
Originariamente Scritto da
Vandeano05
Gli americani,
i più europei di tutti
Curiosando ai lavori del 44° convegno nazionale della Philadelphia Society, il forum permanente della Destra pensante USA. I conservatori d’Oltreoceano riforgiano la propria identità nella memoria del Vecchio Mondo.
Ce la salveranno loro la nostra anima culturale?
di Marco Respinti
Il Domenicale 19-04-2008
Arlington, Virginia — «Una civiltà è antica sempre solo dieci anni». Lo ripeteva colui che per decenni ha presieduto il prestigioso Intercollegiate Studies Institute di Wilmington, Delaware, ovvero E. Victor Milione, scomparso (lo abbiamo ricordato sul “Dom” del 23 febbraio ) di recente. Sì, spiega Robert R. Reilly, che di Milione qui si fa discepolo: perché a ogni generazione occorre ricominciare daccapo, cosa possibile però solamente se non si ricomincia mai davvero tutto daccapo. Conservare, insomma, è ricostruire, giacché ricostruire è conservare. Per Reilly è una questione assai concreta; lo ha compreso guardando i propri bimbi: «Sono venuti al mondo che praticamente erano dei barbari, ma hanno lasciato il tetto paterno da abitatori della civiltà occidentale». La famiglia, il rischio educativo, l’instradamento delle tendenze, delle passioni e della mentalità prima ancora che l’insegnamento (pur fondamentale) delle idee. «Sì, per poi ricadere nel neobarbarismo dell’inciviltà contemporanea appena gli ex bimbi escono di casa...», scherza con grande serietà Angelo Codevilla pensando alla propria esperienza di padre.
Reilly e Codevilla sono due pezzi da novanta, e le loro parole fanno scuola, sempre. Il primo è oggi Senior Fellow all’American Foreign Policy Council di Washington, ma vanta un passato da commentatore di punta di Voice of America e una meritata fama di fine analista politico. Il secondo è un italiano diventato americano che noi italiani dobbiamo ancora adeguatamente scoprire: ieri ha servito tre anni la Marina USA da ufficiale e ha poi fatto parte dalla Hoover Institution on War, Revolution, and Peace dell’università californiana di Stanford; oggi insegna all’Università di Boston, parla ancora benissimo il lùmbard e coltiva una vigna in California dove produce un vino, il Codevilla, la cui etichetta è il blasone di quell’omonima cittadina omonima pure di lui che sorge poco distante dalla Voghera in cui egli nacque 65 anni fa. Ma soprattutto Codevilla è il teorico principale di quel decisivo progetto di difesa missilistica degli USA che, approntato dal presidente Ronald W. Reagan, è noto come “Scudo stellare”.
Il panel a cui partecipano viene unanimemente considerato uno dei migliori fra quelli del 44° convegno nazionale della Philadelphia Society che si è svolto lo scorso week-end appena fuori Washington, nelle ballroom dello Sheraton National Hotel di Arlington, dirimpetto al Pentagono (quel bel poligono regolare della Difesa USA che fu sventrato dall’odio antioccidentale di Al Qaeda) e affacciato sul National Cemetery dove i servicemen caduti per la patria e per il national interest riposano a una distanza così breve dall’albergo che all’imbrunire anche i convegnisti vengono salutati dalle note del Silenzio militare.
Una storia dentro la storia
Che cos’è la Philadelphia Society? Con formula sbrigativa ma esatta la si può descrivere come il forum dei leader dei “traditional conservative” statunitensi. Nacque nel 1964 sull’onda di quella “sconfitta vittoriosa” che per la Destra USA fu la corsa alla Casa Bianca di Barry M. Goldwater (su cui Antonio Donno ha appena pubblicato un gran bel libro, Barry Goldwater. Valori americani e lotta al comunismo, Le Lettere, Firenze, pp. 126, e18,00), la quale servì da catalizzatore finalmente anche politico del movimento conservatore allora “Stato nascente”, spostò irreversibilmente un po’ più a destra parte del Partito Repubblicano e alla lunga produsse il grandioso fenomeno Reagan.
Del resto la “PhilaSoc” – com’è chiamata dai suoi membri (della “PhilaSoc” si è membri cooptati da altri membri, oppure ospiti sponsorizzati da un “tutor”) – fu creata proprio per evitare che il movimento sbandasse dopo la sconfitta elettorale e oggi funge da graduate school per tutti coloro che, ufficiali e truppe, si formano entro le varie sigle e istituzioni di cui il movimento si compone. Da 40 anni svolge insomma un’alacre opera di elaborazione culturale, di educazione permanente e di advising che non manca di avere spesso anche il suo bel peso, com’è giusto sia, politico.
Il suo personale – si diceva – è quello dei “conservatori tradizionali”, ossia tutto quel mondo, enorme, che il conservatorismo negli Stati Uniti lo ha fondato prima dell’avvento (a partire dalla seconda metà degli anni Settanta) dei neoconservatori, e che il conservatorismo lo anima ben oltre – cioè sopra – le disfide (mica sempre spregevoli, ma costantemente bisognose di respiri più ampi) fra libertarian, paleoconservatori, fusionisti, e via elencando le varie e variegate scuole di pensiero di cui si compone la Destra culturale americana.
In Italia vige infatti un vizio ottusamento nostrano e tipico del riduzionismo con cui i media massificano nel pubblico la percezione del reale. Quel vizio recita così: se negli USA uno non è liberal, allora è (da qualche anno in qua) neocon, alla faccia della multiformità di un movimento irriducibile in maniera così grossolona e in barba alla semplice logica. La logica dice infatti che, prima di mettere mano alla tastiera, il giornalista di casa nostra dovrebbe farsi venire qualche dubbio a proposito del fatto che se esistono dei neoconservatori, vuole almeno dire che di conservatori ve ne sono altri che se non altro vengono prima, ma pure che magari articolano il proprio conservatorismo in modo diverso. Conservatori, cioè, come quelli che appunto si radunano con regolarità da più di quattro decenni sotto l’egida della Philadelphia Society.
Conservatori senza “neo”
Ebbene, tra i “conservatori tradizionali” della “PhilaSoc” siede da qualche anno anche Midge Decter. Moglie di Norman Podhoretz (il direttore storico del mensile Commentary), la Decter è la founding mother dei neocon. La sua cooptazione nella Society non è passata certo come acqua fresca, ma segna un punto nodale di grande rilevanza. Oggi la polemica e sempre aitante Midge ama infatti dire di essere passata da neocon qual era a con qual è. Mica tutti sono d’accordo, ovvio; ma la questione decisiva qui è la percezione che attualmente la Decter ha di sé, quindi l’idea che la madrina ha dell’insieme dei suoi figliocci neoconservatori. Insomma, nonostante ciò che pensano anche diversi “conservatori tradizionali”, il movimento dei “neo” assomiglia oggi molto a un ruscello che, nato gagliardo come lo sono tutti i giovani corsi d’acqua rotolanti dalle montagne, è forse approdato al senso di sé confluendo nella maestosità della mainstream. Non più a margine, insomma, ma dentro (e con) il senso di una storia importante, in linea con il comune sentire del suo popolo.
George H. Nash – lo storico “ufficiale” del movimento, presidente di turno della “PhilaSoc” (lo sostituirà Steven F. Hayward, dell’American Enterprise Institute di Washington) – lo previde 30 anni fa, apparendo a molti come un semplice visionario; e con la serenità del grande padre lo previde negli anni Ottanta persino Russell Kirk (l’emblema della rinascita conservatrice USA del secondo dopoguerra), allorché tenne un peraltro ben polemico discorso sui neocon alla Heritage Foundation di Washington (ben frequentata anche dai neocon), quel Kirk che del resto fu oggetto degli strali della Decter. Fortunatamente la realtà è sempre più grande delle biografie dei suoi protagonisti.
Adesso è tutta un’altra cosa
Giunto a questo punto del nostro diario americano qualche lettore penserà però che forse ci siamo smarriti; che soprattutto abbiamo perso il filo di quel
che la Philadelphia Society tiene di più a discutere oggi. E invece no. Perché che la “PhilaSoc” decida di mettere a fuoco un tema come quello che suona “L’Europa, gli Stati Uniti e il futuro della civiltà occidentale” (questo il titolo del 44° meeting di settimana scorsa) è altamente rivelatorio; ma diviene vincolante da oggi e per sempre se si pensa che questo la “Phila Soc” lo fa ora, ovvero al termine di una presidenza importante e pesante (e per taluni persino imbarazzante) qual è stata quella espressa, per otto anni, da George W. Bush jr.; che lo fa nel momento in cui una parte qualitativamente significativa dei neoconservatori americani si riscopre conservatrice senza neo; ma soprattutto che lo fa in un crocevia storico in cui (su determinate questioni) la distanza fra Nuovo e Vecchio Mondo è grande tanto quanto (su altri aspetti) grande è la loro vicinanza.
Bene intesto, la “questione Europa” cuore della “questione civiltà occidentale” non è mai stata assente dall’orizzonte dei conservatori, ma adesso ve n’è una consapevolezza nuova. Macché solo consapevolezza: ve n’è piuttosto una vera e propria necessità, un bisogno impellente.
Eredità, imprescindibile
Ne parlano in molti alla “PhilaSoc”, e da punti di vista diversi. Nel modo più vibrante lo fanno i citati Codevilla e Reilly, i britannici Samuel Gregg (dell’Acton Institute for the Study of Religion and Liberty di Grand Rapids, Michigan) e Michael Burleigh (storico della Hoover Institution), nonché il famoso Richard Pipes (storico della Harvard University). Ne viene fuori – ribadito a lettere chiare che si fanno manifesto, oltre che invocazione – che il futuro dell’Occidente sta nel suo passato, in quel retaggio europeo, cioè, di morale certa, filosofia autentica, religione incarnata in una storia e istituzioni a misura di uomo che configura la tradizione come costante fonte di rinnovamento, come riscoperta di sé a ogni generazione finché ogni generazione non perderà il testimone di quella precedente. Con un paradosso.
Pensieri e parole importanti le hanno portate oltre l’Oceano i neerlandesi Bart Jan Spruyt e Michiel Visser della Edmund Burke Stichting, il francese Alexandre Pesey dell’Institut de formation politique di Parigi, Roman Joch del Civic Institut di Praga, nonché gl’italiani Enrico Colombatto dell’Università di Torino e Alberto Mingardi dell’Istituto Bruno Leoni. Ma sono proprio alcuni aspetti delle comunicazioni proferite dagli europei quelle che agli americani appaiono le più deboli. È come se vi fosse la doverosa denuncia, ma non la necessaria speranza. Per questo l’Europa sta eticamente, demograficamente e culturalmente peggio degli USA? Per questo solo là l’Edwin J. Feulner jr. presidente della Heritage Foundation (che di suo vive di pane e public policy) sa sottolineare con forza e passione a tutti la non casualità del nome che la sua istituzione si è data, “eredità”?
GOD BLESS AMERICA!!!!