadute economiche sulle famiglie. Resistettero per non soccombere con la loro Idea, forgiata e difesa col Sangue, perché il suo ricordo non si slavasse nel tempo.
Il 25 Aprile segnò violentemente in Italia il preludio della guerra civile, particolarmente aspra al Nord, spietata come tutte le lotte fratricide, ma questa volta con vincitori già decretati in partenza: sull’entità delle vendette partigiane, dei militi repubblichini seviziati e resi irriconoscibili, scomparsi tra i flutti dei grandi fiumi italiani o sotto poche zolle di terra in aperta campagna, sull’ammontare dei cadaveri effettivamente ritrovati, le cifre ufficiali discordano e inevitabilmente risentono di posizioni di parte, ma si può ragionevolmente risalire alle 22.000 unità, approssimativamente raggiunte.
Dopo il 25 Aprile, quando nulla lasciava ipotizzare una riconciliazione nazionale e il suolo italiano ancora si stendeva vermiglio, teatro di ambizioni di gloria e di manovrati rancori repressi ora destatisi e manifestati nell’espressione più cruenta e selvaggia, sotto i vessilli dell’utopia di un riscatto sociale nella risorta democrazia.




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