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Dalle rotaie italiane alle fonderie cinesi:
il rame rubato fa gola all'Oriente


di Sandro Vacchi
ROMA (2 giugno) - E’ la più grande partita a guardie e ladri che si possa concepire. In attesa dei furti di oro nero, visti i prezzi di benzina e gasolio, accontentiamoci di quelli di oro rosso (rame). C’è da divertirsi anche qui: si fa per dire, perché ogni tanto qualche poveraccio rimane fulminato, nelle cabine elettriche dell’Enel, per portarsi via matasse di fili da riciclare, vendere ai ricettatori, fondere e spedire ”a chi di dovere”. Che sta spesso in Cina, dove l’economia è in pieno boom e ha sete di tutto, rame compreso. La cittadella del rame si chiama Gan He: depositi e fonderie organizzati e pianificati per le necessità del Celeste Impero.

Da noi, intanto, polizia, carabinieri e finanza si dannano per tenere il ritmo dei furti commessi da morti di fame che per pochi euro al chilo cercano rame in ogni dove, rabdomanti che passano il metallo ai rottamai, e questi ai grandi esportatori, e questi ancora a chi lo paga meglio.

Cominciamo dalle ferrovie, sedicimila chilometri di Far West, a giudicare dalla frequenza dei furti. Il rame raccorda i binari e alimenta i circuiti elettrici lungo la linea ferrata. Tre anni fa cominciano le sparizioni: 411 furti nel 2005, e l’anno dopo i furti arrivano a 1223 per 1231 tonnellate. La Polfer organizza una task-force, coordinata dal questore Pietro Milone, che coordina i quindici compartimenti italiani. Chi ruba? Chi compra? Chi esporta? Si cerca di dare risposte soprattutto alla seconda domanda, si mira ai ricettatori di rame: quello ferroviario è molto particolare, per calibro e conformazione. Nell’operazione Oro Rosso si controllano 8714 depositi in due anni e si recuperano 538 tonnellate di metallo per un valore di 3,7 milioni di euro. Sono 626 gli indagati, un terzo dei quali finiscono in carcere. I furti si riducono, almeno in quantità: 548 tonnellate nel 2007. Un successo, tanto che la strategia viene esportata e in aprile le polizie di dieci Paesi europei controllano 2470 depositi, recuperano 40 tonnellate di rame e arrestano 110 persone.

Il fenomeno ha dimensioni continentali, dunque, e l’Italia è ben piazzata: da noi si rubano vasi e cornici di rame sulle tombe nei cimiteri, grondaie nei palazzi, cavi elettrici, barre nelle fabbriche. Destinazione? «Cina e India, che sono in pieno boom, perché il rame è un ottimo conduttore elettrico, ricercatissimo dalle aziende elettroniche» spiega Milone.

Lo rubano soprattutto poveri cristi, spesso immigrati, che di notte, armati di tronchesi e di disperazione, cercano di racimolare pochi euro al chilo. Portano il rame dai rottamai, in questo caso italiani, ma sempre più spesso in aperta campagna in attesa del viaggio per l’Oriente. La cronaca nera registra spesso le loro morti tragiche: un giovane folgorato in febbraio nelle campagne baresi mentre tentava un furto di cavi da un traliccio Enel; il mese precedente, nello stesso posto, un altro morto; un ustionato a Cerignola in una cabina elettrica. La cronaca registra però anche le rapine di rame, rapine a mano armata, che hanno spinto le imprese elettroniche dell’Anie a chiedere l’intervento del ministero dell’Interno. A Pignataro, nel Casertano, una decina di banditi incappucciati e armati di tutto punto hanno legato e imbavagliato gli operai della Getra, portando via bobine di rame per 800mila euro.

Negli ultimi due anni, quaranta industrie dell’Anie sono state derubate di rame per dodici milioni di euro; solo l’anno scorso l’Enel ha subito 1833 furti per un danno di oltre otto milioni. Il Sud prevale. Carini, vicino a Palermo: due arresti per ricettazione di 120 tonnellate di cavi di rame, molti dei quali di Enel e Telecom; Napoli, recuperate quindici tonnellate; Molfetta, due rumeni in auto con mezza tonnellata di rame; Palermo, due arrestati, rubavano trecento chili di tubi di rame in via Pindemonte; altri due rumeni trovati a Bari con due valigie di metallo su un ciclomotore; ancora tre rumeni, a Sassari, con 160 metri di cavi del valore di diecimila euro; sequestrato a Trapani un deposito in pieno centro storico, conteneva una tonnellata di rame. Il Nord si fa avanti, però: l’Alfa Trafili di Brescia ha subito tre tentativi di furto in pochi anni; alla Ver Cavi di Milano sono state rubate più di dodici tonnellate di rame nel 2005.

Gli episodi sono innumerevoli. La sostanza è fatta di ricettatori che pagano il rame tre euro il chilo alla manodopera del crimine: una ”raffineria” è stata scoperta nelle campagne di Settimo Torinese, un po’ di disgraziati che ripulivano cavi nascosti fra gli alberi. Rivendono il metallo, a prezzo raddoppiato, a fonderie compiacenti, che ne ricavano lingotti; spedizionieri di scarsi scrupoli li caricano infine sui container diretti in Oriente. Così, anche se le miniere del Sudamerica sono in via di esaurimento, i Paesi di nuova e galoppante economia possono continuare a correre. E il prezzo del rame, ovviamente, a salire. Una consolazione c’è: a parte i black out elettrici e i rallentamenti dei treni, rischi per la vita non ce ne sono. Quella dei passeggeri: quella dei ladri è un’altra storia.