
Originariamente Scritto da
(Controcorrente
Governi e cibo: primo non nuocere
di Francesco Ramella
La recente crescita dei prezzi dei generi alimentari ha, prevedibilmente, fatto riecheggiare le voci critiche della globalizzazione e del mercato senza regole, accusato di affamare le persone. Da qui, la richiesta alla politica di intervenire. L’economista Riccardo Moro, intervistato da Avvenire lo scorso 11 aprile, ad esempio, ha sostenuto che è necessario “ripensare la politica del commercio mondiale. Per vent’anni il mondo ha voluto lasciar fare al mercato, ma la liberalizzazione totale implica la perpetuazione delle asimmetrie esistenti”. Se volgiamo lo sguardo al passato, tale valutazione sembra però essere quantomeno ingenerosa. Dal 1950 al 2005 la popolazione mondiale è cresciuta di due volte e mezza ed il reddito procapite di quasi il 200%.
Entrambi questi fattori hanno portato ad un incremento della domanda di cibo. Ciò nonostante (o, forse, sarebbe meglio dire, anche grazie a questa evoluzione) in termini reali il prezzo degli alimenti si è ridotto di oltre il 70% (nel Regno Unito, il prezzo del grano nel 2000 era pari a meno di un decimo di quello prevalente nei cinque secoli precedenti).
L’apporto calorico procapite a livello mondiale è in media aumentato del 24% dal 1961 al 2002; nei paesi poveri l’incremento è stato ancor più significativo, pari al 38%. Secondo una stima della FAO, una persona per poter sopravvivere e svolgere una moderata attività necessita di almeno 2mila calorie al giorno. Dal 1970 ad oggi la percentuale di persone che non raggiungono tale standard è diminuita dal 35 al 18%. Miglioramenti drastici si sono registrati soprattutto in Asia mentre una più limitata tendenza positiva si è avuta nell’Africa subsahariana dove la produttività agricola rimane assai più limitata: in Asia si utilizzano in media 130 kg di fertilizzanti contro gli 11 kg nel Continente nero e sono irrigati il 37% dei terreni destinati a coltivazioni contro il 5%. E’ importante aggiungere che, non solo si è ridotta la percentuale di persone malnutrite, ma pur in presenza di un’espansione senza precedenti della popolazione mondiale, è diminuito il loro numero assoluto: da 920 milioni nel 1971 a poco meno di 800 milioni nel 1997.
E veniamo a oggi. Negli ultimi due anni, il trend di lungo periodo del prezzo degli alimenti ha conosciuto una brusca inversione, con i prezzi che sono risaliti ai livelli di trent’anni fa. Quali le cause di tale andamento? Da un lato la crescita economica di Cina ed India che ha determinato un aumento della domanda di carne (in media un cinese ne consumava 20 kg nel 1985 a fronte degli attuali 50 kg) e, di conseguenza, una maggiore richiesta di cereali per l’alimentazione degli animali. Tale fattore che si è dispiegato progressivamente nel corso di molti anni non può però essere ritenuto responsabile, se non in misura marginale, di quanto accaduto a partire dal 2006. Il colpevole è verosimilmente da individuarsi nell’utilizzo dei cereali per la produzione di etanolo. Negli Stati Uniti, principale Paese esportatore di mais nel mondo, quasi un terzo della produzione è stato “accaparrato” dal governo attraverso i generosi incentivi garantiti ai produttori di bioetanolo. Tale politica, oltre a causare la crescita del prezzo del mais, ha determinato un rialzo delle quotazioni di altri prodotti agricoli avendo indotto gli agricoltori a riconvertire parte delle loro coltivazioni.
Dunque, a guardare con attenzione, più che una domanda reale espressa dai consumatori, sembrano essere i governi i responsabili di quanto accaduto di recente. Infondata risulta essere anche l’accusa al riscaldamento globale per una minor produzione: i principali modelli di previsione sono infatti concordi nel ritenere che, almeno inizialmente, un riscaldamento della terra associato ad un incremento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera (un potente fertilizzante per numerose piante) comporta un miglioramento della produzione agricola.
Con riferimento alla eventualità di eventuali interventi pubblici per porre rimedio all’attuale situazione, che si tratti di fissare un tetto ai prezzi oppure di imporre restrizioni alle esportazioni e sussidi alle importazioni, occorre sottolineare come essi si rivelino quasi sempre controproducenti in quanto disincentivano la produzione di prodotti agricoli invece di incoraggiarla.
Se lasciato fare, il mercato, pur imperfetto, ha dimostraato si saper conseguire i risultati sopra evidenziati. Il caso più spettacolare è quello della Cina dove, dopo le follie pianificatorie che condussero alla morte per fame di milioni di abitanti nei primi anni ’60, il riconoscimento della proprietà privata e della libertà di commercio, ha fatto sì che la fame fosse drasticamente estirpata. Questa, più che l’inconcludente strada degli aiuti governativi, sembra essere la via maestra anche per l’Africa che non ha finora goduto, se non in minima parte, dei progressi conosciuti da tutte le altre aree del pianeta.
Ai governi si potrebbe chiedere, più modestamente, di non nuocere. A quelli europei, in particolare, di abbassare progressivamente le barriere tariffarie ed i sussidi che proteggono i coltivatori all’interno della Comunità, a scapito dei consumatori e dei produttori più poveri e relativamente più efficienti. Ed a quello americano, se proprio non vuole rinunciare al bioetanolo, di acquistarlo a più buon prezzo dai contadini brasiliani.
Da
Libero Mercato, 15 aprile 2008
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6560