Uno dei miei giornali telematici preferiti Caserta24ore mi ha fatto questo regalo...
(di Lorenzo Gabanizza) Guardo quasi sempre “Porta a Porta” e credo che la puntata di ieri, pur interessante e spunto di utili discussioni, sia stata ingiusta nei confronti di Re Vittorio Emanuele II. Non per piaggeria, lo dico, ma storicamente. Dalla puntata, non si è affatto capito come il Re Vittorio Emanuele II avesse davvero a cuore le sorti dell’Italia e questa è una realtà storica, non una opinione personale. Sono state esibite lettere di Garibaldi, eroe d’onore, duro e puro ma non sempre fu così e, d’altro canto, potrei esibire lettere del Re altrettanto chiare sulla sua passione italiana.
Alcune affermazioni del Sen. Castelli le trovo ingiuriose e false. Che Vittorio Emanuele II non parlasse italiano è falso. Il Re, ne abbiamo riscontri nelle biografie più accreditate, si esprimeva preferibilmente in dialetto piemontese (così anche in punto di morte), non in francese. Ma il Re parlava anche italiano e francese, che comunque era la lingua utilizzata dalle Corte da Pietroburgo a Napoli.
Vittorio Emanuele II è stato dipinto da Petacco come un povero imbecille: “il suo quoziente di intelligenza era piccolo così”, dice lo storico (sic!) “Ma aveva il Ministro Cavour”. Anche questa è una inesattezza, per non dire una falsità storica perchè ben sappiamo, sia da quanto il Re fece, e da quanto ne dicono le carte e i documenti che a lui si riferiscono, che se non era un Einstein (ma nemmeno Garibaldi lo era con la sua prosa ridondante e colma di errori) era dotato di intuito, malizia e buon senso, qualità che gli guadagnarono la stima non solo di Napoleone III, ma anche della Regina Vittoria. Abbiamo l’esempio di Villafranca, dove Cavour avrebbe voluto continuare la guerra, con esiti disastrosi senza l’appoggio della Francia (avremmo avuto un’altra Novara non crede?), e il Re, giustamente, accettò pur a malincuore l’armistizio franco-austriaco di Villafranca di Napoleone III, per non perdere quanto già si era ottenuto e aspettando il momento migliore per terminare l’opera di costruzione nazionale. Sappiamo bene quante volte il Re si scontrò con il suo Primo Ministro. Sappiamo che a volte ebbe ragione Cavour, e avolte ebbe ragione il Re, ma la verità è che i due si completavano ed avevano due ruoli distinti.
Altra affermazione ingiuriosa è quella del Sen. Castelli in merito alla mentalità dei nostri patrioti e facendo l’esempio di Cialdini, che affermava essere i meridionali peggio dei beduini. A parte il fatto che i leghisti, dei meridionali, hanno affermato di peggio, vorrei ricordare che la mentalità del Risorgimento non è certo riconducibile all’affermazione di un generale che, tutto pulito e abituato all’ordine e austerità piemontesi si trova nel mezzo della società meridionale, povera, colorata, confusa, rivoltosa e diciamo, appariscente. In questo senso, è illuminante la biografia di Cavour scritta da William de La Rive la quale riporta chiaramente lo spirito che animò il Risorgimento. Le confessioni in punto di morte non possono non essere credute ed io, per chiudere questa lettera voglio riportargliene una. Disse Cavour in punto di morte (e questo la dice lunga su come vedeva Garibaldi ma anche il meridione - legga Sen. Castelli, legga!): “L’Italia del Nord è fatta (…) ma ci sono ancora i Napoletani. Ah, c’è molta corruzione laggiù. Non è colpa loro, povera gente, sono stati così mal governati. (…) Bisogna moralizzare il paese, educare i bambini e i giovani, fondare asili, aprire collegi militari. Ma non si pensi che insultando i Napoletani riusciremo a modificarli. Domandano impieghi, onorificenze, promozioni; ma soprattutto non lasciargliene passar nessuna: l’impiegato non deve esser sfiorato da nessun sospetto. Niente stato d’assedio, nessun sistema di governo assoluto. Tutti sanno governare con lo stato d’assedio. Io governerò con la libertà e farò vedere che posson fare di questi bei paesi dieci anni di libertà. Tra vent’anni saranno le province più ricche del mondo. Garibaldi, è un galantuomo; non gli voglio alcun male. Vuole andare a Roma e a Venezia: anch’io; nessuno ha più fretta di noi.”
Quanto al Re, Vittorio Emanuele II, dice bene il De Paoli che pure con i suoi limiti, la sua opera fu positiva. Non bisogna dimenticare che i Savoia furono gli unici a raccogliere la sfida italiana. I Borboni mai la vollero l’Italia. E prima dell’operazione nel Sud, Vittorio Emanuele scriveva al cugino in tal senso cercando di evitargli il conflitto imminente. Ebbene Vittorio fu un grande Re, il Re che incoraggiava i propri soldati sul campo a San Martino, sguainando con loro la spada (e proprio per questo Garibaldi lo stimava!) il Re che, sia andata come si vuole, seppe impedire sanzioni schiaccianti a Vignale e garantì lo Statuto. Un Re rude, libertino e gioioso, come lo chiamava Paolo Pinto, ma un grande Re che seguiva anche l’insegnamento di suo padre Carlo Alberto che sacrificò tutto all’unità nazionale.
Anche il Dr. Vespa, dice che le scuole ci servirono un frullato di personaggi ideali, ma ciò non toglie che furono grandi personaggi che in un modo o nell’altro, servirono questo paese e gli dedicarono la vita. Questo fa di loro, anche senza i frullati scolastici, i miei eroi. Ognuno con le sue pecche. Ognuno con i suoi pregi. Toglierne qualcuno, e in particolare il Re Vittorio, come nella nostra Repubblca si usa spesso fare per paura di dare lustro alla Monarchia, non è solo puerile, ma ingiusto e scorretto.
Lorenzo Gabanizza
coordinamento monarchico italiano 348 51 83 624




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