Dopo il trionfo: «Prima c'era un paese diviso, ora la filosofia cambia»
AUGUSTO MINZOLINI
ROMA
La frase Silvio Berlusconi l’ha gettata lì. In uno dei tanti ragionamenti a cui si è lasciato andare ieri, a ridosso dell’ultimo successo elettorale del centrodestra: la conquista del Campidoglio. «Prima - ha confidato agli intimi - c’era un paese diviso a metà tra noi e il centrosinistra. Il dialogo non era solo necessario ma obbligato. Ora c’è un Paese diviso che quasi per due terzi è con noi e per un terzo con l’opposizione: la filosofia non può non cambiare. Il dialogo è importante, ma la priorità è decidere. E’ quello per cui la gente ci ha votato».
La sconfitta di Francesco Rutelli a Roma ratifica un cambio di scenario che era già nell’aria: il centro-sinistra è destinato a ripensarsi completamente, a rifondarsi sul piano programmatico e culturale per recuperare un ritardo di anni e un eventuale siluramento di Walter Veltroni sarebbe una scorciatoia che ne perpetuerebbe solamente gli errori e i vizi; di contro, il centro-destra e «in primis» Silvio Berlusconi sono condannati - si fa per dire - a governare, a decidere, a riformare il Paese con la collaborazione degli altri - meglio - o da soli. Tutte le menate o i minuetti di queste settimane sono definitivamente archiviati: non ci saranno «esterni» di lusso nel governo; non ci saranno “vice” ma solo il premier; e i ministri, a questo punto, non saranno soppesati con il bilancino. Le ultime mediazioni si sono esaurite ieri. Se si protrarranno ancora c’è il rischio di cominciare con il piede sbagliato. «Questo - osserva la maga dei sondaggi, Alessandra Ghisleri - è un Paese che vuole essere governato e Berlusconi deve assecondarlo. Non ci sono più mediazioni. Non c’è bisogno di vice-premier come Calderoli o Letta. Userò un termine forse esagerato, ma lui nell’immaginario è stato percepito come l’uomo della provvidenza. Lo ha evocato lui stesso un simile scenario con il “meno male che Silvio c’è”. E’ uno slogan che ha pagato ma ora lo carica di responsabilità».
E dato che il panorama politico del Paese è stato terremotato deve cambiare anche la strategia, lo stile e l’immagine del Cavaliere: «Mai come ora dobbiamo governare con i fatti e non con le parole». Nei primi cento giorni, nella luna di miele, Berlusconi deve produrre decisioni sull’Alitalia («Abbiamo già ora un 20% di surplus di imprenditori che vogliono partecipare alla cordata»), sui rifiuti a Napoli («se sarà necessario porteremo l’immondizia davanti ai magistrati che impediscono di utilizzare alcune discariche»), sul fisco. La priorità, appunto, è scegliere non trattare esageratamente. Del resto il personaggio aveva capito la domanda che veniva dall’opinione pubblica già in campagna elettorale. Aveva dato poco peso alla filosofia di Sarkozy e aveva ironizzato sulla commissione Attali: «E’ più famosa di quanto abbia prodotto». Poi aveva escluso dal Pdl i depositari della cultura della mediazione estenuante e dei confronti ad oltranza, gli ex-dc. Infine, sul governo, diciamoci la verità, non ha mai ipotizzato seriamente l’arrivo di esterni come Luca di Montezemolo o il giuslavorista, Piero Ichino. Né ha difeso più di tanto il vice-premierato di Gianni Letta sia dall’assalto della Lega che voleva affiancargli Calderoli, sia dall’insofferenza di Giulio Tremonti e di Gianfranco Fini: il «gran visir» di palazzo Grazioli è sicuramente il primo dei collaboratori del premier, quello di cui più si fida, la sua ombra, ma le indiscusse doti diplomatiche dell’uomo hanno un peso «in un Paese diviso a metà» e un altro, sicuramente più relativo, in un governo che può contare sull’appoggio della stragrande maggioranza del Paese. In quest’ultimo caso la qualità prioritaria è la capacità di decidere tempestivamente. E il risultato del voto a Roma, dove Letta ha sempre coltivato un rapporto fin troppo privilegiato con il centro-sinistra, probabilmente renderà ancora più forti queste sensibilità: «Durante la campagna elettorale - si lamenta Maurizio Gasparri - mi ha ripreso quando ho sparato contro il proconsole di Veltroni, Bettini, ma non possiamo mica fare politica disarmati».
Fin qui Letta. Ma anche verso gli alleati e nel partito il Cavaliere non si farà coinvolgere in mediazioni estenuanti. Anzi. Anche perché se uno legge attentamente i flussi elettorali dell’ultimo voto emerge che il successo della Lega, ad esempio, è frutto anche dalla capacità di abnegazione del Cavaliere: il partito del Senatùr ha preso solo l’1% a sinistra (a differenza di quanto viene strombazzato in giro), il resto lo ha preso a Forza Italia che ha pagato la scelta necessaria di fondersi nel Pdl con An. Insomma, è stato il Cavaliere a farsi carico della vittoria e questo gli dà una ragione in più per rispondere picche a richieste spropositate degli alleati. Così nei confronti della Lega dopo il «no» a Calderoli, è venuta la promessa di un quarto mandato per Formigoni alla Regione Lombardia. Se a questo si aggiunge che l’uomo della Moratti, Paolo Glisenti, è stato nominato amministratore dell’agenzia che preparerà l’Expò, si può dire che quest’appuntamento importante sarà tutto nelle mani di Berlusconi. Se questa è l’aria anche Alleanza Nazionale dovrà ridimensionare le sue mire. Come pure dentro Forza Italia le ambizioni ministeriali sono tutte nelle mani del Premier: il Cavaliere non si farà trascinare più di tanto nelle richieste dei vari esponenenti, si chiamino Rotondi, Alfano o Vito. A un certo punto deciderà. E i primi a saperlo sono gli interessati. «Lo ha capito Bossi pensate se non lo capiamo noi - fa presente il capo degli ex-dc della Pdl Gianfranco Rotondi -: il governo nasce da un patto diretto di Berlusconi con il popolo. Come De Gaulle, oggi Berlusconi ha una responsabilità esclusiva».
Appunto, “decidere”. «Potremo fare anche delle scelte impopolari se necessario - fa presente il pugliese Raffaele Fitto, uno dei colonnelli -: l’unica cosa che non possiamo fare è non decidere». «L’elemento prioritario della nostra filosofia - gli fa eco il piemontese Crosetto - è scegliere». «La gente - chiosa il prossimo capogruppo. Fabrizio Cicchitto - esige innazitutto di essere governata. Lo sappiamo noi, ma devono saperlo, nel bene e nel male, anche i sindacati e quest’opposizione frastornata».
http://www.lastampa.it/redazione/cms...2342girata.asp
Questo è quel che dichiara con soddisfazione il nuovo presidente del Consiglio. Una dichiarazione di guerra ai sindacati ed una minaccia ai partiti avversari. Un vero statista.




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