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  1. #1
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    Predefinito Tutti contro tutto. Malessere francese

    Tutti contro tutto Malessere francese
    Sarkozy in caduta libera, malvisto ormai anche dalla destra, alza i toni per coprire le proteste su scuola e pensioni, di studenti e disoccupati. E le reazioni ostili delle «sue» corporazioni. Zero a sinistra
    Anna Maria Merlo
    Parigi

    «Mitterrand era appassionato di storia francese, Chirac delle arti prime, Sarkozy ama i Rolex e EuroDisney. Abbiamo il presidente che ci meritiamo», dice una battuta della comica Anne Roumanoff, molto cliccata su Internet. Più dottamente, l'editorialista Claude Weill, sul Nouvel Obsevateur, osserva che «anche se oggi non c'è più molta gente che si ricorda di aver votato per lui, Nicolas Sarkozy non si è però autoincoronato, come Napoleone. E' stato proprio eletto. Non dai marziani, ma dai francesi. Da noi (...) C'è una sorta di propensione nazionale a fare cattive scelte - o una scelta che rimpiangiamo subito dopo».
    E' bastato un anno, per far crollare Sarkozy dal 65% di opinioni favorevoli, un record dopo un'elezione vinta alla grande, al 38% attuale, altro record, ma negativo: nessun presidente è mai stato così poco considerato dopo soli 12 mesi di potere.
    Ci sono state le amicizie troppo ravvicinate con i potenti della finanza e dei media, le vacanze miliardarie, gli alti e bassi della vita privata spiattellati su tutti i magazine e commentati in diretta dall'Eliseo. Poi, Sarkozy ha abbozzato una svolta, dando l'impressione di voler riprendere la «funzione» presidenziale con la dignità che le coinviene e che si aspetta la parte più anziana del suo elettorato: Sarkozy è stato votato dai cittadini più avanti con l'età, ma in questa categoria di persone il crollo di fiducia è stato il più forte (meno 23%). Poi, negli ultimi giorni, nuova svolta. Sarkozy torna in prima linea, riprende i toni da campagna elettorale che lo hanno portato al successo (ma che hanno causato il crollo alla presidenza).
    Alla base di questa nuova offensiva, una convinzione profonda: non c'è nessuna alternativa al sarkozismo, pensa il presidente, né a destra né, tantomeno, a sinistra. La Francia ha bisogno di riforme - tutti ne sono covinti - e io imporrò le mie a tutti i costi. L'offensiva prosegue su un terreno sicuro - la lotta all'immigrazione clandestina (25mila espulsioni quest'anno, 28mila il prossimo) e «priorità» per la presidenza francese dell'Unione europea, nella seconda metà di quest'anno. E riparte sulla principale promessa della campagna - il potere d'acquisto.
    Ma il nervosismo cresce. Lo dimostrano i continui attacchi alla stampa, Afp compresa (accusata di aver «censurato» dei comunicati del partito di maggioranza) e la voglia di punire la tv pubblica, dove non è stata per ora trovata nessuna soluzione sui finanziamenti, dopo l'annuncio della fine della pubblicità.
    Il bluff del potere d'acquisto
    Sarkozy dunque è tornato in campagna elettorale. Aveva vinto con la promessa «lavorare di più per guadagnare di più». La legge che avrebbe dovuto rilanciare i consumi, la legge Tepa della scorsa estate, è stata un flop. C'è stato, in sostanza, un regalo ai ricchi di 14 miliardi di euro di sgravi fiscali, mentre la defiscalizzazione degli straordinari ha dato scarsi risultati. L'elettorato popolare, che lo aveva votato in massa, si è sentito tradito.
    Oggi, Sarkozy riparte alla carica: al centro, il problema dell'aumento del costo del petrolio. E ha deciso di ignorare che più di 500mila persone hanno sfilato giovedì contro la riforma delle pensioni, che nella scuola ci sono state una decina di giornate di protesta molto seguite negli ultimi due mesi e che il malessere cresce. Fa dire da uno dei suoi fedelissimi, il ministro del lavoro, Xavier Bertrand: «Un ministro non è lì per contare i manifestanti». Come aveva già detto il ministro dell'Educazione, Xavier Darcos: manifestate pure, noi non cambiamo linea, le riforme si faranno. Anzi: faremo leggi per limitare il diritto di sciopero, per un «servizio minimo» dappertutto popolare.
    Gli anni di contributi per le pensioni saranno portati a 41 per tutti, anche per i lavori usuranti e per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, e anche se il tasso di occupazione dei seniors resta bassissimo e il padronato non vuole sentir parlare di misure coercitive per assumere o mantenere al lavoro chi ha più di 50 anni. I tagli nel pubblico impiego saranno, come previsto, di 29mila posti di lavoro quest'anno, di cui 11.200 solo nella scuola secondaria. Un funzionario su due che va in pensione non sarà sostituito.
    Sarkozy ha deciso di ignorare il malessere sociale diffuso e punta tutto su una riformetta molto debole: aprire il commercio a una più grande concorrenza, permettendo il sorgere di un numero maggiore di supermercati, soprattutto hard discount, per far abbassare i prezzi. L'ottimismo è corroborato dalla crescita del 2007 - più 2,2% - superiore a tutte le previsioni.
    Le corporazioni si scatenano
    Ma le corporazioni che sanno di avere un orecchio sensibile nella destra non si accontentano della pioggia di milioni promessa per calmare gli umori. I pescatori francesi sono sul piede di guerra, i porti sono in gran parte bloccati, gli episodi di violenza si susseguono. Non credono che la promessa di sovvenzioni per 108 milioni di euro possa risolvere i loro problemi strutturali. E il progetto di sovvenzionare il litro di gasolio per i pescatori, che lo pagheranno 40 centesimi invece di 70, ha fatto venire delle idee ad altre corporazioni: gli agricoltori e i camionisti hanno chiesto un analogo intervento. I trasportatori minacciano di bloccare la Francia con operazoni-lumaca sulle strade, gli agricoltori si preparano all'azione.
    Nel frattempo, pensionati, insegnanti e impiegati pubblici (queste due ultime categorie più legate alla sinistra) accumulano rancori perché, malgrado la forte mobilitazione, vengono ignorati, mentre ai pescatori sono bastate alcune azioni di forza per ottenere qualche milione.
    I disoccupati masticano amaro
    Ancora peggio per i disoccupati, considerati ormai con sospetto come imbroglioni che gravano sui conti pubblici. Ormai, i disoccupati dovranno accettare una proposta di lavoro «ragionevole». Al secondo rifiuto, cominceranno a perdere i sussidi. «Proprio nel momento in cui i conflitti salariali sono in aumento, come non erano mai stati da tempo - afferma Bernard Thibault, leader della Cgt - il governo vuole imporre ai lavoratori licenziati di accettare un impiego a un salario inferiore al precedente, addirittura qualsiasi lavoro pagato un po' di più degli indennizzi. E' una forma di dumping sociale rivendicato politicamente e un incoraggiamento al padronato per contenere le rivendicazioni salariali». Per non parlare dei poveri (4 milioni) e delle banlieues, più o meno abbandonati, con programmi in attesa di trovare eventuali finanziamenti.
    La fronda a destra
    Una serie di incidenti parlamentari ha messo in luce una presa di distanza tra una parte dei parlamentari dell'Ump e il presidente uscito dal loro campo. Il governo è andato sotto grazie a una mozione di procedura di un parlamentare comunista in occasione della discussione dell'ambigua legge sugli Ogm (organismi geneticamente modificati), combattuta dagli ecologisti ma presentata come un felice «compromesso» dal ministro Jean-Louis Borloo. La legge poi è passata di forza, senza discussione parlamentare, ma la fronda di una buona fetta di deputati Ump, che ha disertato l'aula, ha lasciato il segno. In più, la commissione affari esteri ha emesso parere sfavorevole sul progetto di riforma costituzionale ora al voto dei parlamentari, il più ambizioso dalla fondazione della V Repubblica. Inoltre, le ripetute critiche di Sarkozy al suo predecessore Chirac sono dispiaciute a parte della destra. Sarkozy si sente solo. La conflittualità con il primo ministro, François Fillon, che lo supera da mesi nei sondaggi, è al colmo. Al punto che, da due settimane, Sarkozy riunisce all'Eliseo un gruppetto di 7 ministri considerati «fedelissimi», cui ha affidato il compito di «fare politica»: c'è l'ambizioso Xavier Bertrand, c'è il ministro dell'Educazione Xavier Darcos, ma non ne fanno parte né il primo ministro, né i responsabili dei grossi dicasteri (Interni, Esteri, Giustizia, Economia). La cacofonia è forte a destra. I ponti sembrano rotti anche con la direzione dell'Ump: il segretario Patrick Devedjian è stato seccamente smentito da Xavier Bertrand sulla proposta di «smantellamento definitivo» delle 35 ore (abolire le 35 ore significherebbe annullare di fatto gli efffetti della defiscalizzazione degli straordinari).
    E a sinistra c'è la guerra dei leader
    Di fronte all'attacco alle 35 ore, il Ps non ha reagito, imbarazzato. Sulla riforma delle istituzioni, regna la confusione. Neppure le manifestazioni di protesta sono riuscite a ridare veri contenuti a sinistra. Fillon è convinto che la destra ha ormai vinto «la battaglia ideologica». Il Ps è preda della guerra per la leadership (del partito e, in prospettiva, per la candidatura all'Eliseo nel 2012). L'ex candidata Ségolène Royal è partita per prima, per conquistare la segreteria. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ufficiosamente, si prepara anch'egli alla battaglia. Dominique Strauss-Kahn, dall'Fmi a Washington, pensa a un rientro per la scadenza del 2012. Martine Aubry, rieletta bene a sindaco di Lille, è tornata in pista. Poi ci sono i giovani leoni, in primis l'ex ministro degli affari europei Pierre Moscovici e il sindaco di Evry, Manuel Valls.
    Sul piano delle idee, è la corsa alla realpolitik. In sostanza, passo dopo passo, l'asse del Ps si sposta a destra. «Liberale e socialista» dice di sé Delanoë, dove liberal in francese significa anche «liberista». Royal insiste sul «gusto del rischio» in economia, per Delanoë «il problema numero uno della Francia è la competitività internazionale delle imprese». Valls, sindaco di un comune di banlieue, insiste sulla «sicurezza». Delanoë ammette che «la sinistra deve interiorizzare il bisogno di autorità della società». Royal già voleva i «centri educativi chiusi» per i giovani devianti.
    La nuova «dichiarazione di principi» del Ps sposa il «riformismo». Royal ha aperto chiaramente ad alleanze con il centro, mentre Delanoë, per il momento, temporeggia, e afferma: «non credo che un'offerta politica possa situarsi, contemporaneamente, a destra e a sinistra, è una forma di menzogna». Di fronte a questo progressivo scivolamento verso il centro, l'opinione pubblica mette tra le personalità più amate a sinistra il giovane Olivier Besancenot, portavoce della Lcr, che alle ultime presidenziali ha sfiorato il 5% polverizzando tutti i rivali alla sinistra della sinistra e che, in autunno, intende fondare un nuovo «partito anticapitalista».



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  2. #2
    Vedo la mano invisibile
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    mai piaciuto sarkozy.. mi sembra un prodi spostato un po' più a destra con un po' più di carisma e con una moglie più figa.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da pietro936 Visualizza Messaggio
    Tutti contro tutto Malessere francese
    Sarkozy in caduta libera, malvisto ormai anche dalla destra, alza i toni per coprire le proteste su scuola e pensioni, di studenti e disoccupati. E le reazioni ostili delle «sue» corporazioni. Zero a sinistra
    Anna Maria Merlo
    Parigi

    «Mitterrand era appassionato di storia francese, Chirac delle arti prime, Sarkozy ama i Rolex e EuroDisney. Abbiamo il presidente che ci meritiamo», dice una battuta della comica Anne Roumanoff, molto cliccata su Internet. Più dottamente, l'editorialista Claude Weill, sul Nouvel Obsevateur, osserva che «anche se oggi non c'è più molta gente che si ricorda di aver votato per lui, Nicolas Sarkozy non si è però autoincoronato, come Napoleone. E' stato proprio eletto. Non dai marziani, ma dai francesi. Da noi (...) C'è una sorta di propensione nazionale a fare cattive scelte - o una scelta che rimpiangiamo subito dopo».
    E' bastato un anno, per far crollare Sarkozy dal 65% di opinioni favorevoli, un record dopo un'elezione vinta alla grande, al 38% attuale, altro record, ma negativo: nessun presidente è mai stato così poco considerato dopo soli 12 mesi di potere.
    Ci sono state le amicizie troppo ravvicinate con i potenti della finanza e dei media, le vacanze miliardarie, gli alti e bassi della vita privata spiattellati su tutti i magazine e commentati in diretta dall'Eliseo. Poi, Sarkozy ha abbozzato una svolta, dando l'impressione di voler riprendere la «funzione» presidenziale con la dignità che le coinviene e che si aspetta la parte più anziana del suo elettorato: Sarkozy è stato votato dai cittadini più avanti con l'età, ma in questa categoria di persone il crollo di fiducia è stato il più forte (meno 23%). Poi, negli ultimi giorni, nuova svolta. Sarkozy torna in prima linea, riprende i toni da campagna elettorale che lo hanno portato al successo (ma che hanno causato il crollo alla presidenza).
    Alla base di questa nuova offensiva, una convinzione profonda: non c'è nessuna alternativa al sarkozismo, pensa il presidente, né a destra né, tantomeno, a sinistra. La Francia ha bisogno di riforme - tutti ne sono covinti - e io imporrò le mie a tutti i costi. L'offensiva prosegue su un terreno sicuro - la lotta all'immigrazione clandestina (25mila espulsioni quest'anno, 28mila il prossimo) e «priorità» per la presidenza francese dell'Unione europea, nella seconda metà di quest'anno. E riparte sulla principale promessa della campagna - il potere d'acquisto.
    Ma il nervosismo cresce. Lo dimostrano i continui attacchi alla stampa, Afp compresa (accusata di aver «censurato» dei comunicati del partito di maggioranza) e la voglia di punire la tv pubblica, dove non è stata per ora trovata nessuna soluzione sui finanziamenti, dopo l'annuncio della fine della pubblicità.
    Il bluff del potere d'acquisto
    Sarkozy dunque è tornato in campagna elettorale. Aveva vinto con la promessa «lavorare di più per guadagnare di più». La legge che avrebbe dovuto rilanciare i consumi, la legge Tepa della scorsa estate, è stata un flop. C'è stato, in sostanza, un regalo ai ricchi di 14 miliardi di euro di sgravi fiscali, mentre la defiscalizzazione degli straordinari ha dato scarsi risultati. L'elettorato popolare, che lo aveva votato in massa, si è sentito tradito.
    Oggi, Sarkozy riparte alla carica: al centro, il problema dell'aumento del costo del petrolio. E ha deciso di ignorare che più di 500mila persone hanno sfilato giovedì contro la riforma delle pensioni, che nella scuola ci sono state una decina di giornate di protesta molto seguite negli ultimi due mesi e che il malessere cresce. Fa dire da uno dei suoi fedelissimi, il ministro del lavoro, Xavier Bertrand: «Un ministro non è lì per contare i manifestanti». Come aveva già detto il ministro dell'Educazione, Xavier Darcos: manifestate pure, noi non cambiamo linea, le riforme si faranno. Anzi: faremo leggi per limitare il diritto di sciopero, per un «servizio minimo» dappertutto popolare.
    Gli anni di contributi per le pensioni saranno portati a 41 per tutti, anche per i lavori usuranti e per chi ha cominciato a lavorare da giovanissimo, e anche se il tasso di occupazione dei seniors resta bassissimo e il padronato non vuole sentir parlare di misure coercitive per assumere o mantenere al lavoro chi ha più di 50 anni. I tagli nel pubblico impiego saranno, come previsto, di 29mila posti di lavoro quest'anno, di cui 11.200 solo nella scuola secondaria. Un funzionario su due che va in pensione non sarà sostituito.
    Sarkozy ha deciso di ignorare il malessere sociale diffuso e punta tutto su una riformetta molto debole: aprire il commercio a una più grande concorrenza, permettendo il sorgere di un numero maggiore di supermercati, soprattutto hard discount, per far abbassare i prezzi. L'ottimismo è corroborato dalla crescita del 2007 - più 2,2% - superiore a tutte le previsioni.
    Le corporazioni si scatenano
    Ma le corporazioni che sanno di avere un orecchio sensibile nella destra non si accontentano della pioggia di milioni promessa per calmare gli umori. I pescatori francesi sono sul piede di guerra, i porti sono in gran parte bloccati, gli episodi di violenza si susseguono. Non credono che la promessa di sovvenzioni per 108 milioni di euro possa risolvere i loro problemi strutturali. E il progetto di sovvenzionare il litro di gasolio per i pescatori, che lo pagheranno 40 centesimi invece di 70, ha fatto venire delle idee ad altre corporazioni: gli agricoltori e i camionisti hanno chiesto un analogo intervento. I trasportatori minacciano di bloccare la Francia con operazoni-lumaca sulle strade, gli agricoltori si preparano all'azione.
    Nel frattempo, pensionati, insegnanti e impiegati pubblici (queste due ultime categorie più legate alla sinistra) accumulano rancori perché, malgrado la forte mobilitazione, vengono ignorati, mentre ai pescatori sono bastate alcune azioni di forza per ottenere qualche milione.
    I disoccupati masticano amaro
    Ancora peggio per i disoccupati, considerati ormai con sospetto come imbroglioni che gravano sui conti pubblici. Ormai, i disoccupati dovranno accettare una proposta di lavoro «ragionevole». Al secondo rifiuto, cominceranno a perdere i sussidi. «Proprio nel momento in cui i conflitti salariali sono in aumento, come non erano mai stati da tempo - afferma Bernard Thibault, leader della Cgt - il governo vuole imporre ai lavoratori licenziati di accettare un impiego a un salario inferiore al precedente, addirittura qualsiasi lavoro pagato un po' di più degli indennizzi. E' una forma di dumping sociale rivendicato politicamente e un incoraggiamento al padronato per contenere le rivendicazioni salariali». Per non parlare dei poveri (4 milioni) e delle banlieues, più o meno abbandonati, con programmi in attesa di trovare eventuali finanziamenti.
    La fronda a destra
    Una serie di incidenti parlamentari ha messo in luce una presa di distanza tra una parte dei parlamentari dell'Ump e il presidente uscito dal loro campo. Il governo è andato sotto grazie a una mozione di procedura di un parlamentare comunista in occasione della discussione dell'ambigua legge sugli Ogm (organismi geneticamente modificati), combattuta dagli ecologisti ma presentata come un felice «compromesso» dal ministro Jean-Louis Borloo. La legge poi è passata di forza, senza discussione parlamentare, ma la fronda di una buona fetta di deputati Ump, che ha disertato l'aula, ha lasciato il segno. In più, la commissione affari esteri ha emesso parere sfavorevole sul progetto di riforma costituzionale ora al voto dei parlamentari, il più ambizioso dalla fondazione della V Repubblica. Inoltre, le ripetute critiche di Sarkozy al suo predecessore Chirac sono dispiaciute a parte della destra. Sarkozy si sente solo. La conflittualità con il primo ministro, François Fillon, che lo supera da mesi nei sondaggi, è al colmo. Al punto che, da due settimane, Sarkozy riunisce all'Eliseo un gruppetto di 7 ministri considerati «fedelissimi», cui ha affidato il compito di «fare politica»: c'è l'ambizioso Xavier Bertrand, c'è il ministro dell'Educazione Xavier Darcos, ma non ne fanno parte né il primo ministro, né i responsabili dei grossi dicasteri (Interni, Esteri, Giustizia, Economia). La cacofonia è forte a destra. I ponti sembrano rotti anche con la direzione dell'Ump: il segretario Patrick Devedjian è stato seccamente smentito da Xavier Bertrand sulla proposta di «smantellamento definitivo» delle 35 ore (abolire le 35 ore significherebbe annullare di fatto gli efffetti della defiscalizzazione degli straordinari).
    E a sinistra c'è la guerra dei leader
    Di fronte all'attacco alle 35 ore, il Ps non ha reagito, imbarazzato. Sulla riforma delle istituzioni, regna la confusione. Neppure le manifestazioni di protesta sono riuscite a ridare veri contenuti a sinistra. Fillon è convinto che la destra ha ormai vinto «la battaglia ideologica». Il Ps è preda della guerra per la leadership (del partito e, in prospettiva, per la candidatura all'Eliseo nel 2012). L'ex candidata Ségolène Royal è partita per prima, per conquistare la segreteria. Il sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë, ufficiosamente, si prepara anch'egli alla battaglia. Dominique Strauss-Kahn, dall'Fmi a Washington, pensa a un rientro per la scadenza del 2012. Martine Aubry, rieletta bene a sindaco di Lille, è tornata in pista. Poi ci sono i giovani leoni, in primis l'ex ministro degli affari europei Pierre Moscovici e il sindaco di Evry, Manuel Valls.
    Sul piano delle idee, è la corsa alla realpolitik. In sostanza, passo dopo passo, l'asse del Ps si sposta a destra. «Liberale e socialista» dice di sé Delanoë, dove liberal in francese significa anche «liberista». Royal insiste sul «gusto del rischio» in economia, per Delanoë «il problema numero uno della Francia è la competitività internazionale delle imprese». Valls, sindaco di un comune di banlieue, insiste sulla «sicurezza». Delanoë ammette che «la sinistra deve interiorizzare il bisogno di autorità della società». Royal già voleva i «centri educativi chiusi» per i giovani devianti.
    La nuova «dichiarazione di principi» del Ps sposa il «riformismo». Royal ha aperto chiaramente ad alleanze con il centro, mentre Delanoë, per il momento, temporeggia, e afferma: «non credo che un'offerta politica possa situarsi, contemporaneamente, a destra e a sinistra, è una forma di menzogna». Di fronte a questo progressivo scivolamento verso il centro, l'opinione pubblica mette tra le personalità più amate a sinistra il giovane Olivier Besancenot, portavoce della Lcr, che alle ultime presidenziali ha sfiorato il 5% polverizzando tutti i rivali alla sinistra della sinistra e che, in autunno, intende fondare un nuovo «partito anticapitalista».





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    Anche con Sarkozy te la prendi, adesso?
    Cielo, ma sei terribile.

    Speriamo che ti venga un bel tumore, così pensi ad altro e ti calmi.

 

 

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