....si affida a Dio

di OSCAR GIANNINO su www.libero.news.it di oggi

Non me l'aspettavo. Silvio, scienziato politico.
Con due riferimenti classici ma opposti, nella tradizione.
Lo fa chiudendo il suo intervento, a sottolinearne il rilievo.
Sarò pazzotico, ma è quel che più mi ha colpito, ieri. Il resto, di novità non ne prevedeva. Il tono misurato, il dialogo bipartisan: se n'è già parlato.
Ma il Dio adiutore degli umani limiti, e la fortuna per Machiavelli limite e sfida dello statista laico, unirli insieme quello sì, che sorprende.
La frase testuale è questa. «... e ad aiutare tutti noi, invochiamo l'aiuto di Dio. Speriamo anche di avere fortuna. Ma la fortuna, lo sappiamo bene, non viene incontro a chi fa vita pubblica se non è incoraggiata, invitata con pazienza, forse anche sedotta e ammaliata da una buona dose di coraggio e di virtù».
Niente è casuale, in questa endiadi. Anzi, è roba da sintesi degli opposti, esattamente quello che spesso Silvio si candida a fare in tutti i campi, spiazzando i tradizionalisti delle forme e gli ingessati delle misure, i conservatori del bel modo delle istituzioni come degli affari.
Lui no, mette insieme diavolo e acquasanta.
Discorso di fiducia e bigliettino galante alle belle parlamentari.
E anche i suoi lari e penati di riferimento, sotto la cui benevola protezione mette l'intero operato dal suo governo all'atto di presentarlo in Parlamento, ecco che diventano rigorosamente ibridati e commisti.

ll Principe
L'aiuto di Dio - non la sua «grazia», quella la si riservava alla scelta del re nella formula di nomina, seguita in ere costituzionali dalla «volontà della nazione» - l'aiuto di Dio dunque per richiamare esplicitamente la fede cristiana, e la superiore sfera della virtù cattolica, rispetto a ogni altra etica pubblica fondata sull'irriducibilità ad altro della ragione.
E poi, subito dopo, ma con un «anche» che ne subordina l'importanza e la fede, ecco la fortuna, quella che per il separatore primo tra etica e governo - Machiavelli - «è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla».
La fortuna alla quale il segretario fiorentino dedica il XXV capitolo del Principe . Ricordate, che cosa c'è scritto?
«...Molti hanno avuto e hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo potrebbero iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione è suta piú creduta ne' nostri tempi per la variazione grande delle cose che si son viste e veggonsi ogni dí, fuora di ogni umana coniettura. A che pensando, io qualche volta mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro».
Ma Machiavelli non è d'accordo, da laico erede dell'umanesimo e del riscatto della volizione e della conoscenza sul fato.
«Perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l'altra metà, o presso, a noi. E assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi che, quando s'adirano, allagano e piani, ruinano gli alberi e gli edifizii, lievano da questa parte terreno, pongono da quell'altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro senza potervi in alcuna parte obstare. E benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti e con ripari e argini, in modo che crescendo poi, o egli andrebbano per uno canale, o l'impeto loro non sarebbe né sì licenzioso né sì dannoso».

Il duumvirato
La conclusione su cui si fondò la moderna scienza di Stato, da Jean Bodin a Thomas Hobbes col suo Leviathano in avanti, sta tutta nel paragrafo finale. «Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna; ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia piú vincere da questi che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de' giova ni, perché sono meno respettivi, piú feroci, e con piú audacia la comandano».
Una conclusione che però a Silvio premier non può andar bene, e che infatti innova. La fortuna «donna da battere» poco si addice, al corteggiatore galante che ieri a Montecitorio verga biglietti di libera uscita a belle parlamentari che tutto gli debbono. Ed è per questo che Silvio parla della fortuna solo subordinata a Dio, e comunque come donna da ammaliare e sedurre con le buone, con l'onesta dissimulazione, non certo con l'aspra violenza del Duca Valentino.
Direte voi che questa è filosofia del nulla.
Cercare nelle parole di Berlusconi ciò che non c'è, perché al massimo era formula tirata giù per un'uscita a effetto.
Vi posso garantire invece che non è così.
Non è certo la prima volta per Berlusconi, chiedere la fiducia alle Camere.
Ma non c'è premier nella storia che non limi fino all'ultima virgola ogni singola parola e fiato, nel suo discorso di presentazione alle Camere.
Dunque quella formula conclusiva è la sintesi nuova e fedele della coppia Letta-Tremonti, il vero duumvirato del governo un gradino sotto quel Napoleone primo Console che è Silvio.
Solo che non vorrei equivocaste.
Ormai è Giulio Tremonti, tra i due, a incarnare il Dio beneaugurante sotto il cui primato fondare l'etica preminente, nella tradizione come nel concreto operato politico. Così ha scritto, nel suo ultimo libro.
Mentre è Gianni Letta, il depositario e garante della linea machiavellica che separa virtù e concreta prassi di governo, alla ricerca quotidiana del bilancio tra quell'essere ora "volpe" e ora "leone", in cui per il segretario fiorentino perennemente oscilla l'arte del cesellare risposte pubbliche.

Certo che poi, a decidere in concreto se prevale Dio e la modifica della 194, o la seduzione della fortuna e cioè il dialogo con l'opposizione di Veltroni, su ogni dossier per definizione nel Silvio IV ce n'è solo uno.
Il Cavaliere, e chi se no?

saluti