Salve amici del forum!
Sono un conservatore innamorato pazzo del Partito Repubblicano. Vi seguo da tempo con interesse e ho deciso di unirmi a voi per condividere il mio interesse verso l'America, specie quella conservatrice.
Per iniziare a conoscerci vi propongo alcune riflessioni su John McCain e i "nuovi repubblicani" che ho scritto originariamente su un altro forum di POL.
Ciao a tutti (un saluto particolare a Christine, repubblicana "autentica"!)
McCain e il futuro dei Repubblicani USA
Marco Respinti nel suo ultimo articolo per “Il Domenicale” intitolato “Gli americani, i più europei di tutti” ci informa del recente convegno nazionale della Philadelphia Society augurandosi che preludi per l’America e l’Occidente intero al recupero storico di “quel retaggio europeo, cioè, di morale certa, filosofia autentica, religione incarnata in una storia e istituzioni a misura di uomo che configura la tradizione come costante fonte di rinnovamento, come riscoperta di sé a ogni generazione finché ogni generazione non perderà il testimone di quella precedente”.
Respinti, come la maggior parte dei commentatori d’Oltreoceano, ci descrive la realtà americana secondo la sua personale ottica, che è quella di è un conservatore "tradizionalista" nella tradizione di Russell Kirk. I tradizionalisti della Old Right postbellica (Kirk, Nisbet, Voegelin) esercitarono un ruolo predominante nel "Movimento Conservatore" americano durante gli anni cinquanta e sessanta. Entrarono in crisi, paradossalmente, con l'elezione di Ronald Reagan, alla quale tra l’altro avevano particolarmente contribuito, in quanto la formazione reaganiana al potere era assai più ampia e composita dell’originario movimento. Con Reagan i conservatori arrivano sì al potere, ma a vantaggio di nuove componenti estranee alla Old Right, quali la destra religiosa e i neoconservatori, oltre al tradizionale repubblicanesimo moderato divenuto col tempo anch'esso più conservatore.
I tradizionalisti legati a Burke e alla vecchia scuola tory di Disraeli e Churchill, si trovarono a fare i conti con un conservatorismo aggiornato che negli USA, come in Albione con la Thatcher, sembrava rifarsi soprattutto a Gladstone e all’eredità Old Whig.
Orfani del Vecchio Sud, sconfitti dalle guerre culturali con la sinistra libertaria, i tradizionalisti non seppero aggiornare la loro agenda politica. Ragion per cui, agli inizi degli anni novanta, in seguito alla caduta del comunismo sovietico, dalla vecchia componente tradizionalista prese corpo una nuova corrente “paleoconservatrice”, che abbandonò il nostalgismo vecchio stampo per lanciarsi in nuove guerre culturali che avevano come campo d’azione terreni “scivolosi” quali la sociobiologia, la teoria evolutiva e l’antropologia, in un percorso non dissimile da quello compiuto da Alain De Benoist con l’European New Right.
In seguito ad alcune affermazioni shock riguardanti neri ed ebrei, Pat Buchanan – il leader di questi frondisti repubblicani – venne progressivamente ostracizzato dai compagni di partito e per tutti gli anni novanta si fece interprete dei malumori interni alla destra “dura”, cercando prima di dar vita ad un fusionismo “paleo” con i right libertarian di Rothbard, quindi nel 2000 candidandosi alla Presidenza tra le fila del Reform Party. Il bassissimo consenso ottenuto evidenziò tuttavia lo iato creatosi con gli anni tra i fautori della Vecchia Guardia e il Repubblicanesimo aggiornato.
Con l’avvento del centrodestra italiano si ha da noi un maggiore interesse allo studio del conservatorismo USA, del quale si fa interprete a fianco di firme tradizionali quali un Alberto Pasolini Zanelli, appunto Marco Respinti. La sua manifesta simpatia per Buchanan, promosso ad alfiere del conservatorismo “reaganiano”, lo rende a lungo sospettoso verso George W. Bush, da lui appoggiato convintamente solo in occasione del suo secondo mandato (quello dei "Valori"). Respinti non manca mai l’occasione di smarcare i famigerati "neocons" dalla destra americana a suo dire più "autentica" e nel migliore dei casi cerca di comprenderli nell'alveo del cosiddetto "fusionismo". Tuttavia il "fusionismo" (“stretto” o “allargato” per usare il linguaggio un pò tortuoso del giornalista), che nasce con la campagna Goldwater ed è stato rispolverato recentemente dalla National Review con la candidatura Repubblicana di Mitt Romney, ma anche dal velleitario Thompson, ha mostrato ormai tutta la sua inadeguatezza a rappresentare compiutamente l’odierna destra americana. Viceversa, il successo di John McCain è la dimostrazione di quanto profondo sia stato il mutamento dell’anima conservatrice negli ultimi quindici/venti anni.
McCain, che non è un moderato alla Giuliani, è un conservatore autentico dei nostri tempi e di tipo molto diverso da quello che si continua a definire "tradizionale". Sui temi economici e sociali è assai più cauto e “progressista” dei tradizionalisti e dei libertari, mentre in politica estera è invece considerato un "falco" dei più agguerriti.
In realtà, se il Movimento Conservatore nel suo complesso ha sempre rivendicato un'identità "jeffersoniana", con McCain i nuovi repubblicani sembrano situarsi a metà strada fra la tradizione di Jackson e quella di Hamilton. Non a caso i riferimenti politici dell’anziano guerriero sono, oltre Reagan, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt, due presidenti "hamiltoniani" che mancano nel tradizionale pantheon tradizionalista-libertario. E ancora più interessante è il fatto che la sua ascesa politica sia stata supportata da commentatori estranei alla National Review, giovani leve tipo David Brooks (NY Times) e Bill Kristol (Weekly Standard). Entrambi negli ultimi anni si sono fatti portavoce di un conservatorismo di tipo nuovo - e di cui Bush Jr. è stato talora interprete - denominato "Big Government Conservatism" o "National Greatness Conservatism".
E’ soprattutto il tema della grandezza nazionale ad ispirare questo nuovo conservatorismo che cerca disperatamente una via “americana”, postideologica e pragmatica, in grado di sanare le ferite sociali provocate da una destra tradizionale ritenuta troppo partigiana e divisiva. Alla ricerca di un consenso fra gli indipendenti e i centristi Democratici, ritenuto essenziale per una coalizione che abbia intenzione di ricompattare l’America, il nuovo Partito Repubblicano sembra deciso se necessario anche a fare a meno delle sue componenti minoritarie, che per anni sono state anche le più tipiche della sua base elettorale.
A indicare la nuova rotta, tra gli intellettuali di una destra "orfana" dei Friedman e dei Kirk, sono i “Tocquevilliani”, ovvero coloro che la stampa – specie straniera - più volte addita come neocons, straussiani o addirittura centristi e che invece in patria si considerano “conservatori” a tutti gli effetti.
Dopo l’espulsione dei paleocon (che oggi fiancheggiano la destra razzista) potrebbe essere ora il libertarismo alla Hayek a rischiare di trovarsi espulso da quella che per tutto il Novecento è stata la sua "casa" naturale. I nuovi conservatori non credono affatto all'idea di uno stato "nemico" (Nock), ma anzi, rispolverando Hamilton, che solo attraverso uno Stato snello ma “forte” gli USA possano guardare con fiducia alle sfide del nuovo secolo.
Purtroppo da noi il ritardo con il quale si cerca di comprendere la realtà americana continua a provocare non pochi problemi di orientamento. La figura di Russell Kirk, riverita in patria come si addice ad un padre nobile del conservatorismo USA, non offre granchè ad una “right nation” che oggi si sente estranea alla nostalgia tory non meno che alle socialdemocrazie continentali. Diversamente da quanto auspicherebbe la destra europea è il conservatorismo alla Burke - con i suoi continui richiami alla virtù e alla tradizione - a non significare più nulla al conservatore americano che sulle orme di Leo Strauss in onore della democrazia liberale ha già dato da tempo il suo gioioso addio alla Storia.
by florian




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