Capitolo 9 – La teoria Austriaca del ciclo economico
di Pietro Monsurrò
Gli elementi fondamentali del ciclo economico sono già stati esposti nel precedente articolo, in quanto gran parte della teoria del ciclo consiste nello spiegare gli effetti del credito sulla struttura produttiva. Rimane da spiegare perché il tutto abbia caratteristiche cicliche, e perché si accompagna a panici bancari e a disoccupazione di massa.
Il ciclo economico
Cerchiamo di sviluppare in ordine cronologico i vari passaggi che dall’inizio del boom economico portano alla sua fine, alla crisi, e poi alla ripresa.
Tutto comincia dall’illusione di avere a disposizione più risparmi di quanti ce ne siano effettivamente: il boom economico (insostenibile1) inizia con uno squilibrio tra tasso di interesse naturale e tasso di interesse monetario: il tasso di interesse naturale è quello per cui risparmi e investimenti sono equilibrati. Se il tasso di interesse monetario è inferiore a quello naturale, gli investimenti saranno in eccesso rispetto ai risparmi.
Wicksell pensava che uno squilibrio tra i due tassi avesse come conseguenza solo una variazione del livello dei prezzi. Noi non siamo interessati al livello dei prezzi: un errore di coordinazione tra piani di investimento e risparmi avrà conseguenze strutturali sull’economia reale.
A cosa è dovuto questo squilibrio? Gli errori sono sempre possibili, quindi è impossibile escludere a priori che lo squilibrio non sia dovuto ad un eccesso di ottimismo da parte degli investitori. Di spiegazioni ad hoc è piena la teoria economica. La teoria austriaca propone un meccanismo sistematico di creazione di errori imprenditoriali: tale fenomeno è l’espansione creditizia.
Le banche espandono il credito perché così fanno profitti extra, facendo prestiti, su cui guadagnano interessi, in eccesso rispetto alle loro riserve effettive. L’unico freno all’espansione monetaria è il rischio di bancarotta. Tale fenomeno è inevitabile, in recessione, e ciò pone un problema: perché sempre lo stesso errore? Nel mondo contemporaneo la motivazione è semplice: i fallimenti bancari a catena sono quasi impossibili per via delle Banche Centrali.
Indipendentemente da ciò, è evidente che il credito fiduciario esista: non potendo mettere ciò in dubbio, occorrerà capire quali ne siano le conseguenze. Il boom inflazionistico, cioè basato sull’aumento dell’offerta di moneta,2 è insostenibile perché il credito influenza la percezione della disponibilità di risparmi, e spinge verso investimenti che non potranno essere completati.
La nuova moneta entra nel sistema economico attraverso il circuito del credito, e quindi viene prima spesa per comprare beni capitali e altri fattori di produzione. Successivamente, però, circolando attraverso i vari mercati, tenderà a trasformarsi in inflazione dei prezzi.
Il boom degli investimenti nasce dall’effetto Wicksell, per cui la creazione di credito sottrae risorse ai consumatori e le dà agli investitori. Una volta che la moneta si è diffusa in tutto il sistema economico, questo effetto non può più sussistere. Verrà un momento in cui i nuovi redditi generati dall’aumento dei salari e dell’occupazione si trasformeranno in consumi, e quindi andranno a sottrarre risorse agli investimenti. In quel momento ci si renderà conto che gli investimenti intrapresi erano insostenibili.
L’alternativa è che il sistema bancario aumenti ulteriormente l’offerta di credito, compensando la maggiore capacità di acquisto dei consumatori aumentando la capacità d’acquisto delle imprese.
Il ciclo in un sistema bancario libero
Vediamo ora cosa succede in un sistema bancario libero, con banche in concorrenza, senza Banca Centrale. All’apice del boom si sparge la voce che i depositi nelle banche non sono sicuri, che gli investitori non sono in grado di restituire i prestiti: probabilmente si avrà un aumento della quantità di denaro sotto forma di moneta o banconote, anziché depositi.3 Si formano file alle banche, e queste sono costrette a convertire, perdendo riserve e contraendo il credito. Le imprese sono costrette a interrompere gli investimenti, perché non esistono risorse reali per completarli, perché la contrazione del credito fa apparire tali risorse ancora più scarse di quanto sono, perché i fallimenti bancari mettono fuori gioco gli intermediari che coordinavano investitori e risparmiatori.
La prima cosa da notare è che i fallimenti sono endogeni: se gli investimenti fossero sostenibili, le aziende non avrebbero problemi a pagare gli interessi e il capitale, e se le banche non fossero esposte finanziariamente al malinvestment e non avessero obblighi che non possono mantenere (il credito fiduciario), non ci sarebbero motivi per avere crisi.
La seconda cosa da notare che la recessione ha origine nella struttura della produzione, e che alcuni fenomeni, come le bank run o la crisi dell’intermediazione, hanno influenza sulla successiva recessione, allungandola e rendendola più grave, anche se sono la conseguenza del malinvestment.
Vediamo cosa succede a livello di produzione. Le aziende capiscono che non hanno sufficienti fondi per comprare i fattori di produzione complementari necessari a completare la produzione; domandano nuovi crediti a breve, facendo aumentare i tassi di interesse (maggiori prezzi, maggiore scarsità). Alcune falliranno, e i loro debiti per le banche saranno almeno in parte inesigibili. Alcuni piani di investimento verranno abbandonati: beni capitali sub-marginali cominceranno ad accumularsi nei distretti industriali, edifici ed infrastrutture verranno lasciati a metà. I lavoratori verranno licenziati e ci sarà una riduzione dell’occupazione nei settori ad alta intensità di capitale (più sensibili al tasso di interesse).
La velocità di assorbimento di questi squilibri nel mercato del lavoro dipende dalla struttura del mercato. In genere il lavoro è un bene non-specifico e può spostarsi da un mercato ad un altro con relativa facilità. Esistono però degli investimenti in capacità professionali (il “capitale umano”) per cui valgono gli stessi argomenti che abbiamo esposto per il capitale fisico: alcuni investimenti in capacità professionali specifiche, strettamente legate alla struttura produttiva insostenibile, si riveleranno errati, e il lavoratore dovrà abbandonare l’“investimento” e accettare compensi inferiori per lavori meno specialistici. Lavori che richiedono nuove capacità professionali comporteranno un periodo di “gavetta”, esattamente come un nuovo flusso di produzione dovrà essere completato prima di poter influenzare la produzione di beni di consumo.
Esternalità di rischio
Alcuni ritengono che è inverosimile che gli imprenditori sbaglino sistematicamente per via delle politiche monetarie. Si ritiene quindi che la teoria austriaca del ciclo economico sia troppo meccanica nel ritenere che gli imprenditori e le banche non possano evitare la recessione.
Ma le imprese che non impiegano il nuovo credito si troveranno a far fronte alla concorrenza delle altre imprese, che avranno fondi a basso costo con cui comprare macchinari, produrre nuove merci, e invadere nuovi mercati. Le imprese che non mal-investono sono quelle che rischiano maggiormente durante il boom. Se il boom dura a sufficienza, nessuno potrà applicare la strategia del discriminare il credito fiduciario.4
Si potrebbe pensare che le aziende che non hanno mal-investito si troveranno successivamente in vantaggio rispetto alle altre, strutturalmente sbilanciate, ma anche questo argomento è errato.
Le banche che hanno prestato a certe imprese, in crisi per via della recessione, saranno restie a lasciarle fallire, in quanto ciò renderebbe i loro crediti inesigibili. Siccome la creazione di credito è a costo zero, a meno del rischio di bancarotta (che le Banche Centrali rendono quasi nullo), le banche tenderanno ad espandere ulteriormente il credito verso i loro clienti, per cercare di salvarli.
L’idea è semplice: a livello macro-economico c’è carenza di risparmi. Ciò implica che qualcuno dovrà fallire: fallirà il primo che si ritroverà senza fondi. Estendere credito verso i propri clienti può spostare il rischio di fallimento verso le altre imprese. In questa situazione di “mors tua, vita mea”, imprese strutturalmente fallimentari possono essere avvantaggiate, rallentando la ristrutturazione del sistema produttivo.
Ciò è un caso particolare di un problema più generale: non è chi mal-investe inizialmente che rischia di fallire, ma chi non avrà i soldi (in recessione) per completare la produzione. Il rischio non è limitato a chi commette errori, ma è sistemico, e ciò crea una tragedy of the commons: c’è qualcosa che non va tra i beni capitali durevoli e specifici, ma non si sa chi ne verrà colpito.
Un altro aspetto importante è che i prezzi servono per coordinare la produzione: prezzi distorti renderanno la coordinazione più difficile. Se gli individui sapessero coordinarsi senza prezzi, non avrebbero bisogno della contabilità; ma siccome i prezzi sono fondamentali nel processo di mercato, la distorsione della struttura dei prezzi è causa di insostenibilità del sistema produttivo. Non è possibile agire “come se” si conoscessero i prezzi giusti.
L’argomento parte dal presupposto che gli individui abbiano conoscenze sufficienti per capire il problema, e abbiano i mezzi per mettere in pratica una strategia in grado di eliminarne gli effetti. Nessuna delle due ipotesi sembra realistica.
Politica monetaria
Si è visto come le banche che hanno espanso il credito rischieranno di fallire. Siccome però i fallimenti a catena sono molto più visibili del malinvestment, l’attenzione a questi è stata in genere molto maggiore. C’è da chiedersi quindi se la rimozione del rischio di bancarotta possa risolvere il problema del ciclo economico: la risposta è no, essendo il panico bancario la conseguenza della recessione e non la sua causa.
Salvare le banche dalle loro espansioni è proprio ciò che le banche centrali sono nate per fare. Le banche centrali salvano le banche fornendo loro nuove riserve, in genere ottenute comprando debito pubblico sul mercato, mediante le operazioni “di mercato aperto”. Rendendo difficili i fallimenti, le banche centrali impediscono la contrazione del credito, e consentono un’inarrestabile espansione monetaria.
Ciò non era possibile fino agli anni ’70 perché le banche centrali dei singoli paesi saldavano i propri conti in oro, e un’eccessiva espansione creava problemi con la bilancia dei pagamenti, proprio come nei sistemi bancari concorrenziali. Con le riforme monetarie degli anni ’70 anche quest’ultimo limite è stato eliminato: da quel momento gli aggregati monetari hanno cominciato a crescere a ritmi forsennati, soprattutto in recessione (per via delle politiche monetarie anticicliche).
Le banche centrali quindi consentono un’espansione continuata e illimitata del credito, che impedisce la liquidazione del malinvestment, e i fallimenti bancari. Questo implica che la “cura” del ciclo economico è la creazione di nuovo malinvestment: esattamente come in una condizione di tossicodipendenza, ma non si vede alcun programma di disintossicazione in corso.
Il malinvestment è causato dal credito fiduciario, e la recessione è il momento in cui il mercato si accorge che c’è un problema: continuare ad espandere il credito serve a chiudere gli occhi di fronte al problema. Posticipare la recessione non significa eliminare il malinvestment.
Malinvestment e livello assoluto dei prezzi
Molti economisti ritengono che la stabilità economica è assicurata quando il livello assoluto dei prezzi rimane costante (questa visione fu difesa da Fisher negli anni ’20), o perlomeno quando il livello dell’inflazione è stabile e noto a priori (inflation targeting).
Tale idea è errata. Supponiamo che in un’economia con prezzi costanti ci sia un’innovazione tecnologica, che porti ad un aumento del tasso di interesse naturale e della produttività. Ci sarà un aumento degli investimenti, e una tendenza dei prezzi a diminuire: fin qui, non ci sono problemi. Ma quando questa tendenza verrà combattuta dalla politica monetaria, il cui scopo è per ipotesi quello di mantenere i prezzi stabili, alla crescita economica sostenibile indotta dall’innovazione tecnologica si verrà a sovrapporre una crescita fittizia, basata su malinvestment, indotta dalle politiche monetarie stesse. Lo stesso identico ragionamento s’applica all’inflation targeting.
Una politica monetaria espansiva potrà durare più a lungo in periodi di crescita economica, in quanto l’inflazione dei prezzi è più facilmente controllabile. Nell’attuale fase storica, l’informatizzazione, l’apertura dei mercati all’ex blocco sovietico e della Cina, e le deregulation hanno contribuito a tener bassa l’inflazione. Questo non significa che l’economia sia sana.
Il ciclo economico genera crescita?
La crescita può essere generata da un aumento della dotazione di capitale, da miglioramenti tecnologici e da un’estensione della divisione del lavoro.
Non c’è motivo di credere che l’inflazione monetaria influenzi il terzo fattore, che dipende dall’apertura dei mercati, dall’assenza di politiche protezioniste, e da nuove tecnologie di comunicazione e trasporto. Non c’è neanche motivo di credere che l’inflazione influenzi direttamente il progresso tecnologico, se non perché, influenzando gli investimenti, consente anche un aumento delle risorse dedicate alla ricerca e allo sviluppo.
Dobbiamo quindi focalizzare l’attenzione solo sulla relazione tra politiche inflazionistiche e investimenti. Gli investimenti dipendono dai risparmi: possono aumentare solo se i risparmi aumentano. I risparmi possono essere volontari, come quando un individuo non consuma per salvare fondi per la pensione, o involontari, come nel caso dell’effetto Wicksell.
È però noto che durante i boom i consumi crescano: viene quindi da chiedersi come sia possibile un aumento degli investimenti. Innanzitutto, i consumi e gli investimenti possono crescere se c’è crescita economica dovuta alla maggiore divisione del lavoro e a progressi tecnologici, ma questi non dipendono dalle politiche inflazionistiche. I fondi per i maggiori investimenti non possono venire dai risparmi veri, in quanto i consumi aumentano.
Rimane una sola spiegazione: i maggiori investimenti sono un’illusione contabile creata dall’inflazione. Ciò che le aziende fanno non è investire, ma, al contrario, consumare capitale. Nei limiti in cui ciò non è vero, è solo per fattori esogeni come la maggior apertura dei mercati o l’innovazione tecnologica: fattori su cui in definitiva si basa la sostenibilità di un sistema economico inflazionistico.
Note
- Può ovviamente anche esistere un boom sostenibile, ad esempio causato da un aumento dei risparmi, o da qualche innovazione tecnologica. Ma la teoria del ciclo si occupa di quelli insostenibili. Ci si potrebbe chiedere come distinguere un boom sostenibile da uno che non lo è: se ciò fosse possibile, probabilmente non ci sarebbero mai boom insostenibili, perché gli investitori non commetterebbero errori sistematici.
- Originariamente il termine inflazione si riferiva all’aumento dell’offerta di moneta e non all’aumento dei prezzi, come si usa al giorno d’oggi. L’insistenza della teoria economica sulle relazioni di lunghissimo termine, dove l’inflazione monetaria ha il solo effetto di inflazionare i prezzi, ha poi portato alla confusione tra i due concetti. Ora l’inflazione monetaria si chiama espansione, ma gli austriaci tendono a parlare di inflazione nel significato originario, da cui il termine “inflazionismo”, la politica di sistematica espansione dell’offerta di moneta.
- Le banche possono moltiplicare solo il denaro depositato, non il denaro detenuto come liquidità dai privati. A parità di condizioni, un aumento della quantità di banconote detenute dai privati porterà alla riduzione dell’offerta di moneta.
- Si noti inoltre che le Banche Centrali, agendo anti-ciclicamente, rischiano di allontanare la recessione e invogliare gli investitori a mal-investire. Alla fine pagheranno i detentori di moneta, e non gli investitori, nel momento in cui la Banca Centrale trasformerà il malinvestment in inflazione dei prezzi.
Pubblicato il 16/03/2008




