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    Predefinito Ultimo chiarimento scritto su un tema delicato. Classe e capitalismo.

    Dopo una conversazione telefonica con l'amico Muntzer, vorrei constatare come il forum, ottimo vettore potenziale di informazioni e dialoghi, possa dar adito ad equivoci spaventosi, su temi decisivi sui quali si gioca la visione di fondo dell'anticapitalismo cosi' come a mio avviso oggi dovrebbe essere impostato.

    Vorrei, a questo punto, scrivere poche righe di definitivo chiarimento sulla questione della "classe" e della lotta di classe, delegando ad un mio articolo più dettagliato sul tema della rivista comunismo e comunità di prossima uscita.

    Il CONFLITTO DI CLASSE esiste ed è oggi ad un livello spaventosamente alto, vergognosamente unilaterale, e ingnominiosamente disumano.
    Il capitalismo vive dello sfruttamento verticale della classe dominante ai danni di compositi ceti subalterni ( dal lavoro strettamente dipendente, al lavoro piccolo autonomo, alle nuove forme contrattuali falso-autonome).
    Il punto non è questo. Questo non è in discussione.

    In discussione, per quanto mi riguarda, è la modalità tramite la quale, concepire un movimento rivoluzionario che sappia superare il modo di produzione capitalistico.

    Tale modalità,credo, non può essere oggi trovata nella ribellione contro lo sfruttamento classista verticale ( pure esistente) perchè il capitalismo è capace di reintegrare tale conflitto nei ranghi del ben più fluido e "democratico" , seppur falsamente paritario, conflitto orizzontale ( vero male ideologico che il capitale porta con sè come arma di colonizzazione delle coscienze).

    Questo signfica che una forza culturale tesa al superamento del modo di produzione capitalistico, in un contesto in cui la classe è stata sfaldata dal capitalismo fluido ( la fluidità falso-orizzontale è l'essenza primaria del capitalismo stesso fin dalle sue origini, ma viene coperta in fasi determinate dall'emergere della realtà di classe ), non può tentare di ricomporre la classe sulla base dello sfruttamento verticale infertole.
    Lo sfruttamento verticale è oggi urgentissimamente di attualità nonchè consustanziale al capitalismo e deve essere combattuto, anche con aspre lotte.
    Ma il combatterlo non potrà essere una leva rivoluzionaria per il comunismo.Per Marx, non dimentichiamolo, la lotta di classe era un mero strumento per il conseguimento di una società senza classi. Se lo strumento non funziona, bisogna riconsiderlo.
    Il che non significa che tale lotta non sia comunque centralissima su un piano di miglioramento hic et nunc ( mai da diprezzare, con argomenti metafisici estremistici).

    Ma i piani non vanno confusi, e bisogna a mio avviso capire, che la forza rivoluzionaria in senso anticapitalistico radicale non può giungere dalla classe in quanto tale intesa in senso economicistico.
    Il che non significa proporre alleanze di classe improbabili o interclassismi socialdemocratici. Non è qui il punto.

    Significa solo cercare il moto primario di aggregazione rivoluzionaria in una visione anti-capitalistica, comunitaria, entro il senso del limite, dotata di un'etica aggregativa forte e di un rigetto per il conflitto orizzontale dell'uomo contro l'uomo.
    Una visione di questo tipo, sola, può garantire la presa di coscienza utile per rovesciare gradualmente il sistema capitalistico.
    Il richiamo all'unità della classe è invece un grido disperato nel deserto dell'individualismo dilagante ( e non è certo un giudizio moralistico) o semplicemente della stanchezza di fronte a richiami non più percepiti come vitali ( non perchè manchino le condizioni materiali della vitalità, ma perchè il bisogno popolare è nell'aggregazione comunitaria disalienante e non nella ribellione verticale come movimento univoco di consguimento della rivoluzione).

    Se la classe fosse comunità, invocherei la lotta di classe, ma non essendo la classe lavoratrice comunità di fatto e di sentimenti e intenti, è ingenuo e meccanicistico invocarne un dover essere unitario. Ricordiamoci ancora di Marx e della strumentalità pura della lotta di classe.

    Per quanto mi riguarda la ricerca in tal senso continua, ed è appena al principio. Non ho di certo trovato una chiave di lettura risolutiva, è solo un inizio propositivo aperto ad ogni critica.

    spero, con questo, di aver chiarito la mia posizione.
    Altrimenti, rimando a molto più piacevoli ed utili conversazioni reali ( per lo meno con coloro che conosco ).

  2. #2
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    Sono d'accordo anche se voglio provare una formulazione diversa del problema.

    Il conflitto lavoro/capitale non contiene il proprio superamento. La classe del lavoro, nella sua lotta passata e presente contro i dominanti si è sempre sottomessa a vari feticismi, quali "coscienza di classe", "avanguardia", "terrorismo", "partito" etc.

    Ora mi pare chiaro che il nostro problema non è di rinverdire questi feticismi, che rispecchiano nella sfera "ideale" l'alienazione reale del soggetto.

    Il problema sarebbe di "saltare" senza transizioni movimentiste o partitiste dalla condizione attuale a quella di comunismo. Cioè: auto-abolizione senza processo della classe. Se è vero che il capitale si è sussunto l'intero processo vitale allora non resta altro che "uscire" da quel processo. Ma se esci solo, sei finito. Qui interviene la dimensione comunitaria.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Sono d'accordo anche se voglio provare una formulazione diversa del problema.

    Il conflitto lavoro/capitale non contiene il proprio superamento. La classe del lavoro, nella sua lotta passata e presente contro i dominanti si è sempre sottomessa a vari feticismi, quali "coscienza di classe", "avanguardia", "terrorismo", "partito" etc.

    Ora mi pare chiaro che il nostro problema non è di rinverdire questi feticismi, che rispecchiano nella sfera "ideale" l'alienazione reale del soggetto.

    Il problema sarebbe di "saltare" senza transizioni movimentiste o partitiste dalla condizione attuale a quella di comunismo. Cioè: auto-abolizione senza processo della classe. Se è vero che il capitale si è sussunto l'intero processo vitale allora non resta altro che "uscire" da quel processo. Ma se esci solo, sei finito. Qui interviene la dimensione comunitaria.

    Ritengo che sia doveroso per ricostruire realmente la storia del movimento comunista mondiale tutto precisare che i vari "feticci" che tu citi (fra parentesi preferisco parlare di lotta armata piuttosto che di terrorismo perchè sono due cose molto diverse storicamente e politicamente) sono diventati tali dopo la cristallizzazione delle proposte medesime. Ognuna di queste proposte ha svolto il proprio ruolo storicamente determinato e solo dopo è diventato feticcio (cosa che spiega anche il perchè sia diventato tale. Non diventa feticcio qualche cosa che non "funziona" o meglio non "ha funzionato").
    Detto questo credo che sia da abbandonare anche il mito della totale fuori uscita dal mondo del capitale. La logica di scontro e di contrasto non può essere pensata come totalmente esterna ed aliena al sistema. Anzi il rischio è proprio di perpetrare il mito del sistema attraverso la contrapposizione "interno/esterno". Si creerebbero a lungo andare delle comunità intese come feticcio, chiuse in sè stesse nel mito confortante del "là fuori ci sono solo mostri".
    Personalmente poi sono convinto che non possa esistere alcuno scontro totale quotidiano col capitale sia da individuo che da soggettività (collettiva e comunitaria). Più che una contrapposizione esterna ed aliena deve essere considerata come un qualche cosa che opera all'interno e progressivamente si sostituisce. Ma il problema è tutto qui. Ed è un problema piuttosto difficile da risolvere perchè ci sono totalmente sconosciute le modalità di allargamento.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    Sono d'accordo anche se voglio provare una formulazione diversa del problema.

    Il conflitto lavoro/capitale non contiene il proprio superamento. La classe del lavoro, nella sua lotta passata e presente contro i dominanti si è sempre sottomessa a vari feticismi, quali "coscienza di classe", "avanguardia", "terrorismo", "partito" etc.

    Ora mi pare chiaro che il nostro problema non è di rinverdire questi feticismi, che rispecchiano nella sfera "ideale" l'alienazione reale del soggetto.

    Il problema sarebbe di "saltare" senza transizioni movimentiste o partitiste dalla condizione attuale a quella di comunismo. Cioè: auto-abolizione senza processo della classe. Se è vero che il capitale si è sussunto l'intero processo vitale allora non resta altro che "uscire" da quel processo. Ma se esci solo, sei finito. Qui interviene la dimensione comunitaria.
    Mi sembra un'ottima impostazione che ricalca sinteticamente quello che esprimevo con parole diverse.
    L'unica punto, d'altronde fondamentale, resta: che aggregazione comunitaria, a partire da cosa?
    E qui emerge il problema correttamente impostato da Sandinista, che coglie un punto cruciale della questione.
    La comunità non può divenire a sua volta feticcio purificato da comunità epicurea di secessione dal reale.
    Dunque, cambiamento interno. Ma come ?
    Da qui deve partire la nostra pacata e lunga riflessione.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Sandinista Visualizza Messaggio
    Ritengo che sia doveroso per ricostruire realmente la storia del movimento comunista mondiale tutto precisare che i vari "feticci" che tu citi (fra parentesi preferisco parlare di lotta armata piuttosto che di terrorismo perchè sono due cose molto diverse storicamente e politicamente) sono diventati tali dopo la cristallizzazione delle proposte medesime. Ognuna di queste proposte ha svolto il proprio ruolo storicamente determinato e solo dopo è diventato feticcio (cosa che spiega anche il perchè sia diventato tale. Non diventa feticcio qualche cosa che non "funziona" o meglio non "ha funzionato").
    Detto questo credo che sia da abbandonare anche il mito della totale fuori uscita dal mondo del capitale. La logica di scontro e di contrasto non può essere pensata come totalmente esterna ed aliena al sistema. Anzi il rischio è proprio di perpetrare il mito del sistema attraverso la contrapposizione "interno/esterno". Si creerebbero a lungo andare delle comunità intese come feticcio, chiuse in sè stesse nel mito confortante del "là fuori ci sono solo mostri".
    Personalmente poi sono convinto che non possa esistere alcuno scontro totale quotidiano col capitale sia da individuo che da soggettività (collettiva e comunitaria). Più che una contrapposizione esterna ed aliena deve essere considerata come un qualche cosa che opera all'interno e progressivamente si sostituisce. Ma il problema è tutto qui. Ed è un problema piuttosto difficile da risolvere perchè ci sono totalmente sconosciute le modalità di allargamento.

    La storia del movimento comunista mondiale, che comunista lo era solo formalmente salve rare eccezioni, è già ricostruita. Non c'è nessun segreto da svelare, i libri attendono tranquilli il paziente lettore.

    Il problema dunque non è quello dello storico, ma del teorico, e in generale di chi vuole riflettere a quella che fu la PROSPETTIVA del "movimento comunista mondiale".

    Dicevo che nel quadro di questa prospettiva i vari feticismi da me citati hanno giocato un ruolo che in realtà, e alla faccia delle credenze diffuse allora (specie quelle marxiste-leniniste, peggio ancora se in salsa mao), participavano non di un "strappo" al capitalismo ma a una sua riforma burocratica e statalista, forse più egualitaria ma sicuramente non meno crudente e rovinosa che la sua forma occidentale.

    Se ti pare il caso puoi anche "salvare" la lotta armata o il partito e cantare la gloria di quei tipi con la barba che in America facevano davvero la guerra. Io invece non voglio salvare niente ne nessuno. Non mi disturba il fatto che dietro i tuoi interventi si respira un aria un pò retro, perché oltre questo mi sembri un tipo sveglio e preparato.

    Riguardo all'uscita credo si debba essere precisi. Non sto dicendo che alcuni, che avrebbero capito tutto, si devono adesso stabilire in mezzo alla natura e re-inventare forme di comunismo. Il "salto" di cui parlavo consiste innanzi tutto nella presa di coscienza che ormai, data la decadenza e la morte di tutte le ragione (razionali o non) del vivere-insieme, ormai non sussiste che il consumo, e la seduzione estremamente forte che esercita la merce in questi tempi.

    Il salto non puo essere totale e compiuto, ma da un altro lato questo allontanamento dal mondo della seduzione commerciale in effetti tende a generare l'imagine del mondo "lì fuori" come orribile.

    Secondo me è proprio questo il punto teorico di separazione delle acque. Un marxista non puo accettare questa impostazione perché in lui c'è uno scientismo sociale e storico che lo porta a credere che in virtù delle contradizioni etc etc etc il comunismo è prodotto dalla storia e che questo vale per tutti. Siamo davanti a un processo della totalità, dunque non puo essere che un pugno di gente strana se ne vada per la sua via, e sopratutto non puo essere questo il comunismo, il suo avenimento.

    Ma io credo che ormai il capitalismo non si possa sorpassare se non nella propria degenerescenza.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    Mi sembra un'ottima impostazione che ricalca sinteticamente quello che esprimevo con parole diverse.
    L'unica punto, d'altronde fondamentale, resta: che aggregazione comunitaria, a partire da cosa?
    E qui emerge il problema correttamente impostato da Sandinista, che coglie un punto cruciale della questione.
    La comunità non può divenire a sua volta feticcio purificato da comunità epicurea di secessione dal reale.
    Dunque, cambiamento interno. Ma come ?
    Da qui deve partire la nostra pacata e lunga riflessione.
    Credo che il "perché" contiene il "come".
    Il perché è l'esclusione dalla nostra vita, progressiva e paziente, di tutto quel che costituisce la società dello scambio. Cacciando lo scambio, c'è emergenza di una comunità umana - e non più una comunità di cose inter-scambiabili.

    Questa comunità umana è viva ogni volta che trova la forza di aumentare le distanze con la società dello scambio. Se invece esplode, se i suoi componenti si disperdono, allora vuol dire che ha vinto la merce, che la merce è riuscita una volta ancora a separare le esistenze e a rinchiuderle nella solitudine.

    E chiaro che presto questo tipo di comunità se ne viene a infrangere la legalità. Ma niente in comune con le cazzate politico-militare di chi vuole colpire lo Stato al cuore. Il soldato, come il burocrate o l'operaio, sempre figure di questa società sono. Il feticismo cresce sul terreno marcio di questo vecchio mondo. Non credo che la comunità umana diventerà a se stessa un feticcio, ma di certo lo sarà per gli imbecilli che vivono la rivolta per procurazione.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da orkonner Visualizza Messaggio
    La storia del movimento comunista mondiale, che comunista lo era solo formalmente salve rare eccezioni, è già ricostruita. Non c'è nessun segreto da svelare, i libri attendono tranquilli il paziente lettore.

    Il problema dunque non è quello dello storico, ma del teorico, e in generale di chi vuole riflettere a quella che fu la PROSPETTIVA del "movimento comunista mondiale".

    Dicevo che nel quadro di questa prospettiva i vari feticismi da me citati hanno giocato un ruolo che in realtà, e alla faccia delle credenze diffuse allora (specie quelle marxiste-leniniste, peggio ancora se in salsa mao), participavano non di un "strappo" al capitalismo ma a una sua riforma burocratica e statalista, forse più egualitaria ma sicuramente non meno crudente e rovinosa che la sua forma occidentale.

    Se ti pare il caso puoi anche "salvare" la lotta armata o il partito e cantare la gloria di quei tipi con la barba che in America facevano davvero la guerra. Io invece non voglio salvare niente ne nessuno. Non mi disturba il fatto che dietro i tuoi interventi si respira un aria un pò retro, perché oltre questo mi sembri un tipo sveglio e preparato.

    Riguardo all'uscita credo si debba essere precisi. Non sto dicendo che alcuni, che avrebbero capito tutto, si devono adesso stabilire in mezzo alla natura e re-inventare forme di comunismo. Il "salto" di cui parlavo consiste innanzi tutto nella presa di coscienza che ormai, data la decadenza e la morte di tutte le ragione (razionali o non) del vivere-insieme, ormai non sussiste che il consumo, e la seduzione estremamente forte che esercita la merce in questi tempi.

    Il salto non puo essere totale e compiuto, ma da un altro lato questo allontanamento dal mondo della seduzione commerciale in effetti tende a generare l'imagine del mondo "lì fuori" come orribile.

    Secondo me è proprio questo il punto teorico di separazione delle acque. Un marxista non puo accettare questa impostazione perché in lui c'è uno scientismo sociale e storico che lo porta a credere che in virtù delle contradizioni etc etc etc il comunismo è prodotto dalla storia e che questo vale per tutti. Siamo davanti a un processo della totalità, dunque non puo essere che un pugno di gente strana se ne vada per la sua via, e sopratutto non puo essere questo il comunismo, il suo avenimento.

    Ma io credo che ormai il capitalismo non si possa sorpassare se non nella propria degenerescenza.

    Sulla prima parte del tuo discorso intervengo brevemente perchè non voglio spostare l'argomento della discussione: il tempo non è un eterno attimo fisso ma un divenire e ciò che è stato valido nel passato potrebbe non esserlo più ora. Ciò non toglie il suo valore storico e politico contestualizzato.

    Sulla seconda parte del tuo discorso: aldilà di tutto il discorso incentrato sulla critica ai limiti che tu vedi nel marxismo ti faccio notare che se alla fine di tutto a tuo parere il capitalismo si supererà semplicemente attraverso il perpetrarsi sempre più malato di sè stesso allora direi che il problema di tutta la discussione non esiste. A noi non rimane che stare tranquilli seduti in poltrona ad aspettare l'evento ineluttabile. Ma questo non è determinismo scientista?

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    Dopo una conversazione telefonica con l'amico Muntzer, vorrei constatare come il forum, ottimo vettore potenziale di informazioni e dialoghi, possa dar adito ad equivoci spaventosi, su temi decisivi sui quali si gioca la visione di fondo dell'anticapitalismo cosi' come a mio avviso oggi dovrebbe essere impostato.

    Vorrei, a questo punto, scrivere poche righe di definitivo chiarimento sulla questione della "classe" e della lotta di classe, delegando ad un mio articolo più dettagliato sul tema della rivista comunismo e comunità di prossima uscita.

    Il CONFLITTO DI CLASSE esiste ed è oggi ad un livello spaventosamente alto, vergognosamente unilaterale, e ingnominiosamente disumano.
    Il capitalismo vive dello sfruttamento verticale della classe dominante ai danni di compositi ceti subalterni ( dal lavoro strettamente dipendente, al lavoro piccolo autonomo, alle nuove forme contrattuali falso-autonome).
    Il punto non è questo. Questo non è in discussione.

    In discussione, per quanto mi riguarda, è la modalità tramite la quale, concepire un movimento rivoluzionario che sappia superare il modo di produzione capitalistico.

    Tale modalità,credo, non può essere oggi trovata nella ribellione contro lo sfruttamento classista verticale ( pure esistente) perchè il capitalismo è capace di reintegrare tale conflitto nei ranghi del ben più fluido e "democratico" , seppur falsamente paritario, conflitto orizzontale ( vero male ideologico che il capitale porta con sè come arma di colonizzazione delle coscienze).

    Questo signfica che una forza culturale tesa al superamento del modo di produzione capitalistico, in un contesto in cui la classe è stata sfaldata dal capitalismo fluido ( la fluidità falso-orizzontale è l'essenza primaria del capitalismo stesso fin dalle sue origini, ma viene coperta in fasi determinate dall'emergere della realtà di classe ), non può tentare di ricomporre la classe sulla base dello sfruttamento verticale infertole.
    Lo sfruttamento verticale è oggi urgentissimamente di attualità nonchè consustanziale al capitalismo e deve essere combattuto, anche con aspre lotte.
    Ma il combatterlo non potrà essere una leva rivoluzionaria per il comunismo.Per Marx, non dimentichiamolo, la lotta di classe era un mero strumento per il conseguimento di una società senza classi. Se lo strumento non funziona, bisogna riconsiderlo.
    Il che non significa che tale lotta non sia comunque centralissima su un piano di miglioramento hic et nunc ( mai da diprezzare, con argomenti metafisici estremistici).

    Ma i piani non vanno confusi, e bisogna a mio avviso capire, che la forza rivoluzionaria in senso anticapitalistico radicale non può giungere dalla classe in quanto tale intesa in senso economicistico.
    Il che non significa proporre alleanze di classe improbabili o interclassismi socialdemocratici. Non è qui il punto.

    Significa solo cercare il moto primario di aggregazione rivoluzionaria in una visione anti-capitalistica, comunitaria, entro il senso del limite, dotata di un'etica aggregativa forte e di un rigetto per il conflitto orizzontale dell'uomo contro l'uomo.
    Una visione di questo tipo, sola, può garantire la presa di coscienza utile per rovesciare gradualmente il sistema capitalistico.
    Il richiamo all'unità della classe è invece un grido disperato nel deserto dell'individualismo dilagante ( e non è certo un giudizio moralistico) o semplicemente della stanchezza di fronte a richiami non più percepiti come vitali ( non perchè manchino le condizioni materiali della vitalità, ma perchè il bisogno popolare è nell'aggregazione comunitaria disalienante e non nella ribellione verticale come movimento univoco di consguimento della rivoluzione).

    Se la classe fosse comunità, invocherei la lotta di classe, ma non essendo la classe lavoratrice comunità di fatto e di sentimenti e intenti, è ingenuo e meccanicistico invocarne un dover essere unitario. Ricordiamoci ancora di Marx e della strumentalità pura della lotta di classe.

    Per quanto mi riguarda la ricerca in tal senso continua, ed è appena al principio. Non ho di certo trovato una chiave di lettura risolutiva, è solo un inizio propositivo aperto ad ogni critica.

    spero, con questo, di aver chiarito la mia posizione.
    Altrimenti, rimando a molto più piacevoli ed utili conversazioni reali ( per lo meno con coloro che conosco ).


    C’è qualcosa di profondo che non mi convince nel tuo ragionamento. Innanzitutto ritengo che ci sia una confusione teorica di piani. Una forza culturale rimane una forza culturale e quindi agisce su un piano – estremamente importante, capiamoci – che le è proprio e che non è direttamente proiettato al superamento rivoluzionario del modo capitalistico di produzione. Una forza culturale agisce sul piano delle “coscienze” perché queste siano in grado di dare senso – il nostro senso – al movimento di opposizione al capitalismo.

    La lotta di classe non è un’invenzione di Marx, è una costante delle società classiste. La questione è se la lotta di classe può diventare uno strumento della lotta più generale per la trasformazione rivoluzionaria della società. Naturalmente questa trasformazione rivoluzionaria, per noi, ha e deve avere un senso comunista. Comunismo che non può essere la riproposizione del comunismo di impianto marxista novecentesco. Ma qui il discorso si allarga e si allunga.

    Lenin nel suo Che fare? (1902) lo diceva papale papale: la lotta economica di per sé non conduce al comunismo, può al massimo portare alla redistribuzione della ricchezza, ed è quello che ha fatto il tradeunionismo prima la socialdemocrazia dopo. Lenin parlava della necessità di “importare” la coscienza nelle fila proletarie, perché senza coscienza il proletariato non fa passi in avanti sulla strada della sua emancipazione e quindi della liberazione dal giogo del capitalismo.

    Lasciamo stare adesso la questione della centralità della classe operaia che rimane classe strategicamente deputata al rovesciamento del capitalismo e quindi classe proiettata naturalmente al conseguimento del comunismo. Sappiamo che le cose sono andate come sono andate, in ogni caso quel che è successo nel Novecento è grandioso e rappresenta finora l’unico tentativo compiuto dall’umanità di rovesciare l’ordine dei fattori.

    Se noi ci rappresentiamo la classe come un feticcio è chiaro che essa poi diventa quella espressione metafisica che dà luogo al “sogno” della inevitabilità del comunismo, quindi a quel raccontarsi storie che ha caratterizzato una certa parte del movimento comunista, quello diciamocelo, che è rimasto sempre fuori da qualsiasi reale sperimentazione rivoluzionaria.

    Se la classe non è quel feticcio che molti comunisti si son rappresentata e se quindi la lotta di classe non è quello strumento che di per sé conduce al comunismo, è chiaro prima di tutto che bisogna riconsiderare fuori da parametri “operaistici” il concetto di classe, per cui la classe non è:

    la classe operaia (dei grandi concentramenti industriali);
    l’operaio-massa;
    l’operaio-sociale;
    il precario;
    … mia sorella.

    La classe, o, forse meglio, l’insieme dei soggetti sottoposti al rapporto capitalistico di sfruttamento del lavoro all’interno della quale ci possiamo metter tutti i lavoratori salariati, indigeni e immigrati, e i lavoratori che a vario titolo sono sottoposti al rullo compressore del turbo-capitalismo globalista costretta a pagar dazio. Il problema dell’unità di classe non come mito rivoluzionario ma come obiettivo necessario perché senza ricomposizione dell’unità o, meglio, dell’unitarietà, qualsiasi passo in avanti l’umanità non può farlo.

    Oggi la disgregazione è un fattore di rottura del vincolo solidaristico tra le classi dominate. All’interno dei luoghi di lavoro serpeggia animosità, concorrenza, competizione, rivalità. La deregolamentazione del mercato del lavoro e l’introduzione della flessibilità/precarietà ha inferto un colpo devastante alla pratica della solidarietà scaturente dalla condivisone di medesime condizioni di trattamento lavorativo. Questa animosità eccetera si riverbera nella società intossicando i rapporti sociali al punto che ciascuno vede nell’altro un suo potenziale nemico, se poi questo è immigrato l’adrenalina sale a mille. E su questo si costruiscono interventi di politica securitaria che oggi trovano consensi un po’ ovunque.

    Agire, quindi, sul piano controtendente della solidarietà di classe significa intervenire sul piano sociale e culturale (e politico, naturalmente). Significa contrastare con tutti i mezzi le politiche federalistiche, il precariato, la flessibilità, la rottura della contrattazione collettiva, la riduzione delle misure di sicurezza sui posti di lavoro, la contrapposizione tra occupati e disoccupati e tra residenti e immigrati, e certamente le politiche di aggressione imperialistica che si traducono all’interno in aumento della spesa militare e compressione della spesa sociale.

    Questo piano naturalmente deve essere accompagnato da una capacità culturale di messa in discussione radicale dell’ideologia capitalistica. L’ideologia capitalistica che ormai sembra essere diventata l’unico orizzonte “culturale” delle forze politiche sia di destra che di sinistra. Una lotta a tutto spiano contro il relativismo, il nichilismo, l’eurocentrismo, la xenofobia, il razzismo, l’individualismo, la libertà di… Si tratta di una battaglia generale che dovrà investire tutti i piani dell’esistente, nessuno escluso.

    Il conflitto, anzi la lotta di classe, è quindi uno strumento non desueto, è il terreno – non l’unico – della materialità dei rapporti sociali nel quale bisogna saper seminare. Altrimenti ho l’impressione che al massimo può venire fuori solo predicazione.

  9. #9
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    beh, l'autosuperarsi del capitalismo potrebbe essere peggiore (nel senso di più alienante) del capitalismo stesso...

  10. #10
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    ovviamente la mia era una risposta a Sandinista e Orkonner non ad epifanio (che ha postato contemporaneamente a me...)

 

 
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