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Discussione: La Torre di Babele

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    Predefinito La Torre di Babele

    La Torre di Babele e la ricerca della Parola in Massoneria
    di Mariano Bizzarri

    Il mito della Torre di Babele 2, narrato in Genesi subito dopo l’episodio del Diluvio e della discendenza di Noè, sembra riguardare molto da vicino, e per più di un motivo, l’esoterismo delle iniziazioni di mestiere, con particolare riguardo al tema della “parola perduta”. La narrazione biblica, per quanto nota, merita di essere ricordata ed attentamente studiata, soprattutto in quei passaggi che ad una prima lettura sembrerebbero superflui e farciti di specificazioni apparentemente irrilevanti.
    “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero. “venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra” 3.
    Il racconto — tra i più enigmatici dell’Antico Testamento sia per il significato che per la collocazione cronologica 4 — fa una chiara allusione ad una migrazione verso Occidente — equivalente sul piano simbolico ad un allontanamento dalla luce (l’Est) della Tradizione primeva — e alla conseguente sedentarizzazione di un popolo una volta nomade (“vi si stabilirono”), espressione, sul piano dei cicli, di quella solidificazione che prefigura l’avvento del “regno della quantità” e con questo, il termine stesso dell’attuale manvantara 5. Non a caso il testo sottolinea con evidenza come il popolo in questione — discendente da Noè per il tramite di Jafet — possedesse una lingua unica e parole da tutti condivise, forse le stesse che Dio aveva trasmesso al patriarca dell’Arca, ivi compreso il “nome ineffabile” invocando il quale Noè avrebbe esercitato il dominio sui quattro elementi 6. Questo popolo, contravvenendo alla consuetudine, come il testo sembra suggerire (“Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento”), impiega mattoni al posto di pietre e bitume in luogo di malta. Come ben noto il Tempio dei costruttori è — in ogni Tradizione — non solo il riflesso in terra della divinità, ma, concepito sub specie interioritatis, riflette la costituzione ternaria stessa dell’iniziato 7 — spirito, anima e corpo — in cui l’edificio sacro vive e si articola. Scrive al riguardo S. Bernardo:
    “Le pietre sono vive e dotate di intelligenza; esse prendono parte al consiglio divino, e così conoscono la Trinità Misteriosa, ed ascoltano parole ineffabili ... Le pietre aderiscono l’un l’altra grazie a un duplice cemento: una conoscenza integrale e un amore perfetto ... Se questo tempio è santo è grazie ai vostri dei costruttori corpi, i vostri corpi in ragione della vostra anima e la vostra anima grazie allo Spirito che le abita.” 8
    Questa precisazione ci permette di rilevare come i “materiali” utilizzati per la costruzione della Torre fossero a rigore il rovescio stesso di quelli che debbono essere utilizzati per la costruzione di un edificio sacro 9. Mattoni 10 al posto di pietre — che devono necessariamente essere squadrate, lavorate, preparate, purificate — e, al posto dell’amore (fraterno) e della conoscenza integrale (la gnosi), il bitume, ovvero un “prodotto del sottosuolo” cioè, per trasposizione analogica, ciò che costituisce l’infraumano. Il preciso e reiterato riferimento alla “pietra” chiama in gioco non solo l’evidente simbolismo massonico — per il quale le “pietre” sono gli stessi iniziati che possono innalzare il tempio “squadrando” se stessi — ma altresì fornisce un’indicazione preziosa sul senso che deve essere dato alla “parola perduta”. Specialmente nei Salmi, ma un po’ ovunque nell’Antico Testamento 11, Dio è infatti chiamato con l’appellativo ebraico di Tsur, cioè “la Roccia”, a sottolineare, tra gli altri significati, quello di “fondamento” 12. Ed è proprio perché la Torre non viene edificata sulla “roccia” — cosa che avverrà invece con la Chiesa del Cristo 13 — che finirà con il crollare miseramente al suolo. Per altro verso chi crede alla “pietra viva” non resterà “pietra morta”, ma sarà utilizzato

    “come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo ... Ecco, io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso ... ma per gli increduli, la pietra che i costruttori hanno scartato è divenuta pietra angolare, sasso d’inciampo e pietra di scandalo” 14

    Il passo citato — essenziale in tutti i suoi “dettagli” — apporta ulteriori delucidazioni nella misura in cui esplicita come “credendo”, cioè utilizzando correttamente la “pietra viva” non solo si può edificare l’edificio e renderlo “santo” 15, cioè “inviolabile”, ma ci si premunisce dal restare “confusi”, cioè per l’appunto di ricadere nell’errore consumato in occasione della costruzione della Torre di Babele. In effetti quella stessa pietra su cui ora si è chiamati a compiere il proprio dovere muratorio — la pietra d’angolo che significativamente verrà recuperata con l’Arco Reale — è quella che in origine era stata scartata dai costruttori . Questa specificazione è della più rilevante importanza in massoneria dato che sembra indicare come i costruttori che preferiscono i “mattoni”, scartando le “pietre”, non dispongono — come suggerito da Guénon — delle conoscenze adeguate per portare a compimento il progetto architettonico:

    “la destinazione di questa pietra può essere compresa solo da un’altra categoria di costruttori, che a questo stadio non intervengono ancora: sono coloro che sono passati dalla squadra al compasso” 16

    Queste considerazioni lasciano intendere come gli artefici della Torre non disponessero effettivamente di tutte le conoscenze necessarie né della dovuta legittimità, il che getta una luce alquanto sospetta circa le reali intenzioni del loro operato. Se, infatti, poniamo a mente che negli intenti dei suoi realizzatori la Torre si proponeva di usurpare più di una prerogativa divina, prima tra tutte quella di assegnare nomi alle cose (“facciamoci un nome”) e di raggiungere il Cielo per spodestarne il legittimo Sovrano, comprenderemo facilmente che si tratta propriamente di un’impresa titanica, di chiaro significato controiniziatico, non altrimenti differente da episodi simili narrati da altre Tradizioni 17 che descrivono questo tentativo come un’appropriazione indebita, compiuto da Kshatryia rivoltati contro l’autorità sacerdotale ed impersonati nel mito biblico dal re Nimrod 18. A nostra opinione il mito descrive la deviazione reale di una tradizione peraltro regolare — dato che il popolo di Babele deteneva legittimamente le possibilità racchiuse nel possesso del “nome ineffabile” affidato a Noè — che aveva tuttavia finito con il piegare la propria scienza sacra a fini, questi sì!, irregolari e “illegittimi”. È proprio per questo che il progetto ha possibilità di riuscita. Così infatti continua il racconto biblico:

    “Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque, e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.” 19

    La diaspora darà luogo alle nazioni della terra ed alla frammentazione della conoscenza sacra dei costruttori che da allora vagano appunto alla ricerca della “parola” perduta. Al riguardo i più antichi catechismi sono esemplarmente significativi e mettono direttamente in relazione la Queste con l’episodio della Torre di Babele. Il Manoscritto Sloane (1700) ci propone il seguente dialogo:

    “ D Dove fu data dapprima la parola? R nella Torre di Babilonia” 20

    Ancora più esplicito è il Manoscritto Dumfries No. 4 (1710), che così si esprime:

    “I figli di Noè sapevano che Dio si sarebbe vendicato col mondo a causa dei suoi peccati con il fuoco e con l’acqua; tuttavia essi erano così solleciti del beneficio della posterità da preferire la scienza inerente le sette arti liberali alle loro stesse vite, per cui incisero tale scienza su colonne di pietra affinché si potessero ritrovare dopo il diluvio ... poi dopo il diluvio, il gran cacciatore figlio di Cus e Cus, era figlio di Cam secondo figlio di Noè cacciatore, fu poi chiamato il padre della saggezza per le sopraddette colonne che egli trovò dopo il diluvio con le scienze scrittevi sopra e le insegno nella costruzione della Torre di Babilonia, dove fu chiamato Nimrod che significa “possente dinanzi al Signore” ... Nimrod professò la muratoria ... I massoni dovrebbero amarsi l’un l’altro .. per timore che Dio dovesse renderli muti come già in passato quando confuse le loro lingue a causa della loro presunzione; questa fu la prima volta in cui i muratori non ebbero cura della loro arte” 21.

    Questo passaggio è della più grande importanza, non solo perché mette in relazione la perdita della “parola” con l’episodio di Babele, ma altresì perché esplicitamente riconosce in Nimrod — espressione ad un tempo dei guerrieri (“gran cacciatore”) e dei costruttori (“professava la muratoria”) — incarnazione delle due vie rajasiche (la via del guerriero e quella di mestiere) che si fonderanno nella Massoneria — il depositario della scienza antediluviana preservata dalla catastrofe da Noè e dai suoi figli 22.
    La “ricerca della parola”, il “segreto dei costruttori”, costituirà da allora il tema dominante del pellegrinaggio massonico che, non potendo offrire di meglio ai suoi affiliati, si “contenterà” di suggerire loro “misteri sostitutivi”, come esplicitamente confessa il rituale Emulation del terzo grado:

    “M.V. Fr. II° Sorv., da dove venite?
    II° Sorv. : da Occidente, dove siamo stati in cerca dei misteri genuini di un Maestro Muratore.
    M.V. : Fr. I° Sorv., li avete trovati?
    I° Sorv.: no, M.V., ma portiamo con noi alcuni misteri sostitutivi che siamo ansiosi di comunicare per la vostra approvazione”

    La parola “perduta” è veramente smarrita una volta per tutte o — seppure gelosamente serbata — è ancora in possesso di qualcuno? E quale ordine di segreto — per quanto possa essere incomunicabile, inesprimibile, ineffabile — riguarda concretamente?

    Il potere della parola
    Si racconta come il cardinale Polignac, personaggio di un’opera di Diderot, osservando in gabbia un orango del re, abbia esclamato: “Parla e ti battezzo!”, evidenziando così come la mancanza della parola fosse l’unica cosa che sembrava differenziarlo dagli uomini. Beninteso l’orango non parlò e... rimase dunque in gabbia. L’aneddoto rimarca — qualora ce ne fosse bisogno — come la parola, prima ancora che espressione di una possibilità pertinente l’ambito neurofisiologico, sia coestensiva ad una funzione di carattere spirituale, e permetta all’uomo — figura centrale della creazione nel grado di esistenza che gli è proprio — l’accesso a realtà superiori. Nei tempi che le tradizioni descrivono come “età dell’oro” la parola doveva essere anche qualcosa di più: linguaggio essenziale — capace cioè di giungere alla “essenza” delle cose — portatore di vita, quindi creatore in una dimensione atemporale in cui tutto, ivi compreso il tempo, veniva iniziato. Tempi dove tutto, cosmo e creature, partecipava al respiro degli dei. Quella parola era parola di verità per eccellenza, stante la perfetta corrispondenza tra la volontà intelligente che manifestava e il suo plasmarsi formale nella realtà indifferenziata della substantia primigenia — corrispondente alla Prakriti indù — senza che il processo subisse deviazioni o fosse oggetto di equivoci ed incomprensioni. La nozione di parola fecondante, di verbo portatore di germe della creazione che si colloca al suo inizio come prima manifestazione divina, prima di qualunque forma, si ritrova nelle concezioni cosmogoniche della maggior parte dei popoli. Nel libro sacro dei Quiché, la narrazione comincia proprio con il sottolineare il ruolo costruttivo del linguaggio:

    “V’erano solo immobilità e silenzio nell’oscurità ... Poi venne la Parola. Tepeu e Gucumatz s’incontrarono nella notte e parlarono insieme ... si trovarono d’accordo, unirono le loro parole e i loro pensieri ... Allora essi decisero della creazione.” 23

    Non altrimenti è detto in un antico testo di Teologia Menfita (2400 a.C.):

    “Ma ecco che il cuore e la lingua hanno potere sulle altre membra, per il fatto che l’uno sta nel corpo e l’altra nella bocca di tutti gli dei ... l’uno concepisce, l’altra decreta ciò che si vuole ... così si crea ogni lavoro e ogni arte”. 24

    Ancor più chiaramente può leggersi in un papiro del III° secolo a.C., dove il maestro delle cose create, Khepri — la cui etimologia significa propriamente “colui che forma se stesso” — esclama:

    “Tutte le cose vennero create dopo la mia formazione. Numerose sono le forme che provengono dalla mia bocca” 25

    Un ruolo eminente nella mitologia che riconduce la genesi al potere creatore della parola è sostenuto dal dio Thot, l’Ermete greco che riguarda molto da vicino la Tradizione massonica. Thot, primo aiutante di Râ 26, ne rappresenta la saggezza, in quanto si identifica con il cuore stesso del Dio, e la capacità di ordinare l’universo, dato che egli è “la lingua stessa di Râ “.
    Nell’ambito del linguaggio —lingua sacra per eccellenza 27— cui fa riferimento il mito esiste una assoluta identità tra il nome e la cosa nominata, perché il nome è l’essenza stessa di ciò che nomina. In quest’ambito nessuna parola è banale o tantomeno convenzionale, definita cioè in relazione ad usi e consuetudini puramente umane. Questa caratteristica giustifica l’esistenza di una “lingua sacra” e di una scienza delle lettere, intesa come sapienza metafisica (se riferita all’ambito spirituale), come potenza cosmogonica (quando rapportata al mondo della manifestazione), e, se riferita al dominio puramente umano, come “conoscenza delle virtù cioè dei poteri dei nomi e dei numeri, in quanto esprimono la natura di ogni essere, conoscenza che permette, a titolo di applicazione, di esercitare per mezzo di essi, e per effetto di tale corrispondenza, un’azione di ordine “magico” sugli esseri stessi e sugli avvenimenti che li concernono” 28. Un uso improprio di tale gnosi non è sicuramente stato estraneo alla rovina di Babele e rende ragione a sufficienza dell’importanza accordata al “verbo” in tutte le comunità iniziatiche, come ben sa ogni Libero Muratore, uso a veder aperto in Loggia il Volume della Legge Sacra, aperto sul Prologo di S. Giovanni:

    “In principio era il Verbo,
    e il verbo era presso Dio
    e il Verbo era Dio.
    Egli era in principio presso Dio:
    tutto è stato fatto per mezzo di lui,
    e senza di lui nulla è stato fatto di tutto ciò che esiste” 29

    La divinità possedeva in esclusiva il potere di nominare ed in virtù di questo veniva dato significato alle cose e un destino alle creature. Una facoltà che, come narrano le leggende ebraiche, venne condivisa con Adamo cui fu consentito di “dare” un nome ad animali e piante 30, un potere che i costruttori di Babele sembrano invece volersi arrogare in modo irregolare quando, per evitare di doversi disperdere 31, pretendono “farsi un nome” da soli.
    Dopo la caduta della Torre di Babele l’uomo perde la conoscenza del linguaggio essenziale che torna ad essere, per così dire, monopolio esclusivo della divinità. Non per questo l’Universo perde di significato, ma è l’uomo a perderne la chiave 32, pur serbandone vivo il ricordo, quel ricordo che alimenta incessantemente la Queste dell’iniziato. La distanza che separa i popoli della diaspora da Babele è incommensurabile: l’uomo, perduta la lingua originaria, perde con questa la sua identità una volta direttamente espressa e significata dal proprio nome 33, la cui risonanza si poneva in correlazione armonica con l’intero creato individuando, per ciascuna persona, l’esatta collocazione e destino. Dovrà ora agire per conseguire quella conoscenza e così acquisire l’identità che la perdita del nome originale gli tolse. Occorre “farsi” un nome e come dice Thiebaut:

    “ripetendo un nome ... la ragione e il significato dell’uomo non sono più immediati. L’identità di chi porta quel nome non appare già insita nel racconto del suo nome, ma solo nell’esercizio della propria identità attraverso gli atti della vita. ... dobbiamo ... dimostrare con le nostre azioni, come Don Chisciotte, che siamo chi diciamo di essere”


    Il segreto dei costruttori
    È possibile che la “parola” persa a Babilonia riguardasse da vicino quella che era propriamente la “conoscenza sacra” dei costruttori. A seguito della “confusione” la Torre non verrà infatti completata e finirà con il crollare. Tuttavia la parola verrà ridata e — del tutto verosimilmente — ripersa due volte. In entrambe l’occasione è quella della Pentecoste. La termine con cui si definisce il “cinquantesimo giorno” 34 della fuoriuscita degli ebrei dalla terra d’Egitto ed in origine coincide con la promulgazione della Legge trasmessa da Dio sul monte Sinai. Insieme alla legge — alla Torah — “Mosè riceve anche le segrete combinazioni di lettere — i Nomi — che nel loro insieme costituiscono un altro aspetto, assolutamente esoterico di essa” 35. Da quel momento, l’invocazione rituale e segreta del Nome, una volta all’anno, compiuta dal Gran Sacerdote nell’intimità del sancta sanctorum, finirà con il costituire il perno attorno a cui ruota l’attività cultuale dell’intera comunità. E questo a dispetto degli sforzi messi in essere per evitare che “qualcuno” potesse avere “l’impressione che la parola avesse un potere intrinseco, che la formula prescritta possedesse effetti magici di per se stessa” 36. È alquanto rilevante sottolineare come

    “tutto un complesso apparato cultuale, un sistema di riti e di prescrizioni circondava quel Nome per tutelarne la conoscenza e soprattutto per circoscriverne l’uso consentito ad Israele. L’aver ricevuto in consegna una realtà così sacra poneva Israele di fronte ad un compito immane, che consisteva non ultimo, nel respingere le tentazioni connesse alla sua presenza” 37

    È in questo senso che deve essere intesa la “santificazione del Nome”, l’operazione per il tramite della quale il “Nome” veniva per l’appunto reso inviolabile. Questa insistenza lascia pensare, come suggerito autorevolmente da più parti, che “in Israele qualcuno abbia conosciuto la tentazione di abusarne per pratiche magiche oscure e addirittura pericolose per la comunità” 38. A nostro avviso lo stesso mito di Hiram — ucciso proprio per non aver voluto rivelare la “parola” a quei compagni traditori che prefigurano l’apostasia della controiniziazione — può essere letto alla luce di queste considerazioni, ponendo mente al fatto che il “Tetragramma e tutte le sue perifrasi erano posti nell’Arca dell’Alleanza” 39 e questa, a sua volta, era ospitata all’interno del Tempio di Salomone 40, nel “cuore” dell’edificio costruito dal “capostipite” della moderna massoneria. Non è peraltro impossibile che — in questo periodo — la tentazione di usare il “nome” in modo “improprio” sia stata tanto forte da indurre in tentazione proprio alcuni membri della comunità dei costruttori mentre, per altro verso, lo stesso Salomone — che aveva avuto il beneficio di apprendere “la lingua degli uccelli” 41 — sembra aver fatto ricorso al potere della “parola” per portare a termine l’ambizioso programma architettonico che si era prefisso 42. Fatto è che, da questo momento, stante le fonti bibliche

    “ ... il Nome, con il quale Dio nomina se stesso e può essere invocato, si sottrae alla sfera acustica e diviene impronunciabile. In un primo tempo è ancora permesso pronunciarlo in alcune circostanze rare e particolari, come all’interno del Tempio ... ma in seguito, soprattutto dopo la distruzione del Tempio, esso diviene assolutamente impronunciabile .. esso può essere richiamato, ma non più profferito” 43

    tanto che la frase conclusiva della preghiera ebraica quotidiana fa esplicito riferimento alla promessa messianica per cui arriverà un giorno in cui “Dio sarà uno e unico sarà il Suo Nome” 44. Del pari, in forza del parallelismo cronologico che intercorre tra la vicenda di Hiram e il destino del Tempio di Salomone, con la scomparsa del Maestro costruttore, finisce con l’essere smarrita anche la scienza sacra. Giustappunto il rituale del IV° grado scozzese ricorda che i massoni entrano ora:

    “ ... in un tempio che fu radioso: i cattivi lo hanno gettato nelle tenebre e nel lutto ... la parola di vita è perduta” 45

    Sul tema della ricerca della “parola” insisterà la leggenda dei gradi scozzesi XIII° e XIV°, ma è solo con il XVIII° — Principe RosaXCroce — che la “parola” verrà ritrovata, ancorché il rituale si premuri di specificare che si tratta in realtà soltanto di un “mistero sostituito”.
    “ I Cavalieri d’Oriente e d’Occidente, erranti nei boschi e per le montagne, fin dall’epoca della distruzione del Tempio, sofferenti per la Parola perduta — non hanno mai dismesso la loro cerca e fintantoché la Parola non sarà stata ritrovata, saremo costretti a vagare tra le tenebre ed il lutto” 46
    È significativo che il più “cristiano” dei gradi di perfezionamento 47 sancisce il ritrovamento — seppure parziale 48 — dei segreti persi con la morte di Hiram, proprio in concomitanza con la celebrazione della passione di Cristo e della sua resurrezione, attribuendo ai RosaXCroce quel privilegio — il “dono delle lingue” — che fu condiviso dai discepoli di Gesù 49. Sul piano della tradizione religiosa è in effetti in corrispondenza della festività della Pentecoste che lo Spirito Santo discenderà sul capo degli Apostoli per infondere loro — di nuovo — il “dono delle lingue”, rivelando ciò che “era nascosto”.

    “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovarono tutti gli apostoli insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro, ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro potere di esprimersi” 50

    L’avvenimento era stato, del resto, fin troppo chiaramente anticipato dal passo in cui la rivelazione di una “scienza sacra” veniva messa esplicitamente in relazione con la Parola:

    “Se uno mi ama, ascolterà la mia Parola ... la Parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre mio ... Ma il Paracleto, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà ciò che vi ho detto” 51

    La discesa dello Spirito comporta la restituzione dell’unità originaria 52 e chiude, in qualche modo, la frattura di quell’alleanza che per ben tre volte (con Noè, con Mosè ed infine con Gesù) il Dio degli ebrei ha rinnovato con il suo popolo, mettendo quest’ultimo di nuovo in condizione di partecipare dell’essenza di tutte le cose. È invero singolare che, sulla base della leggenda che fa da sfondo al rituale del Sacro Arco Reale 53 — peraltro incorporato dal Rito Scozzese nell’ambito del XIII° grado (Cavaliere del Real Arco) — la Parola venga invece ad essere ritrovata nel corso della ricostruzione del Tempio, dopo la cattività di Babilonia, da parte di Zorobabele 54. In questo caso la Parola — esplicitamente identificata al “Nome” nascosto di Dio — viene sì recuperata, ma resta “indicibile”, e cioè impronunciabile, in accordo con quanto ci narra la storia exoterica d’Israele che, dopo la distruzione del Tempio di Salomone, attesta come non solo non si sappia più come pronunciare il nome “ineffabile”, ma altresì il fatto che l’Arca che lo conteneva — la Shekinah — e che testimoniava la presenza immanente di Dio presso il suo popolo 55, sia ormai stata occultata 56. È quindi possibile che l’episodio inerente la ricostituzione del secondo tempio faccia riferimento ad un recupero parziale 57 di quella conoscenza che nella sua integralità verrà riacquistata solo con la venuta del Cristo, la “pietra d’angolo”. È rilevante come entrambi i gradi massonici sopra ricordati insistano su quello ruolo “provvidenziale” del Cristo e, implicitamente, sulla importanza della “scienza segreta” 58 trasmessa dal suo insegnamento: la figura di Gesù, infatti, sia come “pietra angolare”, sia come “univa vera Pietra Filosofale”, assume un ruolo centrale quale filo rosso conduttore del mito soggiacente tanto all’Arco Reale, quanto al XVIII° grado.
    La conoscenza sacra finirà tuttavia con l’essere di nuovo smarrita — come del resto già lascia presagire la leggenda del XVIII° grado — e la Queste dovrà riprendere. I motivi di questo ultimo occultamento sono probabilmente in relazione con crisi dell’Ordine Templare e non sono forse estranei alla stessa partenza dei RosaXCroce dall’Europa. Esiste infatti una relazione di reciproca interdipendenza tra la conoscenza della “lingua sacra” — nell’ambito della quale si colloca l’uso stesso della “Parola” — e il collegamento effettivo con un centro iniziatico.
    “La Parola è perduta — scrive Guénon — o piuttosto nascosta agli uomini dell’età oscura, allo stesso modo che il centro Supremo è divenuto invisibile ed inaccessibile ad essi” 59
    Elementi a sostegno di quest’ipotesi provengono dal ciclo di racconti arturiani, dove la Pentecoste svolge un ruolo affatto secondario, dato che in occasione di tale ricorrenza si determinano avvenimenti della più rilevante importanza.
    Nel corso di una festa della Pentecoste, Artù, al cospetto dei principi bretoni ed inglesi, dimostra di essere il re prescelto traendo dalla pietra la spada Excalibur. Quindi, a partire dalla costituzione della Tavola Rotonda — la stessa a cui viene ammesso il Cavaliere dell’Ascia Reale nel Rito Scozzese 60 — la riunione annuale dei cavalieri verrà celebrata sempre in coincidenza con la Pentecoste, a cui finiranno con l’essere correlate le avventure “iniziatiche” che costituiscono l’oggetto dei resoconti dei membri dell’ambito consesso 61. Lo stesso Graal comparirà — per l’ultima volta — dinanzi agli attoniti cavalieri durante la celebrazione pentecostale e viene descritto da Thomas Malory con termini che non si discostano da quelli rievocati nel libro dell’Esodo:

    “... udirono il fruscio e il fragore del tuono, e poi un raggio di sole, sette volte più luminoso del giorno ... e furono tutti illuminati dalla grazia dello Spirito Santo” 62

    per essere infine abbagliati dalla presenza del Sacro Calice, vero e proprio ricettacolo della Parola, Verbo divino. Sappiamo poi di come, a causa del coup douleureux, il Re Amfortas 63 sia stato privato della salute e il suo Regno della prosperità: la terra di Artù è diventata una gasteland e la Tavola Rotonda, a causa delle manchevolezze del Sovrano, sia ormai privata della “visione beatifica”. Il Graal sarà alla fine recuperato da un “figlio della vedova” —Perceval— che si guarderà tuttavia bene dal riconsegnarlo a Re Artù e lo trasporterà invece in Oriente, così come in Oriente finiranno con il trasferirsi i Rosa Croce 64. È proprio nel corso del Medioevo che la “Parola perduta” finirà con l’identificarsi con il Graal stesso, soprattutto nell’ambito dell’esoterismo massonico 65. L’Occidente sarà così privato della “Parola di Dio”. La divinità custodirà il silenzio, lasciando l’uomo nuovamente nella condizione di orfano della Parola. La Terra resterà desolata, in balia degli effetti del Colpo Doloroso, mentre gli uomini cercano affannosamente il “ponte” che li traghetti oltre gli abissi dell’incomprensione e dell’impotenza, quella frattura che separa il linguaggio dal suo referente essenziale. Una speranza sola viene offerta, e questo bene viene esplicitato nell’ambito del XXX° grado del Rito Scozzese (Cavaliere Kadosh), dove, abbattute le colonne, i massoni—templari sono chiamati a confrontarsi con una scala: la stessa che Giacobbe vide innalzarsi da Beth—El, al di sopra di una pietra, e da cui scendevano e salivano gli Angeli: così il massone, per mezzo delle sette virtù liberali, da quella stessa pietra saprà ripartire e rinnovare la Queste del Nome.
    Il Nome, cioè la Parola che fu, che è e che sempre sarà dato che, come narra il Rituale del Sacro Arco Reale, “Egli è, ciò che Egli era, ed era ciò che Egli è, e rimarrà allo stesso tempo ciò che Egli era e ciò che Egli è, in perpetuo”


    Pieter Brugel, La Torre di Babele (1563) - Immagine tratta dal sito http://it.wikipedia.org/

    NOTE

    2 Babele qui prefigura la “Babilonia devastatrice” del re Nabuccodonosor e non a caso sorge sulla stessa area che, seppure in origine doveva costituire un omphalos, luogo privilegiato di comunicazione con le realtà superiore, sarebbe finito con il diventare il centro — simbolico e non — delle “forze ostili a Dio” (Manfred Lurker, Dizionario delle immagini e dei simboli biblici, Mondadori, 1994, p. 25). Nella tradizione sumera la torre è conosciuta come Etemenenanki (“casa della fondazione del cielo e della terra”) si elevava al centro della stessa città di Babel (Babilonia) nel complesso centrale del tempio chiamato Esagila, cioè “casa che leva il capo in alto”. L’etimologia del termine — Bab El — significa propriamente “casa di Dio” (in accadico: Bab—ili, “cancello di Dio”) ed è da mettere in rapporto ad un altro omphalos, quello descritto nell’episodio di Giacobbe (Genesi, 28, 10—24). L’interpretazione che vuole far derivare Babele da —Babal (“luogo della confusione”) è venuta imponendosi solo in epoca medievale, in ciò fuorviati dalla lettura dell’ultimo versetto del paragrafo biblico. Va rilevato come il ricordo di questo evento — che come tutti gli eventi simbolici si offre ad una pluralità di interpretazioni su piani diversi — si è perpetuato anche tramite i tarocchi, dove l’arcano XVI non a caso raffigura una “torre che crolla” e che, in molte versioni del mazzo di carte, viene giustappunto definito come “La maison de Dieu”.
    3 Genesi, 11, 1 e ssg. (il corsivo è nostro)
    4 L’episodio della Torre sembra infatti contrastare con un passo precedente (Genesi, 10, 5 e 20) in cui la “dispersione” delle nazioni, ciascuna con una propria “parola”, viene ricondotta alla diaspora della discendenza di Noè ed in particolare a quella di Javan, figlio di Gomer, figlio di Jafet. A nostro avviso è probabile che la collocazione del racconto in questione possa essere ulteriormente “retrodatata” ad un momento di poco anteriore a quello del Diluvio nella misura in cui l’episodio di Babele narra delle ultime, nefaste gesta dei discendenti dei Giganti, tra cui viene annoverato Nemrod, della stirpe degli “eroi decaduti”, una volta cari a Dio e quindi divenuti in seguito “ribelli”. Su questo complesso ed affascinante tema si veda l’ampia disquisizione di Bernard Teyssèdre, L’orgoglio di babele e l’usura del Tempo in: Nascita del Diavolo, ECIG, Genova, 1992, p. 355 e ssg.
    5 René Guénon, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, Adelphi, Milano, 1988.
    6 La tradizione islamica specifica che, su richiesta di Jafet, Noè si sarebbe rivolto a Dio e “Gabriele gli portò, da parte dell’Altissimo, un nome ineffabile che Noè scolpì su una pietra” (Mirkhond, La Bibbia vista dall’Islam, Luni, 1996, p. 37).
    7 Titus Burckhardt, Fondamenti dell’Arte cristiana in: L’Arte sacra in Oriente e in Occidente, Rusconi, Milano, 1990, p. 41 e ssg.
    8 S. Bernardo, Sermone sulla dedica delle Chiese cit. in Jean Tourniac, Symbolisme Maçonnique et Tradition Chrétienne , Dervy, Paris, 1993, p. 171, nota 59. San Bernardo tornerà sull’argomento nel De Laude Novae Militiae ad milites Templi dove sottolineerà come i monaci—guerrieri “abitino veramente il Tempio di Gerusalemme, e per quanto non sia lo stesso di quello antico e molto venerato di Salomone — per quanto attiene alla sua costruzione — non è inferiore al primo in rapporto alla Gloria e che ne fa la più regolare delle dimore” (cfr. L’Ordre du Temple: Les textes fondateurs, G. Trédaniel, Paris, 1991, p. 26 e ssg.), un’espressione che ricorda la definizione stessa di Loggia come “luogo il più illuminato e il più regolare”.
    9 Nel già ricordato episodio di Giacobbe (Genesi, 28, 10—24) il fondatore di Israele sottolinea volutamente la scelta del materiale, quando specifica che: “questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà una casa di Dio”.
    10 Non è evidentemente un caso che, nel corso della cattività egizia, il faraone imponga agli israeliani di fabbricare mattoni (“resero loro amara la vita costringendoli a fabbricare mattoni di argilla”, cfr. Esodo,1,14), il che lascia pensare ad un “impiego” anti—tradizionale delle conoscenze architettoniche, come del resto bene si evidenzia dal racconto biblico, nel corso del quale i “costruttori” — sotto la guida di Mosè — finiranno con l’abbandonare l’impresa in ciò segnando la fine del Faraone e della civiltà tradizionale egiziana.
    11 Cfr. Genesi, 49, 24; Deuteronomio XXXII, 4;15; 18; 30;31; 1 Samuele II,2; 2 Samuele, XXII, 2; 3; 32; 47; XXIII, 3; Salmi (numerazione della Vulgata): 18, 15; 30, 4; 41, 10; 61, 7; 72, 26; 77, 35; 88, 27; 91, 16; 93, 22; 94, 1; 143, 1; Isaia, 26, 4;30, 29; 44, 8;Abacuc, 1,12.
    12 Il termine acquisisce anche un chiaro significato “protettivo”, come del resto è bene espresso dalla preghiera ebraica (la Titbarak tzurenu, recitata tre volte al dì nel corso della Shema’, la professione di fede di Israele): “Sia Tu benedetto, o nostra Roccia...Creatore della Santa esistenza ... Creatore degli spiriti officianti celesti”.
    13 Non a caso il Salvatore assegnerà a Simone il nome di Pietro, per meglio esplicitare che su quella “pietra viva” Egli edificherà la Chiesa futura.
    14 1 Pietro, 2,4—8.
    15 Sul concetto tradizionale ed etimologico di “santo” cfr. Mariano Bizzarri, Il Tempio Romano in: Il Tempio, a cura di M. Bianca, Atanor, Roma, 1999, p. 91 e ssg.
    16 René Guénon, La pietra angolare in: Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano, 1990, p. 238 e ssg.
    17 Alcune tribù dello Zambesi credevano che il dio Nyase, asceso al cielo per mezzo di una tela di ragno, incolleriti per il distacco del “cielo”, decisero di costruirsi una torre fatta di stuoie impilate per raggiungerlo e ucciderlo. Le stuoie non resistettero ela Torre, “ovviamente”, crollò. E così i Wangongomin del Congo, narrano di come i loro predecessori avessero piantato un palo sopra l’altro per giungere fin sulla Luna. I pali cedettero causando una generale carneficina.
    18 La parola Nimrod deriva dal termine ebraico namar , che al pari dell’arabo nimr, significa “animale chiazzato”, una caratteristica comune alla tigre, al leopardo ed al giaguaro, animali tutti gravidi di numerose implicazioni simboliche che rinviano alla hybris prometeica e che non sono senza rapporto con la bestia che “di pel maculato era coverta” cui accenna Dante (Inferno, I, 32). L’etimologia sembra così rafforzare la definizione di “cacciatore” che è quella con la quale la Bibbia caratterizza il re babilonese; del resto questi animali sono “come l’orso della tradizione nordica, un simbolo dello Kshatryia; e la fondazione di Ninive e dell’impero assiro da parte di Nimrod sembra in effetti corrispondere a una rivolta degli Kshatryia contro l’autorità della casta sacerdotale” (R. Guénon, Simboli etc..., Op. cit., p. 127). Nella tradizione islamica Nimrod, discendente di prodi guerrieri, dopo aver lungamente e saggiamente governato, verrà “pervasi dallo spirito di Satana” e si opporrà direttamente ad Abramo. La leggenda specifica con puntigliosità le misure (60 x 40 x 60) sulla base delle quali il sovrano cercherà di edificare la torre che si schianterà al suolo; sarebbe alquanto interessante sviluppare alcune considerazioni inerenti la simbologia numerica presentata da tale costruzione in opposizione a quelle che saranno invece le misure “corrette” (60 x 20 x 30, cfr., 1 Re, 6,2) del futuro Tempio di Salomone (cfr. Mirkhond, Op. cit., p. 42 e ssg.)
    19 Genesi, 11, 6 e ssg.
    20 I primi catechismi muratori, a cura di W. De Donatis, Bastogi, Foggia, 2001, p. 66.
    21 I primi catechismi muratori, a cura di W. De Donatis, Bastogi, Foggia, 2001, p. 71 e ssg. Va rilevato che per il Manoscritto Kevan (Ibidem, p. 62) la “parola” è annoverata tra le Luci maggiori della Loggia.
    22 Secondo altre tradizioni, peraltro recepite nella leggenda del XIII grado Scozzese (Principe del Real Arco), le due colonne sarebbero state costruite da Enoc. E’ comunque rilevante come, per entrambi i miti, sarebbero state proprio le colonne i ricettacoli della scienza sacra e ciò dovrebbe sollecitare insospettate considerazioni circa il complesso simbolismo che tali elementi rivestono in Massoneria.
    23 Popol Vuh, a cura di T. Tentori, TEA, Milano, 1988, p. 7 e ssg. Tepeu e Gucumatz sono rispettivamente “la Creatrice e il Creatore” possono essere messi in relazione a Prakriti e Purusha o, in accordo con l’insegnamento greco, alla Sostanza (il cosiddetto “lato sostanziale” del principio) ed all’Essenza (il Principio vivificatore propriamente detto). Su questo tema si leggerà con profitto e per una più ampia disanima di René Guénon, L’Uomo e il suo divenire secondo il Vedanta, Adelphi, Milano, 1992)
    24 cit. in: Javier Navarrete, Espacio y Tiempo, SA Ed., Madrid, 1992, p. 14 e ssg.
    25 Ibidem, p. 15.
    26 Râ si serve di tre attributi, personificati in Sia, Hu ed Heka (rispettivamente la conoscenza, il potere di ordinare e la “magia” verbale), per creare il mondo. I tre attributi verranno quindi “delegati” a Thot.
    27 Ciò che propriamente distingue le “lingue sacre” da quelle “profane”, è il fatto che le prime, in misura inversa rispetto all’ordine con cui compaiono nella “storia” — esprimono l’essenza delle cose e i loro rapporti numerici. Su questo carattere si fonda, in ultima istanza, il metodo cabalistici e quelli correlati (come la gematria).
    28 R. Guénon, Simboli etc..., Op. cit. , p. 54. Va rilevato che anche secondo la Tradizione Romana, “dare nome” alle cose significa “crearle”. Tale consapevolezza è stata addirittura recepita dal diritto latino dove si “usa il vocabolo nomen per riferirsi a “tipo di realtà” o “ragione” (causa) di quel “tipo di realtà”, richiamandosi così all’antica identità tra il nomen e la res che esso indica. Nomina verbaque non posita fortuito, sed quadam vi et ratione factam esse” (Giandomenico Casalino, Il nome segreto di Roma, Il Basilisco, Genova, 1987, p. 23). Ricordiamo che proprio in forza della specifica giurisprudenza inerente il “segreto” del nome, Valerio Sorano sarà condannato alla pena capitale per aver inopportunamente divulgato il “nome segreto” di Roma.
    29 Giovanni, Prologo, 1—4.
    30 E’ alquanto significativo che, stando al racconto ebraico, l’inimicizia tra l’Uomo e Satana sembra nascere proprio in relazione alla condivisione del potere della “parola”. Samaele — l’angelo ribelle — si rifiuta di adorare l’Uomo che pure, come ammonisce il Signore — “anche se fatto di polvere, Adamo ti supera in sapienza ed intelligenza”. Messi alla prova solo l’uomo riuscirà infatti ad assegnare un nome agli animali e questo perché “Dio mise le cognizioni necessarie nel cuore di Adamo ed egli parlò in tal modo che alla prima parola di ogni domanda additava l’animale con il nome esatto” (R. Graves e R. Patai, I Miti Ebraici, TEA, Milano, 1990, p. 101). Non è del resto casuale che Satana, una volta sprofondato negli abissi e qui incatenato, vedrà le sue labbra “sigillate”, a riprova di come gli venga precluso il potere di profferire parola.
    31 Il fatto che il racconto biblico adduca come giustificazione dell’operato dei costruttori della Torre una esigenza di carattere escatologico sollecita interessanti considerazioni che non possono tuttavia trovare posto in quest’ambito. Sembrerebbe quasi che i “costruttori” avessero una precisa nozione dei rischi cui andavano incontro e che l’intera loro opera fosse volta a prevenire un “secondo” diluvio.
    32 Non a caso, sul grembiule del IV° grado scozzese compare l’effigie di una chiave “spezzata”.
    33 Cogliamo l’occasione per sottolineare come proprio in forza di queste considerazioni l’imperativo socratico “conosci te stesso”, acquisisce una valenza iniziatica insospettata dai più
    34 Nella più antica tradizione ebraica la pentecoste celebra la fine del raccolto ed era altresì conosciuta come la festa delle “sette settimane”, essendo il giorno che “concludeva” il periodo (49 giorni) necessario a completare le fasi della raccolta.
    35 Gershom Scholem,Il Nome di Dio e la teoria cabalistica del linguaggio, Adelphi, Milano, 1998, p. 37. Lo Scholem cita al riguardo un testo della tradizione talmudica, il Simmuse Torah (“Applicazioni teurgiche della Torah”). Peraltro lo stesso testo biblico, nel corso del fin troppo noto episodio del roveto ardente (Esodo, 3, 13—16) insiste neanche troppo velatamente sulla rivelazione del Nome (“Io sono colui che è”) e sugli “attributi” per mezzo dei quali dovrà invece essere conosciuto ed invocato dal popolo d’Israele (“Il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”). Del resto non a tutti è dato “ascoltare” direttamente la Parola di Dio — a riprova del suo carattere esoterico — tant’è che il testo biblico così specifica: “Poi il Signore disse a Mosè: “Scendi, scongiura il popolo di non irrompere verso il Signore per vedere altrimenti ne cadrà una moltitudine” ... Allora gli ebrei dissero a Mosè: “parla tu a noi e noi ascolteremo, ma non ci parli Dio altrimenti moriremo” (Esodo, 19,21 e 20, 19). In un testo apocrifo, L’apocalisse di Baruc, si specifica come Dio abbia rivelato ad Adamo, Abramo e Mosè (una triade che ricompare nella leggenda massonica annessa agli Antichi Doveri), “il modello della tenda e di tutti i suoi vasi” (cfr. Apocalisse siriaca di Baruc in: Apocrifi dell’Antico Testamento, a cura di P. Sacchi, TEA, Milano, 1991, vol. I, p. 285), dove la rivelazione ha per evidente oggetto un qualche segreto “costruttivo” (la “tenda”) e significati che riguardano da vicino il “mistero” del Graal (“i vasi”).
    36 Benno Jacob, Im Namen Gottes. Eine sprachliche und religionsgeschichtliche Untersuchung zum Alten und Neuen Testament, Berlin, 1903, p. 64.
    37 Gerhard von Rad, Teologia dell’Antico testamento, Paideia, Brescia, 1972, p. 185.
    38 G. Scholem, Op. cit., p. 19.
    39 L’analisi del linguaggio teologico. Il nome di Dio, a cura di E. Castelli, in: Archivio di Filosofia, II—III Cedam, Padova, 1969, p. 155 e ssg per quanto attiene alle fonti di tali affermazioni.
    40 La Tradizione coranica accredita Salomone di poteri soprannaturali, trasmessigli da Dio e, cosa rimarchevole, tra questi vi è la capacità di comprendere la “lingua degli uccelli”: “E Salomone disse: ... ci è stato insegnato il linguaggio degli uccelli e ci è stata data parte di ogni cosa” (Corano, XXVII, 16).
    41 La conoscenza della “Lingua degli Uccelli” comporta la reintegrazione nel centro — il “paradiso terrestre” — dello stato umano, dove si stabilisce la comunicazione effettiva con gli stati superiori (“angelici”), e, di fatto, la conquista della immortalità iniziatica, tema chiaramente adombrato nel Flauto Magico di Mozart. Su questo tema si veda: R. Guénon, La lingua degli Uccelli in: Simboli etc..., Op. cit. , p. 57 e ssg.
    42 Le relazioni che Salomone contrasse con il dominio della “magia”, adombrate nel racconto biblico e riprese nei testi apocrifi, sembrano aver sostenuto un certo ruolo sul processo di degenerazione che caratterizzò gli ultimi tempi del regno (cfr. Corano, XXXVIII, 35—38). Il Talmud (cfr. il trattato Gittim, 68a—b) fa riferimento all’uso di “parole di potere” per mezzo delle quali Salomone costrinse Asmodeo a prestargli la sua opera e fu solo così che “gli operai di Salomone furono in grado di spaccare le pietre per la costruzione del Tempio di Gerusalemme senza avvalersi di strumenti in ferro, il cui utilizzo era proibito” (Ronald H. Isaacs, Lungo la Scala di Giacobbe, ECIG, Genova, 2000, p. 111).
    43 G. Scholem, Op. cit. , p. 22.
    44 Zaccaria, 14,9.
    45 Salvatore Farina, Il Libro completo dei rituali Massonici, Atanor, Roma, 1970.
    46 Ibidem.
    47 Tale considerazione vale beninteso se riferita al sistema scozzese. Le considerazioni da fare circa il Rito Rettificato sarebbero invero diverse e complesse e per queste rinviamo al testo di Jean Tourniac Principes et problémes spirituels du Rite ècossais rectifiè, Dervy, Paris, 1969.
    48 A nostro avviso è alquanto probabile che anche la rivelazione fatta a Mosè sul Sinai sia alla fine risultata “non integrale”: va infatti sottolineato come il racconto biblico evidenzi come Mosè abbia “rotto” le tavole della rivelazione e queste non furono tutte sostituite (cfr. Esodo, 32, 19).
    49 Guénon ricorda che tale “caratteristica” fosse in effetti tra quelle distintive dei “veri Rosa—Croce” (Renè Guénon, Il dono delle lingue in: Considerazioni sulla via Iniziatica, Milano, Bocca, 1949, p. 310 e ssg).
    50 Atti degli Apostoli, 2,1—5.
    51 Giovanni, XIV, 23—27 (il corsivo è nostro). Va sottolineato come le specificazioni evidenziate nel testo racchiudano indicazioni di carattere squisitamente “operativo”, strettamente inerenti l’utilizzo di un determinato “Nome” divino al fine di ottenere quella speciale benedizione che consente di conoscere le “cose nascoste”.
    52 Segnaliamo come questo costituisca il fondamento effettivo della “cattolicità”, cioè letteralmente della “universalità”, del messaggio del Cristo, che pertanto non viene esclusivamente rivolo al “popolo di Israele”.
    53 Nel suo complesso la ritualità e la simbologia del Sacro Arco Reale di Gerusalemme — il “completamento” del grado di Maestro — è interamente incentrata sul tema della “Parola” trasmessa a Mosè e ritrovata durante la ricostruzione del Tempio. Il grado ha ben chiaro come si tratti di una “conoscenza sacra” rivelata (“ ... se all’Eterno non fosse piaciuto di iniziarlo l’uomo alla luce e alla immortalità rivelandogli il Suo Santo Volere e la Sua Parola”), capace di dischiudere prospettive di realizzazione insospettate (“Nel principio era la Parola. Questa è la chiave dell’allegoria”). La complessità del tema e del grado ci vieta di trattarne nell’ambito così limitato del presente saggio e si rinvia al testo di Bernard E. Jones, Il Libro dei liberi muratori del Sacro Arco Reale , Atanor, Roma, 1988.
    54 Zorobabele, principe della stirpe di Davide, significa “germoglio di Babele” e viene correntemente interpretato come “frutto della discendenza concepita in Babilonia” (qui assimilata a Babele tout court). E’ probabile, tuttavia che l’esplicito riferimento al luogo dove venne persa per la prima volta la Parola, sia intenzionalmente rivolto a sottolineare il ruolo provvidenziale di questo personaggio la cui opera si vuole appunto “restauratrice” dell’equilibrio compromesso.
    55 “Io abiterò in mezzo agli Israeliti; non abbandonerò il mio popolo Israele” (1 Re,6,13)
    56 E’ ancora la Apocalisse siriaca di Baruc (cfr. Op. cit., p. 287), redatta intorno al periodo corrispondente alla caduta del primo Tempio, che ci informa di come l’Arca e quanto essa conteneva (le Tavole della Legge e il sacro Vaso) fosse stata “occultata” in attesa della ricostruzione di Gerusalemme, prossima ormai alla distruzione.
    57 Non a caso il rituale del Sacro Arco Reale, ricordando che il “recupero” concerne propriamente l’insegnamento trasmesso a Mosè, specifica che solo parte di questo sia stato rinvenuto nel corso degli scavi per l’edificazione del secondo tempio: “Fummo certi che la nostra scoperta era una parte del Sacro Volume, da così lungo tempo perduto, promulgato dal nostro Gran Maestro Mosè ai pienti del Monte Oreb, nel deserto del Sinai” .
    58 Il sapere “segreto” del Cristo è esplicitamente richiamato da numerosi passi dei Vangeli (Matteo, XIII,10; 34; XIX, 11; Marco, V, 11; 34; Giovanni, XIV, 22), unitamente alla promessa fatta a Giovanni di preservare la continuità dell’insegnamento iniziatico “fino alla fine dei tempi” (“Se voglio che egli Giovanni rimanga fino a che io non torni, a te, Pietro, che importa?”, cfr. Giovanni, 21,22). Va altresì ricordato che l’esistenza di una “scienza segreta” trasmessa dal Cristo ad alcuni apostoli è continuamente sottolineata da Clemente Alessandrino (cfr. Stromata, Libri I e V). Resta da determinare in quale misura e per quali percorsi questa possa essere stata acquisita dalla Massoneria che sembra offrirci al riguardo testimonianze esclusivamente mitiche e simboliche, che sarebbe tuttavia sbagliato voler sottovalutare.
    59 R. Guénon, Simboli etc..., Op. cit., p. 51 (il corsivo è nostro). Le ultime relazioni stabili tra l’Occidente ed il Centro erano assicurate proprio dai Templari, la cui presenza, come ben noto, verrà bruscamente meno a seguito del complotto ordito da Filippo il Bello nel 1307.
    60 Nel XXII° grado del Rito Scozzese i massoni portano sul grembiule l’emblema di una “tavola rotonda”. Il grado è eminentemente templare dato che viene incentrato sull’incontro tra Crociati e Drusi, qui considerati nella loro veste di rappresentanti ufficiali dell’esoterismo islamico, e fa esplicito riferimento agli indubbi rapporti di mutua collaborazione che, fino ai primi anni del XIV secolo, furono stabiliti tra rappresentanti qualificati delle due tradizioni, cristiana (i templari) ed islamica (sufi e assashin). Su questo tema si veda Ugo Poli, Massoneria Iniziatica: la via Scozzese, Atanor, Roma, 1988, p. 94 e ssg.
    61 Tra i tanti eventi coincidenti con la ricorrenza della Pentecoste merita di essere segnalato l’arrivo di Galaad (il cavaliere destinato insieme a Perceval a recuperare il Graal) e l’apparizione della pietra galleggiante sulle acque su cui è conficcata la spada di Balin.
    62Citato in J. Navarrete, Op. cit., p. 118.
    63 Il Re Amfortas — un tempo legittimo custode del Graal — è decaduto dai suoi poteri in seguito all’intervento di “un Potere che proviene dal fiume del Paradiso Terrestre ... che si rivolta contro colui che non aveva saputo padroneggiare e dirigere” la conoscenza trasmessagli (cfr. Mario Polia, Il Mistero Imperiale del Graal, Il Cerchio, Rimini, 1993, p. 69)
    64 Questo riassunto schematico dell’epopea è prevalentemente tratto da Wolfram von Eschembach, Parzifal , TEA, Milano, 1988 (2 voll.). Sui rapporti tra Graal e Templari si veda: R. Ponsoye, SE , 1989.
    65 Sul complesso tema dei rapporti simbolici ed operativi che intercorrono tra Graal, Parola e Massoneria si veda il nostro precedente contributo: M. Bizzarri, Mito e Simboli della Cerca del Graal in Massoneria, Massoneria Oggi, Ottobre—novembre 1996, p. 35 e ssg.

    http://www.zen-it.com/mason/studi/Babele.htm

    Dal sito http://www.zen-it.com/

  2. #2
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    Lodewyk Toeput - La Torre di Babele (1585 circa)

  3. #3
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    Fa piacere risentire il nome di Mario Bizzarri.

    per una ricostruzione del mito di Babele nel corso del tempo, ho trovato bello "Babele " di Paul Zumthor Ed. Il Mulino - Intersezioni

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    “Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero. “venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra”.
    Il racconto — tra i più enigmatici dell’Antico Testamento sia per il significato che per la collocazione cronologica — fa una chiara allusione ad una migrazione verso Occidente — equivalente sul piano simbolico ad un allontanamento dalla luce (l’Est) della Tradizione primeva — e alla conseguente sedentarizzazione di un popolo una volta nomade (“vi si stabilirono”), espressione, sul piano dei cicli, di quella solidificazione che prefigura l’avvento del “regno della quantità” e con questo, il termine stesso dell’attuale manvantara. Non a caso il testo sottolinea con evidenza come il popolo in questione — discendente da Noè per il tramite di Jafet — possedesse una lingua unica e parole da tutti condivise, forse le stesse che Dio aveva trasmesso al patriarca dell’Arca, ivi compreso il “nome ineffabile” invocando il quale Noè avrebbe esercitato il dominio sui quattro elementi. Questo popolo, contravvenendo alla consuetudine, come il testo sembra suggerire (“Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento”), impiega mattoni al posto di pietre e bitume in luogo di malta.
    …………………………………………………………………………………………….
    Queste considerazioni lasciano intendere come gli artefici della Torre non disponessero effettivamente di tutte le conoscenze necessarie né della dovuta legittimità, il che getta una luce alquanto sospetta circa le reali intenzioni del loro operato. Se, infatti, poniamo a mente che negli intenti dei suoi realizzatori la Torre si proponeva di usurpare più di una prerogativa divina, prima tra tutte quella di assegnare nomi alle cose (“facciamoci un nome”) e di raggiungere il Cielo per spodestarne il legittimo Sovrano, comprenderemo facilmente che si tratta propriamente di un’impresa titanica, di chiaro significato controiniziatico .
    ………………………………………………………………………………………………
    “Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque, e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.”
    Tutto molto interessante quanto da te postato, ma mi permetti Tomàs di fare alcune considerazioni?
    Mi sembra piuttosto insensato, tanto più in luoghi caldi come la piana di Shin’ar una traduzione del tipo “adoperarono….l’asfalto come calce” o “il bitume servì loro da cemento”. Né l’asfalto né il bitume possono servire come materiale da costruzione, dato che si liquefanno a temperature troppo basse.
    Una traduzione più corretta, quanto meno più logica potrebbe suonare come:
    “E dissero l’un l’altro:
    Ora fabbricheremo i mattoni
    e li cuoceremo in un gran fuoco.
    Adoperarono i mattoni come pietre e la calce divenne calce per loro.”
    Cuocevano i mattoni nel fuoco e nella parola grande fuoco, (sherephah) si intrecciano le radici di liberare (shirher) e rigenerare (repha’).
    D’altronde credo sia noto a tutti la grande importanza del fuoco nella mistica ebraica e cristiana.
    Perché non hanno usato delle pietre? Forse hanno preferito alla pietra l’impasto dell’Acqua e della Terra col Fuoco intesi come elementi cosmici, ovvero la Torre era una costruzione metafisica proveniente dalla Luce dell’Est.
    D’altronde qualcuno può pensare che una costruzione di materiale fisico possa raggiungere i Cieli???
    Ma per poter tenere unita la costruzione avevano bisogno di un elemento legante.
    In senso metafisico allora potrebbe andar bene anche il bitume, inteso come quel corvo per primo fatto uscire dall’Arca. Si potrebbero ipotizzare i mattoni a polarità positive ed il legante a polarità negativa.
    Pur tuttavia una interpretazione di questo tipo non esclude, anzi rafforza, una lettura a livello più elevato che si compenetra con la prima ed ognuna delle quali serve a spiegare meglio il significato dell’altra:
    “Dissero calce e la calce fu calce per loro”
    Dissero….. usarono la Parola per prima usata nella creazione “….sia la Luce, e la Luce fu”.
    Io credo che mai come allora l’Uomo, l’umanità sia stata tanto vicina ai suoi creatori dai quali generata nella loro ombra, a loro immagine e somiglianza.
    Qual è la loro principale prerogativa, quella di saper usare una sorta di potere magico derivante dall’uso del Nome di Jehovah?
    Direi di no, quanto meno la cosa non risulta dalla lettura della Genesi, e poi quel nome YHWH è…….mancante di una lettera (e delle relative vocali ovviamente.
    Non so quale possa essere la lettera, anzi le lettere, poiché probabilmente si può scriverlo in due diversi modi se indicante la modalità maschile o femminile (? e chissà cos’altro).
    Rabbì non ti incavolare, so che all’alba ed al tramonto reciti “Ascolta Israel YHWH nostro Dio YHWH è Uno. Già ma perché ripeterlo il nome? Perché specificare quell’Uno?
    Perché la cosa non è tanto evidente io credo, e poi si sa che Mosè non ripete mai niente, eppure le 19 Benedizioni iniziano proprio con il ripetere tale nome.
    Mosè ci sta dicendo che YHWH è Uno nonostante le diverse modalità con le quali si può presentare.
    Dicevo…..la principale prerogativa dell’Uomo è la sua unità pur nella molteplicità esattamente come per gli Elohim, maschi e femmine ma Uno quando esercitano le loro capacità creanti: “Dissero…....e fu”.
    Questa considerazione non esclude poi che ci sia qualcosa di magico nel nome ma questa mi sembra di gran lunga la cosa più importante.
    L’umanità è una, non vi sono né re né condottieri, l’uomo non è superiore alla donna, parliamo tutti la stessa lingua, abbiamo tutti lo stesso Spirito. Diciamo e quando lo diciamo all’unisono le cose avvengono e sono.
    Lo Spirito della razza non si è ancora insinuato in noi. Sarà Jehovah ad instillarcelo dicendo ad Abramo: “Farò di te un grande popolo”.
    Jehovah non vuole che l’umanità raggiunga i Cieli e gli basta dividere le nostre lingue per fermarci. Solamente? Sì solamente.
    Altrimenti una volta terminata l’edificazione della Torre niente ci sarebbe stato più impossibile , possedevamo la Conoscenza e la Consapevolezza sufficienti.
    Avevamo anche la legittimità di costruirla? Secondo Jehovah no.
    Già nella cinta, quando eravamo nel recinto dell’Eden Jehovah si era sentito inquieto di quell’Adam ingenuamente non iniziato ma pur tuttavia abbastanza potente, già capace di “dare i nomi”.
    Per scomporne l’unità gli aveva plasmato l’Anima mettendolo parimenti in comunicazione coi mondi superfisici, ma quell’Anima nata da lui poiché era stato il suo Io a discernerla l’aveva poi istigato alla disobbedienza ed era diventata una stessa cosa con Adam.
    Adesso addirittura vedeva l’Uomo diventare egli stesso un Dio e ha deciso di fermarlo.
    Ha fatto bene? Ha fatto male? Non mi sento di rispondere.
    Però quando penso alla Torre di Babele penso a quanto poco ci sia mancato che diventassimo degli Dei immortali e penso che quella Torre incompleta è ancora lì al punto che la costruzione è stata interrotta.
    Jehovah non ha il potere di distruggerla,
    l’Uomo se ritrovasse le primitive prerogative potrebbe tanto distruggerla quanto completarne la costruzione,
    Elohim potrebbe distruggerla ma non mi risulta lo abbia mai fatto, la Torre è ancora lì che aspetta.

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    Le mille vite della torre di Babele
    di Silvia Guidi

    "La torre di Babele è esistita storicamente, se ne possono ancora riconoscere i resti; dell'enorme Ziqqurat alta novanta metri di cui parla il Libro dei Giubilei ora resta solo uno stagno quadrato, il perimetro della base rimasto in profondità sottoterra e portato alla luce dagli scavi iniziati nel secolo scorso", spiega Claudio Saporetti, che insegna assirologia all'università di Pisa, uno dei curatori della mostra "Etemenanki: alla ricerca della torre di Babele", visitabile in questi giorni al Meeting di Rimini.
    Strano destino per quello che è da sempre considerato il simbolo della sfida dell'uomo che tenta di realizzarsi contando solo sulle sue forze, della sperimentazione del limite, dell'incompiutezza della creatura che si affida solo a se stessa, ottenendo il risultato di moltiplicare la divisione e l'incomunicabilità. Approfondire questo tema permette di rendersi conto che la realtà storica è molto più complessa e articolata di quanto si pensi: "L'immagine della torre che voleva raggiungere il cielo e sfidare Dio è presente soprattutto nelle Bibbie apocrife" spiega Saporetti. La mostra vuole ripercorrere la vicenda del racconto biblico, ma anche la fortuna di un simbolo, dall'evidenza archeologica al significato profondo della più famosa allegoria della storia del caos e del male. Testi e foto sono accompagnati da reperti originali, riproduzioni di tavolette cuneiformi e sigilli cilindrici. Tutto, comunque, ruota attorno ai "reperti testuali" più antichi, Genesi capitolo 11, ma anche i passi apocrifi su cui si basa il mito del "folle volo" della torre: "Ora tutta la terra aveva una sola lingua e parole uguali. Quando vagarono nella parte d'Oriente, gli uomini capitarono in una pianura del paese di Sennaar e vi si stabilirono. E si dissero l'un l'altro "Orsù! Facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco". Il mattone servì loro invece della pietra e il bitume invece della malta". Ma dov'era la pianura di Sennaar e quella descrizione minuziosa che parla di bitume al posto della calce e di mattoni cotti corrispondeva al vero? La torre di Babele era veramente esistita, e la diaspora delle lingue realmente accaduta? È ciò che si chiedevano anche gli uomini del medioevo; per documentare questo inesausto lavoro di ricerca viene illustrato il viaggio di Beniamino di Tudela, ebreo spagnolo che, con l'intento di visitare le comunità ebraiche, girò mezzo mondo e quando passò dalla Mesopotamia credette di riconoscere la torre nella Ziqqurat di Barsippa. Mentre i contemporanei preferirono identificarla con il grandioso minareto a spirale di Samarra.


    Immagine tratta dal sito http://www.emergingtruths.com/

    Oggi molte domande hanno trovato risposta grazie al lavoro degli archeologi: Sennaar è la valle del Tigri e dell'Eufrate, il monte dell'arca non è l'attuale Ararat, bensì il monte Pira Magrun molto più vicino a Babilonia, ai confini con l'Iran e quindi più logicamente collocato nell'ambito di quei monti da cui discesero gli uomini che costruirono la torre. È possibile ricostruire virtualmente con modelli e simulazioni digitali molto di quello che è stata Babilonia, la grande città che domina con la sua presenza almeno due millenni di storia. I documenti degli scavi e i risultati delle ricerche fanno comprendere la realtà di questa metropoli che, più volte distrutta, fu capace di risorgere e porsi come punto di riferimento per tutto il vasto oriente.
    Un'intera sezione della mostra è dedicata alle Ziqqurat, le torri mesopotamiche, strutture pensate per permettere alla divinità di prendere contatto con gli uomini; dall'alto del cielo il dio poteva "poggiare i piedi" sull'edificio con cui culminava la torre, per poi scendere nel tempio a livello del terreno. Nella sezione dedicata agli scavi di Babilonia è possibile vedere i resti dell'Etemenanki, "le fondamenta del cielo e della terra", la gigantesca torre descritta anche da Erodoto per la sua straordinaria mole, alta novanta metri, edificata su una base quadrata di novanta metri per lato, che dominava la pianura di Sennaar. Rifatta almeno quattro volte, era inizialmente costruita in mattoni crudi, poi venne ricostruita con milioni di mattoni cotti legati con bitume. "Il re assiro Sennacherib, a cui avevano ucciso il figlio, la distrusse per vendetta; i babilonesi vollero ricostruirla com'era e dov'era, ma il nuovo edificio non era identico al precedente. Ci sono arrivate le tavolette che documentano le proporzioni della torre: il sistema di risalita era assiro, con scale a spirale lungo l'esterno, perché era stato un re assiro a riprendere i lavori, poi continuati dal sovrano babilonese Nabuccodonosor. Erodoto la vide, molto danneggiata e quasi completamente distrutta; la distrusse definitivamente Serse dopo la disfatta di Salamina. Alessandro Magno era innamorato di Babilonia e avrebbe voluto ricostruire la torre, ma la mole delle macerie era tale che sarebbero serviti anni anche solo per liberare lo spazio del cantiere. Nei secoli, poi, i più pregiati e resistenti mattoni cotti in fornace, che venivano usati come rivestimento esterno per resistere alle intemperie, sono stati riciclati dalla popolazione locale; la vicina città di Al Hilla, ad esempio, è stata costruita pressoché interamente con i mattoni di Babilonia" spiega Saporetti. Al tempo di Nabuccodonosor parteciparono ai lavori anche gli ebrei deportati. "Il tema della confusione delle lingue ha una base storica reale; nel sesto secolo prima dell'era cristiana i babilonesi avevano deportato popolazioni di nazionalità diverse, ognuna con un linguaggio diverso. I deportati ebrei dovevano costruire la torre per un altro dio, in terra straniera, lavorando per chi aveva distrutto il loro tempio". Per questo Babele è diventata il simbolo della menzogna, del caos e dell'incomunicabilità tra gli uomini.
    di Silvia Guidi

    (© L'Osservatore Romano - 28 agosto 2008)

    http://www.zammerumaskil.com/rassegn...di-babele.html

    [size?1]Dal sito http://www.zammerumaskil.com/[/size]

 

 

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