Come volevasi dimostrare: il progetto assai balzano di un prestito pubblico di 300 milioni di euro da concedersi ad Alitalia potrebbe non andare in porto, e la conseguenza di tutto ciò è che l’azienda non tirerà a campare qualche altra settimana in attesa di un’improbabile Aeroflot e di un’ancor più inverosimile cordata di imprenditori italici. L’Europa è sempre più netta al riguardo, asserendo che non sarà possibile concedere quel prestito-ponte (ma verso dove?) che con il consenso di Berlusconi il governo Prodi aveva predisposto nella speranza di tenere in vita un’azienda più che decotta. A Bruxelles rilevano che si tratta di un aiuto di Stato che falsa la concorrenza e che quindi è in contrasto con le norme europee.
A questo punto un ceto politico responsabile non ha che una scelta: decretare la fine di Alitalia (che in fondo conosce lo stesso destino della belga Sabena e della svizzera Swiss Air) e aprire una pagina del tutto nuova nel trasporto aereo nazionale. Che sicuramente sarà migliore una volta che la pratica dell’azienda di Stato sarà del tutto archiviata.
L’ostinazione con cui destra e sinistra hanno cercato di difendere Alitalia non ha infatti alcuna giustificazione.
In tutti questi anni l’azienda pubblica ha distrutto risorse: ha tolto denaro alle imprese sane e ben gestite, ostacolando la loro presenza sul mercato, per finanziare quello che era solo un coagulo di privilegi e una struttura organizzativa resa del tutto inefficiente da innumerevoli intromissioni politiche e sindacali.
Oltre a questo, Alitalia ha frenato l’economia italiana con le tariffe esageratamente alte che essa ha potuto imporre su molte tratte: a partire dalla più importante, che è la Roma – Milano. In tal modo, l’esistenza di Alitalia ha comportato un costo aggiuntivo su imprese e famiglie, dato il controllo dei cosiddetti slot (i permessi a volare) le ha permesso di tenere fuori dal mercato i concorrenti.
Per questo motivo, quando si è deciso di privatizzare tale società si è sostenuto che ogni soluzione “non italiana” (francese, tedesca, americana o altro) fosse da preferire a una nazionale, dato che per soggetti più lontani dal nostro mondo politico sarebbe difficile continuare a detenere i privilegi goduti in questi decenni.
Non c’è dubbio che la soluzione francese sarebbe stata una buona soluzione. D’altra parte, Air France era l’unica compagnia rimasta in gara. Ogni altro candidato era stato scoraggiato dalle assurde condizioni che il governo Prodi aveva voluto introdurre nel bando di vendita: soprattutto a tutela dei livelli occupazionali.
Oggi come oggi, a meno di incredibili ripensamenti, i francesi non si faranno più vivi e non resta che archiviare l’azienda e lasciare a casa i dipendenti, ben sapendo che chi chiuderà Alitalia porrà le basi per un’Italia migliore: da più punti di vista.
In primo luogo, senza Alitalia si sarà chiusa una delle falle che sono all’origine dell’alta tassazione e del debito pubblico. Quando si concluderà questa vicenda bisognerà stappare una bottiglia di champagne: francese o italiano, poco importa.
Per giunta, con la definitiva scomparsa della compagnia di bandiera sarà più facile immaginare un processo di vera liberalizzazione del mercato aereo. Ci sarà insomma maggior spazio per soggetti stranieri e anche per nuovi attori italiani, privati e in grado di stare in piedi da soli. Liquidare l’azienda di Stato non basta, certo, perché rimane aperto il nodo degli aeroporti, che continuano ad essere nelle mani dei partiti e vanno invece venduti quanto prima a privati, mettendoli in competizione tra loro: a partire da Malpensa e Linate, controllati dalla Sea, che dispone pure di oltre ad una quota rilevante (vicina al 50% delle azioni) di Orio al Serio. Quest’ultimo nodo è importante, ma è pur vero che senza Alitalia l’apertura del mercato sarebbe più agevole.
Qualcuno enfatizza i “costi sociali” della liquidazione di Alitalia, ma anche qui bisogna intendersi. I lavoratori del trasporto aereo non sono minatori del Sulcis o braccianti calabresi: si tratta per lo più di professionalità che in questi anni sono state ben retribuite e che quindi possono far fronte a qualche momentanea difficoltà. Tanto più che, in Europa come ovunque, questo è un mercato in crescita e quindi i piloti, le hostess e gli altri lavoratori troveranno presto chi offrirà loro un nuovo posto.
Il mercato italiano è molto interessante e ci sarà quindi chi si farà avanti per sostituire le rotte lasciate libere. Lo si è già visto a Malpensa, dove dopo tanti inutili strepiti sul ritiro di Alitalia dall’hub lombardo è apparsa in scena Lufthansa, che nel 2009 sposterà circa 2 milioni di passeggeri solo nello scalo milanese. Qualcosa di analogo accadrà pure a Fiumicino e in tutti gli altri aeroporti una volta che – finalmente! – Alitalia non ci sarà più.
In questo senso potrebbe essere interessante la posizione della Lega, che una volta che si è disgiunto il destino di Malpensa da quello della compagnia romana ha perso ogni interesse al salvataggio dell’azienda pubblica e ora dovrebbe far pesare i suoi voti per una soluzione che non comporti altri oneri per i contribuenti (che, com’è noto, sono concentrati soprattutto nel Nord dell’Italia).
Bisogna infatti tenere presente che il prestito-ponte ad Alitalia era orientato verso il nulla: del tutto simile a quei ponti lasciati a metà che rendono così bizzarro il paesaggio di tante aree del Mezzogiorno. Le famiglie italiane ringrazino quindi l’Europa per essersi schierata, una volta tanto, a loro difesa e contro l’esosità di un fisco che sta togliendo ogni possibilità di futuro al Paese.
C’è però pure l’eventualità che la nostra classe politica s’intestardisca nella protezione dell’esistente. Già si vedono all’opera gli architetti di soluzioni che vedrebbero intervenire aziende analoghe ad Alitalia (le Ferrovie dello Stato, ad esempio, come in un’ipotesi avanzata da Berlusconi medesimo). Se così fosse, non ci resterebbe che consigliare ai giovani di imparare bene l’inglese e andarsene presto, perché se nemmeno a questo punto si è in grado di fare la cosa giusta, questo vuol dire che il Paese è incamminato verso un destino senza speranze.
Da L’Opinione, 5 maggio 2008
http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=6614




Rispondi Citando
