Se c’è una disciplina che più di tutte, e da circa un secolo, si è fatta a vario titolo “americana” questa è l’economia, dato che anche in virtù di importanti emigrazioni europee e recentemente perfino asiatiche (causate da guerra e persecuzioni razziali, dapprima, e dalla superiore qualità delle università statunitensi, in seguito) è al di là dell’Atlantico che si sono consolidate le migliori tradizioni di studio in tale ambito.

Ma all’interno dell’accademia americana c’è ormai anche un pezzo consistente di Italia, poiché non mancano nostri concittadini che, già magari negli anni dell’università, hanno deciso di lasciare il Belpaese per continuare negli States la loro formazione, dove oggi occupano posizioni di rilievo. Il più noto tra tutti è Alberto Alesina, che da tempo insegna a Harvard, ma egualmente assai apprezzato è pure Francesco Parisi, allievo di Richard Posner e studioso di Law & Economics. È poi sufficiente visitare il sito “Noise from Amerika” per constatare come di italiani piazzatisi in America ve ne siano parecchi: da Michele Boldrin (della Washington University di St. Louis) a Sandro Brusco, Gian Luca Clementi, Andrea Moro, Alberto Bisin e altri.

Da tempo è molto apprezzato anche in Italia un economista quarantacinquenne, Luigi Zingales, che non incontro da quando avevamo avuto l’opportunità di assistere – intrufolati nell’organizzazione – a un meeting della Mont Pèlerin Society tenutosi a Saint-Vincent nel 1986. Allora Zingales era in procinto di lasciare l’Italia e – dopo gli studi – ha costruito tutta la sua brillante carriera accademica all’interno dell’università di Chicago: un ateneo che vanta vari premi Nobel e che è spesso identificato come uno centri intellettuali più schierati a difesa del libero mercato.

Docente di finanza, insieme all’economista di origine indiana Raghuram G. Rajan nel 2004 Zingales ha pubblicato un volume che ha conosciuto un notevole successo in tutto il mondo, Salvare il capitalismo dai capitalisti (in Italia pubblicato da Einaudi), che ora esce pure in edizione economica arricchito da una nuova prefazione.
Il volume difende una tesi non nuovissima, ma certo sempre bisognosa di essere riaffermata: e cioè che esiste un’ampia schiera di uomini d’impresa che non amano affatto il mercato e la competizione, preferendo realizzare profitti grazie a protezioni, dazi, sussidi, regolamentazioni e ogni altro genere di intervento pubblico. La tesi era stata esposta, tra gli altri, a metà Ottocento da Frédéric Bastiat quando aveva sostenuto che erano gli industriali – interessati a tutele di varia natura – che stavano aprendo la strada al socialismo. Seminando vento, avrebbero raccolto tempesta.

Come i due studiosi evidenziano, il sistema capitalistico basato sulla proprietà privata e sull’autonomia negoziale è un ordine aperto, e quindi esso espone costantemente quanti oggi si trovano in una certa posizione a un destino di incertezza. Nel mercato un’impresa arricchisce i proprietari solo e se soddisfa i consumatori; e quando non è più così, i profitti vengono meno. Ma una simile condizione di precarietà, sgradita dai lavoratori dipendenti, non è apprezzata neppure dai padroni, che in tutti i modi cercano di trasformare i loro profitti in rendite.
Nella nuova prefazione all’edizione italiana Zingales e Rajan citano un recente lavoro in cui si mostra come le leggi antiusura introdotte in America nell’Ottocento non volessero affatto tutelare i creditori, ma mirassero a proteggere le imprese già esistenti: “a riprova di questa tesi, negli Stati dell’unione in cui erano presenti imprese ben consolidate, le norme antiusura erano così severe fa impedire a nuovi potenziali entranti di ottenere alcun finanziamento. Viceversa, Stati con meno imprese avevano leggi antiusura molto più blande”.

Questa riflessione è corretta, ma dovrebbe indurre a correggere in parte talune loro analisi in materia di antitrust. Uno dei punti più discutibili del volume è quello in cui si propone una politica economica che limiti il successo delle imprese di grandi dimensioni. Ma da tempo è noto (si pensi agli studi di Gabriel Kolko di mezzo secolo fa) come le stesse norme anti-trust – a partire dallo Sherman Act – siano state introdotte non già per tutelare i consumatori, ma invece per limitare la concorrenza e in tal modo proteggere alcune industrie a danno di altre.
La ricerca di Rajan e Zingales, la cui formazione è essenzialmente nella finanzia, è ricca di molte altre osservazioni assai sensate sulla necessità di dare più spazio al mercato, senza farsi accecare da letture parziali e affrettate di questa o quella presunta crisi del capitalismo. E il volume ha soprattutto il merito di valorizzare la funzione stessa del sistema finanziario quale strumento per aprire i mercati, mettere in discussione le posizioni acquisite, dare opportunità a chi vuole insidiare gli incumbent.

Nonostante i molti meriti, però, il testo presenta anche alcune debolezze, a cui già si è fatto cenno.
La principale è forse che quando sottolineano (giustamente) come ogni ordine di mercato implichi tutta una serie di regole, gli autori sembrano però sposare l’idea che il capitalismo non possa esistere senza un areopago di uomini politici che fissano ciò che si può fare e ciò che non si può fare. In realtà, visto che la nostra riflessione è partita dalla constatazione che vi sono italiani proiettati nella cultura Usa, può essere qui opportuno richiamare la lezione di un autore come Bruno Leoni, il cui libro maggiore (La libertà e la legge) uscì nel 1961 in America e dovette poi attendere più di trent’anni – e la determinazione di un editore come Aldo Canovari, della Liberilibri – per avere un’edizione italiana.
In Leoni la centralità del ruolo che ricoprono le regole all’interno di un’economia di mercato è fuori discussione. Ma nei suoi scritti è anche fortemente contestata l’idea che il miglior modo di avere norme consista nello sposare la legislazione, al cui interno ogni comma e codicillo è “fabbricato” grazie alle decisioni dei parlamenti o di altri comitati deliberanti.

Se l’esigenza di avere norme non è in discussione, bisogna però chiedersi quali siano le regole giuste (in armonia con un ordine di giustizia) e in quale modo è ragionevole attendersi che esse emergano. In questo senso, una delle tesi centrali di Leoni è che un ordine policentrico e autoregolato quale è il mercato possa convivere a fatica con regole calate dall’alto e frutto di decisioni politiche. E proprio l’acuta riflessione sul crony capitalism (il capitalismo di relazione a vocazione parassitaria) sviluppata dai due autori dovrebbe indurre ad approfondire tale tema, a cui ha variamente prestato attenzione anche Hernando de Soto in vari suoi testi.
D’altra parte, le regole giuridiche più in sintonia con il libero mercato – si pensi alla lex mercatoria del commercio internazionale – non sono imposte da un’autorità superiore, ma sono invece accettate dagli attori, in grado di comminare sanzioni assai efficaci quando i comportamenti altrui non sono corretti. A tale proposito si osservi la difficoltà a restare sul mercato, per intenderci, chi non paga con regolarità i fornitori o più in generale non rispetta gli impegni presi.

La stessa idea di concorrenza e società libera che è sottesa all’analisi dei due autori non sempre appare del tutto convincente quando essi denunciano come negative le concentrazioni di mercato (che in verità rispondono a esigenze produttive) o quando lamentano l’ineguale distribuzione dei redditi (che in sé non ha nulla di illegittimo – che ha spiegato Robert Nozick – quando è frutto di azioni corrette e non aggressive).

Per giunta, il fatto che le grandi imprese possono condizionare pesantemente la politica non dovrebbe spingere a una lotta contro i conglomerati, ma semmai ad una sempre più rigorosa limitazione del potere politico.
Per questi motivi, una frase come la seguente (“il mercato è un’istituzione fragile, la cui rotta passa nello stretto tra la Scilla dell’eccessiva intromissione dello stato e la Cariddi dell’indifferenza governativa”) può sembrare ragionevole, ma oltre a non offrire criteri su questo preteso “giusto mezzo”, di fatto corre il rischio di aprire la strada a varie forme di interventismo illiberale e anti-mercatista. E visto il tono generale del volume – che a detta di Bruce Bartlett va considerato “una delle più potenti apologie del libero mercato che mai siano state scritte” – gli stessi autori non ne sarebbero contenti.

Da Il Domenicale, 11 maggio 2008

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