Quando si diventa madre, la prima cosa che ci si augura è che il proprio figlio stia sempre bene, che non soffra. Purtroppo il nostro amore non può impedire che sorgano problemi e quando ci si trova di fronte ad una difficoltà inerente alla salute ci sentiamo impotenti, inutili, in colpa per non averlo evitato, anche se questo era impossibile.
La malattia dei nostri figli è un ostacolo che non vorremmo mai incontrare nel nostro cammino di genitori, siamo sempre impreparati a combatterla. Quando si tratta di problema fisico si accetta e si da inizio alle terapie, ma quando c’è un problema neurologico, non sempre è così facile accettarlo e porvi rimedio.
La sindrome da iperattività o deficit di attenzione (Attention Deficit Hyperactivity Disorder, ADHD, oppure Disturbo da Deficit di Attenzione ed Iperattività, DDAI) è un disturbo neuropsichiatrico che colpisce soprattutto i maschi in piena età evolutiva.
Nell’ultimo periodo c’è stato una gran parlare della sindrome, per cui non mi soffermerò sulle cause, sulle cure, sugli aspetti, ma solo su ciò che provano le mamme con bimbi difficili, che poi è l’aspetto più trascurato da i vari giornali, medici, etc.
L’accettazione della diversità del proprio figlio è forse, il passo più difficile da compiere per una madre. Ci si autoconvince che sia solo un po’ vivace, solo un po’ in ritardo rispetto agli altri. A volte il mondo intorno ci rema contro, i mariti non lo accettano, non vogliono sia appellato come “handicappato” e non ci aiutano.
I pediatri ci dicono di lasciarlo stare e noi siamo costrette a lottare contro tutti: la sindrome, i parenti, il senso di colpa, la gente.
Ma poi arriva il momento in cui la realtà ci travolge e non si può fare a meno di affrontarla.
I Neuropsichiatri infantili dicono quella parola: iperattivo.
I dubbi, le paure prendono una forma spaventosa, crolla il mondo addosso e non si può far altro che alzarsi, perché la battaglia è dura ed è appena cominciata.
Cosa vuol dire avere un bambino iperattivo? Cosa provano le madri di bambini iperattivi? Cosa pensa la gente vedendoli? Come vengono trattati dagli altri?
Con due molliste, mamme di due maschi iperattivi, ho cercato di rispondere a queste domande.
Loro hanno intrapreso strade diverse, consigliate dai medici. Una ha iniziato la terapia con il Ritalin, (il farmaco della discordia) affiancandolo a corsi di psicomotricità, il bimbo della seconda, invece, viene seguito solo dalla psicoterapista.
Qualsiasi sia il percorso intrapreso dai bimbi e dalle mamme i dubbi, le paure, le aspettative, le ansie, la stanchezza sono uguali.
Le madri di bambini difficili vivono spesso un senso di inadeguatezza, non sempre si riescono a trovare le risposte che, i bimbi con il loro atteggiamenti ostili, cercano, si cerca di dargli delle regole ma spesso si ha il terrore di inasprire il problema
Il senso di colpa arriva quando, dopo che ti sei sgolata, che l’hai seguito in ogni movimento, non ce la fai più, perché non sai più cosa vuol dire stare seduta sul divano, non sai cosa significhi avere 5 minuti per te.
I medici ti dicono cosa fare, ma spesso è impossibile seguire i loro consigli. Tu stai lì per ore, con loro a ripetere le stesse parole, poi arrivano i nonni e disintegrano il lavoro che tu hai fatto in settimane.
Ti senti sconfitta e fai qualcosa che sai essere sbagliato: urli. Perché sei arrabbiata con la vita, lo sei con la sindrome, lo sei con te stessa che hai avuto un cedimento.
Il mondo esterno non è ancora pronto ad aiutare realmente le mamme di bimbi difficili. Ci sono molti ostacoli da abbattere.
Le trafile burocratiche, per esempio. Per iniziare una terapia ci vuole la prescrizione della NPI della propria ASl di appartenenza, quindi occorre aspettare i tempi per una visita.
Dopo un percorso mediamente lungo c’è la diagnosi, con relativa terapia che in genere è la psicomotricità.
Quando ci si mette in lista d’attesa presso un centro convenzionato ASL vengono fuori le lungaggini del nostro servizio sanitario.
Attualmente a molti bambini viene diagnosticato un problema comportamentale per il quale è necessaria la logopedia e/o la psicomotricità.
I centri convenzionato sono oberati dalle prenotazioni, le terapiste sono poche, perché le ASL sono sempre in deficit e non pagano.
I tempi si allungano e si è costretti a portare il proprio figlio in un centro privato per evitare che il problema peggiori.
Altro macigno sulla gestione di un problema.
E poi c’è la gente.
Ti guardano come se tu fossi una madre incapace. Quando al supermercato si getta in terra e piange, ti guardano come se non sapessi educarlo, come se fosse solo viziato.
Tu allora sei costretta ad andare al parco quando gli altri non ci sono, perché non puoi spiegare alla gente che tuo figlio non riesce a ricordarsi una regola, che se spinge i bambini non lo fa perché lo vede in casa.
Oppure non lo porti proprio, perché odi gli sguardi delle mamme perfette con i figli perfetti che giocano tra di loro, che non si fanno male gettandosi dai giochi.
Quando vai a casa di altre persone, mentre le mamme sono sedute a conversare tranquillamente e i loro figli giocano, tu sei sempre dietro tuo figlio, per evitare che possa farsi male, che possa far del male agli altri, che rompa qualcosa.
Non hai più una tua vita, preferisci non andare a cena da amici perché sei costretta ad alzarti in continuazione, perché tuo figlio ha combinato qualcosa.
Ti senti mortificata quando morde un altro bambino anche se gliel’hai detto varie volte che non si fa, ma lui non è capace di imparare i divieti.
E negli altri che sanno invece, leggi sguardi di compassione e nei visi di chi non sa, lo biasimo, perché hai un figlio maleducato, violento.
E infine loro: i bambini.
Stretti in una morsa più grande di loro, non riescono a finire i compiti, non riescono ad avere degli amici, sono presi in giro, sono trattati come degli appestati, considerati stupidi, pericolosi per sé stessi e per gli altri. Sono distratti da ogni cosa, non ricordano le regole e si sentono soli ed infelici. Non sanno perché sono trattati diversamente, perché nessuno riesce ad essere loro amico, a volte anche i genitori non riescono a capire le grida di dolore.
Per le terapie ci sono due scuole di pensiero.
Una che persegue lo scopo anche con l’utilizzo dei farmaci (per documentarvi meglio, visitate il sito www.aifa.it) e una che credo unicamente nel supporto terapico (per info www.giulemanidaibambini.org).
Come già detto, questo articolo non vuole difendere né accusare nessuna modalità scelta per le terapie dei bambini con adhd, solo un genitore può capire quanto sia doloroso qualsiasi percorso scelto.
Prima di avventurarsi in questa battaglia occorre sentire più specialisti, affidarsi comunque a medici scrupolosi e avere molta forza.
Tutti i bimbi hanno diritto all’amore dei genitori e a una vita normale.
http://www.mammeonline.net/modules.p...rticle&sid=677




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