“Viste le pressioni eccezionali, i danni causati dalla bancarotta di Bear Stearns sarebbero stati difficili da calcolare e per evitare conseguenze gravi, la Fed ha approvato i finanziamenti a Bear Stearns attraverso Jp Morgan e poi adottato misure aggiuntive per garantire la liquidità sufficiente per i mercati finanziari”: questo è quanto ha dichiarato Ben Bernanke, attuale presidente della Federal Reserve, il giorno seguente il salvataggio della quinta Investment Bank statunitense.
Non a caso nelle prime righe di tale intervento del governatore viene sottolineato il fatto che Bearn Stearn, sia (o meglio fosse) una investment bank (una banca d’investimento). Perché? Semplicemente per il fatto che la legge sull’emergenza bancaria (EBA – l’Emergency Banking Act) – approvata dal Congresso degli Stati Uniti il 9 marzo 1933 – prevede l’assistenza governativa alle funzioni bancarie vitali, ma è ristretta alle sole banche commerciali.
Naturalmente la Fed non può infrangere una legge del Congresso, ma aggirarla sì. Il tutto per mezzo di un’altra banca, nella fattispecie Jp Morgan. In data 14 marzo 2008, la Jp Morgan Chase ha rilevato la Bear Stearns per un controvalore di appena 236 milioni di dollari, ovvero 2 dollari ad azione (successivamente l’offerta è stata alzata a 10 dollari per azione); Bear Stearns ha accettato di vendere in blocco alla società guidata da James Dimon il 39,5% dei propri titoli senza dover passare per il voto degli azionisti. Se si prende in considerazione l’ultima quotazione, già ampiamente colpita da uno dei più grandi ribassi della storia del mercato finanziario, questa era pari a 30 dollari, ovvero circa 20 miliardi capitalizzazione. Prima dello scoppio della crisi dei subprime, il prezzo era di 158,39 dollari. L’importo dell’offerta di Jp Morgan è stato sicuramente influenzato dal fatto che la compravendita della società finanziaria statunitense comporti l’assunzione da parte di Jp Morgan di oltre 6 miliardi di dollari di debiti, passibili di ulteriori incrementi. Incrementi imputabili a nuove svalutazioni di quei prodotti finanziari (Abs – Cdo) legati ai prestiti subprime, tanto cari alle banche di investimento, che di fatto rendono l’operazione molto pericolosa.
Al fine di facilitare l’accordo, la Federal Reserve ha varato a sorpresa una riduzione del tasso di sconto di 25 punti base, portandolo al 3,25%; ma quel che preoccupa di più è che la banca centrale statunitense abbia approvato attraverso la Fed di New York, l’intermediario della Fed sul mercato, il controllo di un portafoglio di asset di Bear Stearns, valutato in 30 miliardi di dollari, attraverso una società a responsabilità limitata creata a questo scopo. Jp Morgan si farà carico del primo miliardo di perdite di valore degli asset di Bear Stearns, gli altri 29 miliardi di perdite potenziali saranno finanziati dalla Fed, attraverso un prestito speciale a Jp Morgan al tasso del 2,5%.
Questo significa che nel caso in cui tali asset dovessero scendere di valore, cosa molto probabile, sarebbe la Fed stessa (e non Jp Morgan) ad incorrere nelle perdite. Questo meccanismo alla fine peserà interamente sulle spalle dei cittadini statunitensi, ma non solo. Per tutta una serie di collegamenti finanziari, esso peserà pure sulle spalle di tutti noi.
Dov’è finito il credo liberista che tanto caro dovrebbe essere alla filosofia anglosassone?
Se anche si potesse “accettare” la nazionalizzazione delle Northern Rock, quinta banca commerciale d’Inghilterra per tutta una serie di motivi legati alla stabilità del sistema bancario, il caso di Bear Stearns è ben peggiore.
La mossa della Fed ha sì evitato l’ulteriore crollo dei mercati finanziari, ponendosi come prestatore di ultima istanza verso “chiunque”, ma domani potrebbe toccare agli hedge fund…; siamo sicuri, insomma, che non si abbia innescato un pericoloso precedente? siamo sicuri che si sia davvero tutelato il sistema? Sicuramente tale operazione non ha tutelato gli azionisti di Bear Stearns (ovvero i piccoli risparmiatori), i quali senza l’intervento della Fed avrebbero potuto ricevere sicuramente un conguaglio maggiore, come previsto dal famigerato Chapter Eleven del codice fallimentare statunitense.
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