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  1. #1
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    Predefinito James Buchanan: Individualismo e libertà

    James Buchanan: Individualismo e libertà

    Coloro che vanno alla ricerca di descrizioni specifiche sulla "buona società" non le troveranno in questo scritto. Dar conto delle mie preferenze private non sarebbe né producente, né interessante. Non rivendico alcun diritto di imporre agli altri queste preferenze, anche se dovessi limitarmi ad un'opera di mera persuasione. Con queste asserzioni introduttive voglio esprimere implicitamente il mio dissenso nei confronti di quanti credono come Platone che vi sia una "verità" nella politica, che non vi sia altro da fare se non scoprirla, e che, una volta scoperta, si possa essere in grado di spiegarla agli uomini dotati di ragione. Noi viviamo in società in quanto l'organizzazione sociale ci fornisce mezzi efficaci per il conseguimento dei nostri obiettivi individuali e non perché la società ci offra i mezzi per arrivare a qualche beatitudine comune e trascendentale. La politica è un processo di composizione delle nostre differenze, e tanto siamo diversi nelle opzioni che riguardano gli obiettivi della collettività, quanto lo siamo nelle scelte che facciamo di solito sui panieri dei beni di consumo. in una concezione della politica che ammette un giudizio di verità, lo sforzo di diffondere precetti per la buona società potrebbe ritenersi in qualche modo meritorio. E potrebbero legittimarsi alcune ricerche professionali volte a fissare dei criteri quasi obiettivi in tal senso. In contrasto stridente con questa concezione, quando guardiamo alla politica come ad un processo, come ad un complesso di strumenti attraverso i quali le differenze di gruppo sono ricomposte, qualsiasi tentativo di fissare criteri standardizzati diventa fatica largamente sprecata nel migliore dei casi, e perniciosa nel peggiore, anche da parte di chi si qualifica come esperto.
    Il mio approccio è profondamente individualistico, in senso ontologico-metodologico, sebbene l'adesione piena a questo principio sia abbastanza problematica così come differenti sono le sue interpretazioni. Il che non implica che si tratti di un approccio personale, e che all'individualista metodologico sia necessariamente preclusa la proiezione dei propri valori. Il suo ruolo deve rimanere il più circoscritto rispetto a quello del collettivista-elitista al quale si richiede di specificare gli obiettivi dell'azione sociale indipendenti dai valori individuali, diversi dai suoi obiettivi personali e da quelli del suo gruppo. Al contrario, l'individualista è indotto a riconoscere la reciproca esistenza di individui associati, che hanno anch'essi dei valori; l'individualista viola i suoi precetti fin dall'inizio quando e nella misura in cui valuta gli uomini secondo pesi e misure differenti. Egli non può semplicemente giocare a essere Dio, non importa quanto pretenda di farlo per divertimento; la tracotanza non può rendere il senso del suo atteggiamento.
    Questi limiti offrono all'individualista un evidente vantaggio quando si tratti di analizzare efficacemente l'interazione sociale. Accettando, anzi imponendosi di essere incapace a suggerire criteri espliciti di politica sociale, l'individualista tende a dedicare energie intellettuali relativamente maggiori all'analisi di quanto osserva e relativamente minori alle proposte su ciò che dovrebbe essere. Egli non può fermare il mondo per scendervi, e il fatto stesso di rendersi conto di essere uno fra tanti individui genera lo spirito di umiltà richiesto dalla scienza. La neutralità delle sue analisi rende credibili le sue previsioni. Il ruolo completamente distaccato dello studioso dell'ambiente sociale è importante e lodevole, e potrebbe forse favorire le analisi senza commesse, le analisi che accettano la moralità dello scienziato e rifiutano quella del riformatore sociale. Thomas Hardy nella sua opera The Dynasts e il suo contemporaneo Pareto, nella ricerca di uniformità sociali, esemplificano l'atteggiamento in questione, quello di un osservatore disinteressato che guarda le assurdità degli uomini e resta stupefatto di fronte ad una commedia tramutata in tragedia dalla loro inevitabile partecipazione.
    C'è tuttavia di che demoralizzarsi ad accettare il mantello del cinico, l'uomo con poca speranza e poca fiducia, che racconta il destino sociale. A dispetto del pessimismo della predizione, non dovremmo cercare responsabilmente di dedicare i nostri sforzi ad un mondo "migliore"? E non dobbiamo ammettere che ciò sia possibile? Questo atteggiamento ci porta comunque ad aver fiuto, dal momento che abbiamo evitato i criteri semplicistici del "migliore" sostenuti dagli onnipresenti riformatori sociali. L'accordo richiede di catalogare le nostre preferenze private come rilevanti né più né meno di quanto lo sono quelle degli altri, e così scoraggia la nostra naturale tendenza a ricadere nel bozzolo del re-filosofo.
    L'approccio deve essere democratico, e in questo senso costituisce una semplice variante alla regola che definisce l'individualismo. Ciascun uomo conta per uno, e questo è quanto. Una volta accettata per intera tale premessa di base, sembra presentarsi una via di fuga dal cinismo. Una situazione è giudicata "buona" nella misura in cui consente agli individui di realizzare quel che vogliono, qualunque cosa sia, con l'unico limite costituito dal principio dell'accordo reciproco. La libertà individuale diventa l'obiettivo supremo della politica sociale, non come elemento strumentale per conseguire la beatitudine economica o culturale, e non come un qualche valore superiore di ordine metafisico, ma molto più semplicemente come conseguenza necessaria di una metodologia individualistico-democratica. Nei miei pensieri più intimi e personali possono non "piacermi" i risultati che si osservano in un regime che permette agli altri uomini di essere liberi, e inoltre posso persino non assegnare un alto valore soggettivo alla mia stessa libertà ottenuta a prezzo della coercizione di altri individui. Tali ordinamenti soggettivi di valori possono pure esistere, ma il punto che merita di essere sottolineato è che il ruolo dominante della libertà individuale è imposto dall'accettazione della metodologia individualistica e non da valutazioni soggettive di questa o di quella filosofia sociale.


    James M. Buchanan - Introduzione a I limiti della libertà





    [N.d.R. Non c'è link: ho letto il regolamento, ma tutto questo è copiato di mio pugno.]

  2. #2
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    Li dove ho inalzato mura solide a difesa dell'agressore Socialista. Li dove la strada ha il mio nome. Li dove ho costruito una torre bene armata in difesa della Libertà. Li dove sono Sovrano e i messi dello Stato non sono i benvenuti.
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    Citazione Originariamente Scritto da vogel Visualizza Messaggio
    James Buchanan: Individualismo e libertà

    Coloro che vanno alla ricerca di descrizioni specifiche sulla "buona società" non le troveranno in questo scritto. Dar conto delle mie preferenze private non sarebbe né producente, né interessante. Non rivendico alcun diritto di imporre agli altri queste preferenze, anche se dovessi limitarmi ad un'opera di mera persuasione. Con queste asserzioni introduttive voglio esprimere implicitamente il mio dissenso nei confronti di quanti credono come Platone che vi sia una "verità" nella politica, che non vi sia altro da fare se non scoprirla, e che, una volta scoperta, si possa essere in grado di spiegarla agli uomini dotati di ragione. Noi viviamo in società in quanto l'organizzazione sociale ci fornisce mezzi efficaci per il conseguimento dei nostri obiettivi individuali e non perché la società ci offra i mezzi per arrivare a qualche beatitudine comune e trascendentale. La politica è un processo di composizione delle nostre differenze, e tanto siamo diversi nelle opzioni che riguardano gli obiettivi della collettività, quanto lo siamo nelle scelte che facciamo di solito sui panieri dei beni di consumo. in una concezione della politica che ammette un giudizio di verità, lo sforzo di diffondere precetti per la buona società potrebbe ritenersi in qualche modo meritorio. E potrebbero legittimarsi alcune ricerche professionali volte a fissare dei criteri quasi obiettivi in tal senso. In contrasto stridente con questa concezione, quando guardiamo alla politica come ad un processo, come ad un complesso di strumenti attraverso i quali le differenze di gruppo sono ricomposte, qualsiasi tentativo di fissare criteri standardizzati diventa fatica largamente sprecata nel migliore dei casi, e perniciosa nel peggiore, anche da parte di chi si qualifica come esperto.
    Il mio approccio è profondamente individualistico, in senso ontologico-metodologico, sebbene l'adesione piena a questo principio sia abbastanza problematica così come differenti sono le sue interpretazioni. Il che non implica che si tratti di un approccio personale, e che all'individualista metodologico sia necessariamente preclusa la proiezione dei propri valori. Il suo ruolo deve rimanere il più circoscritto rispetto a quello del collettivista-elitista al quale si richiede di specificare gli obiettivi dell'azione sociale indipendenti dai valori individuali, diversi dai suoi obiettivi personali e da quelli del suo gruppo. Al contrario, l'individualista è indotto a riconoscere la reciproca esistenza di individui associati, che hanno anch'essi dei valori; l'individualista viola i suoi precetti fin dall'inizio quando e nella misura in cui valuta gli uomini secondo pesi e misure differenti. Egli non può semplicemente giocare a essere Dio, non importa quanto pretenda di farlo per divertimento; la tracotanza non può rendere il senso del suo atteggiamento.
    Questi limiti offrono all'individualista un evidente vantaggio quando si tratti di analizzare efficacemente l'interazione sociale. Accettando, anzi imponendosi di essere incapace a suggerire criteri espliciti di politica sociale, l'individualista tende a dedicare energie intellettuali relativamente maggiori all'analisi di quanto osserva e relativamente minori alle proposte su ciò che dovrebbe essere. Egli non può fermare il mondo per scendervi, e il fatto stesso di rendersi conto di essere uno fra tanti individui genera lo spirito di umiltà richiesto dalla scienza. La neutralità delle sue analisi rende credibili le sue previsioni. Il ruolo completamente distaccato dello studioso dell'ambiente sociale è importante e lodevole, e potrebbe forse favorire le analisi senza commesse, le analisi che accettano la moralità dello scienziato e rifiutano quella del riformatore sociale. Thomas Hardy nella sua opera The Dynasts e il suo contemporaneo Pareto, nella ricerca di uniformità sociali, esemplificano l'atteggiamento in questione, quello di un osservatore disinteressato che guarda le assurdità degli uomini e resta stupefatto di fronte ad una commedia tramutata in tragedia dalla loro inevitabile partecipazione.
    C'è tuttavia di che demoralizzarsi ad accettare il mantello del cinico, l'uomo con poca speranza e poca fiducia, che racconta il destino sociale. A dispetto del pessimismo della predizione, non dovremmo cercare responsabilmente di dedicare i nostri sforzi ad un mondo "migliore"? E non dobbiamo ammettere che ciò sia possibile? Questo atteggiamento ci porta comunque ad aver fiuto, dal momento che abbiamo evitato i criteri semplicistici del "migliore" sostenuti dagli onnipresenti riformatori sociali. L'accordo richiede di catalogare le nostre preferenze private come rilevanti né più né meno di quanto lo sono quelle degli altri, e così scoraggia la nostra naturale tendenza a ricadere nel bozzolo del re-filosofo.
    L'approccio deve essere democratico, e in questo senso costituisce una semplice variante alla regola che definisce l'individualismo. Ciascun uomo conta per uno, e questo è quanto. Una volta accettata per intera tale premessa di base, sembra presentarsi una via di fuga dal cinismo. Una situazione è giudicata "buona" nella misura in cui consente agli individui di realizzare quel che vogliono, qualunque cosa sia, con l'unico limite costituito dal principio dell'accordo reciproco. La libertà individuale diventa l'obiettivo supremo della politica sociale, non come elemento strumentale per conseguire la beatitudine economica o culturale, e non come un qualche valore superiore di ordine metafisico, ma molto più semplicemente come conseguenza necessaria di una metodologia individualistico-democratica. Nei miei pensieri più intimi e personali possono non "piacermi" i risultati che si osservano in un regime che permette agli altri uomini di essere liberi, e inoltre posso persino non assegnare un alto valore soggettivo alla mia stessa libertà ottenuta a prezzo della coercizione di altri individui. Tali ordinamenti soggettivi di valori possono pure esistere, ma il punto che merita di essere sottolineato è che il ruolo dominante della libertà individuale è imposto dall'accettazione della metodologia individualistica e non da valutazioni soggettive di questa o di quella filosofia sociale.


    James M. Buchanan - Introduzione a I limiti della libertà





    [N.d.R. Non c'è link: ho letto il regolamento, ma tutto questo è copiato di mio pugno.]
    Anche lui...economista che si definisce avalutativo quando invece è utilitarista, finisce con il diventare utilitarista anche in politica, senza gettare le basi per un etica liberale seria e coerente. Non sa, secondo Rothbard, sostituire lo Status Quò con qualcosa di decente. Condivido.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da JohnPollock Visualizza Messaggio
    senza gettare le basi per un etica liberale seria e coerente. Non sa, secondo Rothbard, sostituire lo Status Quò con qualcosa di decente.
    Assurdo. Fa parte del principio della libertà non stabilire una preferenza etica. E, come spiega bene in queste poche righe, l'individualista analizza e non propone: nel caso di Rothbard basta vedere l'acume mostrato nell'analizzare la grande depressione, e la pochezza del manifesto libertario.

  4. #4
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    Li dove ho inalzato mura solide a difesa dell'agressore Socialista. Li dove la strada ha il mio nome. Li dove ho costruito una torre bene armata in difesa della Libertà. Li dove sono Sovrano e i messi dello Stato non sono i benvenuti.
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    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da vogel Visualizza Messaggio
    Assurdo. Fa parte del principio della libertà non stabilire una preferenza etica. E, come spiega bene in queste poche righe, l'individualista analizza e non propone: nel caso di Rothbard basta vedere l'acume mostrato nell'analizzare la grande depressione, e la pochezza del manifesto libertario.
    Io mi riferisco all'Etica della Libertà. E scusami, io continuo a ribadire, che senza il Giusnaturalismo non può venir fuori un Etica Liberale seriamente coerente. Non sono d'accordo che l'individualista non debba proporre, e comunque il Giusnaturalismo non è proposto, è scritto nella nostra genetica. E se non ci credi prendilo come fosse un atto di fede nei principi della vita, della libertà e della prorpietà: e non venirmi a dire che esiste un uomo sulla terra che non faccia fede su qualcosa.

    L'economista è diverso dal filosofo. Rothbard come tu stesso riconosci, da economista che analizza il 29 è prasseologicamente freddo e distacato, avalutativo e chirurgico. Fortunatamente non è Utilitarista come la maggior parte degli Economisti e nel campo filosofico è un vero Giusnaturalista. Ecco perchè quando parla di economia di piace, quando parla di filosofia no.

    Detto questo, non so se tu sia Statalista o Anarchico, Individualista o Egualitarista, Giusnaturalista o Utilitarista. Mi pare di intravedere una base di Stirner nei tuoi ragionamenti, ma forse non sei anarchico. Mi sembri più orientato verso Nicosia e Leoni, David Friedman forse.

 

 

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